martedì 13 settembre 2016

DOPO ANNI DI AUSTERITY, LE COSE VANNO MEGLIO?

Dal fallimento di Lehman Brothers sono passati otto anni e più di nove anni dalla Grande Recessione, eppure la maggior parte dei cittadini dei paesi più avanzati del mondo non ha visto migliorare le proprie condizioni; al contrario, si è assistito ad un progressivo peggioramento della situazione socio-economica, che si traduce vieppiù nell’aumento delle forme di disagio psicologico e fisico.

La Grande Recessione, iniziata nel 2007 negli Stati Uniti con lo scoppio della bolla immobiliare (crisi dei subprime), ha immediatamente contagiato l'economia mondiale e continua ad aggravarsi, nonostante le politiche di austerity sin qui adottate, e forse proprio a causa di queste.

Com’è possibile che nonostante lo stato delle cose dimostri in modo lampante il fallimento delle soluzioni sinora applicate, si continui pervicacemente in politiche economiche che hanno il solo effetto di aggravare la già pesante recessione economica, senza che peraltro si scorga il benché minimo segnale di una fine imminente?

Il punto fermo, quello sul quale la maggior parte degli economisti è concorde, è la causa che ha prodotto la grave crisi economica che stiamo attraversando: la “bolla immobiliare” americana generata dalla facile e troppo generosa concessione dei mutui anche a soggetti che non davano alcuna garanzia. Le insolvenze hanno contagiato (nel 2008) l’intero mercato finanziario, costringendolo quindi ad una fortissima “correzione” che ha portato tutto il sistema in recessione.

Questa è la “diagnosi”, anche se personalmente ritengo che la crisi dei subprime è stata solo il detonatore, non la causa vera, della crisi finanziaria. Questa va ben oltre le dimensioni totali dei mutui concessi con troppa facilità: essa va ricercata soprattutto nella deregulation finanziaria e nel conseguente moltiplicarsi di strumenti finanziari di natura assai complessa largamente impiegati nei mercati globali di capitali. Ma questo è un altro discorso. Ebbene, conoscere la natura o la sede della malattia non significa necessariamente conoscere sempre la cura. In relazione alla terapia, ovvero sulle corrette azioni di intervento sull’economia della propria nazione, entrano in scena economisti di scuola neoliberale e quelli di scuola keynesiana che approntano i loro rispettivi rimedi.

Per i keynesiani, l’esperienza del piano di riforme economiche e sociali promosso dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt fra il 1933 e il 1937 è la prova provata che l’avvio di politiche di austerity durante periodi di recessione non solo non aiuta a uscire dalla crisi, ma l’aggrava. Per i neoliberali, le fasi negative dell’economia sono la “punizione inevitabile” degli eccessi precedenti e l’unico modo di risolvere veramente i problemi delle “bolle” generate dagli eccessi di spesa è quello di “tirare i freni” dell’economia, riequilibrando così il sistema. Insomma, come a un obeso viene imposto un rigido piano dietetico al fine di ridurne il peso, così ad una nazione viene imposto un rigido controllo della spesa pubblica al fine di ridurne l’indebitamento, considerato tra le principali cause della stagnazione e dell’instabilità dell’economia. Il principio è che se è vero che questa “frenata” produce nel sistema economico interno dolorose conseguenze sulla popolazione, nel lungo termine la riduzione di peso del settore pubblico, drenando le risorse per tagliare il deficit e la pressione fiscale, aumenterebbe la competitività economica e con essa la stabilità del sistema economico, non viziato dall’eccessivo indebitamento.

La logica della scuola neoliberista nasconde però un vizio di fondo: allargando la forbice della disuguaglianza economica, inasprisce gli effetti della crisi proprio su quella parte di cittadini che non l’hanno prodotta, i lavoratori. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, si verificano due scenari: una fetta di popolazione riduce i consumi per mancanza di reddito, con la conseguenza di una diminuzione della produzione e un aumento corrispondente della disoccupazione; un’altra, il ceto medio alto, per non sfigurare davanti agli occhi del vicinato e continuare a condurre lo stesso costoso stile di vita, s’indebita fino a rischiare il tracollo finanziario, in caso di perdita del lavoro o di malattia, con la conseguenza di aumentare il montante delle insolvenza individuali nei confronti del sistema bancario (i cosiddetti crediti incagliati). È facile intuire che queste due componenti, operando sinergicamente tra loro, portano alla catastrofe economica e sociale. Ed è in effetti quello cui stiamo assistendo da diversi anni a questa parte.


Uscire dalla crisi si può, ma con politiche economiche affatto diverse da quelle sinora applicate: è la realtà dei fatti, non la teoria, che si è incaricata di provarne l’inefficacia e la portata distruttiva sia sul piano economico sia su quello sociale. E tuttavia occorre constatare che, nonostante l’evidenza dei fatti, l’Élite dominante persevera scelleratamente e con malsana determinazione ad esercitare brutalmente il proprio potere, imponendo ai paesi la propria politica economica e monetaria, con la complicità dei mass media, incurante delle aberrazioni che essa produce sul piano individuale e sociale: un esercito di disperati pronti a tutto, senza neppure la speranza di una vita appena decente.

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