sabato 13 agosto 2016

VENTIMIGLIA E LA CULTURA DELLE REGOLE

L’emergenza migranti a Ventimiglia non accenna ad attenuarsi. Uomini, donne e bambini, ammassati come deportati nei lager nazisti, sono sistemati in container e in altri tipi di alloggi del tutto inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme. Vivono in condizioni igieniche carenti e di estrema precarietà: mancano il cibo, biancheria, lenzuola, vestiti. 

Le operazioni per la loro identificazione possono durare giorni, mesi e talvolta anni.  Forse perché dietro questi disperati, che dalle coste africane, ma non solo, partono in cerca di condizioni di vita più accettabili, trovando troppo spesso la morte (diecimila morti in 10 anni), c’è un vorticoso giro d’affari. 

Il business per chi gestisce i centri di accoglienza (coop, onlus, aziende e faccendieri del sociale) e per chi viene pagato per il loro trasporto, uno sparuto gruppo di proprietari di bus e minibus, è molto redditizio.

In un tale sistema disumano e disumanizzante ciascuno di noi si sentirebbe autorizzato ad un’azione di rottura col sistema delle regole, ad un atto di ribellione, quale atto estremo di affermazione del proprio essere, del proprio diritto ad esistere contro una società che ha fatto del denaro l’unico regolatore di tutti i valori simbolici. Se hai denaro puoi andare dove vuoi, sei libero! Ma se sei uno straccione, non sei libero e devi sottostare alla violenza che la politica e la nostra cultura chiama “regole”!

Se questa è la cultura delle regole come non riconoscersi allora in quel gruppo di 300 migranti che venerdì 5 agosto, hanno forzato il blocco delle forze dell’ordine, con l’obiettivo di raggiungere la Francia. 

Alcuni si sono gettati in acqua per superare il confine a nuoto, altri si sono recati di corsa verso la frontiera e le spiagge affollate di turisti. I lacrimogeni e le cariche della polizia italiana e francese hanno avuto la meglio su quegli straccioni: li hanno fermati, consentendo così ai turisti di godersi in santa pace le loro meritate vacanze.

Gli ideali della Rivoluzione francese non saranno mai pienamente compiuti se alle tre parole Liberté, Egalité, Fraternité non si aggiungerà la parola Comunismo. 

So che questo farà rabbrividire coloro che sono inclini a considerare tout court il comunismo, insieme al fascismo e al nazismo, uno dei totalitarismo del Novecento. 

Costoro nel condannare il comunismo quale totalitarismo, non vedono il totalitarismo perfetto che ha prodotto il Capitalismo, determinando al pari degli altri totalitarismi, ma in modo più subdolo, il cortocircuito della “politica normale”, che anziché rappresentare le istanze della società generale, ne subisce la sua stringente logica.

Il comunismo non può essere in alcun modo paragonato al fascismo e al nazismo. Perché, se in questi prevale l’idea di una razza umana che ha più diritto delle altre a realizzare se stessa, anche attraverso l’eliminazione delle altre. E in questo il capitalismo è assai vicino all’idea fascista e nazista dell’uomo. Il comunismo ha sempre avuto la pretesa, l’ambizione, l’utopia che risolvendo le necessità materiali dell’uomo, questi avrebbe realizzato pienamente sé stesso.

Il comunismo pertanto va certamente superato, ma non annullato. Si rischia altrimenti di gettar via il bambino con l’acqua sporca. Sostenere che sia stato come il nazismo significa non comprenderne la specificità e significa soprattutto mettere sullo stesso piano destra e sinistra.

Destra e sinistra non sono la stessa cosa. 

Va riconosciuta al fondo una differenza teorica fra il pensiero di Destra e quello di Sinistra. Se parliamo per esempio di lavoro, possiamo farci un’idea della differenza sostanziale che esiste fra pensiero di Destra e pensiero di Sinistra. 

Lo “statuto dei lavoratori” del 1970 fu una riforma di sinistra: mirava alla tutela e alla dignità dei lavoratori nella relazione con il padronato, in quanto prima e soprattutto uomini; il jobs act è una riforma di destra, benché fatta da un partito tradizionalmente di sinistra. 

Comprendere la differenza significa che non basta dirsi di Sinistra per essere di sinistra e che forse il comunismo che abbiamo conosciuto non è mai stato in verità Sinistra.


Il Comunismo è l’idea che senza una più equa distribuzione dei beni per la soddisfazione dei bisogni e soprattutto la realizzazione di un’identità completa fra esseri umani, sul piano del rispetto e della dignità, non soltanto violenza e terrorismo saranno all’ordine del giorno, ma le basi stesse sulle quali abbiamo fondate le nostre società – uguaglianza e riconoscimento dei diritti umani – sono destinate a crollare sotto il peso dell’ipocrisia: amiamo definirci una civiltà civicamente e culturalmente superiore a qualunque altra, ma possiamo tranquillamente fare jogging sulla spiaggia mentre i corpi dei migranti spiaggiati come pesci morti, corpi pietosamente coperti da lenzuola di carta, alcuni con accanto il fagotto di stracci che non hanno lasciato neppure nell'ultimo istante, fanno mostra di sé stessi.

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