Dalla fine della guerra fredda, l'Occidente combatte guerre
in mezzo mondo, senza che la nostra vita quotidiana ne sia minimamente
scalfita, alterata. Per dirla con E. Fromm siamo alla “patologia della
normalità”: una confortevole, levigata, ragionevole indifferenza prevale nella
nostra società contemporanea.
Siamo talmente ripiegati sui noi stessi, preoccupati solo
per noi stessi, assorbiti dalla sola rappresentazione di noi stessi, che rifiutiamo,
escludiamo tutto quello che non attiene il nostro particolare interesse. Protetti
nelle nostre case – riscaldate d’inverno, fresche d’estate –, con i nostri
figli al sicuro, abbiamo perso la capacità di mostrare solidarietà verso gli
altri che non siano confinati nella ristretta cerchia delle persone a noi care.
Ci commuoviamo e indigniamo quando apprendiamo che i
bambini di un asilo nido nel quartiere “Bicocca” a Milano sono stati
maltrattati, ma siamo incapaci di provare la stessa emozione per i bambini morti
ammazzati dai bombardamenti. E non necessariamente perché siamo ottusi, solo
perché siamo moralmente indifferenti nei riguardi di chi non ha la stessa
nostra cultura, la stessa nostra lingua, lo stesso colore della nostra pelle.
Ogni giorno nei conflitti d’oggi c’è una madre che urla
di disperazione alla vista del corpo del proprio bambino massacrato dalle
cosiddette “bombe intelligenti”. Un drone rade al suolo per errore di calcolo
un villaggio afghano o siriano, uccidendo decine di abitanti, e il fatto ci
tocca infinitamente meno tra un piatto di spaghetti e una fettina di pollo.
Nella nostra società contemporanea – occidentale – non è
la crudeltà a essere finita, ma sono i nostri occhi a non vederla più e le
nostre orecchie a non ascoltarla più. La crudeltà, ampiamente mostrata dai
media, non è più occasione di sdegno o di intervento umanitario. I fatti ci
investono, ci travolgono, ma lasciano poco spazio alla vera comprensione.
Se
comprendessimo appieno la realtà intorno a noi non potremmo essere così sordi alle
urla di disperazione e di dolore tra le macerie di villaggi e città bombardate
dai nostri aerei; non potremmo essere così ciechi dinanzi ai corpi dilaniati
delle vittime.
C’è una totale indifferenza verso il mondo che non percepiamo a
noi vicino; una strana mescolanza di insensibilità e indifferenza, appena
venata di voyeurismo, per il dolore, il male, la sofferenza, la morte domina le
nostre rattrappite esistenze quotidiane troppo occupate a gestire il personale
senso di solitudine e di paura. Quasi che i confini del mondo finiscono laddove
cessa il mio mondo, in una sorta di auto infatuazione di sé stessi, per cui se io
sono il mondo, non c’è mondo fuori di me. E secondo logica se non esiste altro
mondo se non quello in cui mi confina il mio smisurato egoismo, tutto quello
che non mi tocca non mi riguarda. Tantomeno ci sentiamo responsabili dei
misfatti e dei crimini che vengono compiuti anche nel nostro nome, occultando
deliberatamente la personale responsabilità morale dietro le espressioni del gruppo
di maggioranza: dobbiamo intervenire in Afganistan, in Iraq, in Libia, in Siria
per sconfiggere il terrorismo e instaurare la pace e la democrazia.
In nome di una giustizia, più proclamata che attuata,
in nome della protezione delle popolazioni civili, più presunta che reale, ci
sentiamo – noi occidentali – investiti di quell’autorità morale di sapere che
cosa sia bene e cosa sia male, arrogandoci infine il diritto di intervenire là
dove il male viene compiuto. Saremmo, insomma, forse per la nostra supposta superiore
civiltà, depositari di un senso della giustizia che va applicato erga omnes,
anche con l’uso della forza. Salvo poi scoprire che in larghissima parte la realtà
dei fatti era stata piegata agli obiettivi o agli interessi di uno sparuto
gruppo di affari. La nostra conoscenza dei fatti è stata sempre abilmente fabbricata
allo scopo di giustificare e legittimare gli interventi militari all'estero.
La
guerra all'Iraq giustificata e legittimata per «prevenire» un disastro
all'umanità: prove irrefutabili dimostrano che le armi di distruzione di
massa erano una bugia; l’invasione dell’Afganistan per scovare Bin Laden e
sconfiggere i Talebani ha avuto come unico esito quello di rafforzare questi
ultimi agli occhi del popolo afgano e di alimentare sentimenti di intolleranza
verso i membri della coalizione internazionale, percepiti come stranieri che
vogliono dominarli; l’intervento militare in Libia contro Gheddafi, accusato di
stragi sugli insorti, ha avuto come unico effetto quello di trascinare la Libia
nel caos e di aver portato acqua al mulino di al-Baghdadi; i bombardamenti in
Siria, dapprima in funzione anti Asad ed ora in funzione antiterroristica,
hanno avuto come esito quello di aver messo in moto un vero e proprio esodo di
massa: civili in fuga verso l’Europa e bloccati dalla Turchia di Erdogan.
Ecco, noi guardiamo ma non vediamo tutto l’orrore che
si consuma davanti ai nostri occhi, illudendoci che il nostro mondo sia più
umano di quelli che lo hanno preceduto.
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