sabato 13 agosto 2016

VENTIMIGLIA E LA CULTURA DELLE REGOLE

L’emergenza migranti a Ventimiglia non accenna ad attenuarsi. Uomini, donne e bambini, ammassati come deportati nei lager nazisti, sono sistemati in container e in altri tipi di alloggi del tutto inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme. Vivono in condizioni igieniche carenti e di estrema precarietà: mancano il cibo, biancheria, lenzuola, vestiti. 

Le operazioni per la loro identificazione possono durare giorni, mesi e talvolta anni.  Forse perché dietro questi disperati, che dalle coste africane, ma non solo, partono in cerca di condizioni di vita più accettabili, trovando troppo spesso la morte (diecimila morti in 10 anni), c’è un vorticoso giro d’affari. 

Il business per chi gestisce i centri di accoglienza (coop, onlus, aziende e faccendieri del sociale) e per chi viene pagato per il loro trasporto, uno sparuto gruppo di proprietari di bus e minibus, è molto redditizio.

In un tale sistema disumano e disumanizzante ciascuno di noi si sentirebbe autorizzato ad un’azione di rottura col sistema delle regole, ad un atto di ribellione, quale atto estremo di affermazione del proprio essere, del proprio diritto ad esistere contro una società che ha fatto del denaro l’unico regolatore di tutti i valori simbolici. Se hai denaro puoi andare dove vuoi, sei libero! Ma se sei uno straccione, non sei libero e devi sottostare alla violenza che la politica e la nostra cultura chiama “regole”!

Se questa è la cultura delle regole come non riconoscersi allora in quel gruppo di 300 migranti che venerdì 5 agosto, hanno forzato il blocco delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di raggiungere la Francia. 

Alcuni si sono gettati in acqua per superare il confine a nuoto, altri si sono recati di corsa verso la frontiera e le spiagge affollate di turisti. I lacrimogeni e le cariche della polizia italiana e francese hanno avuto la meglio su quegli straccioni: li hanno fermati, consentendo così ai turisti di godersi in santa pace le loro meritate vacanze.

Gli ideali della Rivoluzione francese non saranno mai pienamente compiuti se alle tre parole Liberté, Egalité, Fraternité non si aggiungerà la parola Comunismo. 

So che questo farà rabbrividire coloro che sono inclini a considerare tout court il comunismo, insieme al fascismo e al nazismo, uno dei totalitarismo del Novecento. 

Costoro nel condannare il comunismo quale totalitarismo, non vedono il totalitarismo perfetto che ha prodotto il Capitalismo, determinando al pari degli altri totalitarismi, ma in modo più subdolo, il cortocircuito della “politica normale”, che anziché rappresentare le istanze della società generale, ne subisce la sua stringente logica.

Il comunismo non può essere in alcun modo paragonato al fascismo e al nazismo. Perché, se in questi prevale l’idea di una razza umana che ha più diritto delle altre a realizzare se stessa, anche attraverso l’eliminazione delle altre. E in questo il capitalismo è assai vicino all’idea fascista e nazista dell’uomo. Il comunismo ha sempre avuto la pretesa, l’ambizione, l’utopia che risolvendo le necessità materiali dell’uomo, questi avrebbe realizzato pienamente sé stesso.

Il comunismo pertanto va certamente superato, ma non annullato. Si rischia altrimenti di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Sostenere che sia stato come il nazismo significa non comprenderne la specificità e significa soprattutto mettere sullo stesso piano destra e sinistra.

Destra e sinistra non sono la stessa cosa. 

Va riconosciuta al fondo una differenza teorica fra il pensiero di Destra e quello di Sinistra. Se parliamo per esempio di lavoro, possiamo farci un’idea della differenza sostanziale che esiste fra pensiero di Destra e pensiero di Sinistra. 

Lo “statuto dei lavoratori” del 1970 fu una riforma di sinistra: mirava alla tutela e alla dignità dei lavoratori nella relazione con il padronato, in quanto prima e soprattutto uomini; il jobs act è una riforma di destra, benché fatta da un partito tradizionalmente di sinistra. 

Comprendere la differenza significa che non basta dirsi di Sinistra per essere di sinistra e che forse il comunismo che abbiamo conosciuto non è mai stato in verità Sinistra.


Il Comunismo è l’idea che senza una più equa distribuzione dei beni per la soddisfazione dei bisogni e soprattutto la realizzazione di un’identità completa fra esseri umani, sul piano del rispetto e della dignità, non soltanto violenza e terrorismo saranno all’ordine del giorno, ma le basi stesse sulle quali abbiamo fondate le nostre società – uguaglianza e riconoscimento dei diritti umani – sono destinate a crollare sotto il peso dell’ipocrisia: amiamo definirci una civiltà civicamente e culturalmente superiore a qualunque altra, ma possiamo tranquillamente fare jogging sulla spiaggia mentre i corpi dei migranti spiaggiati come pesci morti, corpi pietosamente coperti da lenzuola di carta, alcuni con accanto il fagotto di stracci che non hanno lasciato neppure nell'ultimo istante, fanno mostra di sé stessi.

martedì 9 agosto 2016

SPRECO DI DENARO PUBBLICO!? TANTO PAGA PANTALONE

Vi sono due tipi di referendum: quello “confermativo”, quando il corpo elettorale è chiamato a pronunciarsi su singole questione, e quello “abrogativo”, quando il corpo elettorale si pronuncia sull’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge.

Nel referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, si prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente dal fatto che abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto; nel referendum abrogativo, invece, il raggiungimento del “quorum”, ovvero il numero minimo di elettori che devono partecipare alla votazione, è essenziale per la validità del referendum e quindi idoneo ad abrogare la disposizione di legge oggetto del quesito.

Ricorrendo i casi previsti dall’articolo 138 della Costituzione, probabilmente il prossimo ottobre, o al massimo in dicembre, i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi sulle modifiche della Carta costituzionale apportate dalla legge Renzi – Boschi. Si tratta di un referendum confermativo, nel quale il popolo deciderà se confermare o meno la legge di riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi.

Secondo la legge 157 del 1999 – legge sul finanziamento pubblico ai partiti, completamente abrogata ma non nell'articolo che si occupa dei referendum –, il comitato promotore di un referendum ha diritto “a un rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di un euro per ogni firma valida”.  

Ora, se in qualche modo appaiono giustificabili i rimborsi al comitato del No – che a differenza dei sostenitori del Sì non può contare sulle strutture, i soldi del Pd e le sedi Rai –, meno giustificabili e comprensibili sono quelli elargiti al comitato del Sì nella misura di 504.307 euro, considerato che il referendum ci sarebbe stato in ogni caso: 1) perché la riforma costituzionale è stata votata in parlamento con una maggioranza ridotta e 2) perché la richiesta era già stata presentata dai parlamentari e accolta dalla Cassazione il 6 maggio scorso.

Allora, perché un gruppetto di 12 persone facente capo a un certo Maurizio Chiocchetti, un oscuro prestanome del PD, si è dato da fare per promuovere la raccolta di almeno 500mila firme, quando era già chiaro che il referendum si sarebbe fatto comunque?

Un fatto è assodato: il comitato del Sì riceverà mezzo milione di euro dalle casse dello stato e quindi dalle tasche dei cittadini per aver promosso un referendum, inutile e oneroso per quegli italiani che pagano le tasse, lucroso per il PD che intasca oltre 500mila euro di rimborsi.

All’origine di questa iniziativa non poteva che esserci un campione di coerenza, qual è il nostro presidente del Consiglio – Matteo Renzi –, che se da una parte presenta la sua riforma costituzionale come una grande novità in grado di ridurre significativamente la spesa pubblica, dall’altra non si fa scrupoli, nella migliore tradizione italiana votata all'egoismo e al tornaconto personale, ad intascare il contributo per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, nato da un ddl di iniziativa governativa che porta il nome della ministra Maria Elena Boschi.

venerdì 5 agosto 2016

PER STUPIDITÀ O PER CALCOLO

Non stiamo vivendo solo una crisi economica, ma anche e soprattutto una crisi della società e della politica così come le abbiamo concepite sino alla caduta del Muro di Berlino. 

Prima di allora pensavamo che compito della politica fosse principalmente quello di realizzare e garantire diritti essenziali quali l’assistenza sanitaria, l’istruzione, forme di indennità e sussidi in caso di bisogno o di stato di povertà, difesa dell'ambiente naturale. 

Oggi, il dibattito pubblico è dominato quasi esclusivamente dalle questioni economiche e finanziarie (imprese, banche, debito pubblico), che mettono in ombra tutte le altre. Sta di fatto che la politica ha dimenticato la società. 

Imponendo l’unica pratica dell’austerità di bilancio, gli eurocrati stanno frantumando quel sogno di Europa scaturito dal manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann tra il 1941 ed il 1944.

La tragicità sta nel fatto che per superare l’attuale crisi europea avremmo bisogno proprio di quell’etica sociale della libertà e dell'uguaglianza preconizzata dai firmatari del manifesto di Ventotene e, tuttavia, è grottesco e assurdo che si insista, in termini di frustrazione e di spreco sociale ed economico, lungo una via che trova sempre meno consenso e alimenta pericolosamente sentimenti antieuropeisti.

Di fronte a queste evidenze, semplici e certe, il buon senso vorrebbe che ci si ravveda e si cambi rotta. Ma i politici e i tecnocrati sembrano non essersene resi conto e mantengono la rotta della perdizione europea. 

Per stupidità o per calcolo?

Difficile rispondere. Una cosa però è certa: la crisi dell’Europa diventa sempre più grave e se continua così il fallimento dell’euro e dell’Unione Europea è dietro l’angolo. Questa Europa ha tradito i suoi Popoli. 

Nata dall’agonia della guerra e come risposta all’orrore dell’Olocausto, questa Europa rinnova oggi un nuovo crimine immolando la democrazia alla dittatura della classe finanziaria, che tiene in mano la corda con cui la società europea viene lentamente strangolata.



giovedì 4 agosto 2016

LA CRUDELTÀ DELL’INDIFFERENZA

Dalla fine della guerra fredda, l'Occidente combatte guerre in mezzo mondo, senza che la nostra vita quotidiana ne sia minimamente scalfita, alterata. Per dirla con E. Fromm siamo alla “patologia della normalità”: una confortevole, levigata, ragionevole indifferenza prevale nella nostra società contemporanea.

Siamo talmente ripiegati sui noi stessi, preoccupati solo per noi stessi, assorbiti dalla sola rappresentazione di noi stessi, che rifiutiamo, escludiamo tutto quello che non attiene il nostro particolare interesse. Protetti nelle nostre case – riscaldate d’inverno, fresche d’estate –, con i nostri figli al sicuro, abbiamo perso la capacità di mostrare solidarietà verso gli altri che non siano confinati nella ristretta cerchia delle persone a noi care.

Ci commuoviamo e indigniamo quando apprendiamo che i bambini di un asilo nido nel quartiere “Bicocca” a Milano sono stati maltrattati, ma siamo incapaci di provare la stessa emozione per i bambini morti ammazzati dai bombardamenti. E non necessariamente perché siamo ottusi, solo perché siamo moralmente indifferenti nei riguardi di chi non ha la stessa nostra cultura, la stessa nostra lingua, lo stesso colore della nostra pelle.

Ogni giorno nei conflitti d’oggi c’è una madre che urla di disperazione alla vista del corpo del proprio bambino massacrato dalle cosiddette “bombe intelligenti”. Un drone rade al suolo per errore di calcolo un villaggio afghano o siriano, uccidendo decine di abitanti, e il fatto ci tocca infinitamente meno tra un piatto di spaghetti e una fettina di pollo.

Nella nostra società contemporanea – occidentale – non è la crudeltà a essere finita, ma sono i nostri occhi a non vederla più e le nostre orecchie a non ascoltarla più. La crudeltà, ampiamente mostrata dai media, non è più occasione di sdegno o di intervento umanitario. I fatti ci investono, ci travolgono, ma lasciano poco spazio alla vera comprensione. 

Se comprendessimo appieno la realtà intorno a noi non potremmo essere così sordi alle urla di disperazione e di dolore tra le macerie di villaggi e città bombardate dai nostri aerei; non potremmo essere così ciechi dinanzi ai corpi dilaniati delle vittime. 

C’è una totale indifferenza verso il mondo che non percepiamo a noi vicino; una strana mescolanza di insensibilità e indifferenza, appena venata di voyeurismo, per il dolore, il male, la sofferenza, la morte domina le nostre rattrappite esistenze quotidiane troppo occupate a gestire il personale senso di solitudine e di paura. Quasi che i confini del mondo finiscono laddove cessa il mio mondo, in una sorta di auto infatuazione di sé stessi, per cui se io sono il mondo, non c’è mondo fuori di me. E secondo logica se non esiste altro mondo se non quello in cui mi confina il mio smisurato egoismo, tutto quello che non mi tocca non mi riguarda. Tantomeno ci sentiamo responsabili dei misfatti e dei crimini che vengono compiuti anche nel nostro nome, occultando deliberatamente la personale responsabilità morale dietro le espressioni del gruppo di maggioranza: dobbiamo intervenire in Afganistan, in Iraq, in Libia, in Siria per sconfiggere il terrorismo e instaurare la pace e la democrazia.

In nome di una giustizia, più proclamata che attuata, in nome della protezione delle popolazioni civili, più presunta che reale, ci sentiamo – noi occidentali – investiti di quell’autorità morale di sapere che cosa sia bene e cosa sia male, arrogandoci infine il diritto di intervenire là dove il male viene compiuto. Saremmo, insomma, forse per la nostra supposta superiore civiltà, depositari di un senso della giustizia che va applicato erga omnes, anche con l’uso della forza. Salvo poi scoprire che in larghissima parte la realtà dei fatti era stata piegata agli obiettivi o agli interessi di uno sparuto gruppo di affari. La nostra conoscenza dei fatti è stata sempre abilmente fabbricata allo scopo di giustificare e legittimare gli interventi militari all'estero. 

La guerra all'Iraq giustificata e legittimata per «prevenire» un disastro all'umanità: prove irrefutabili dimostrano che le armi di distruzione di massa erano una bugia; l’invasione dell’Afganistan per scovare Bin Laden e sconfiggere i Talebani ha avuto come unico esito quello di rafforzare questi ultimi agli occhi del popolo afgano e di alimentare sentimenti di intolleranza verso i membri della coalizione internazionale, percepiti come stranieri che vogliono dominarli; l’intervento militare in Libia contro Gheddafi, accusato di stragi sugli insorti, ha avuto come unico effetto quello di trascinare la Libia nel caos e di aver portato acqua al mulino di al-Baghdadi; i bombardamenti in Siria, dapprima in funzione anti Asad ed ora in funzione antiterroristica, hanno avuto come esito quello di aver messo in moto un vero e proprio esodo di massa: civili in fuga verso l’Europa e bloccati dalla Turchia di Erdogan.

Ecco, noi guardiamo ma non vediamo tutto l’orrore che si consuma davanti ai nostri occhi, illudendoci che il nostro mondo sia più umano di quelli che lo hanno preceduto.

lunedì 1 agosto 2016

RENZI COME IL BARONE DI MUNCHHAUSEN

Il Barone di Münchhausen divenne famoso per i suoi inverosimili racconti, uno più incredibile dell’altro, uno più pazzo dell’altro. Raccontò di essere sfrecciato a volo d’uccello sul campo di battaglia cavalcando una palla di cannone;  un’altra volta raccontò di essersi liberato dal fango della palude tirandosi fuori per i capelli. Quindi, grazie a una pianta di fagiolo, raggiunse la luna e, per calarsene, utilizzo una corda che però era troppo corta, ma grazie allo stratagemma da lui adottato poté raggiungere la Terra: ogni volta che raggiungeva la fine della corda, snodava l’estremità superiore e la riannodava all’estremità inferiore.

Quando la fantasia non ha limiti!

Renzi – il nostro Presidente del Consiglio – ricorda molto il barone di Münchhausen, con una sostanziale differenza: questo è un simpatico personaggio, camaleontico creatore di visioni surreali destinato a strapparci un sorriso; il primo invece è un turlupinatore che non la smette di raccontare balle, alla faccia di tutti quegli italiani che purtroppo non sperimentano nelle loro vite i fantomatici miracoli renziani e che perciò si sentono ancora più sbeffeggiati.


Registriamo l’ultima delle tante balle del suo governo, datata 31/07/2016: «Dal 2015 abbiamo cambiato verso e invertito la rotta. Il segno del Pil è tornato positivo, il Jobs Act ha portato 599mila posti di lavoro in più e la massa dei crediti deteriorati finalmente cala».

Il Pil italiano è cresciuto nel 2015 di un misero 0,7%, molto al di sotto delle aspettative. È cresciuto grazie al concorso di basso prezzo del petrolio, Quantitative Easing e deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro. Nello stesso anno la Spagna ha fatto molto di più, registrando un 3,2% di incremento rispetto al 2014; il Pil francese, guardando all'intero 2015, ha segnato un aumento annuo dell'1,1%.  

L’entusiasmo renziano, di mussoliniana memoria, ricorda gli otto milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti che avrebbero dovuto spezzare le reni ai Greci. E poi furono questi ultimi che le avrebbero spezzate a noi se non fossero intervenuti prontamente i tedeschi. 

Per quanto riguarda il Jobs Act i dati sono meno eclatanti. Secondo l’agenzia Reuters, nel 2015 i nuovi posti di lavoro creati sono stati 110mila e non 599mila. Sempre secondo la stessa Agenzia, nel 2014, senza il Jobs Act e con l’economia nel terzo anno di recessione, ne furono creati di più, 168mila. L’occupazione è salita solo tra gli ultra 50enni, principalmente per effetto dell'innalzamento dell'età pensionabile stabilito dalla riforma Fornero del 2012. Per coloro che hanno meno di 50 anni i posti di lavoro si sono contratti invece di 103mila unità.

La “massa dei crediti deteriorati finalmente cala”. Peccato che l’Associazione bancaria italiana (Abi) smentisca clamorosamente quest’ultima affermazione:  secondo il rapporto mensile dell'Abi, a fine maggio le sofferenze nette sono state pari a 85 miliardi di euro rispetto agli 84 miliardi di aprile.

Renzi è la cifra di come funziona oggi il potere in Italia: attraverso il controllo totale sull'informazione, usare la propaganda per mostrare una realtà assai distante dalla realtà, per favorire gli interessi di coloro con i quali ha siglato patti osceni e che gli chiedono ora di pagare le cambiali in cambio dell'appoggio per la sua ascesa al Potere.

sabato 30 luglio 2016

CI SI PUO' DIFENDERE DAL TERRORISMO CON UNA GUERRA?

Se gli atti compiuti dai terroristi sono orribili e ingiustificabili, parlare di “guerra al terrorismo” è paradossale e surreale. Una guerra in senso proprio può aver luogo solo tra due Stati nazione; dietro ad un attacco terroristico non c’è uno Stato nazione, ma una rete internazionale che non ha una sede prestabilita. 

Un’organizzazione terroristica è sparsa in tutto il mondo e dichiarare guerra ad un organizzazione come Al Qaeda o l’IS equivale a dichiarare guerra ai trafficanti di droga o guerra ai mafiosi.

Al pari delle organizzazioni criminali, quelle terroristiche hanno dimensioni internazionali. E nessuno – sano di mente – penserebbe che si possa debellare la mafia in Sicilia o i cartelli colombiani invadendo e bombardando la regione o lo Stato che li ospita, per il semplice fatto che, anche quando l’invasione avesse successo, l’organizzazione criminale presente in quel territorio può sempre migrare altrove.

Il terrorismo non può essere sconfitto nello stesso modo in cui si può abbattere uno Stato o un regime. È un fatto che l’invasione dell’Afghanistan dei talebani e quella dell’Irak di Saddam Hussein, accusati di corresponsabilità con le organizzazioni del terrore, non abbiano dato i risultati attesi. 

Al contrario, hanno avuto come effetto quello di produrre una recrudescenza del fenomeno terroristico. In altri termini, le invasioni hanno innescato un circolo vizioso difficile oggi da neutralizzare: la guerra al terrorismo ha prodotto ancor più terrorismo, il quale a sua volta giustifica un rafforzamento del dispiegamento militare in quelle aree e così via. 

La condizione di uscita da questo schema non può verificarsi, usando la guerra come mezzo di contrasto, e a farne le spese ahimé sono soprattutto le vittime: civili innocenti ed estranei ad un conflitto, di cui ignorano la vera posta in gioco.

Ora, poiché non si dà che coloro che sono deputati alla strategia nazionale e globale, compresi i leader governativi, non sappiano queste cose assai elementari, si prospettano due possibilità: la prima è che il potere li renda folli; la seconda è che dietro la retorica dell’islamo-fascismo e del terrorismo si nascondano interessi inconfessabili.


In entrambi i casi è una sciagura per tutti noi!

venerdì 29 luglio 2016

QUESTA E' GUERRA, MA NON DI RELIGIONE

Le istanze di violenza sfrenata di aggressori squilibrati, come quelle recentemente consumatesi in Francia, Germania, Stati Uniti, vengono giudicate rapidamente opera di terroristi, anche quando l’evidenza che gli aggressori avessero legami diretti con i gruppi terroristici non è immediatamente riscontrata e soprattutto quando le modalità di questi killer sembrano più ricordare quelle dei «mass shooter» statunitensi piuttosto che quelle adottate da terroristi, che usano invece la violenza per far avanzare un determinato programma politico.

Se per terrorismo si intende l’uso della violenza, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata, con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine costituito e conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, personalmente non vedo alcun metodo terroristico nelle azioni criminali messe in atto dai recenti attentatori. Semmai mi sembrano più ascrivibili a spietati killer, mentalmente disturbati, che scelgono l’Islam radicale per giustificare la propria follia. 

Se così non fosse, dovremmo definire terroristi anche i due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, che nel 1999, dopo essersi introdotti armati nell'edificio, aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti, provocando la morte di 12 studenti e un insegnante, e il ferimento di 24.

E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono che siamo in guerra contro il terrorismo islamico?

Forse perché è il modo migliore per distrarci da quel che ci sta realmente accadendo. Distrarci dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager dell’alta finanza capaci di condizionare le politiche di qualsiasi governo grazie alla leva economica e finanziaria.

Da quando nel 1989 il socialismo reale è crollato, giorno dopo giorno, l’indirizzo perseguito dai governi di tutto il mondo è andato e sta andando nella direzione dello “Stato minimo”, con lo smantellamento graduale dello Stato sociale e la conseguente cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

L’effetto si scorge nel depotenziamento dei sindacati e nella conseguente riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. I governi democraticamente eletti sono sempre meno attenti ai bisogni del popolo e più responsivi invece alla domanda proveniente dal mondo della finanza e della grande industria.

Mentre si mette in salvo la finanza col denaro pubblico, si sacrifica la spesa pubblica destinata alla sanità, alla previdenza, all’istruzione.

Chi sono allora i veri terroristi?

Se lo sono quelli che si fanno saltare in aria, lo sono allora anche i manager delle grandi corporation che, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, influiscono in maniera determinante sulle scelte sociali e politiche che vengono adottate nei rispettivi paesi. Col risultato, sotto gli occhi di tutti, che le politiche degli ultimi decenni hanno favorito e favoriscono una fascia sempre più ristretta di popolazione a scapito della restante, costretta in molti casi a vivere al limite della sussistenza.

Ha ragione Papa Francesco quando dice: “Questa è guerra ma non di religione”. La vera guerra è quella combattuta da questo 1% della popolazione contro il resto dell’Umanità. E come ci riescono?

Ci riescono perché sono compatti e organizzati rispetto al restante 99%, che si comportano invece come pecore nelle mani del pastore, convinte che l’erba nei prati cresca per volontà di quest’ultimo; ci riescono perché dispongono di risorse illimitate, grazie alle quali comprano la politica, l’informazione, le istituzioni sopra nazionali, gli organismi di controllo, la ricerca universitaria, la burocrazia a tutti i livelli.

Ma ci riescono soprattutto per l’adesione acritica del restante 99% a considerare il neoliberismo, sostenuto dall’1% dei super ricchi,  come unico pensiero, nonostante il suo fallimento storico appaia sempre più evidente. L’insanabile crisi economica, le disuguaglianze crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia, le innumerevoli guerre che incendiano ogni parte del globo, i gravi squilibri ambientali, che minacciano seriamente la vita dell’uomo sul pianeta, sono tutti segnali dell’incapacità del neoliberismo di rispondere ai bisogni dell’uomo.


La libertà è sempre stata un anelito insito nell’uomo, ma nelle società capitalistiche contemporanee, espressioni e manifestazioni della forma razionale del  neoliberismo, sveliamo come tale pensiero unico stia diventando piuttosto strumento di dominio dell’uomo sull’uomo, restaurando il privilegio di pochi a detrimento di molti e confinando il dissenso e la ribellione a fenomeni di ordinaria follia o terrorismo.