Vi sono due tipi di referendum: quello “confermativo”, quando
il corpo elettorale è chiamato a pronunciarsi su singole questione, e quello “abrogativo”,
quando il corpo elettorale si pronuncia sull’abrogazione, totale o parziale, di
una legge o di un atto avente valore di legge.
Nel referendum confermativo, detto anche costituzionale o
sospensivo, si prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti
validamente espressi indipendentemente dal fatto che abbia partecipato o meno alla
consultazione la maggioranza degli aventi diritto; nel referendum abrogativo,
invece, il raggiungimento del “quorum”, ovvero il numero minimo di elettori che
devono partecipare alla votazione, è essenziale per la validità del referendum e
quindi idoneo ad abrogare la disposizione di legge oggetto del quesito.
Ricorrendo i casi previsti dall’articolo 138 della
Costituzione, probabilmente il prossimo ottobre, o al massimo in dicembre, i
cittadini saranno chiamati a pronunciarsi sulle modifiche della Carta
costituzionale apportate dalla legge Renzi – Boschi. Si tratta di un referendum
confermativo, nel quale il popolo deciderà se confermare o meno la legge di
riforma costituzionale già approvata dal Parlamento, ma senza la maggioranza
qualificata dei due terzi.
Secondo la legge 157 del 1999 – legge sul finanziamento
pubblico ai partiti, completamente abrogata ma non nell'articolo che si occupa
dei referendum –, il comitato promotore di un referendum ha diritto “a un
rimborso pari alla somma risultante dalla moltiplicazione di un euro per ogni
firma valida”.
Ora, se in qualche modo appaiono giustificabili i rimborsi
al comitato del No – che a differenza dei sostenitori del Sì non può contare
sulle strutture, i soldi del Pd e le sedi Rai –, meno giustificabili e
comprensibili sono quelli elargiti al comitato del Sì nella misura di 504.307 euro,
considerato che il referendum ci sarebbe stato in ogni caso: 1) perché la
riforma costituzionale è stata votata in parlamento con una maggioranza ridotta
e 2) perché la richiesta era già stata presentata dai parlamentari e accolta
dalla Cassazione il 6 maggio scorso.
Allora, perché un gruppetto di 12 persone facente capo a un
certo Maurizio Chiocchetti, un oscuro prestanome del PD, si è dato da fare per
promuovere la raccolta di almeno 500mila firme, quando era già chiaro che il
referendum si sarebbe fatto comunque?
Un fatto è assodato: il comitato del Sì riceverà mezzo
milione di euro dalle casse dello stato e quindi dalle tasche dei cittadini per
aver promosso un referendum, inutile e oneroso per quegli italiani che pagano
le tasse, lucroso per il PD che intasca oltre 500mila euro di rimborsi.
All’origine di questa iniziativa non poteva che esserci un
campione di coerenza, qual è il nostro presidente del Consiglio – Matteo Renzi
–, che se da una parte presenta la sua riforma costituzionale come una grande
novità in grado di ridurre significativamente la spesa pubblica, dall’altra non
si fa scrupoli, nella migliore tradizione italiana votata all'egoismo e al
tornaconto personale, ad intascare il contributo per il referendum confermativo
sulla riforma costituzionale, nato da un ddl di iniziativa governativa che
porta il nome della ministra Maria Elena Boschi.
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