Il predicatore e teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888) disse: «Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito, un uomo di stato quello del proprio paese».
L’orizzonte temporale dei nostri leader, e Matteo Renzi non fa eccezione, non va mai al di là del prossimo appuntamento elettorale. E forse questa è la cagione che i mali che abbiamo, più che giungere a soluzione, si aggravano giorno dopo giorno.
La manovra finanziaria di Renzi vale 27 miliardi e appare scritta per raccogliere il voto della palude degli indecisi sul Sì al referendum costituzionale previsto per il prossimo 4 dicembre.
D’altronde non è una novità per Renzi ricorrere alle mance elettorali per comprare il consenso, sprecando purtroppo occasioni per rilanciare l’economia e creare veri posti di lavoro.
Lo ha fatto in occasione delle elezioni europee del 2014, raggiungendo il 40,8% dei voti, grazie al bonus degli 80 euro erogati a coloro percepivano un reddito complessivo compreso tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi annui. Salvo poi scoprire che la platea dei beneficiari in molti casi era sbagliata e ingiusta, e che il tanto atteso aumento della spesa per consumi finali, cioè la cosiddetta “domanda interna”, è stato pari a Zero.
Con la somma spesa per il bonus da 80 euro (circa dieci miliardi di euro per anno) si sarebbe potuta azzerare la povertà assoluta in Italia, consentendo un livello di consumi più dignitoso a quanti hanno redditi al di sotto degli 8000 euro lordi annui, e per di più gli effetti in termini di crescita della domanda interna sarebbero stati più evidenti, giacché i poveri, per definizione, non possono risparmiare.
Renzi e Padoan scelsero però un’altra strada, pur sapendo che era sbagliata, per puro calcolo: l’impatto politico, in termini di consenso elettorale, sarebbe stato minore. E così 6,9 miliardi nel 2014, 10 miliardi nel 2015 e circa 7,5 miliardi nel 2016 sono finiti nel cesso, senza alcun ritorno economico.
E ora ci risiamo con il prossimo appuntamento elettorale: concentrare le poche risorse disponibili e riversare tutta la residua credibilità internazionale del paese per ottenere margini ulteriori di flessibilità (cioè per poter fare ulteriore debito) a fini elettorali è irresponsabile e miope.
Una manovra che regala tantissimo agli industriali, schierati già per il Sì, e qualcosina ai pensionati per ottenerne il consenso è quanto di più fosco possa esservi in un paese democratico civile e maturo. Se quei lavoratori, quei cittadini, quei pensionati si sfregano già le mani per la distribuzione di bonus, sappiano che i i ricchi si salvano sempre e spesso ci guadagnano. A noi invece del popolo tocca sempre, presto o tardi, pagare il conto dei debiti prodotti dalle scelleratezze altrui.
Grecia docet!
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