sabato 17 settembre 2016

NEL BEL MEZZO DI UNA TEMPESTA PERFETTA

Perché nel governo della città di Roma, la Raggi e il M5S si trovano nel bel mezzo di una tempesta perfetta?

È vero che Roma non è Torino. Da molto tempo ha superato la soglia di governabilità: una vera e propria organizzazione a delinquere costituisce il tessuto connettivo della Città; un intreccio non dipanabile tra mondo della politica e organizzazioni criminali di stampo mafioso; il cosiddetto Mondo di Mezzo di Carminati, ex NAR, indicato dalla procura come capo dell'organizzazione “Mafia Capitale”. 

Che si potesse far pulito nel breve passaggio del governo della città al M5S appariva ingenuo. Pensare poi che la giunta capitolina del neo sindaco Virginia Raggi fosse un parto e non un travaglio, significa non aver chiara la vera dimensione della criminalità organizzata a Roma e le infiltrazioni con il mondo politico e amministrativo. Come se non bastasse, i problemi della Capitale sono tanti e tutti esplosivi: le periferie, ricettacolo di degrado; trasporti pubblici nel caos; migranti che vivono accampati per strada, perché in città non c’è alcuna struttura di accoglienza; dieci mila senza fissa dimora vivono nelle strade; emergenza rifiuti. Vere mine pronte ad esplodere da un momento all’altro. 

Nessuno ha la bacchetta magica, tanto meno Virginia Raggi, espressione del M5S, schiacciata da una parte dai problemi contingenti, dall’altra dai renziani che fanno il tifo perché crolli sotto il peso delle mille promesse e proclami fatti in campagna elettorale.

Eppure Virginia Raggi e il M5S non sono del tutto incolpevoli. Prendersela con le lobby di potere romane è il puerile espediente per eludere le proprie colpe. Chi governa deve scegliere e farsi carico delle proprie scelte, altrimenti non si candida alla poltrona di sindaco.

L’esercizio del potere non è necessariamente sempre negativo, quando è perseguito per i servizi che rende agli interessi generali; quando invece è perseguito per le gratificazioni emotive e materiali connessi al suo possesso e al suo esercizio è osceno. Pertanto, impegnarsi in un saggio esercizio del potere significa innanzitutto attuarlo con trasparenza e secondo principi di efficienza e imparzialità.

Ecco nel dettaglio gli errori di Virginia Raggi: ha omesso di scrivere nel proprio curriculum di aver svolto pratica forense presso lo studio Previti, l’ex ministro di Forza Italia pluripregiudicato, quando in campagna elettorale, il suo video appello al voto iniziava così: “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”; ha nominato la Muraro assessore all’ambiente, quando le era già noto (dal 19 luglio) che la stessa era stata iscritta nel registro degli indagati per reati ambientali, non tenendo peraltro in alcuna considerazione che i precedenti suoi legami con la giunta Alemanno sarebbero stati da subito motivo di imbarazzo; ricorrere allo studio legale Sammarco (leggasi Cesare Previti), presso il quale la Raggi ha lavorato, per farsi consigliare le nomine di De Dominicis e Marra, appartenente quest’ultimo alla cerchia magica di Alemanno, non è stata una mossa né particolarmente astuta né opportuna. 

Nasce fondato il sospetto che forse la Raggi debba pagare il prezzo politico alla destra che ha contribuito a farla vincere con il 67 per cento dei voti e che anche lei, non diversamente da tanti giovani arrivisti e ambiziosi, facesse parte inizialmente della scuderia di Berlusconi. Quindi una volta capito come stavano andando le cose del mondo, abbia fatto il salto politico nel M5S.

Se fossi stato al posto della Raggi, prima della vittoria elettorale, mi sarei recato alle più prestigiose università italiane nei campi dell’economia, della giurisprudenza, dell’ingegneria, dell’urbanistica, ecc. e avrei scelto i giovani laureati che più di altri si erano distinti per capacità, passione e abnegazione, con l’intento di creare una squadra preparata e competente da assegnare, in caso di vittoria, al rispettivo settore dell’attività amministrativa del Comune. 

A ciascun giovane avrei detto che se non potevamo cambiare neppure una virgola del passato, né cancellare i danni che sono stati inflitti a una delle città più grandi del mondo, potevamo “riparare i guasti”, ridarle quella dignità perduta. E avremmo potuto fare questo con le uniche armi dell’intelligenza, dell’onestà, della coscienza, non misurando il tempo in ore, minuti e secondi, e non valutando le capacità di ciascuno con lo stipendio annuo. Avrei fatto loro presente che sebbene il compito fosse ingrato e la strada impervia, a noi pochi la storia aveva assegnato l'occasione unica di fare la differenza tra ciò che era e ciò che sarà.  

Dubito che ciascuno di questi giovani avesse un’indagine in corso o un passato opaco, tali da offrire un’arma ai nemici che l’avrebbero usata presto o tardi per appannare e ostacolare anche la più virtuosa delle azioni di governo.


La moralità è il retto uso del potere, utile a limitarlo a solo vantaggio dell’interesse generale e non di questo o quel gruppo, di questo o quel soggetto privato. È il limite ideale che impedisce che la democrazia degeneri in demagogia e oligarchia. Le istituzione non possono vivere di immoralità, di inefficienza e illegalità senza condannare un intero popolo – di colpa in colpa, di errore in errore – all’abisso.

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