Le istanze di violenza
sfrenata di aggressori squilibrati, come quelle recentemente consumatesi in
Francia, Germania, Stati Uniti, vengono giudicate rapidamente opera di
terroristi, anche quando l’evidenza che gli aggressori avessero legami diretti
con i gruppi terroristici non è immediatamente riscontrata e soprattutto quando
le modalità di questi killer sembrano più ricordare quelle dei «mass shooter»
statunitensi piuttosto che quelle adottate da terroristi, che usano invece la violenza
per far avanzare un determinato programma politico.
Se per terrorismo si
intende l’uso della violenza, finalizzata a incutere terrore nei membri di una
collettività organizzata, con l’obiettivo di destabilizzare l’ordine costituito
e conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, personalmente
non vedo alcun metodo terroristico nelle azioni criminali messe in atto dai
recenti attentatori. Semmai mi sembrano più ascrivibili a spietati killer,
mentalmente disturbati, che scelgono l’Islam radicale per giustificare la propria
follia.
Se così non fosse,
dovremmo definire terroristi anche i due studenti della Columbine High School,
Eric Harris e Dylan Klebold, che nel 1999, dopo essersi introdotti armati nell'edificio,
aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti, provocando la
morte di 12 studenti e un insegnante, e il ferimento di 24.
E allora perché siamo
bombardati da urla mediatiche che ci dicono che siamo in guerra contro il
terrorismo islamico?
Forse perché è il modo
migliore per distrarci da quel che ci sta realmente accadendo. Distrarci dalla vera
guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte
con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma
eleganti manager dell’alta finanza capaci di condizionare le politiche di qualsiasi
governo grazie alla leva economica e finanziaria.
Da quando nel 1989 il
socialismo reale è crollato, giorno dopo giorno, l’indirizzo perseguito dai
governi di tutto il mondo è andato e sta andando nella direzione dello “Stato
minimo”, con lo smantellamento graduale dello Stato sociale e la conseguente cessione
ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.
L’effetto si scorge nel depotenziamento
dei sindacati e nella conseguente riduzione dei diritti e delle tutele dei
lavoratori. I governi democraticamente eletti sono sempre meno attenti ai
bisogni del popolo e più responsivi invece alla domanda proveniente dal mondo
della finanza e della grande industria.
Mentre si mette in salvo la finanza col
denaro pubblico, si sacrifica la spesa pubblica destinata alla sanità, alla
previdenza, all’istruzione.
Chi sono allora i veri
terroristi?
Se lo sono quelli che si
fanno saltare in aria, lo sono allora anche i manager delle grandi corporation che,
tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali,
influiscono in maniera determinante sulle scelte sociali e politiche che
vengono adottate nei rispettivi paesi. Col risultato, sotto gli occhi di tutti,
che le politiche degli ultimi decenni hanno favorito e favoriscono una fascia
sempre più ristretta di popolazione a scapito della restante, costretta in
molti casi a vivere al limite della sussistenza.
Ha ragione Papa Francesco
quando dice: “Questa è guerra ma non di religione”. La vera guerra è quella
combattuta da questo 1% della popolazione contro il resto dell’Umanità. E come
ci riescono?
Ci riescono perché sono
compatti e organizzati rispetto al restante 99%, che si comportano invece come
pecore nelle mani del pastore, convinte che l’erba nei prati cresca per volontà
di quest’ultimo; ci riescono perché dispongono di risorse illimitate, grazie
alle quali comprano la politica, l’informazione, le istituzioni sopra
nazionali, gli organismi di controllo, la ricerca universitaria, la burocrazia
a tutti i livelli.
Ma ci riescono
soprattutto per l’adesione acritica del restante 99% a considerare il
neoliberismo, sostenuto dall’1% dei super ricchi, come unico pensiero, nonostante il suo fallimento
storico appaia sempre più evidente. L’insanabile crisi economica, le disuguaglianze
crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia,
le innumerevoli guerre che incendiano ogni parte del globo, i gravi squilibri
ambientali, che minacciano seriamente la vita dell’uomo sul pianeta, sono tutti
segnali dell’incapacità del neoliberismo di rispondere ai bisogni dell’uomo.
La libertà è sempre stata
un anelito insito nell’uomo, ma nelle società capitalistiche contemporanee, espressioni
e manifestazioni della forma razionale del neoliberismo, sveliamo come tale pensiero
unico stia diventando piuttosto strumento di dominio dell’uomo sull’uomo,
restaurando il privilegio di pochi a detrimento di molti e confinando il
dissenso e la ribellione a fenomeni di ordinaria follia o terrorismo.
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