Dal fallimento di Lehman Brothers sono passati otto anni e
più di nove anni dalla Grande Recessione, eppure la maggior parte dei cittadini
dei paesi più avanzati del mondo non ha visto migliorare le proprie condizioni;
al contrario, si è assistito ad un progressivo peggioramento della situazione
socio-economica, che si traduce vieppiù nell’aumento delle forme di disagio psicologico
e fisico.
La Grande Recessione, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti
con lo scoppio della bolla immobiliare (crisi dei subprime), ha immediatamente
contagiato l'economia mondiale e continua ad aggravarsi, nonostante le
politiche di austerity sin qui adottate, e forse proprio a causa di queste.
Com’è possibile che nonostante lo stato delle cose dimostri
in modo lampante il fallimento delle soluzioni sinora applicate, si continui
pervicacemente in politiche economiche che hanno il solo effetto di aggravare
la già pesante recessione economica, senza che peraltro si scorga il benché
minimo segnale di una fine imminente?
Il punto fermo, quello sul quale la maggior parte degli
economisti è concorde, è la causa che ha prodotto la grave crisi economica che
stiamo attraversando: la “bolla immobiliare” americana generata dalla facile e troppo
generosa concessione dei mutui anche a soggetti che non davano alcuna garanzia.
Le insolvenze hanno contagiato (nel 2008) l’intero mercato finanziario, costringendolo
quindi ad una fortissima “correzione” che ha portato tutto il sistema in
recessione.
Questa è la “diagnosi”, anche se personalmente ritengo che
la crisi dei subprime è stata solo il detonatore, non la causa vera, della
crisi finanziaria. Questa va ben oltre le dimensioni totali dei mutui concessi
con troppa facilità: essa va ricercata soprattutto nella deregulation
finanziaria e nel conseguente moltiplicarsi di strumenti finanziari di natura
assai complessa largamente impiegati nei mercati globali di capitali. Ma questo
è un altro discorso. Ebbene, conoscere la natura o la sede della malattia non
significa necessariamente conoscere sempre la cura. In relazione alla terapia,
ovvero sulle corrette azioni di intervento sull’economia della propria nazione,
entrano in scena economisti di scuola neoliberale e quelli di scuola keynesiana
che approntano i loro rispettivi rimedi.
Per i keynesiani, l’esperienza del piano di riforme
economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano
Roosevelt fra il 1933 e il 1937 è la prova provata che l’avvio di politiche di
austerity durante periodi di recessione non solo non aiuta a uscire dalla
crisi, ma l’aggrava. Per i neoliberali, le fasi negative dell’economia sono la
“punizione inevitabile” degli eccessi precedenti e l’unico modo di risolvere
veramente i problemi delle “bolle” generate dagli eccessi di spesa è quello di
“tirare i freni” dell’economia, riequilibrando così il sistema. Insomma, come a
un obeso viene imposto un rigido piano dietetico al fine di ridurne il peso,
così ad una nazione viene imposto un rigido controllo della spesa pubblica al
fine di ridurne l’indebitamento, considerato tra le principali cause della
stagnazione e dell’instabilità dell’economia. Il principio è che se è vero che questa “frenata”
produce nel sistema economico interno dolorose conseguenze sulla popolazione, nel
lungo termine la riduzione di peso del settore pubblico, drenando le risorse
per tagliare il deficit e la pressione fiscale, aumenterebbe la competitività
economica e con essa la stabilità del sistema economico, non viziato
dall’eccessivo indebitamento.
La logica della scuola neoliberista nasconde però un vizio
di fondo: allargando la forbice della disuguaglianza economica, inasprisce gli
effetti della crisi proprio su quella parte di cittadini che non l’hanno
prodotta, i lavoratori. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi,
si verificano due scenari: una fetta di popolazione riduce i consumi per
mancanza di reddito, con la conseguenza di una diminuzione della produzione e
un aumento corrispondente della disoccupazione; un’altra, il ceto medio alto, per
non sfigurare davanti agli occhi del vicinato e continuare a condurre lo stesso
costoso stile di vita, s’indebita fino a rischiare il tracollo finanziario, in
caso di perdita del lavoro o di malattia, con la conseguenza di aumentare il
montante delle insolvenza individuali nei confronti del sistema bancario (i
cosiddetti crediti incagliati). È
facile intuire che queste due componenti, operando sinergicamente tra loro,
portano alla catastrofe economica e sociale. Ed è in effetti quello cui stiamo
assistendo da diversi anni a questa parte.
Uscire dalla crisi si può, ma con politiche economiche
affatto diverse da quelle sinora applicate: è la realtà dei fatti, non la
teoria, che si è incaricata di provarne l’inefficacia e la portata distruttiva sia
sul piano economico sia su quello sociale. E tuttavia occorre constatare che, nonostante
l’evidenza dei fatti, l’Élite
dominante persevera scelleratamente e con malsana determinazione ad esercitare brutalmente
il proprio potere, imponendo ai paesi la propria politica economica e
monetaria, con la complicità dei mass media, incurante delle aberrazioni che essa produce sul piano individuale e
sociale: un esercito di disperati pronti a tutto, senza neppure la speranza di
una vita appena decente.
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