venerdì 29 luglio 2016

QUESTA E' GUERRA, MA NON DI RELIGIONE

Le istanze di violenza sfrenata di aggressori squilibrati, come quelle recentemente consumatesi in Francia, Germania, Stati Uniti, vengono giudicate rapidamente opera di terroristi, anche quando l’evidenza che gli aggressori avessero legami diretti con i gruppi terroristici non è immediatamente riscontrata e soprattutto quando le modalità di questi killer sembrano più ricordare quelle dei «mass shooter» statunitensi piuttosto che quelle adottate da terroristi, che usano invece la violenza per far avanzare un determinato programma politico.

Se per terrorismo si intende l’uso della violenza, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata, con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine costituito e conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, personalmente non vedo alcun metodo terroristico nelle azioni criminali messe in atto dai recenti attentatori. Semmai mi sembrano più ascrivibili a spietati killer, mentalmente disturbati, che scelgono l’Islam radicale per giustificare la propria follia. 

Se così non fosse, dovremmo definire terroristi anche i due studenti della Columbine High School, Eric Harris e Dylan Klebold, che nel 1999, dopo essersi introdotti armati nell'edificio, aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti, provocando la morte di 12 studenti e un insegnante, e il ferimento di 24.

E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono che siamo in guerra contro il terrorismo islamico?

Forse perché è il modo migliore per distrarci da quel che ci sta realmente accadendo. Distrarci dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager dell’alta finanza capaci di condizionare le politiche di qualsiasi governo grazie alla leva economica e finanziaria.

Da quando nel 1989 il socialismo reale è crollato, giorno dopo giorno, l’indirizzo perseguito dai governi di tutto il mondo è andato e sta andando nella direzione dello “Stato minimo”, con lo smantellamento graduale dello Stato sociale e la conseguente cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

L’effetto si scorge nel depotenziamento dei sindacati e nella conseguente riduzione dei diritti e delle tutele dei lavoratori. I governi democraticamente eletti sono sempre meno attenti ai bisogni del popolo e più responsivi invece alla domanda proveniente dal mondo della finanza e della grande industria.

Mentre si mette in salvo la finanza col denaro pubblico, si sacrifica la spesa pubblica destinata alla sanità, alla previdenza, all’istruzione.

Chi sono allora i veri terroristi?

Se lo sono quelli che si fanno saltare in aria, lo sono allora anche i manager delle grandi corporation che, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, influiscono in maniera determinante sulle scelte sociali e politiche che vengono adottate nei rispettivi paesi. Col risultato, sotto gli occhi di tutti, che le politiche degli ultimi decenni hanno favorito e favoriscono una fascia sempre più ristretta di popolazione a scapito della restante, costretta in molti casi a vivere al limite della sussistenza.

Ha ragione Papa Francesco quando dice: “Questa è guerra ma non di religione”. La vera guerra è quella combattuta da questo 1% della popolazione contro il resto dell’Umanità. E come ci riescono?

Ci riescono perché sono compatti e organizzati rispetto al restante 99%, che si comportano invece come pecore nelle mani del pastore, convinte che l’erba nei prati cresca per volontà di quest’ultimo; ci riescono perché dispongono di risorse illimitate, grazie alle quali comprano la politica, l’informazione, le istituzioni sopra nazionali, gli organismi di controllo, la ricerca universitaria, la burocrazia a tutti i livelli.

Ma ci riescono soprattutto per l’adesione acritica del restante 99% a considerare il neoliberismo, sostenuto dall’1% dei super ricchi,  come unico pensiero, nonostante il suo fallimento storico appaia sempre più evidente. L’insanabile crisi economica, le disuguaglianze crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia, le innumerevoli guerre che incendiano ogni parte del globo, i gravi squilibri ambientali, che minacciano seriamente la vita dell’uomo sul pianeta, sono tutti segnali dell’incapacità del neoliberismo di rispondere ai bisogni dell’uomo.


La libertà è sempre stata un anelito insito nell’uomo, ma nelle società capitalistiche contemporanee, espressioni e manifestazioni della forma razionale del  neoliberismo, sveliamo come tale pensiero unico stia diventando piuttosto strumento di dominio dell’uomo sull’uomo, restaurando il privilegio di pochi a detrimento di molti e confinando il dissenso e la ribellione a fenomeni di ordinaria follia o terrorismo. 

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