domenica 25 settembre 2016

LA LEGGE DEL PIU' FORTE

Non possiamo non accorgerci che dalla caduta del “Muro di Berlino” il diritto è stato ed è tuttora utilizzato per amministrare, sanzionare e soprattutto giustificare la conquista e il saccheggio occidentale nei riguardi delle popolazioni deboli. Il regime di legalità, così come è andato costituendosi, appare sempre più un progetto di dominazione del più forte nei confronti del più debole, in nome del quale, tramite diverse strategie culturali, si giustificano guerre, invasioni altrimenti non giustificabili.

L’aspetto più deleterio è che in questo modo davanti agli occhi delle popolazioni occidentali, quello che è un chiaro progetto di dominazione viene mascherato dalla retorica della legalità, persuadendoli altresì della benevolenza dei predoni contro la barbarie del fondamentalismo islamico.

Senza alcun pudore si è raccontato e si continua a raccontare che l’invasione dell’Iraq, dell’Afghanistan e quello che ne è seguito sono state azioni tese ad esportare la democrazia e la legalità, mentre in realtà si è soltanto esportato il regime imposto dalle multinazionali a difesa dei propri interessi in quei territori, legittimando in questo modo la legge del più forte come nella celebre favola di Fedro del lupo e dell'agnello che si abbeverano allo stesso torrente.


Dopo aver reso gli uomini vuoti, impagliati dal lerciume consumistico, si è piegato il regime di legalità alla logica del pensiero secondo il quale è giusto proteggere una distribuzione diseguale della ricchezza piuttosto che decidere di redistribuirle in maniera più equa. Con abili tecniche giuridiche ci hanno convinto che la “predazione” che sta alla base delle enormi ricchezze sono il frutto del lavoro dell’uomo e non della sua rapina. 

sabato 24 settembre 2016

CHI SONO GLI IMBECILLI?

Molto spesso gli italiani si lamentano del fatto che i nostri rappresentanti rispondano solo alle lobby e non guardino più in là del successivo confronto elettorale. Li accusano di populismo, demagogia e invocano un leader illuminato che parli chiaro, faccia riforme, anche impopolari, guardi al lungo termine e al bene comune della nazione. Eppure, al momento delle elezioni o dei referendum dimenticano tutto e continuano a difenderli sulla base di riflessioni più dettate dal “tifo politico” che non dalla ragione. Non tengono in alcun conto che i politici, di ogni colore e provenienza, fanno affidamento proprio su queste loro caratteristiche per riproporsi e riproporre sempre le stesse soluzioni e gli stessi scenari, senza che in questo nostro Paese cambi veramente qualcosa in positivo.

Perché accade questo? Perché la maggior parte degli italiani sono indolenti e pigri sulle questioni della politica. Mettono più cura nel comprare un nuovo paio di jeans. Se scelgono un elettrodomestico non si fermano dal primo negoziante; confrontano prezzi e qualità. In un negozio di scarpe, non si limitano a comprare il primo paio che balza ai loro occhi: ne provano diverse paia, si guardano allo specchio come stanno e poi, data un’occhiata al prezzo, decidono se effettuare l’acquisto oppure no. Dedicano più tempo a scegliere le proprie vacanze – guardano le offerte, comparano i prezzi di pacchetti turistici, le combinazioni volo, gli hotel – che non a decidere chi dovrà governarci.

Così che quando giungono le elezioni – privi di ogni conoscenza, per effettuare una scelta razionale – si affidano emotivamente e ciecamente al primo che promette di risolvere i loro problemi, perché gli italiani (la maggior parte) sono da sempre costantemente alla ricerca di un Messia: Mussolini, Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini. Senza tenere in alcun conto che l’unica vera soluzione agli incapaci e ai corrotti che ci governano non è affidarsi a questo o a quello ma soppesare, valutare con attenzione ogni provvedimento che i nostri governanti prendono non solo sul breve periodo ma anche sul lungo e non soltanto per le conseguenze che ha per alcuni gruppi di persone, ma per tutti. 


Questo richiede impegno e studio. Se non impareranno a farlo, non basterà tacciare di imbecillità coloro che, dopo essere stati eletti, continuano a raccontarci favole per fare biecamente i propri interessi a danno dell'intera collettività. 

Gli imbecilli sono quanti li hanno votati, pensando che basti un tratto di penna su una scheda per far funzionare una democrazia!

martedì 20 settembre 2016

LA GABELLA DEL CANONE RAI

Esistono tasse giuste ed esistono tasse ingiuste, il Canone rai è un’imposta assurda e iniqua. Uno spot pubblicitario, andato in onda negli anni scorsi sulle reti televisive nazionali, voluto dal Governo Berlusconi (campione di evasione fiscale e condannato per frode fiscale a 4 anni) e mantenuto dal Governo Monti (autore di norme fiscali inique), mostrava chi non pagava il Canone rai come lo stereotipo dell’evasore parassita della società.

Nessuno però ci ricorda con altrettanta enfasi che se il dovere dei cittadini è quello di pagare le tasse, dovere dello Stato è quello di dar conto di come i soldi dei cittadini sono spesi. Il potere conferito a chi viene eletto a rappresentare il popolo non comprende il diritto di imporre tributi per disporne a proprio piacimento, senza un’adeguata ragione di bene comune.

Se sono utilizzate dallo Stato per comprare i cacciabombardieri, per rimborsi elettorali miliardari, per i vitalizi dei parlamentari (ottenuti anche dopo una sola legislatura) e per i loro maxi emolumenti (i meglio pagati d'Europa), per sostenere un sistema burocratico fonte di corruzione e di sprechi, ecc. ecc., non sono giuste: sono inique! E adeguarsi senza obiezioni a un tale sistema fiscale posto in atto significa esser conniventi con l'ingiustizia di cui lo Stato è reo.

In particolare, l’imposizione del Canone rai per corrispondere mega stipendi in Rai a dirigenti e giornalisti della tv pubblica (a titolo d’esempio, l'amministratore delegato Campo Dall'Orto percepisce 652.000 euro, la presidente Monica Maggioni ne percepisce 330.000), oltreché ingiusta è anche immorale. E se non è data la possibilità di sottrarsi all'obbligo di corrisponderla, per via del suo inserimento nella bolletta dell'elettricità, allora quello Stato che la dispone tratta i contribuenti non come cittadini ma come sudditi schiavi, dai quali estrarre denaro per mantenere inalterati i privilegi di pochi a discapito degli interessi generali. 

Solo una rai libera dal condizionamento dei partiti e degli interessi di fazioni legate al potere può esigere il pagamento di un’imposta erga omnes. Quando, per esempio, i Tg dedicano (nel periodo 15 aprile – 15 luglio) il 52% del tempo alle posizioni del sì sul referendum costituzionale e solo il 36% al fronte del no, il pluralismo è offeso e con esso la stessa funzione della rai quale servizio pubblico. Insomma, solo una Rai “pulita” può esigere una tassa come giusto compenso per il servizio svolto.

Pagare una tassa per un servizio pubblico televisivo che di fatto pubblico non è e dove la politica la fa da padrona, pagare per guardare trasmissioni Rai scadenti e demenziali, pagare per sorbirsi la pubblicità e farsi fare così il lavaggio del cervello, è quanto di più odioso e arrogante possa esservi. La rai è la sola tv pubblica sovvenzionata da una tassa a fare affidamento sulla pubblicità per una percentuale pari al 43% dei suoi ricavi; in Gran Bretagna, alla Bbc è addirittura vietato fare pubblicità. 

Se il Canone rai lo si vuole definire infine come un’imposta dovuta sul possesso di un apparecchio televisivo e non una tariffa per un servizio, di modo che non ci siano ma che tengano, come ha sentenziato la Consulta, qualunque cosa se ne faccia (anche un acquario!), allora essa si configura come “imposta espropriativa”, giacché in pochi anni di pagamento l'ammontare dell'imposta pagata supera il valore dell'oggetto tassato. Questo è contrario ad ogni principio di equa tassazione. Se lo Stato imponesse una tassa sulla proprietà della propria casa che, nell’arco di dieci anni di applicazione, assorbisse il valore del bene tassato, gli italiani – forse allora – si desterebbero dal loro proverbiale torpore. 

Peraltro, se il canone è un’imposta e non una tariffa, allora è illegittimo pretenderne il pagamento con una bolletta destinata a coprire il costo di un altro servizio (elettricità). Se questo risultasse legittimo allora anche il Comune potrebbe chiedere il pagamento dell’IMU in bolletta per evitarne l’evasione.

Infine, imporre l’obbligo di autocertificare sotto responsabilità penale di non possedere un televisore, mentre nessuna sanzione penale è prevista per chi non dichiara fino a 50 mila euro in ambito Irpef, conferma il paradosso tutto italiano che se rubi una mela vai dritto in carcere, ma se rubi un milione sei libero di andare dove vuoi.

Il decreto sul Canone rai è il quadro tipico della società italiana: ci mostra da una parte l’approssimazione e l’incompetenza dei nostri governanti, dall’altra la rinuncia propria del popolo ad intraprendere qualunque azione complicata e rischiosa contro il potere pubblico. Con il risultato che in Italia, più che altrove, il potere di abusare senza rispondere degli abusi conviene sia al popolo, nella forma del "chiagne e fotte", sia allo Stato, che con il permissivismo e la tolleranza della varie indiscipline, non soltanto fiscali, ha plasmato e diffuso quasi ovunque il costume della mentalità servile.

sabato 17 settembre 2016

NEL BEL MEZZO DI UNA TEMPESTA PERFETTA

Perché nel governo della città di Roma, la Raggi e il M5S si trovano nel bel mezzo di una tempesta perfetta?

È vero che Roma non è Torino. Da molto tempo ha superato la soglia di governabilità: una vera e propria organizzazione a delinquere costituisce il tessuto connettivo della Città; un intreccio non dipanabile tra mondo della politica e organizzazioni criminali di stampo mafioso; il cosiddetto Mondo di Mezzo di Carminati, ex NAR, indicato dalla procura come capo dell'organizzazione “Mafia Capitale”. 

Che si potesse far pulito nel breve passaggio del governo della città al M5S appariva ingenuo. Pensare poi che la giunta capitolina del neo sindaco Virginia Raggi fosse un parto e non un travaglio, significa non aver chiara la vera dimensione della criminalità organizzata a Roma e le infiltrazioni con il mondo politico e amministrativo. Come se non bastasse, i problemi della Capitale sono tanti e tutti esplosivi: le periferie, ricettacolo di degrado; trasporti pubblici nel caos; migranti che vivono accampati per strada, perché in città non c’è alcuna struttura di accoglienza; dieci mila senza fissa dimora vivono nelle strade; emergenza rifiuti. Vere mine pronte ad esplodere da un momento all’altro. 

Nessuno ha la bacchetta magica, tanto meno Virginia Raggi, espressione del M5S, schiacciata da una parte dai problemi contingenti, dall’altra dai renziani che fanno il tifo perché crolli sotto il peso delle mille promesse e proclami fatti in campagna elettorale.

Eppure Virginia Raggi e il M5S non sono del tutto incolpevoli. Prendersela con le lobby di potere romane è il puerile espediente per eludere le proprie colpe. Chi governa deve scegliere e farsi carico delle proprie scelte, altrimenti non si candida alla poltrona di sindaco.

L’esercizio del potere non è necessariamente sempre negativo, quando è perseguito per i servizi che rende agli interessi generali; quando invece è perseguito per le gratificazioni emotive e materiali connessi al suo possesso e al suo esercizio è osceno. Pertanto, impegnarsi in un saggio esercizio del potere significa innanzitutto attuarlo con trasparenza e secondo principi di efficienza e imparzialità.

Ecco nel dettaglio gli errori di Virginia Raggi: ha omesso di scrivere nel proprio curriculum di aver svolto pratica forense presso lo studio Previti, l’ex ministro di Forza Italia pluripregiudicato, quando in campagna elettorale, il suo video appello al voto iniziava così: “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”; ha nominato la Muraro assessore all’ambiente, quando le era già noto (dal 19 luglio) che la stessa era stata iscritta nel registro degli indagati per reati ambientali, non tenendo peraltro in alcuna considerazione che i precedenti suoi legami con la giunta Alemanno sarebbero stati da subito motivo di imbarazzo; ricorrere allo studio legale Sammarco (leggasi Cesare Previti), presso il quale la Raggi ha lavorato, per farsi consigliare le nomine di De Dominicis e Marra, appartenente quest’ultimo alla cerchia magica di Alemanno, non è stata una mossa né particolarmente astuta né opportuna. 

Nasce fondato il sospetto che forse la Raggi debba pagare il prezzo politico alla destra che ha contribuito a farla vincere con il 67 per cento dei voti e che anche lei, non diversamente da tanti giovani arrivisti e ambiziosi, facesse parte inizialmente della scuderia di Berlusconi. Quindi una volta capito come stavano andando le cose del mondo, abbia fatto il salto politico nel M5S.

Se fossi stato al posto della Raggi, prima della vittoria elettorale, mi sarei recato alle più prestigiose università italiane nei campi dell’economia, della giurisprudenza, dell’ingegneria, dell’urbanistica, ecc. e avrei scelto i giovani laureati che più di altri si erano distinti per capacità, passione e abnegazione, con l’intento di creare una squadra preparata e competente da assegnare, in caso di vittoria, al rispettivo settore dell’attività amministrativa del Comune. 

A ciascun giovane avrei detto che se non potevamo cambiare neppure una virgola del passato, né cancellare i danni che sono stati inflitti a una delle città più grandi del mondo, potevamo “riparare i guasti”, ridarle quella dignità perduta. E avremmo potuto fare questo con le uniche armi dell’intelligenza, dell’onestà, della coscienza, non misurando il tempo in ore, minuti e secondi, e non valutando le capacità di ciascuno con lo stipendio annuo. Avrei fatto loro presente che sebbene il compito fosse ingrato e la strada impervia, a noi pochi la storia aveva assegnato l'occasione unica di fare la differenza tra ciò che era e ciò che sarà.  

Dubito che ciascuno di questi giovani avesse un’indagine in corso o un passato opaco, tali da offrire un’arma ai nemici che l’avrebbero usata presto o tardi per appannare e ostacolare anche la più virtuosa delle azioni di governo.


La moralità è il retto uso del potere, utile a limitarlo a solo vantaggio dell’interesse generale e non di questo o quel gruppo, di questo o quel soggetto privato. È il limite ideale che impedisce che la democrazia degeneri in demagogia e oligarchia. Le istituzione non possono vivere di immoralità, di inefficienza e illegalità senza condannare un intero popolo – di colpa in colpa, di errore in errore – all’abisso.

mercoledì 14 settembre 2016

GRAN PREMIO FORMULA 1 E TERRA DEI FUOCHI

Bernie Ecclestone è uno degli uomini più ricchi del Regno Unito grazie ai diritti televisivi e altri proventi commerciali derivanti dal controllo della Formula One Management (FOM), vero centro di potere della Formula 1. Il suo patrimonio è stimato in tre miliardi di sterline.

Un tempo si diventava ricchi e famosi grazie ad invenzioni e scoperte scientifiche che avevano ricadute su tutto il genere umano e contribuivano al progresso dell’umanità e alla sua emancipazione. Le imprese spaziali galvanizzavano il grande pubblico; il primo trapianto cardiaco fu accolto come la vittoria dell’uomo sulla malattia. Tutti volevano sapere tutto su vene e arterie, cuore, tendini, ecc.  La gente immaginava le città del futuro, i progressi della medicina, quelli della chimica e della fisica. Gli eroi erano quanti elevavano di un gradino la soglia di conoscenza dell’uomo dall’ignoranza. Era un atteggiamento culturale che ha reso possibili i benefici di crescita economica e di conquista dei valori civili e sociali. 

Da trent’anni abbiamo smesso di sognare, di immaginare, di osare, e – i giovani – non ambiscono più a diventare scienziati o ingegneri: vogliono diventare cantanti, attori, calciatori, piloti di formula uno, ecc. E Bernie Ecclestone è il loro nuovo eroe: l’uomo che non riscatta di un granello l’ignoranza dell’uomo, ma in compenso ha fatto un sacco di quattrini!

Charles Ecclestone, detto Bernie, il patron del grande circo mondiale dei bolidi, col cipiglio tipico dei grandi imprenditori, che sanno fare i loro affari, è stato perentorio con l’Automobile club d’Italia: «O mi date quel che chiedo, o potete scordarvi il Gran Premio». Messa di fronte allo stesso aut aut i tedeschi hanno detto no. Gli italiani, invece, dopo l’iniziale disorientamento, si sono calati non solo le brache, ma anche le mutande. Potevamo rinunciare, non foss’altro per una questione di orgoglio nazionale, al Gran premio d’Italia a Monza? Non sia mai! 

Così, con la «benedizione» del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il Gran premio d’Italia resterà a Monza per i prossimi tre anni, tanto paga “pantalone”. Si sborsano 68 milioni di euro pubblici per accontentare gli appetiti economici di uno squalo degli affari, Bernie Ecclestone, che a 85 anni continua a dettare legge nel mondo dei motori.

In nome del superiore interesse nazionale, Istituzioni,  Regione e Aci si mettono d’accordo e il governo si rimangia la promessa elettorale di abolire il contestato doppione tra Motorizzazione civile e Pubblico registro automobilistico, in modo da ricavarne i soldi che mancavano per trovare l’accordo con Ecclestone.  Insomma, i soldi che erano stati richiesti dal patron della Formula 1, per la firma del rinnovo contrattuale si ricaveranno dalla mancata cancellazione del PRA (Pubblico Registro Automobilistico), il cui costo annuale è di circa 230 milioni di euro.

L'abolizione del PRA avrebbe comportato non solo uno sgravio della spesa pubblica di 230 milioni, ma anche una revisione e una sensibile riduzione delle imposte provinciali di trascrizione (IPT), dell’imposte di bollo per la registrazione al PRA e del bollo auto e moto per gli automobilisti che, senza che nessuno li abbia interpellati, dovranno pagare lo stesso coinvolti forzosamente nel dovere patrio di tenere alto il buon nome della tradizione motoristica italiana.

La Terra dei Fuochi, disseminata di discariche illegali e rifiuti che sono causa di un aumento dei ricoveri di bambini di età compresa tra uno e 14 anni per tumori del sistema nervoso centrale, è ancora là a mietere vittime. Il governo avrebbe dovuto intervenire con urgenza, ma non l’ha fatto! In compenso, l’ha fatto pubblicando immagini choc sui pacchetti di sigarette, con il morto per attacco cardiaco sul tavolo da obitorio, la donna che sputa sangue in un fazzoletto, il dito dei piedi in cancrena, il bambino con il ciuccio a sigaretta, la gola bucata del laringectomizzato. Ma quando gli epidemiologi denunciavano che i fattori ambientali erano la prevalente causa di mortalità e patologie nella Terra dei Fuochi, lo Stato rispondeva che non esisteva l’evidenza scientifica che sostanze cancerogene contenute nei rifiuti venissero trasmesse attraverso l’ingestione di alimenti contaminati e producessero danni all’organismo.

Dopo anni di attesa, denunce, manifestazioni, allarmi sanitari, finalmente solo nel maggio 2016 è stata rimossa la prima ecoballa a Taverna del Re uno dei luoghi simbolo, al confine tra le Province di Napoli e Caserta, di una terra martoriata dal problema dei rifiuti e da quello della mafia, che del traffico e trattamento degli stessi ha fatto un business.


In futuro sarebbe auspicabile che la stessa tempestività dei governi adottata per manifestazioni ludiche fosse applicata anche quando si tratta della salute e del benessere di noi cittadini che vorremmo sapere e decidere come spendere i nostri soldi.

martedì 13 settembre 2016

DOPO ANNI DI AUSTERITY, LE COSE VANNO MEGLIO?

Dal fallimento di Lehman Brothers sono passati otto anni e più di nove anni dalla Grande Recessione, eppure la maggior parte dei cittadini dei paesi più avanzati del mondo non ha visto migliorare le proprie condizioni; al contrario, si è assistito ad un progressivo peggioramento della situazione socio-economica, che si traduce vieppiù nell’aumento delle forme di disagio psicologico e fisico.

La Grande Recessione, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla immobiliare (crisi dei subprime), ha immediatamente contagiato l'economia mondiale e continua ad aggravarsi, nonostante le politiche di austerity sin qui adottate, e forse proprio a causa di queste.

Com’è possibile che nonostante lo stato delle cose dimostri in modo lampante il fallimento delle soluzioni sinora applicate, si continui pervicacemente in politiche economiche che hanno il solo effetto di aggravare la già pesante recessione economica, senza che peraltro si scorga il benché minimo segnale di una fine imminente?

Il punto fermo, quello sul quale la maggior parte degli economisti è concorde, è la causa che ha prodotto la grave crisi economica che stiamo attraversando: la “bolla immobiliare” americana generata dalla facile e troppo generosa concessione dei mutui anche a soggetti che non davano alcuna garanzia. Le insolvenze hanno contagiato (nel 2008) l’intero mercato finanziario, costringendolo quindi ad una fortissima “correzione” che ha portato tutto il sistema in recessione.

Questa è la “diagnosi”, anche se personalmente ritengo che la crisi dei subprime è stata solo il detonatore, non la causa vera, della crisi finanziaria. Questa va ben oltre le dimensioni totali dei mutui concessi con troppa facilità: essa va ricercata soprattutto nella deregulation finanziaria e nel conseguente moltiplicarsi di strumenti finanziari di natura assai complessa largamente impiegati nei mercati globali di capitali. Ma questo è un altro discorso. Ebbene, conoscere la natura o la sede della malattia non significa necessariamente conoscere sempre la cura. In relazione alla terapia, ovvero sulle corrette azioni di intervento sull’economia della propria nazione, entrano in scena economisti di scuola neoliberale e quelli di scuola keynesiana che approntano i loro rispettivi rimedi.

Per i keynesiani, l’esperienza del piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937 è la prova provata che l’avvio di politiche di austerity durante periodi di recessione non solo non aiuta a uscire dalla crisi, ma l’aggrava. Per i neoliberali, le fasi negative dell’economia sono la “punizione inevitabile” degli eccessi precedenti e l’unico modo di risolvere veramente i problemi delle “bolle” generate dagli eccessi di spesa è quello di “tirare i freni” dell’economia, riequilibrando così il sistema. Insomma, come a un obeso viene imposto un rigido piano dietetico al fine di ridurne il peso, così ad una nazione viene imposto un rigido controllo della spesa pubblica al fine di ridurne l’indebitamento, considerato tra le principali cause della stagnazione e dell’instabilità dell’economia. Il principio è che se è vero che questa “frenata” produce nel sistema economico interno dolorose conseguenze sulla popolazione, nel lungo termine la riduzione di peso del settore pubblico, drenando le risorse per tagliare il deficit e la pressione fiscale, aumenterebbe la competitività economica e con essa la stabilità del sistema economico, non viziato dall’eccessivo indebitamento.

La logica della scuola neoliberista nasconde però un vizio di fondo: allargando la forbice della disuguaglianza economica, inasprisce gli effetti della crisi proprio su quella parte di cittadini che non l’hanno prodotta, i lavoratori. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, si verificano due scenari: una fetta di popolazione riduce i consumi per mancanza di reddito, con la conseguenza di una diminuzione della produzione e un aumento corrispondente della disoccupazione; un’altra, il ceto medio alto, per non sfigurare davanti agli occhi del vicinato e continuare a condurre lo stesso costoso stile di vita, s’indebita fino a rischiare il tracollo finanziario, in caso di perdita del lavoro o di malattia, con la conseguenza di aumentare il montante delle insolvenza individuali nei confronti del sistema bancario (i cosiddetti crediti incagliati). È facile intuire che queste due componenti, operando sinergicamente tra loro, portano alla catastrofe economica e sociale. Ed è in effetti quello cui stiamo assistendo da diversi anni a questa parte.


Uscire dalla crisi si può, ma con politiche economiche affatto diverse da quelle sinora applicate: è la realtà dei fatti, non la teoria, che si è incaricata di provarne l’inefficacia e la portata distruttiva sia sul piano economico sia su quello sociale. E tuttavia occorre constatare che, nonostante l’evidenza dei fatti, l’Élite dominante persevera scelleratamente e con malsana determinazione ad esercitare brutalmente il proprio potere, imponendo ai paesi la propria politica economica e monetaria, con la complicità dei mass media, incurante delle aberrazioni che essa produce sul piano individuale e sociale: un esercito di disperati pronti a tutto, senza neppure la speranza di una vita appena decente.

domenica 11 settembre 2016

VOGLIO LA VERITA'

Non è mia intenzione sostenere alcuna tesi complottistica circa gli attentati dell'11 settembre 2001, ma che la versione ufficiale dei fatti, quella fornita dal governo degli Stati Uniti, faccia acqua da tutte le parti è pure un “fatto”. Se vogliamo credere alla verità preconfezionata dalle fonti ufficiali, dobbiamo pure ammettere che quell’11 settembre del 2001 in qualche parte del mondo non solo le leggi della fisica cessarono di esistere, ma anche che i più efficienti sistemi di sicurezza nazionale, che la tecnica abbia mai messo a disposizione dell’uomo nel corso dell’intera storia, fallirono clamorosamente senza una spiegazione plausibile.

Se domandiamo quante furono le torri crollate l’11 settembre, il 98% degli intervistati, che ammette di sapere dell’attacco alle Twin Towers, risponderà due. La maggior parte delle persone ignora che un altro grattacielo fu ridotto in macerie, l’edificio 7 del World Trade Center che cadde nel tardo pomeriggio; per la precisione crollò alle ore 17:20 circa, senza essere stato colpito da nessun aereo. Secondo il Governo, la causa furono gli incendi scatenati dal crollo delle Torrigemelle, ma prima di allora nessun incendio aveva distrutto un grattacielo fatto d’acciaio. Considerare poi che lo stesso edificio 7 sia venuto giù così rapidamente, in pratica con la velocità di un oggetto in caduta libera (6 secondi e mezzo), è cagione di molti mal di testa a chi vuole – nonostante l’evidenza dei fatti – sostenere la versione ufficiale: una caduta libera può avvenire solo quando un oggetto non ha alcuna componente strutturale sotto di sé. È contro le leggi della fisica newtoniana! La commissione ufficiale che avrebbe dovuto fornire una risposta ai tanti interrogativi rimasti aperti su quello strano attentato, non fa cenno alcuno, nelle sue oltre 500 pagine, al crollo del WTC-7. Come non fosse esistito!

Quello stesso giorno un terzo aereo – un Boeing 757 di ottantadue tonnellate, con un’apertura alare di 38 metri – volando a 853 chilometri l’ora si schiantò contro la parte ovest del Pentagono, provocando nel punto d’impatto un buco di appena 23 metri e un foro di uscita, nel terzo anello del Pentagono, di appena due metri! Gli specialisti incaricati dal governo dicono che questo è possibile: essi possono e vogliono farci credere che un “cammello può passare per la cruna di un ago”!  Nessun ingegnere meccanico o fisico – intellettualmente onesto – affermerebbe che un Boeing 757 si schianta contro una parete di cemento armato provocando un foro netto, pulito e circolare, più compatibile con l’impatto di un missile. In un urto, almeno uno dei due corpi è in moto (l’aereo) e questo, dal punto di vista fisico, vuol dire che possiede prima dell'urto una certa energia cinetica e una certa quantità di moto. Al momento dell'urto, l’energia cinetica e la quantità di moto, per il principio di conservazione dell’energia, del corpo in movimento si trasformano in energia meccanica (accartocciamento), termica (esplosione), acustica (boato). Lo spaventoso impatto, considerate le 16 tonnellate di carburante a bordo del Boeing 757, avrebbe dovuto determinare, per effetto della distribuzione dell’energia in un urto anelastico, il crollo totale della parete, comunque il suo sbriciolamento; parti dell’aereo si sarebbero dovute trovare compenetrate nella struttura. I rottami e i detriti – almeno secondo le immagini circolate subito dopo l’attentato – trovati sull’erba del prato sono incompatibili con lo schianto di un Boeing 757. Il rottame additato come prova inconfutabile del fatto che al Pentagono si è davvero schiantato un Boeing 757, non presenta alcun segno di bruciature: la vernice non si è nemmeno scrostata, è perfetta. È una semplice coincidenza il fatto che l’impatto sia avvenuto in un’area dell’edificio all’epoca non utilizzata, perché in fase di ristrutturazione? Si può davvero credere che un pilota dilettante, qual era Hani Hanjour, non avendo alcuna conoscenza dell’insieme sconcertante di strumenti sul pannello davanti ai suoi occhi, sia riuscito con calma e freddezza ad interpretare tutte le informazioni necessarie a trovare la posizione del Pentagono e come se non bastasse a mantenere l’aereo allineato all’edificio, mentre questo viaggiava a 225 metri al secondo? È molto difficile spiegare questo scenario.

Perché gli uffici dell’FBI di Washington e New York ignorarono la nota di un loro agente di Phoenix, Kenneth Williams, nella quale, due mesi prima degli eventi dell’11 settembre 2001, segnalava un numero insolitamente alto di musulmani nelle scuole di addestramento volo americane? Perché nonostante a Bush fosse stato detto, un mese prima dell’11 settembre, che Bin Laden era deciso ad attaccare gli USA, questi partì per una vacanza di un mese nel suo ranch di Crawford in Texas? Com’è possibile che la più grande superpotenza militare del mondo sia rimasta praticamente all’oscuro per più di un’ora della presenza di aerei di linea pericolosi nel suo spazio aereo? Il 1° giugno 2001, gli Stati Maggiori emisero una nuova direttiva, in sostituzione di quella del 1997, che richiedeva l’approvazione da parte del segretario della Difesa di ogni «intervento potenzialmente letale [...] in caso di pirateria aerea (dirottamento)». Dunque, perché l’allora segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, non dette il segnale di via libera ai caccia militari americani di levarsi in volo al fine di intercettare i quattro aerei ed evitare che i dirottatori li usassero come bombe volanti?

Ripeto, non voglio sostenere alcuna tesi complottista, ma vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse – come fossi un bambino di sei anni – come mai le spiegazioni, fornite dalle fonti ufficiali, degli eventi che hanno avuto luogo l’11 settembre 2001 non collimino non solo con la fisica, ma neanche con il buon senso. Possiamo veramente credere che un uomo delle caverne con la barba, Osama Bin Laden, sia stato in grado di colpire il cuore della maggiore superpotenza militare del mondo senza far scattare alcun campanello di allarme? 

E se, invece, un tale evento catastrofico era necessario – come in effetti si è rivelato – quale catalizzatore per promuovere una guerra infinita al terrorismo, finalizzata alla sospensione delle libertà democratiche e delle garanzie costituzionali in nome della sicurezza delle nazioni?

Ho più domande che risposte. Ma una cosa è certa, dovremmo scolpire nelle nostre menti, prima che sia troppo tardi, quanto scrisse nel 1948 George Orwell in “1984”, uno dei suoi più celebri romanzi: “Tutto quello che occorre [per esercitare il controllo] è che esista uno stato di guerra”.