domenica 11 settembre 2016

VOGLIO LA VERITA'

Non è mia intenzione sostenere alcuna tesi complottistica circa gli attentati dell'11 settembre 2001, ma che la versione ufficiale dei fatti, quella fornita dal governo degli Stati Uniti, faccia acqua da tutte le parti è pure un “fatto”. Se vogliamo credere alla verità preconfezionata dalle fonti ufficiali, dobbiamo pure ammettere che quell’11 settembre del 2001 in qualche parte del mondo non solo le leggi della fisica cessarono di esistere, ma anche che i più efficienti sistemi di sicurezza nazionale, che la tecnica abbia mai messo a disposizione dell’uomo nel corso dell’intera storia, fallirono clamorosamente senza una spiegazione plausibile.

Se domandiamo quante furono le torri crollate l’11 settembre, il 98% degli intervistati, che ammette di sapere dell’attacco alle Twin Towers, risponderà due. La maggior parte delle persone ignora che un altro grattacielo fu ridotto in macerie, l’edificio 7 del World Trade Center che cadde nel tardo pomeriggio; per la precisione crollò alle ore 17:20 circa, senza essere stato colpito da nessun aereo. Secondo il Governo, la causa furono gli incendi scatenati dal crollo delle Torrigemelle, ma prima di allora nessun incendio aveva distrutto un grattacielo fatto d’acciaio. Considerare poi che lo stesso edificio 7 sia venuto giù così rapidamente, in pratica con la velocità di un oggetto in caduta libera (6 secondi e mezzo), è cagione di molti mal di testa a chi vuole – nonostante l’evidenza dei fatti – sostenere la versione ufficiale: una caduta libera può avvenire solo quando un oggetto non ha alcuna componente strutturale sotto di sé. È contro le leggi della fisica newtoniana! La commissione ufficiale che avrebbe dovuto fornire una risposta ai tanti interrogativi rimasti aperti su quello strano attentato, non fa cenno alcuno, nelle sue oltre 500 pagine, al crollo del WTC-7. Come non fosse esistito!

Quello stesso giorno un terzo aereo – un Boeing 757 di ottantadue tonnellate, con un’apertura alare di 38 metri – volando a 853 chilometri l’ora si schiantò contro la parte ovest del Pentagono, provocando nel punto d’impatto un buco di appena 23 metri e un foro di uscita, nel terzo anello del Pentagono, di appena due metri! Gli specialisti incaricati dal governo dicono che questo è possibile: essi possono e vogliono farci credere che un “cammello può passare per la cruna di un ago”!  Nessun ingegnere meccanico o fisico – intellettualmente onesto – affermerebbe che un Boeing 757 si schianta contro una parete di cemento armato provocando un foro netto, pulito e circolare, più compatibile con l’impatto di un missile. In un urto, almeno uno dei due corpi è in moto (l’aereo) e questo, dal punto di vista fisico, vuol dire che possiede prima dell'urto una certa energia cinetica e una certa quantità di moto. Al momento dell'urto, l’energia cinetica e la quantità di moto, per il principio di conservazione dell’energia, del corpo in movimento si trasformano in energia meccanica (accartocciamento), termica (esplosione), acustica (boato). Lo spaventoso impatto, considerate le 16 tonnellate di carburante a bordo del Boeing 757, avrebbe dovuto determinare, per effetto della distribuzione dell’energia in un urto anelastico, il crollo totale della parete, comunque il suo sbriciolamento; parti dell’aereo si sarebbero dovute trovare compenetrate nella struttura. I rottami e i detriti – almeno secondo le immagini circolate subito dopo l’attentato – trovati sull’erba del prato sono incompatibili con lo schianto di un Boeing 757. Il rottame additato come prova inconfutabile del fatto che al Pentagono si è davvero schiantato un Boeing 757, non presenta alcun segno di bruciature: la vernice non si è nemmeno scrostata, è perfetta. È una semplice coincidenza il fatto che l’impatto sia avvenuto in un’area dell’edificio all’epoca non utilizzata, perché in fase di ristrutturazione? Si può davvero credere che un pilota dilettante, qual era Hani Hanjour, non avendo alcuna conoscenza dell’insieme sconcertante di strumenti sul pannello davanti ai suoi occhi, sia riuscito con calma e freddezza ad interpretare tutte le informazioni necessarie a trovare la posizione del Pentagono e come se non bastasse a mantenere l’aereo allineato all’edificio, mentre questo viaggiava a 225 metri al secondo? È molto difficile spiegare questo scenario.

Perché gli uffici dell’FBI di Washington e New York ignorarono la nota di un loro agente di Phoenix, Kenneth Williams, nella quale, due mesi prima degli eventi dell’11 settembre 2001, segnalava un numero insolitamente alto di musulmani nelle scuole di addestramento volo americane? Perché nonostante a Bush fosse stato detto, un mese prima dell’11 settembre, che Bin Laden era deciso ad attaccare gli USA, questi partì per una vacanza di un mese nel suo ranch di Crawford in Texas? Com’è possibile che la più grande superpotenza militare del mondo sia rimasta praticamente all’oscuro per più di un’ora della presenza di aerei di linea pericolosi nel suo spazio aereo? Il 1° giugno 2001, gli Stati Maggiori emisero una nuova direttiva, in sostituzione di quella del 1997, che richiedeva l’approvazione da parte del segretario della Difesa di ogni «intervento potenzialmente letale [...] in caso di pirateria aerea (dirottamento)». Dunque, perché l’allora segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, non dette il segnale di via libera ai caccia militari americani di levarsi in volo al fine di intercettare i quattro aerei ed evitare che i dirottatori li usassero come bombe volanti?

Ripeto, non voglio sostenere alcuna tesi complottista, ma vorrei proprio che qualcuno mi spiegasse – come fossi un bambino di sei anni – come mai le spiegazioni, fornite dalle fonti ufficiali, degli eventi che hanno avuto luogo l’11 settembre 2001 non collimino non solo con la fisica, ma neanche con il buon senso. Possiamo veramente credere che un uomo delle caverne con la barba, Osama Bin Laden, sia stato in grado di colpire il cuore della maggiore superpotenza militare del mondo senza far scattare alcun campanello di allarme? 

E se, invece, un tale evento catastrofico era necessario – come in effetti si è rivelato – quale catalizzatore per promuovere una guerra infinita al terrorismo, finalizzata alla sospensione delle libertà democratiche e delle garanzie costituzionali in nome della sicurezza delle nazioni?

Ho più domande che risposte. Ma una cosa è certa, dovremmo scolpire nelle nostre menti, prima che sia troppo tardi, quanto scrisse nel 1948 George Orwell in “1984”, uno dei suoi più celebri romanzi: “Tutto quello che occorre [per esercitare il controllo] è che esista uno stato di guerra”.

Nessun commento:

Posta un commento