Il 1° luglio 2016 è entrato in vigore il nuovo sistema elettorale per la Camera dei deputati, comunemente noto come Italicum: il rischio in Italia di una deriva autoritaria, per l’effetto combinato della riforma costituzionale, è assai alto. Nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale, grazie al premio di maggioranza e ai capilista nominati, potrà decidere senza difficoltà a maggioranza in nome della governabilità.
L’idea largamente diffusa tanto tra i cittadini quanto tra i media è che la politica italiana sia una palude incapace di decidere. Ma, a giudizio dei fatti, la storia della Seconda Repubblica è al contrario, ricca di “riforme”: riforme del lavoro, della scuola, della sanità, del federalismo, delle pensioni. E, aggiungiamo, non sempre gradite e a vantaggio del “popolo sovrano”, ma senza alcun dubbio favorevoli a un certo establishment finanziario e industriale.
L’Italia, con i sistemi elettorali adottati sino alla XVII legislatura (sia nella versione del Mattarellum, sia in quella del Porcellum), non ha sofferto per mancanza di riforme, ma piuttosto per una bulimia di riforme.
Le riforme del lavoro sono state ben cinque: nel 1997 abbiamo avuto la legge 24 giugno 1997, n. 196, più nota come pacchetto Treu, che inaugurò la flessibilità del lavoro; nel 2003 è la volta della Legge Biagi, che impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro; nel 2012 fa il suo ingresso la riforma Fornero che apporta le prime modifiche allo Statuto dei lavoratori, al fine di rendere più facili i licenziamenti individuali per motivi economici; quindi il decreto Poletti e infine il Jobs Act che ha cancellato del tutto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutte queste riforme non hanno ridotto l'elevatissima disoccupazione giovanile e neppure il tasso generale di occupazione, in compenso hanno determinato riduzione delle protezioni e delle tutele dei lavoratori, e una crescente precarizzazione del lavoro.
Di riforme delle pensioni ne abbiamo avute ben tre: la prima riforma economico-sociale radicale è la riforma Dini del 1995, che introdusse i nuovi requisiti di anzianità contributiva e di età; nel 2010, la riforma Sacconi ha innalzato l’età per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità; infine, nel 2011 la riforma Fornero, dopo aver creato gli esodati, ha esteso il metodo contributivo anche a quelli che erano precedentemente esclusi dalla Riforma Dini.
Ho parlato delle due riforme più importanti, ma si può dire lo stesso delle altre, per far osservare che quelle riforme hanno colpito le fasce meno responsabili dell'attuale crisi, eppure chiamate - non si sa perché - a pagare il prezzo più alto. Peraltro, come si può notare, in entrambi i casi il limite principale di tali riforme sta non tanto nel metodo elettorale adottato, quanto nella loro inefficacia a curare i mali del Paese.
Avevamo dunque veramente bisogno di un ulteriore sistema elettorale (peggiore del Porcellum), che, abolendo di fatto la normale dialettica democratica, consegnasse il Paese a una forma di “premierato assoluto” per assicurare la governabilità? E ancora, è normale un Paese nel quale un parlamento delegittimato dal pronunciamento della corte costituzionale sulla legge elettorale dalla quale è nato, con un presidente del consiglio insignito e non eletto dai cittadini, si sia occupato di legge elettorale e riforma costituzionale?
Un Parlamento che avrebbe dovuto al massimo garantire una continuità di tre mesi e non oltre, per le questioni ordinarie, ha cambiato e sta cambiando non solo la forma di governo, ma anche quella dello Stato!
“Quelli che, peggio che da noi solo in Uganda” – cantava Giorgio Gaber –, l’han fatto nel disprezzo totale di quel Popolo che indegnamente si vantano di rappresentare, approvando non solo la peggiore legge elettorale che sia stata mai formulata, ma anche la più sgrammaticata, sgangherata e regressiva riforma costituzionale che sia mai stata concepita.
E l’han fatto non di propria sponte, ma su iniziativa e per conto del governo, che ha scandalosamente avocato a sé una materia, come quella costituzionale, che per competenza spettava solo al parlamento.
Un premierato assoluto, senza contrappesi e senza controlli, che affida le sorti della democrazia all’arbitrio di una minoranza e del suo capo è quanto di più stridente possa esservi con la separazione dei poteri disegnata nella nostra Costituzione.
La separazione dei poteri è l’ABC di uno Stato di diritto. Costringere l’esecutivo ad esercitare il potere solo nell’ambito di leggi di cui non dispone, perché affidate al potere legislativo è una garanzia di democrazia; costringere chi dispone del diritto di punire i trasgressori (il giudiziario) a non stabilirne le norme, è garanzia dello Stato di diritto, dimodoché il cittadino sappia in anticipo e con chiarezza cosa gli è lecito fare e cosa no.
Consegnare a un solo partito e al suo capo tutti i poteri, rappresenta un processo regressivo dal punto di vista democratico, che consentirà al governo di attuare – senza difficoltà alcuna – il suo iniziale e ancora non terminato progetto di privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici e di impoverimento ulteriore della sfera sociale.
Ora, se i detentori del potere fossero di norma responsabili verso la comunità, in nome di una presunta "governabilità" potremmo anche provare a vedere cosa succede. Ma l'esperienza ci insegna quanto questa fiducia sia mal riposta. Solo i bambini non lo sanno, ma gli adulti sanno che in molti casi i fini per i quali il potere viene ricercato sono ampiamente e accuratamente nascosti mediante abili menzogne. Ne consegue che mantenere quei meccanismi costituzionali che di fatto limitano il potere dell'esecutivo non sono affatto di trascurabile importanza. Al contrario, occorre sempre restare vigili e attenti perché il potere si trovi nelle mani giuste e non in quelle di chi, in nome di inconfessabili interessi, lo esercita in nome e in barba al popolo.
Quando il potere dell’esecutivo debordasse in quello legislativo e giudiziario, salterebbero tutte le certezze democratiche e dello Stato di diritto, aprendo la strada all’arbitrio di una oligarchia. E la storia ci insegna che tornare indietro non è affatto facile, come qualcuno vorrebbe farci credere.
L’idea largamente diffusa tanto tra i cittadini quanto tra i media è che la politica italiana sia una palude incapace di decidere. Ma, a giudizio dei fatti, la storia della Seconda Repubblica è al contrario, ricca di “riforme”: riforme del lavoro, della scuola, della sanità, del federalismo, delle pensioni. E, aggiungiamo, non sempre gradite e a vantaggio del “popolo sovrano”, ma senza alcun dubbio favorevoli a un certo establishment finanziario e industriale.
L’Italia, con i sistemi elettorali adottati sino alla XVII legislatura (sia nella versione del Mattarellum, sia in quella del Porcellum), non ha sofferto per mancanza di riforme, ma piuttosto per una bulimia di riforme.
Le riforme del lavoro sono state ben cinque: nel 1997 abbiamo avuto la legge 24 giugno 1997, n. 196, più nota come pacchetto Treu, che inaugurò la flessibilità del lavoro; nel 2003 è la volta della Legge Biagi, che impose ben 46 configurazioni contrattuali di lavoro; nel 2012 fa il suo ingresso la riforma Fornero che apporta le prime modifiche allo Statuto dei lavoratori, al fine di rendere più facili i licenziamenti individuali per motivi economici; quindi il decreto Poletti e infine il Jobs Act che ha cancellato del tutto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutte queste riforme non hanno ridotto l'elevatissima disoccupazione giovanile e neppure il tasso generale di occupazione, in compenso hanno determinato riduzione delle protezioni e delle tutele dei lavoratori, e una crescente precarizzazione del lavoro.
Di riforme delle pensioni ne abbiamo avute ben tre: la prima riforma economico-sociale radicale è la riforma Dini del 1995, che introdusse i nuovi requisiti di anzianità contributiva e di età; nel 2010, la riforma Sacconi ha innalzato l’età per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità; infine, nel 2011 la riforma Fornero, dopo aver creato gli esodati, ha esteso il metodo contributivo anche a quelli che erano precedentemente esclusi dalla Riforma Dini.
Ho parlato delle due riforme più importanti, ma si può dire lo stesso delle altre, per far osservare che quelle riforme hanno colpito le fasce meno responsabili dell'attuale crisi, eppure chiamate - non si sa perché - a pagare il prezzo più alto. Peraltro, come si può notare, in entrambi i casi il limite principale di tali riforme sta non tanto nel metodo elettorale adottato, quanto nella loro inefficacia a curare i mali del Paese.
Avevamo dunque veramente bisogno di un ulteriore sistema elettorale (peggiore del Porcellum), che, abolendo di fatto la normale dialettica democratica, consegnasse il Paese a una forma di “premierato assoluto” per assicurare la governabilità? E ancora, è normale un Paese nel quale un parlamento delegittimato dal pronunciamento della corte costituzionale sulla legge elettorale dalla quale è nato, con un presidente del consiglio insignito e non eletto dai cittadini, si sia occupato di legge elettorale e riforma costituzionale?
Un Parlamento che avrebbe dovuto al massimo garantire una continuità di tre mesi e non oltre, per le questioni ordinarie, ha cambiato e sta cambiando non solo la forma di governo, ma anche quella dello Stato!
“Quelli che, peggio che da noi solo in Uganda” – cantava Giorgio Gaber –, l’han fatto nel disprezzo totale di quel Popolo che indegnamente si vantano di rappresentare, approvando non solo la peggiore legge elettorale che sia stata mai formulata, ma anche la più sgrammaticata, sgangherata e regressiva riforma costituzionale che sia mai stata concepita.
E l’han fatto non di propria sponte, ma su iniziativa e per conto del governo, che ha scandalosamente avocato a sé una materia, come quella costituzionale, che per competenza spettava solo al parlamento.
Un premierato assoluto, senza contrappesi e senza controlli, che affida le sorti della democrazia all’arbitrio di una minoranza e del suo capo è quanto di più stridente possa esservi con la separazione dei poteri disegnata nella nostra Costituzione.
La separazione dei poteri è l’ABC di uno Stato di diritto. Costringere l’esecutivo ad esercitare il potere solo nell’ambito di leggi di cui non dispone, perché affidate al potere legislativo è una garanzia di democrazia; costringere chi dispone del diritto di punire i trasgressori (il giudiziario) a non stabilirne le norme, è garanzia dello Stato di diritto, dimodoché il cittadino sappia in anticipo e con chiarezza cosa gli è lecito fare e cosa no.
Consegnare a un solo partito e al suo capo tutti i poteri, rappresenta un processo regressivo dal punto di vista democratico, che consentirà al governo di attuare – senza difficoltà alcuna – il suo iniziale e ancora non terminato progetto di privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici e di impoverimento ulteriore della sfera sociale.
Ora, se i detentori del potere fossero di norma responsabili verso la comunità, in nome di una presunta "governabilità" potremmo anche provare a vedere cosa succede. Ma l'esperienza ci insegna quanto questa fiducia sia mal riposta. Solo i bambini non lo sanno, ma gli adulti sanno che in molti casi i fini per i quali il potere viene ricercato sono ampiamente e accuratamente nascosti mediante abili menzogne. Ne consegue che mantenere quei meccanismi costituzionali che di fatto limitano il potere dell'esecutivo non sono affatto di trascurabile importanza. Al contrario, occorre sempre restare vigili e attenti perché il potere si trovi nelle mani giuste e non in quelle di chi, in nome di inconfessabili interessi, lo esercita in nome e in barba al popolo.
Quando il potere dell’esecutivo debordasse in quello legislativo e giudiziario, salterebbero tutte le certezze democratiche e dello Stato di diritto, aprendo la strada all’arbitrio di una oligarchia. E la storia ci insegna che tornare indietro non è affatto facile, come qualcuno vorrebbe farci credere.
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