Perché nel governo della città di Roma, la Raggi e il M5S si
trovano nel bel mezzo di una tempesta perfetta?
È vero che Roma
non è Torino. Da molto tempo ha superato la soglia di governabilità: una vera e
propria organizzazione a delinquere costituisce il tessuto connettivo della
Città; un intreccio non dipanabile tra mondo della politica e organizzazioni
criminali di stampo mafioso; il cosiddetto Mondo di Mezzo di Carminati, ex NAR,
indicato dalla procura come capo dell'organizzazione “Mafia Capitale”.
Che si
potesse far pulito nel breve passaggio del governo della città al M5S appariva
ingenuo. Pensare poi che la giunta capitolina del neo sindaco Virginia Raggi
fosse un parto e non un travaglio, significa non aver chiara la vera dimensione
della criminalità organizzata a Roma e le infiltrazioni con il mondo politico e
amministrativo. Come se non bastasse, i problemi della Capitale sono tanti e
tutti esplosivi: le periferie, ricettacolo di degrado; trasporti pubblici nel
caos; migranti che vivono accampati per strada, perché in città non c’è alcuna
struttura di accoglienza; dieci mila senza fissa dimora vivono nelle strade;
emergenza rifiuti. Vere mine pronte ad esplodere da un momento all’altro.
Nessuno
ha la bacchetta magica, tanto meno Virginia Raggi, espressione del M5S,
schiacciata da una parte dai problemi contingenti, dall’altra dai renziani che
fanno il tifo perché crolli sotto il peso delle mille promesse e proclami fatti
in campagna elettorale.
Eppure Virginia Raggi e il M5S non sono del tutto
incolpevoli. Prendersela con le lobby di potere romane è il puerile espediente
per eludere le proprie colpe. Chi governa deve scegliere e farsi carico delle
proprie scelte, altrimenti non si candida alla poltrona di sindaco.
L’esercizio del potere non è necessariamente sempre negativo,
quando è perseguito per i servizi che rende agli interessi generali; quando
invece è perseguito per le gratificazioni emotive e materiali connessi al suo
possesso e al suo esercizio è osceno. Pertanto, impegnarsi in un saggio
esercizio del potere significa innanzitutto attuarlo con trasparenza e secondo
principi di efficienza e imparzialità.
Ecco nel dettaglio gli errori di Virginia Raggi: ha omesso
di scrivere nel proprio curriculum di aver svolto pratica forense presso lo
studio Previti, l’ex ministro di Forza Italia pluripregiudicato, quando in
campagna elettorale, il suo video appello al voto iniziava così: “La legalità e
la trasparenza dovranno essere il nostro faro”; ha nominato la Muraro assessore
all’ambiente, quando le era già noto (dal 19 luglio) che la stessa era stata
iscritta nel registro degli indagati per reati ambientali, non tenendo peraltro
in alcuna considerazione che i precedenti suoi legami con la giunta Alemanno sarebbero
stati da subito motivo di imbarazzo; ricorrere allo studio legale Sammarco
(leggasi Cesare Previti), presso il quale la Raggi ha lavorato, per farsi
consigliare le nomine di De Dominicis e Marra, appartenente quest’ultimo alla
cerchia magica di Alemanno, non è stata una mossa né particolarmente astuta né opportuna.
Nasce fondato il sospetto che forse la Raggi debba pagare il prezzo politico
alla destra che ha contribuito a farla vincere con il 67 per cento dei voti e
che anche lei, non diversamente da tanti giovani arrivisti e ambiziosi, facesse
parte inizialmente della scuderia di Berlusconi. Quindi una volta capito come
stavano andando le cose del mondo, abbia fatto il salto politico nel M5S.
Se fossi stato al posto della Raggi, prima della vittoria
elettorale, mi sarei recato alle più prestigiose università italiane nei campi
dell’economia, della giurisprudenza, dell’ingegneria, dell’urbanistica, ecc. e
avrei scelto i giovani laureati che più di altri si erano distinti per
capacità, passione e abnegazione, con l’intento di creare una squadra preparata
e competente da assegnare, in caso di vittoria, al rispettivo settore
dell’attività amministrativa del Comune.
A ciascun giovane avrei detto che se
non potevamo cambiare neppure una virgola del passato, né cancellare i danni
che sono stati inflitti a una delle città più grandi del mondo, potevamo
“riparare i guasti”, ridarle quella dignità perduta. E avremmo potuto fare
questo con le uniche armi dell’intelligenza, dell’onestà, della coscienza, non
misurando il tempo in ore, minuti e secondi, e non valutando le capacità di
ciascuno con lo stipendio annuo. Avrei fatto loro presente che sebbene il
compito fosse ingrato e la strada impervia, a noi pochi la storia aveva assegnato l'occasione unica di fare la
differenza tra ciò che era e ciò che sarà.
Dubito che ciascuno di questi giovani avesse un’indagine in corso o un
passato opaco, tali da offrire un’arma ai nemici che l’avrebbero usata presto o
tardi per appannare e ostacolare anche la più virtuosa delle azioni di governo.
La moralità è il retto uso del potere, utile a limitarlo a
solo vantaggio dell’interesse generale e non di questo o quel gruppo, di questo
o quel soggetto privato. È
il limite ideale che impedisce che la democrazia degeneri in demagogia e
oligarchia. Le istituzione non possono vivere di immoralità, di inefficienza e
illegalità senza condannare un intero popolo – di colpa in colpa, di errore in
errore – all’abisso.
Nessun commento:
Posta un commento