giovedì 4 agosto 2016

LA CRUDELTÀ DELL’INDIFFERENZA

Dalla fine della guerra fredda, l'Occidente combatte guerre in mezzo mondo, senza che la nostra vita quotidiana ne sia minimamente scalfita, alterata. Per dirla con E. Fromm siamo alla “patologia della normalità”: una confortevole, levigata, ragionevole indifferenza prevale nella nostra società contemporanea.

Siamo talmente ripiegati sui noi stessi, preoccupati solo per noi stessi, assorbiti dalla sola rappresentazione di noi stessi, che rifiutiamo, escludiamo tutto quello che non attiene il nostro particolare interesse. Protetti nelle nostre case – riscaldate d’inverno, fresche d’estate –, con i nostri figli al sicuro, abbiamo perso la capacità di mostrare solidarietà verso gli altri che non siano confinati nella ristretta cerchia delle persone a noi care.

Ci commuoviamo e indigniamo quando apprendiamo che i bambini di un asilo nido nel quartiere “Bicocca” a Milano sono stati maltrattati, ma siamo incapaci di provare la stessa emozione per i bambini morti ammazzati dai bombardamenti. E non necessariamente perché siamo ottusi, solo perché siamo moralmente indifferenti nei riguardi di chi non ha la stessa nostra cultura, la stessa nostra lingua, lo stesso colore della nostra pelle.

Ogni giorno nei conflitti d’oggi c’è una madre che urla di disperazione alla vista del corpo del proprio bambino massacrato dalle cosiddette “bombe intelligenti”. Un drone rade al suolo per errore di calcolo un villaggio afghano o siriano, uccidendo decine di abitanti, e il fatto ci tocca infinitamente meno tra un piatto di spaghetti e una fettina di pollo.

Nella nostra società contemporanea – occidentale – non è la crudeltà a essere finita, ma sono i nostri occhi a non vederla più e le nostre orecchie a non ascoltarla più. La crudeltà, ampiamente mostrata dai media, non è più occasione di sdegno o di intervento umanitario. I fatti ci investono, ci travolgono, ma lasciano poco spazio alla vera comprensione. 

Se comprendessimo appieno la realtà intorno a noi non potremmo essere così sordi alle urla di disperazione e di dolore tra le macerie di villaggi e città bombardate dai nostri aerei; non potremmo essere così ciechi dinanzi ai corpi dilaniati delle vittime. 

C’è una totale indifferenza verso il mondo che non percepiamo a noi vicino; una strana mescolanza di insensibilità e indifferenza, appena venata di voyeurismo, per il dolore, il male, la sofferenza, la morte domina le nostre rattrappite esistenze quotidiane troppo occupate a gestire il personale senso di solitudine e di paura. Quasi che i confini del mondo finiscono laddove cessa il mio mondo, in una sorta di auto infatuazione di sé stessi, per cui se io sono il mondo, non c’è mondo fuori di me. E secondo logica se non esiste altro mondo se non quello in cui mi confina il mio smisurato egoismo, tutto quello che non mi tocca non mi riguarda. Tantomeno ci sentiamo responsabili dei misfatti e dei crimini che vengono compiuti anche nel nostro nome, occultando deliberatamente la personale responsabilità morale dietro le espressioni del gruppo di maggioranza: dobbiamo intervenire in Afganistan, in Iraq, in Libia, in Siria per sconfiggere il terrorismo e instaurare la pace e la democrazia.

In nome di una giustizia, più proclamata che attuata, in nome della protezione delle popolazioni civili, più presunta che reale, ci sentiamo – noi occidentali – investiti di quell’autorità morale di sapere che cosa sia bene e cosa sia male, arrogandoci infine il diritto di intervenire là dove il male viene compiuto. Saremmo, insomma, forse per la nostra supposta superiore civiltà, depositari di un senso della giustizia che va applicato erga omnes, anche con l’uso della forza. Salvo poi scoprire che in larghissima parte la realtà dei fatti era stata piegata agli obiettivi o agli interessi di uno sparuto gruppo di affari. La nostra conoscenza dei fatti è stata sempre abilmente fabbricata allo scopo di giustificare e legittimare gli interventi militari all'estero. 

La guerra all'Iraq giustificata e legittimata per «prevenire» un disastro all'umanità: prove irrefutabili dimostrano che le armi di distruzione di massa erano una bugia; l’invasione dell’Afganistan per scovare Bin Laden e sconfiggere i Talebani ha avuto come unico esito quello di rafforzare questi ultimi agli occhi del popolo afgano e di alimentare sentimenti di intolleranza verso i membri della coalizione internazionale, percepiti come stranieri che vogliono dominarli; l’intervento militare in Libia contro Gheddafi, accusato di stragi sugli insorti, ha avuto come unico effetto quello di trascinare la Libia nel caos e di aver portato acqua al mulino di al-Baghdadi; i bombardamenti in Siria, dapprima in funzione anti Asad ed ora in funzione antiterroristica, hanno avuto come esito quello di aver messo in moto un vero e proprio esodo di massa: civili in fuga verso l’Europa e bloccati dalla Turchia di Erdogan.

Ecco, noi guardiamo ma non vediamo tutto l’orrore che si consuma davanti ai nostri occhi, illudendoci che il nostro mondo sia più umano di quelli che lo hanno preceduto.

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