Non è mia intenzione sostenere alcuna tesi complottistica
circa gli attentati dell'11 settembre 2001, ma che la versione ufficiale dei
fatti, quella fornita dal governo degli Stati Uniti, faccia acqua da tutte le
parti è pure un “fatto”. Se vogliamo credere alla verità preconfezionata dalle
fonti ufficiali, dobbiamo pure ammettere che quell’11 settembre del 2001 in
qualche parte del mondo non solo le leggi della fisica cessarono di esistere,
ma anche che i più efficienti sistemi di sicurezza nazionale, che la tecnica abbia
mai messo a disposizione dell’uomo nel corso dell’intera storia, fallirono
clamorosamente senza una spiegazione plausibile.
Se domandiamo quante furono le torri crollate l’11 settembre,
il 98% degli intervistati, che ammette di sapere dell’attacco alle Twin Towers,
risponderà due. La maggior parte delle persone ignora che un altro grattacielo
fu ridotto in macerie, l’edificio 7 del World Trade Center che cadde nel tardo
pomeriggio; per la precisione crollò alle ore 17:20 circa, senza essere stato
colpito da nessun aereo. Secondo il Governo, la causa furono gli incendi
scatenati dal crollo delle Torrigemelle, ma prima di allora nessun incendio
aveva distrutto un grattacielo fatto d’acciaio. Considerare poi che lo stesso edificio
7 sia venuto giù così rapidamente, in pratica con la velocità di un oggetto in
caduta libera (6 secondi e mezzo), è cagione di molti mal di testa a chi vuole –
nonostante l’evidenza dei fatti – sostenere la versione ufficiale: una caduta
libera può avvenire solo quando un oggetto non ha alcuna componente strutturale
sotto di sé. È contro le leggi della fisica newtoniana! La commissione
ufficiale che avrebbe dovuto fornire una risposta ai tanti interrogativi
rimasti aperti su quello strano attentato, non fa cenno alcuno, nelle sue oltre
500 pagine, al crollo del WTC-7. Come non fosse esistito!
Quello stesso giorno un terzo aereo – un Boeing 757 di ottantadue
tonnellate, con un’apertura alare di 38 metri – volando a 853 chilometri l’ora
si schiantò contro la parte ovest del Pentagono, provocando nel punto d’impatto
un buco di appena 23 metri e un foro di uscita, nel terzo anello del Pentagono,
di appena due metri! Gli specialisti incaricati dal governo dicono che questo è
possibile: essi possono e vogliono farci credere che un “cammello può passare
per la cruna di un ago”! Nessun
ingegnere meccanico o fisico – intellettualmente onesto – affermerebbe che un Boeing
757 si schianta contro una parete di cemento armato provocando un foro netto,
pulito e circolare, più compatibile con l’impatto di un missile. In un urto,
almeno uno dei due corpi è in moto (l’aereo) e questo, dal punto di vista
fisico, vuol dire che possiede prima dell'urto una certa energia cinetica e una
certa quantità di moto. Al momento dell'urto, l’energia cinetica e la quantità
di moto, per il principio di conservazione dell’energia, del corpo in movimento
si trasformano in energia meccanica (accartocciamento), termica (esplosione),
acustica (boato). Lo spaventoso impatto, considerate le 16 tonnellate di
carburante a bordo del Boeing 757, avrebbe dovuto determinare, per effetto
della distribuzione dell’energia in un urto anelastico, il crollo totale della
parete, comunque il suo sbriciolamento; parti dell’aereo si sarebbero dovute
trovare compenetrate nella struttura. I rottami e i detriti – almeno secondo le
immagini circolate subito dopo l’attentato – trovati sull’erba del prato sono
incompatibili con lo schianto di un Boeing 757. Il rottame additato come prova
inconfutabile del fatto che al Pentagono si è davvero schiantato un Boeing 757,
non presenta alcun segno di bruciature: la vernice non si è nemmeno scrostata,
è perfetta. È una semplice coincidenza il fatto che l’impatto sia avvenuto in
un’area dell’edificio all’epoca non utilizzata, perché in fase di ristrutturazione?
Si può davvero credere che un pilota dilettante, qual era Hani Hanjour, non
avendo alcuna conoscenza dell’insieme sconcertante di strumenti sul pannello
davanti ai suoi occhi, sia riuscito con calma e freddezza ad interpretare tutte
le informazioni necessarie a trovare la posizione del Pentagono e come se non
bastasse a mantenere l’aereo allineato all’edificio, mentre questo viaggiava a
225 metri al secondo? È molto difficile spiegare questo scenario.
Perché gli uffici dell’FBI di Washington e New York ignorarono
la nota di un loro agente di Phoenix, Kenneth Williams, nella quale, due mesi
prima degli eventi dell’11 settembre 2001, segnalava un numero insolitamente
alto di musulmani nelle scuole di addestramento volo americane? Perché nonostante
a Bush fosse stato detto, un mese prima dell’11 settembre, che Bin Laden era
deciso ad attaccare gli USA, questi partì per una vacanza di un mese nel suo
ranch di Crawford in Texas? Com’è possibile che la più grande superpotenza
militare del mondo sia rimasta praticamente all’oscuro per più di un’ora della
presenza di aerei di linea pericolosi nel suo spazio aereo? Il 1° giugno 2001,
gli Stati Maggiori emisero una nuova direttiva, in sostituzione di quella del
1997, che richiedeva l’approvazione da parte del segretario della Difesa di
ogni «intervento potenzialmente letale [...] in caso di pirateria aerea
(dirottamento)». Dunque, perché l’allora segretario della Difesa, Donald
Rumsfeld, non dette il segnale di via libera ai caccia militari americani di
levarsi in volo al fine di intercettare i quattro aerei ed evitare che i
dirottatori li usassero come bombe volanti?
Ripeto, non voglio sostenere alcuna tesi complottista, ma vorrei
proprio che qualcuno mi spiegasse – come fossi un bambino di sei anni – come
mai le spiegazioni, fornite dalle fonti ufficiali, degli eventi che hanno avuto
luogo l’11 settembre 2001 non collimino non solo con la fisica, ma neanche con
il buon senso. Possiamo veramente credere che un uomo delle caverne con la
barba, Osama Bin Laden, sia stato in grado di colpire il cuore della maggiore superpotenza
militare del mondo senza far scattare alcun campanello di allarme?
E se, invece, un tale evento catastrofico
era necessario – come in effetti si è rivelato – quale catalizzatore per
promuovere una guerra infinita al terrorismo, finalizzata alla sospensione
delle libertà democratiche e delle garanzie costituzionali in nome della
sicurezza delle nazioni?
Ho più domande che risposte. Ma una cosa è certa, dovremmo scolpire nelle nostre menti, prima che sia troppo
tardi, quanto scrisse nel 1948 George Orwell in “1984”, uno dei suoi più
celebri romanzi: “Tutto quello che occorre [per esercitare il controllo] è che
esista uno stato di guerra”.
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