martedì 20 settembre 2016

LA GABELLA DEL CANONE RAI

Esistono tasse giuste ed esistono tasse ingiuste, il Canone rai è un’imposta assurda e iniqua. Uno spot pubblicitario, andato in onda negli anni scorsi sulle reti televisive nazionali, voluto dal Governo Berlusconi (campione di evasione fiscale e condannato per frode fiscale a 4 anni) e mantenuto dal Governo Monti (autore di norme fiscali inique), mostrava chi non pagava il Canone rai come lo stereotipo dell’evasore parassita della società.

Nessuno però ci ricorda con altrettanta enfasi che se il dovere dei cittadini è quello di pagare le tasse, dovere dello Stato è quello di dar conto di come i soldi dei cittadini sono spesi. Il potere conferito a chi viene eletto a rappresentare il popolo non comprende il diritto di imporre tributi per disporne a proprio piacimento, senza un’adeguata ragione di bene comune.

Se sono utilizzate dallo Stato per comprare i cacciabombardieri, per rimborsi elettorali miliardari, per i vitalizi dei parlamentari (ottenuti anche dopo una sola legislatura) e per i loro maxi emolumenti (i meglio pagati d'Europa), per sostenere un sistema burocratico fonte di corruzione e di sprechi, ecc. ecc., non sono giuste: sono inique! E adeguarsi senza obiezioni a un tale sistema fiscale posto in atto significa esser conniventi con l'ingiustizia di cui lo Stato è reo.

In particolare, l’imposizione del Canone rai per corrispondere mega stipendi in Rai a dirigenti e giornalisti della tv pubblica (a titolo d’esempio, l'amministratore delegato Campo Dall'Orto percepisce 652.000 euro, la presidente Monica Maggioni ne percepisce 330.000), oltreché ingiusta è anche immorale. E se non è data la possibilità di sottrarsi all'obbligo di corrisponderla, per via del suo inserimento nella bolletta dell'elettricità, allora quello Stato che la dispone tratta i contribuenti non come cittadini ma come sudditi schiavi, dai quali estrarre denaro per mantenere inalterati i privilegi di pochi a discapito degli interessi generali. 

Solo una rai libera dal condizionamento dei partiti e degli interessi di fazioni legate al potere può esigere il pagamento di un’imposta erga omnes. Quando, per esempio, i Tg dedicano (nel periodo 15 aprile – 15 luglio) il 52% del tempo alle posizioni del sì sul referendum costituzionale e solo il 36% al fronte del no, il pluralismo è offeso e con esso la stessa funzione della rai quale servizio pubblico. Insomma, solo una Rai “pulita” può esigere una tassa come giusto compenso per il servizio svolto.

Pagare una tassa per un servizio pubblico televisivo che di fatto pubblico non è e dove la politica la fa da padrona, pagare per guardare trasmissioni Rai scadenti e demenziali, pagare per sorbirsi la pubblicità e farsi fare così il lavaggio del cervello, è quanto di più odioso e arrogante possa esservi. La rai è la sola tv pubblica sovvenzionata da una tassa a fare affidamento sulla pubblicità per una percentuale pari al 43% dei suoi ricavi; in Gran Bretagna, alla Bbc è addirittura vietato fare pubblicità. 

Se il Canone rai lo si vuole definire infine come un’imposta dovuta sul possesso di un apparecchio televisivo e non una tariffa per un servizio, di modo che non ci siano ma che tengano, come ha sentenziato la Consulta, qualunque cosa se ne faccia (anche un acquario!), allora essa si configura come “imposta espropriativa”, giacché in pochi anni di pagamento l'ammontare dell'imposta pagata supera il valore dell'oggetto tassato. Questo è contrario ad ogni principio di equa tassazione. Se lo Stato imponesse una tassa sulla proprietà della propria casa che, nell’arco di dieci anni di applicazione, assorbisse il valore del bene tassato, gli italiani – forse allora – si desterebbero dal loro proverbiale torpore. 

Peraltro, se il canone è un’imposta e non una tariffa, allora è illegittimo pretenderne il pagamento con una bolletta destinata a coprire il costo di un altro servizio (elettricità). Se questo risultasse legittimo allora anche il Comune potrebbe chiedere il pagamento dell’IMU in bolletta per evitarne l’evasione.

Infine, imporre l’obbligo di autocertificare sotto responsabilità penale di non possedere un televisore, mentre nessuna sanzione penale è prevista per chi non dichiara fino a 50 mila euro in ambito Irpef, conferma il paradosso tutto italiano che se rubi una mela vai dritto in carcere, ma se rubi un milione sei libero di andare dove vuoi.

Il decreto sul Canone rai è il quadro tipico della società italiana: ci mostra da una parte l’approssimazione e l’incompetenza dei nostri governanti, dall’altra la rinuncia propria del popolo ad intraprendere qualunque azione complicata e rischiosa contro il potere pubblico. Con il risultato che in Italia, più che altrove, il potere di abusare senza rispondere degli abusi conviene sia al popolo, nella forma del "chiagne e fotte", sia allo Stato, che con il permissivismo e la tolleranza della varie indiscipline, non soltanto fiscali, ha plasmato e diffuso quasi ovunque il costume della mentalità servile.

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