lunedì 22 giugno 2020

LA RESTAURAZIONE DELLA MONARCHIA


L’art.1 della Costituzione della Repubblica Italiana afferma: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

È proprio per il valore evocativo di detto articolo, che diventa più amaro e indigeribile l’ennesimo oltraggio fatto da questo governo alla nostra Carta costituzionale. I lavori degli Stati generali dell’economia, appena conclusi, si sono svolti e conclusi a “porte chiuse”, senza che il “popolo sovrano” (su cui poi quelle decisioni saranno calate) sia stato messo a conoscenza di quanto è stato detto e fatto. Certo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ci illustrerà, per sommi capi e grazie alla sua magnanima benevolenza, i principali temi affrontati a Villa Pamphilj che, chissà perché, mi fa venire alla mente la corte di Versailles in cui il Re Sole, Luigi XIV di Borbone, decideva “a porte chiuse” le sorti del popolo francese.

Il parlamento, ormai svilito e ridotto ad inutile orpello, ratificherà poi le decisioni dei sovrani che altrove - Villa Pamphilj – hanno deliberato per noi popolo, ottuso e incompetente per decidere del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Il potere, come un dispotico padre, sa meglio di noi che cosa è giusto per noi e cosa non lo è. A noi tocca solo obbedire ciecamente agli ordini che ci vengono impartiti dall’alto della loro infinita sapienza.

Già l’emergenza sanitaria, con la pletora di Dpcm, ci ha mostrato quanto fragile siano la democrazia e i diritti costituzionali; ora, il conclave ci mostra la piena restaurazione della monarchia, con tutto ciò che ne seguirà. E, ironia del destino, colui che si era proclamato “avvocato dei cittadini”, si è ora fatto re!  

Domando: ha ancora senso parlare di Costituzione, di Repubblica, di Democrazia? E, soprattutto, ha ancora senso parlare di SOVRANITÀ POPOLARE?

Chi ancora si ostina a considerare questo Paese un paese democratico e repubblicano, o ha gli occhi foderati di prosciutto o è tanto miserabile da prolungare questa farsa a danno del popolo e della nazione, per inconfessabili personali interessi.

Miserabili che, servilmente quanto spudoratamente, accettano e alimentano, con abile propaganda e nell’esclusivo interesse dei nuovi padroni del mondo, crimini e menzogne presentati come atti finalizzati alla sicurezza e alla salute della collettività.

Ci avevano annunciato un’era di benessere e prosperità globale e invece, con il sapiente uso del terrorismo e delle epidemie virali, ci stanno confinando in un individualismo senza precedenti fatto di terrore, paura e sospetto dell’uno verso l’altro.

Ci avevano promesso che i processi di globalizzazione e liberalizzazione avrebbero portato vantaggi per tutti, ma gli unici a trarne vantaggio sono stati i ricchi (già smisuratamente ricchi), mentre per la maggioranza dei cittadini i benefici sperati non si sono mai materializzati. La disoccupazione aumenta, mentre chi ha la fortuna di avere un lavoro non riesce neppure a vivere decorosamente. Così la forbice tra ricchi e poveri aumenta drammaticamente. Lo stato sociale, per via delle politiche di austerity, è ridotto a brandelli ed è incapace di rispondere al crescente bisogno di aiuto. Ma le élite, con cinismo e disprezzo, continuano ad ignorare le sofferenze di troppi cittadini, ridotti ormai all’apatia dalla frustrante impossibilità di ottenere risposte ai loro bisogni da politicanti che promettono … promettono … e non mantengono mai.

Così, nell’attesa di un Godot che non arriva mai, quello spirito trionfante che portò alla Costituzione, quale premessa per costruire una società più giusta e libera, si è spento. E si fa sempre più chiara la consapevolezza che i nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi economici e finanziari, il cui potere economico e tecnologico è così grande da rendere vano ogni tentativo di ricondurli al rispetto delle regole democratiche ed etiche contenute nella nostra Costituzione.

Questi psicopatici, che ambiscono soltanto ad arricchirsi sfruttando gli altri e malati di potere, non appartengono ad alcuna nazione. La loro unica fede è riposta nel DIO DENARO, in nome del quale ogni nefandezza, ogni crimine è ammesso pur di conseguire il chimerico sogno di dominare l’intera umanità, soggiogandola al loro capriccio.

È talmente delirante la loro brama di potere che, negli Stati in cui sopravvive ancora qualche scampolo di Diritto, camuffano il loro malsano istinto predatorio acquisendo i mass media, con i quali indottrinare e manipolare la maggioranza del popolo, tanto da indurli a non riconoscerli quali in realtà essi sono: famelici lupi travestiti da agnelli. 

Ma nei paesi in cui il Diritto non ha ancora posto radici, la loro indole predatoria emerge – incontrastata – in tutto il suo splendore.

Nel Congo – per esempio – un Kapò, al soldo di grandi corporation, con l’uso di un bastone, costringe i bambini a lavorare, per 14 ore al giorno e a mani nude, per estrarre il coltan, materiale indispensabile per produrre le batterie dei nostri cellulari e dei nostri tablet. La ragione per la quale si usano i bambini sta nel fatto che i loro corpicini passano meglio nei tunnel stretti e angusti sotto terra, dove si trova il minerale.

Accade che nelle miniere legali, una giornata di lavoro è retribuita con un dollaro; se il bambino è particolarmente efficiente, può ottenere anche due dollari. Da questa già magra paga va decurtata poi la tangente che i bambini sono costretti a versare ai militari che sorvegliano la miniera, che dovrebbero invece garantire il rispetto della legalità. 

Nelle miniere illegali, invece, è l’inferno: la paga scende a mezzo dollaro e i turni di lavoro assai più massacranti.

Tutto questo non può non essere noto ai destinatari finali del prezioso minerale (Apple, Samsung, Tesla, Bmw, HP, Huawei, Lenovo, Microsoft, ecc. ecc.). 

Ma, come si dice, gli affari … sono affari!
 

sabato 13 giugno 2020

RIPRENDIAMOCI L'ANIMA


Nasciamo per vivere; per rispondere al “desiderio che la vita ha di sé stessa”. E cos’è la vita, se non respiro? Comincia con il primo respiro e finisce con l’ultimo. I Greci individuavano nell’aria che penetra nei nostri polmoni – lo pneuma – lo spirito divino che anima il mondo ordinandolo e dirigendolo.

Tutti respiriamo: non potremmo dirci vivi senza respirare. Ma pochi riescono a sentire la libertà del proprio respiro; ad ascoltare il proprio respiro e quello di chi ci circonda. Quando questo accade – quelle rare volte in cui ci abbandoniamo totalmente al fluire lento e tranquillo della vita, che non vuole nulla se non sciogliersi nella vastità dell’immenso – il ritmo del respiro muta sino ad assumere l’immagine di un corpo che danza; con gesti ampi fluttua nell’oceano dell’universo e riempie lo sguardo d’ogni meraviglia.

La vita, come il respiro, non la puoi imbrigliare: essa vuole consumarsi per rispondere alla chiamata della libertà, che ci invita a uscire dalle gabbie mentali in cui altri uomini mediocri vogliono rinchiuderci, con la fallace promessa di una vita più lunga e sicura.

Così gli “esperti” pretendono dettarci le linee guida per una vita al riparo dalle malattie. Lo abbiamo visto recentemente nella lotta al coronavirus: virologi, epidemiologi, biologi, medici, ci hanno costretti alla reclusione in casa, all’uso delle mascherine, dei guanti, al rispetto della distanza di sicurezza per evitare il contagio.

Anche il Papa ha accolto il “distanziamento sociale”: cedendo la scena agli scienziati, nuovi sacerdoti della nuova religione, ha fatto benedizioni e messe televisive a chiese chiuse, invitando pure i fedeli a sgranellare i rosari nelle più rassicuranti mura domestiche e a non attingere acqua dalla fonte di Lourdes per non diffondere il virus.

Se qualcosa ho imparato dall’attuale epidemia virale è che proprio la vita, che si voleva salvare, ne esce umiliata e sconfitta: ridotta a pura conservazione del corpo. Sepolta dalla minaccia sproporzionata delle politiche di contenimento che si sono attuate nel nostro Paese: chiusura delle scuole e dei luoghi di lavoro, della possibilità di spostarsi da un comune all’altro se non per comprovati motivi di necessità o di urgenza.

Altro fattore, non meno inquietante, è l’aver visto milioni di individui, in preda al panico, adattarsi prontamente alla limitazione della libertà imposta dal governo. Accettata pronamente in nome di un desiderio di sicurezza. Un popolo schiavo che in nome della semplice esistenza biologica è disposto ad accettare qualsiasi violazione della propria libertà e della propria dignità; altro che senso di responsabilità civica degli italiani. La resistenza al tiranno, la disobbedienza civile, è un dovere del cittadino. Non confondiamo, per favore, il servilismo con il senso civico. Di fronte ad una legge ingiusta, la ribellione è sacrosanta.

Il virus ha svelato tutta la fragilità e il vuoto interiore dell’uomo nell’epoca del capitalismo avanzato e globalizzato. Corpi senz’anima che si muovono solo spinti dal bisogno impellente di comprare, consumare, divertirsi senza gioia.

Sì, senza gioia. Perché il divertimento è inteso soprattutto come perdita di sé stessi, ricorrendo magari anche all’uso di droga e alcol, che consentano almeno un attimo di tregua dal tormento opaco e confuso del proprio vuoto interiore, fatto di perdita della propria identità personale, della propria unicità e irripetibilità. 

È il trionfo del corpo sull’anima. E, senza più anima ci attacchiamo, come naufraghi, alle cose materiali, che almeno ci danno la parvenza, la falsa illusione, di ciò che siamo. Nella cura del corpo c’è qualcosa di eccessivo e maniacale: palestre e centri sportivi, non come un’abitudine per divertirsi, scaricarsi o mantenersi, semplicemente, sani e “in forma”. Non basta! Occorre apparire ad ogni costo magri, tonici, giovani. Il segno di un qualunque cedimento fisico è vissuto con insoddisfazione, malessere, terrore.

Così di fronte alla minaccia di perdere la propria vita, il proprio corpo, ci siamo segregati in casa. Ci siamo messi, con guanti e mascherine, in fila, in paziente attesa, per approvvigionarci nei supermercati, mentre il personale, prima di farci entrare, provvedeva alla rilevazione sistematica della nostra temperatura corporea. In ogni comportamento anomalo – l’eccessiva prossimità, un colpo di tosse – si è visto un potenziale pericolo per la nostra incolumità.

In cosa eravamo diversi da quelle strane creature, al confine tra la vita e la morte, che Romero ha rappresentato cinematograficamente nel ciclo dedicato agli zombi? Come loro – dopo aver soppresso razionalità, soggettività, sentimenti – siamo solo involucri vuoti di senso che chiedono solo di sopravvivere.

È questa la vita che il nostro governo ha inteso tutelare con i suoi provvedimenti deliranti e demenziali?

Signori governanti, che ambite ad avere il controllo totale dell’essere umano, la vita, quella vera, fiorisce dal suo imponderabile mistero e chiede di essere vissuta fino in fondo, perché ne riconosce il limite. La vita, quella vera, non sa che farsene delle vostre sciocche ordinanze. Vuole sfidare l’ignoto; approdare al senso del suo essere; non vuole lacci e laccioli. Perché la vita, nei suoi lati di sole e in quelli di ombra, vuole espandersi in ogni suo respiro.

E quando la morte sopraggiungerà, inchinarsi al suo mistero.

lunedì 8 giugno 2020

L’ITALIA, PROSSIMA VITTIMA SACRIFICALE DOPO LA GRECIA

Va facendosi sempre più nitido il quadro di un’Italia destinata a diventare prossimamente la vittima sacrificale designata da dare in pasto al Minotauro della finanza speculativa internazionale. Quella, per intenderci, che attraverso il ricatto del debito redige ed impone regole sempre più asfittiche al sistema economico e politico degli stati. Altro che migliore dei mondi possibili, la finanza speculativa, totalmente priva di controllo democratico, sta guidando il mondo e lo sta scientemente portando al collasso.

La crescente disuguaglianza sociale nella distribuzione del reddito e della ricchezza, l’impoverimento graduale dei lavoratori, unito alla progressiva erosione dei diritti civili e sociali, paragonabile ad una massa tumorale che si accresce senza più controllo, dovrebbero farci comprendere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che dietro la maschera patinata della democrazia, il neoliberismo è una forma di totalitarismo, un’ideologia autoritaria e dominante, fra le più subdole e feroci che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. 

Subdolo perché, a differenza di tutti gli altri totalitarismi della storia, si proclama (a parole) rispettoso dei diritti civili e democratici; feroce perché, pur consapevole dei danni e delle sofferenze che arreca alla maggioranza degli esseri umani del Pianeta, trascura le tante vittime innocenti che l’insaziabile avidità degli speculatori produce. 

Gli effetti dell’austerity, imposta dalla Troika, in Grecia sono stati recessione, disoccupazione e soprattutto tasse che, prostrando il corpo e la mente del popolo greco, hanno determinato un aumento del numero di suicidi, un aumento di quasi il 50% della mortalità infantile, un aumento dei casi di persone affette da disturbi mentali (soprattutto depressione), un aumento delle patologie croniche. 

Non si ammazzano gli uomini solo mettendoli nelle camere a gas; si possono uccidere anche deprivandoli del loro decoro e della loro dignità. Con la differenza che la morte per deprivazione della propria identità è molto più agonica di quella procurata nelle camere a gas, ed è più difficile da dimostrare. 

La violenza fisica riconduce facilmente al carnefice. Quella psicologica è invece più sottile e subdola: offendendo e mortificando la dignità dell’essere umano, lo induce ad escludersi volontariamente dal contesto sociale, convinto che la causa del suo male risieda in lui; la vittima si fa carnefice di sé stesso. 

Il capitalismo contemporaneo, di cui il neoliberismo è la sovrastruttura ideologica e culturale, raggiunge i suoi obiettivi usando la tattica della “shock economy”. 

Il termine “shock economy” è stato coniato dalla giornalista canadese Naomi Klein, e vuole designare il modo in cui un capitalismo di conquista sfrutta cinicamente i disastri a vantaggio di pochi. Cogliendo opportunamente uno stato di shock politico, sociale o economico, è possibile attuare un cambiamento rapido, permanente ed irreversibile nella società. 

Come nella macellazione elettrica, lo stato di incoscienza, indotto da una scarica elettrica (elettroshock), consente al macellaio lo squartamento della bestia e il suo dissanguamento senza difficoltà, così lo shock sociale o economico indotto in una società da un attacco terroristico, da una catastrofe naturale, da una epidemia virale, inducendo uno stato infantile nei cittadini, consente più facilmente quelle riforme che altrimenti incontrerebbero forti resistenze.

Lo shock dell'11 settembre, grazie al disorientamento indotto in milioni di persone che hanno visto in diretta l’attacco alle Twin Towers, ha cambiato definitivamente e radicalmente il mondo a noi familiare. L’amministrazione Bush ha sfruttato l’attacco terroristico con estrema abilità per varare il “Patriot Act” che, di fatto, consente al governo la capillare sorveglianza dei suoi cittadini, giustificata a garanzia della loro sicurezza. 

La recente epidemia Covid-19 è un altro esempio di “shock economy”. Di fatto ha offerto una succulenta opportunità ai potentati della finanza internazionale: un Paese distrutto economicamente, a seguito del lockdown, non potrà non affidarsi presto o tardi al ricatto del MES, e a ciò che ne conseguirà in termini di controllo della politica governativa da parte della stessa finanza internazionale, che potrà così avere anche il riconoscimento giuridico per mettere all’asta gli ultimi asset economici che ci restano dopo la rapine delle privatizzazioni e, dulcis in fundo, le mani sul risparmio privato degli italiani (solo sui conti correnti italiani, si stima vi siano circa 1.500 miliardi di Euro)

I nostri governanti, se non fossero soltanto emissari dei potentati europei e della finanza internazionale, anziché immaginare di tassare questa ricchezza, coglierebbero l’occasione per creare le condizioni e gli strumenti per convogliarla nell’economia reale a beneficio del Paese. Ma, visti gli antecedenti, dubito che questo accada, ed è invece assai più probabile che accetteranno il MES, presentandolo agli italiani come occasione unica per uscire dalla crisi economica da coronavirus. Quindi sotto la scure del MES mostreranno agli italiani che per risanare i conti pubblici non c’è alternativa all’adozione di una patrimoniale killer come suggerito da Germania e Olanda.

Quei governanti che hanno imposto un lockdown, come non s’era mai visto nella storia del nostro Paese, trascurando le pesanti conseguenze economiche, lo hanno fatto per senso etico, nell’interesse della salute dei cittadini, o – al contrario – per creare le condizioni ad hoc per farci spolpare dagli squali della finanza?

Per effetto del lockdown, in Italia aumenterà la povertà; si stima che ai 5 milioni di poveri si aggiungeranno altri 38.500 italiani, che senza i buoni spesa elargiti dai singoli Comuni non mangerebbero. 

Non si muore, infatti, solo di Covid-19; si muore anche di fame, conviene ricordarlo al nostro Premier, nel caso lo avesse scordato. 

Comunque sia potremmo anche credere alla buona fede, alla scelta etica, del Premier, Giuseppe Conte, se non fosse che sul tavolo del governo c’è lì, già pronto, il mostruoso piano della Commissione Colao, che da Londra, umiliando il Parlamento, unica sede della sovranità popolare, detta il piano svendite dell’intero patrimonio residuo del Paese, compreso l’intero sistema di partecipate comunali e regionali che gestiscono servizi essenziali per i cittadini. 

E, per finire, occorrerebbe ricordare al Presidente Conte le parole del filosofo Hobbes: “Per bene dei cittadini non si deve intendere soltanto la conservazione, comunque, della vita, ma di una vita per quanto possibile felice”.

domenica 3 maggio 2020

I TITOLI NON DEVONO TRAVISARE, NÉ FORZARE IL CONTENUTO DEGLI ARTICOLI


Il titolo riportato su “Il Fatto Quotidiano” – “MacchéCostituzione violata. Non sanno di cosa parlano” – è una forzatura rispetto al contenuto dell’articolo, volta ad attribuire ad un costituzionalista del calibro di Gustavo Zagrebelsky valutazioni e giudizi che non sono affatto in rotta di collisione con quanto affermano altri costituzionalisti. 

È una visione inedita quella di Marco Travaglio che ultimamente ha assunto uno stile militante e una retorica partigiana a favore del governo Conte.

All'intervistatrice (Silvia Truzzi) che domanda al professor Zagrebelsky se ritenga che il governo abbia “usurpato poteri non concessi”, è ovvio che la risposta sia negativa. Ma questo lo avevo anticipato anch'io nel blog “perché i dpcm sono incostituzionali”. Disponendo di logica si può certo essere in grado di distinguere una proposizione vera da una falsa, senza dover essere necessariamente esperti in questo o quel campo.

Riporto integralmente il testo:

“Qualcuno dirà che il D.Lgs. del 23 febbraio 2020, n. 6, convertito, in seguito, nella Legge 5 marzo 2020, n. 13, ha adempiuto sufficientemente ed adeguatamente al ruolo di fonte primaria attributiva della potestà normativa dei Dpcm, resta però il fatto che l’emergenza non può di fatto espandersi a tal punto da andare oltre il “minimo costituzionale”. La conseguenza sarebbe che un puro atto amministrativo travalica il potere costituente, ovvero quello sul quale un popolo erige il proprio ordinamento giuridico”.

E dunque la risposta del professore non può che essere: “Il governo non ha usurpato poteri non concessi”, traendo la sua legittimità dal decreto legge numero 6 di febbraio.

Ma in un altro punto dell’intervista – perché un articolo bisogna leggerlo tutto, senza fermarsi al titolo –, quando l’intervistatrice chiede al professore se non gli pare che il Parlamento sia stato emarginato, la sua risposta è: 

“In un certo senso sì, perché una grande questione nazionale come è questa meriterebbe dibattiti e deliberazioni d’alto livello, appelli alla solidarietà nazionale, dimostrazioni di consapevolezza della gravità del momento, insomma ciò che ci si aspetterebbe dai nostri “eletti”. La sede naturale è il Parlamento. Se il Parlamento (o meglio alcune forze politiche) lamenta l’emarginazione, la imputi a sé stesso che ha votato l’autorizzazione con una sua legge. In ogni caso, il Parlamento dispone in qualunque momento di strumenti per aprire dibattiti e confronti, per modificare ed eventualmente anche per togliere al governo ogni potere e riprenderselo. Se vuole e può, lo faccia. Ma mi pare piuttosto che si preferisca litigare per mostrare di esistere e fare propaganda”.

E queste considerazioni del professore fanno il paio con quanto ho già espresso:

“Poiché Conte è ordinario di diritto privato è difficile per me credere che non sappia la distinzione tra un atto amministrativo e un atto legislativo. Risulta pure complicato per me credere che non sappia che un atto amministrativo non può limitare, quando non sospendere, diritti costituzionalmente garantiti […]. Tutto quello che ha fatto, e sta facendo, non sarebbe stato possibile, e non sarebbe possibile, se non avesse alle spalle, dietro le quinte, forze assai più potenti di lui che – a nostra insaputa – stanno tessendo la tela del destino futuro del nostro Paese. Il tempo ci mostrerà l’ordito osceno di questa politica di Conte, che nulla ha a che fare con lo spirito di tutela della salute pubblica [...]. Giuseppe Conte è solo un emissario, un direttore delle vendite dell'ipermercato della globalizzazione, che non conosce né stati, né nazioni, né popoli”.

sabato 2 maggio 2020

IO NON MI SENTO ITALIANO, MA PER FORTUNA O PURTROPPO LO SONO!


Dal fascismo al dopoguerra democristiano, dal trionfante berlusconismo all’attuale governo Conte, persiste una malattia, un lato oscuro degli italiani che li porta ad avere una sudditanza psicologica e un’accondiscendenza acritica nei confronti del potere.

La sudditanza psicologica verso il potere risalta soprattutto nella consuetudine tipica degli italiani che, piuttosto che far valere i propri diritti inalienabili e compiere ovviamente i propri doveri, preferiscono – per evitare fastidi e inimicarsi il funzionario pubblico preposto al disbrigo di una pratica – la via più breve del chiedere favori o raccomandazioni. 

Questa caratteristica fa del popolo italiano un popolo di sudditi e non di cittadini. E come sudditi sono piuttosto inclini al servilismo e all’opportunismo nei confronti di chicchessia detenga una posiziona di potere rispetto a loro. Alla libertà del cittadino preferiscono la libertà del servo Arlecchino che per perseguire il suo unico intento, ovvero quello di mangiare a sazietà, rinuncia pure alla sua dignità. Sono pure disposti a sopportare il potere arbitrario o enorme di un uomo o di alcuni uomini, a condizione che non siano ostacolati nel perseguimento dei loro fini.

L’accondiscendenza acritica, invece, la si è vista particolarmente all’opera in occasione della diffusione del coronavirus e sulle misure precauzionali imposte tramite i Dpcm e le varie ordinanze regionali, di dubbia utilità circa i fini del contenimento dell’epidemia quando non francamente deliranti: divieto di passeggiare, uscire in bicicletta, fare jogging; non allontanarsi più di 200 metri dalla propria abitazione; indossare foulard per coprire naso e bocca in mancanza di mascherina; autocertificazione da portare sempre con sé per giustificar l'uscita dalla propria abitazione, nella quale peraltro s’induce il dichiarante a confermare circostanze relative al proprio stato di salute di cui non può avere piena conoscenza. Se il dichiarante, infatti, fosse positivo e appartenesse alla larga fascia degli asintomatici, ma non ne fosse a conoscenza perché non è stato ancora sottoposto a tampone, affermando sotto la propria responsabilità ad un Pubblico Ufficiale di non essere positivo al COVID-19, si esporrebbe di fatto all’autoincriminazione se, sottoposto a tampone, risultasse invece positivo. La dichiarazione mendace rilasciata su base volontaria, art. 495 cp comma 1, prevede come sanzione la reclusione “da uno a sei anni”.

Eppure, gli italiani – quella maggioranza di popolazione, che con il loro comportamento condiziona anche le scelte e la condotta di quanti vorrebbero sottrarsi alla camicia di forza di leggi stupide – si sono prontamente adeguati, senza neppure porsi la questione se tali disposizioni abbiano o meno una qualche utilità o finalità al contenimento della diffusione dell’epidemia. Senza neppure domandarsi se una burocrazia assurda e incapace non stia per caso prendendosi gioco di loro, sfruttando la loro dabbenaggine e creduloneria, ed esponendolo al pubblico ludibrio di quanti all’estero ci considerano “mangiaspaghetti”.

“Che pacchia governare un popolo ignorante!”, soleva dire Adolf Hitler. Credo, infatti, che non ci sia niente di più gratificante e divertente per l’uomo di potere dell’assistere ad una massa di individui acefali che, a disprezzo della logica più elementare, accetta qualsiasi norma anche di nonsense provenga da lui. Il potere inebria proprio per questo. Quanto più è assurdo un comando, tanto più può misurare la sua potenza nel vedere altri uomini conformarvisi. Che potere infatti sarebbe quello che si piega alla logica del diritto e della ragione? Che potere sarebbe quello che non si prende la rivincita sulla logica e sulla ragione? Il potere è arrogante, se non lo fosse, che potere sarebbe?

Altra caratteristica degli italiani è il loro masochismo. Sono ormai decenni che i cittadini italiani si lamentano dei propri rappresentanti, accusati di guadagnare troppo, di aver peggiorato le condizioni sociali ed economiche del Paese, di aver speso male, quando non rubato (attraverso appalti truccati, finte consulenze e altre manovre), i soldi dei contribuenti, e tuttavia li tollerano, quando addirittura non li rieleggono!

Quando si chiede loro cosa pensano della politica, la reazione va dal moderato disgusto alla mancanza totale di fiducia. Ma quando si tratta di votare, si precipitano in massa per rieleggere proprio quei politici che nessun inglese, nessun francese, nessun tedesco, eleggerebbe mai. V’è una sorta di masochismo che non ha eguali in nessun altro popolo in Europa: gli italiani godono nel farsi del male!

Non contenti di sostenere e dar vita, in questo modo, alla peggior classe politica d’Europa – che una volta al potere pretende di fare e disfare in spregio alle più elementari regole della democrazia parlamentare senza rendere conto a chicchessia, minando pure le istituzioni alla base del bilanciamento dei poteri –, si lamentano poi che i problemi sociali ed economici anziché diminuire, aumentano. 

Domina negli italiani una distruttività autolesionista che lascia davvero sconcertati: si fanno intenzionalmente del male per poter avere poi il pretesto di accusare gli altri della propria sofferenza, della propria sventura.

Altra caratteristica del popolo italiano è la creduloneria. La creduloneria è un misto di semplicioneria e ignoranza; di fronte alla complessità della realtà tende a schermirsi pensando che dietro a quella complessità vi sia in realtà un trucco ai suoi danni. E che pertanto non vi sia alcuno sforzo da fare, nessuna necessità di acculturarsi, nessuna necessità di studiare la complessità dei fenomeni per comprendere la realtà, e quindi modificarla a proprio vantaggio.

Dinanzi al potere sono completamente fiduciosi, creduloni fino all'idiozia; creduloni come bambini. E come bambini, sono del tutto incapaci di comprendere che, se l'Italia è in crisi, molto dipende dall’ignoranza diffusa e dalle idee scorrette della maggioranza dei suoi elettori, che con il loro voto danno legittimità a politici rozzi ed incompetenti. 

Sempre come bambini, sono creduloni e disinformati; si “bevono” tutto quello che i mass media passano loro. Qualunque informazione provenga dai mainstream è assunta come verità: vero non è quello che è vero in sé, ma quello che la televisione dice essere vero. E proprio come i bambini che non osano mettere affatto in discussione la parola dei genitori, la maggior parte della popolazione italiana si fida ciecamente di quanto la televisione dice loro esser vero o falso. Non passa loro neppure per l’anticamera del cervello che i mass media (proprio perché al servizio di potenti lobby economiche e finanziarie) possano volontariamente e abilmente distorcere i fatti per perseguire fini niente affatto utili alla collettività, ma solo ad un’élite di individui.

Alla creduloneria è associato l’altro fenomeno cui si assiste: quello dell’ondata di populismo, che ha travolto quel che restava di una già fragile democrazia. Il populismo fa larga breccia proprio in quei popoli che fanno dell’ignoranza un vanto e non una vergogna. E così il populismo che trae linfa vitale dall’ignoranza di un popolo può affermarsi senza tante resistenze. 

I populisti, al pari degli imbroglioni – che per loro mestiere non si rivolgono mai agli scettici, refrattari a cadere nelle loro trappole, ma ai creduloni, disposti invece a credere a qualunque cosa venga loro detta purché assecondi le loro aspettative – promettono cose che sanno di non mantenere. Blandendo e sfruttando il malessere, l’ansia e la frustrazione di una larga maggioranza di soggetti, ottengono maggioranze che non si concretizzano mai in benessere sociale, ma solo in spazi di potere utili soltanto agli interessi personali dei leader, che in ragione del successo elettorale conseguito saranno poi chiamati dal gotha del potere per realizzare altri scopi (quelli utili al gotha del potere).

Al gotha del potere non importa, infatti, che al comando ci sia un esponente di destra o di sinistra, l’importante è che faccia ciò che è utile perché gli interessi di coloro che detengono il potere di fatto (i burattinai) non siano nemmeno scalfiti. Cosicché una tirannia di fatto, mascherata di democrazia, può continuare impunemente a realizzarsi in modi diversi dai persecutori del passato. 

Se i persecutori del passato si accontentavano della sottomissione, i nuovi persecutori non consegnano l’eretico al boia, ci pensa il resto della popolazione, manipolata, lobotomizzata ed obbediente che, aderendo anima e corpo, alle loro assurde imposizioni, relegano il ribelle alla morte sociale.  

Gli italiani se sono proni al potere, sono invece del tutto privi del senso dello Stato. L’interesse individuale è sempre prevalente rispetto a quello comunitario. Fintantoché un problema sociale non li tocca individualmente, non lo sentono parte di sé. Così tollerano grandemente malgoverno, evasione fiscale, corruzione, atti di arbitrio del potere, assistenza sanitaria inadeguata, servizi sociali indecenti, educazione scolastica sempre più insoddisfacente, criminalità organizzata. 

Non si pongono neppure la domanda sul fatto che se tutto questo accade è perché c’è un ampio consenso. Se la maggior parte dei “sudditi” fosse più incline all’intolleranza di questo schifo che ammorba questo Paese, la politica non si permetterebbe di fare ciò che spesso fa. 

Però, così come sono tolleranti nei confronti di qualsiasi nequizia che impedisce a questo Paese di essere un paese davvero civile, sono, al contrario, intolleranti – al limite del razzismo – nei confronti di immigrati e zingari. Accusati di essere la vera cagione di ogni male. Non si indignano del fatto che la sola evasione fiscale produce annualmente un danno venti volte superiore al costo dell’accoglienza, con i quali si potrebbero migliorare i servizi per i cittadini, ma scendono “spontaneamente” in strada e fanno le barricate se un prefetto o un questore decide di mettere a disposizione un albergo in disuso per accogliere immigrati africani o asiatici scampati al naufragio. 

Non sono neppure abbastanza intelligenti da comprendere che il potere sovente utilizza queste manifestazioni d'insofferenza verso l’altro diverso da noi come una valvola di sfogo che aiuta a distogliere l'attenzione da problemi più seri.

L'individualismo esasperato degli italiani è tale che tutto ciò che accade al di fuori delle loro mura è privo di importanza, trascurabile. Provano un senso di orgoglio nel tenere le loro case linde e pulite. E se fuori, oltre il piccolo spazio dove vivono, i rifiuti di una società corrotta e maleodorante si accatastano, nessun problema giacché al puzzo si sono assuefatti. Ma se un vicino disturba la quiete rassicurante del loro domicilio, questa sì è una tragedia cui porre rimedio anche assassinandolo. Se un ragazzo viene invece pestato a morte dalla furia omicida di poliziotti: se l’è evidentemente andata a cercare.

Questa mancanza assoluta di senso sociale, comunitario, collettivo, fa sì che mafia, ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita, politici corrotti, evasione fiscale, economia sommersa, pullulino in abbondanza e indisturbate.

Altra caratteristica degli italiani è la pigrizia mentale: non leggono, non si informano. Assorbono come spugne tutto quello che i mass media di regime propinano loro, senza alcun approfondimento. E quando nella società le cose non funzionano è sempre viva in loro la tentazione del ricorso al cosiddetto uomo della provvidenza, quello che mette le cose a posto. 

Questo è accaduto con Mussolini e, in tempi più recenti, con Berlusconi. 

Quando poi la realtà oggettiva certifica il fallimento di tali figure carismatiche, come precipitevolissimamente sono state portate alle stelle così con altrettanta fulmineità vengono ricacciate nelle stalle. 

Quando Mussolini fu arrestato a villa Savoia, quella stessa folla, che fino al giorno prima lo aveva inneggiato, ricopriva di insulti e sputi il suo cadavere a testa in giù esposto in Piazzale Loreto. Dei quaranta milioni di fascisti neanche l’ombra.

Gli italiani, non tutti per fortuna, nella larga maggioranza sono purtroppo così. E con un tale popolo è assai difficile immaginare un cambiamento che ci collochi sulla strada della democrazia e della civiltà

martedì 28 aprile 2020

PERCHÉ I DPCM SONO INCOSTITUZIONALI

La vita di una comunità, ovvero di una popolazione, di una società, è disciplinata da un insieme di regole o norme con la finalità di garantire una convivenza pacifica tra i membri della collettività. L’insieme di regole o norme costituisce l’ordinamento giuridico di una particolare società. 

In un qualsiasi ordinamento giuridico le norme (regole, leggi, ecc.) non sono tutte di pari grado: alcune sono più importanti di altre, secondo un criterio gerarchico (“lex superior derogat inferiori”), ovvero prevale la norma posta più in alto.

Chiediamoci pertanto qual è, nel nostro ordinamento giuridico, la fonte primaria dalla quale discendono poi tutte le altre norme con valore di legge. 

Nel nostro ordinamento la madre di tutte le leggi è la Costituzione: è la legge fondamentale dello Stato. Contiene le norme e i principi generali relativi all'ordinamento della Repubblica e al funzionamento degli organi dello Stato, nonché le norme riguardanti i diritti e i doveri fondamentali dei cittadini.

La preminenza formale delle norme costituzionali implica la conformità di tutte le leggi e degli altri atti aventi forza di legge alla Costituzione. Questo significa che se una legge, o un atto avente forza di legge, non ne rispetta i principi è perciò stessa incostituzionale. E l’incostituzionalità di una norma di legge comporta la disapplicazione della stessa. 

Il criterio gerarchico delle fonti del diritto nel nostro ordinamento giuridico sono: al I° livello, le Fonti costituzionali (Costituzione, leggi costituzionali e di revisione costituzionale); al II° livello, le Fonti legislative, dette anche fonti primarie (leggi, decreti legge e decreti legislativi, leggi regionali); al III° livello, le Fonti regolamentari, dette anche fonti secondarie (regolamenti del Governo, degli enti locali).

Tale rapporto di gerarchia implica che la norma di grado inferiore non possa mai modificare o abrogare la norma di grado superiore; quest'ultima invece può sempre modificare o abrogare la norma di grado inferiore. Le norme di pari grado possono modificarsi reciprocamente in base al criterio cronologico, per cui la norma successiva nel tempo può modificare o abrogare la norma anteriore di pari grado (questo è quel che è successo con l'avvicendarsi dei vari Dpcm).

In base al sistema delle fonti del diritto disciplinato dalla Costituzione, un Decreto del presidente del consiglio (Dpcm), cui il Presidente del Consiglio ha maggiormente fatto ricorso per far fronte all’emergenza Coronavirus, ha il carattere di fonte normativa secondaria. In quanto tale, è un atto amministrativo che non ha forza di legge, ma solo quello di dare attuazione a disposizioni legislative.

La sospensione di principi-cardine del nostro ordinamento – quali la libertà personale (Art. 13 Cost.), libertà di circolazione (art 16 Cost.), libertà di riunione (Art. 17 Cost.), libertà di iniziativa economica (Art. 41 primo Comma Cost), nonché i diritti derivanti dalla garanzia e dall’obbligo di istruzione (articolo 34 Cost) – nelle finalità del Dpcm discenderebbe dall’altro principio fondamentale della nostra Carta Costituzionale, e cioè dall’articolo 32, secondo il quale “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività […]”. 

Ma nella Costituzione non è prevista alcuna gerarchia di diritti: non esiste un diritto “più uguale” degli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32, sebbene fondamentale non può accampare tirannicamente maggior diritto degli altri. Ciascun diritto costituzionale singolarmente preso non è assoluto, non è tiranno rispetto a tutti gli altri. Ciascun diritto costituzionale deve essere contemperato con tutti gli altri: con la tutela della salute, dell’ambiente, del diritto al lavoro e dei diritti economici dell’impresa. 

Se ciascun diritto, sia pure in sé buono, fosse affermato in modo assoluto e illimitato, romperebbe il tessuto sociale, atteso che tutti i diritti costituzionalmente previsti concorrono nel loro insieme, in egual misura, all’espressione della dignità della persona.

Le misure di contenimento dell’epidemia del Covid-19 hanno trasformato di fatto il diritto alla salute in un diritto "tiranno’", a scapito di tutti gli altri. 

Con Delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020, il Governo ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria, facendo ricorso all’art. 24 del Codice della Protezione civile. Lo "Stato di emergenza" è stato introdotto nel nostro ordinamento con legge ordinaria (legge n. 225 del 24 febbraio 1992). Ma tra i compiti della Protezione civile non rientra neppure lontanamente l’ipotesi di una pandemia virale quale quella in corso.

Domanda: può lo stato di emergenza comprimere o sospendere diritti costituzionalmente garantiti? Risposta: no, solo la Legge dello Stato può farlo. E ciò è consentito solo in determinate condizioni straordinarie (“Stato di guerra”). 

L’art. 78 della Costituzione stabilisce infatti che siano le Camere a deliberare lo stato di guerra, conferendo quindi al Governo i poteri necessari. Che cosa significa? Significa che è comunque il Parlamento a sancire la condizione di guerra e a conferire al Governo i poteri necessari per svolgere il suo ruolo. 

Dunque: “Stato di guerra”, non “Stato di emergenza”. La nostra Costituzione non contempla affatto lo “Stato di emergenza”. Ma il Governo, a quanto pare, non solo ha assimilato lo “Stato di emergenza” a quello di guerra, ma ha anche elevato lo strumento giuridico del Dpcm - solo atto amministrativo - al rango di Fonte costituzionale, che ha prodotto la sospensione di diritti costituzionalmente garantiti. E come se non bastasse ha abilitato anche i presidenti delle Regioni ad introdurre ad libitum misure ulteriormente restrittive in relazione a specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario nel loro territorio. Per fortuna poi col D.Lgs. del 25 marzo ha precisato che i sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedere i limiti di oggetto specificati, altrimenti al delirio dei presidenti di regione, si sarebbe aggiunto anche quello dei sindaci.

Il Governo ha operato un’evidente forzatura della Costituzione che non ha precedenti nella storia democratica del nostro Paese: un atto formalmente amministrativo si arroga un compito che non gli compete, realizzando così di fatto un’attribuzione di prerogative all’esecutivo che la Carta Costituzionale non prevede nemmeno in stato di guerra.

Si dirà che il contenimento della diffusione dell’epidemia imponeva particolari misure straordinarie di necessità e di urgenza, ma allora perché il Governo non si è affidato allo strumento normativo previsto dall’art. 77 della Costituzione, quello del decreto legge? 

L’art. 77 prevede infatti la delega della funzione legislativa da parte del Parlamento al Governo, i cui provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. 

L’atto legislativo del decreto legge sarebbe stato almeno assoggettato ad una serie di controlli previsti proprio dalla Costituzione (approvazione delle due Camere, promulgazione del Presidente della Repubblica, eventuale sindacato da parte della Corte Costituzionale); il Dpcm invece, in quanto atto amministrativo, sfugge a qualsiasi controllo da parte del potere pubblico e costituzionale, se non quello del possibile sindacato innanzi al giudice amministrativo entro gli stringenti termini di impugnazione previsti dal codice del processo amministrativo. 

Perché dunque si è affidato ad un atto amministrativo piuttosto fragile come il Dpcm? Per avere carta bianca e non prendersi neppure la briga di presentare i vari provvedimenti alle Camere?

Qualcuno dirà che il D.Lgs. del 23 febbraio 2020, n. 6, convertito, in seguito, nella Legge 5 marzo 2020, n. 13, ha adempiuto sufficientemente ed adeguatamente al ruolo di fonte primaria attributiva della potestà normativa dei Dpcm, resta però il fatto che l’emergenza non può di fatto espandersi a tal punto da andare oltre il “minimo costituzionale”. La conseguenza sarebbe che un puro atto amministrativo travalicherebbe il potere costituente, ovvero quello sul quale un popolo erige il proprio ordinamento giuridico. 

In altre parole, il Dpcm non può contraddire le basi della sua legittimazione, senza che tutto l’impianto giuridico cada. Peraltro, le sanzioni comminate, in forza dei vari Dpcm e delle conseguenti ordinanze regionali, saranno in larghissima parte impugnabili dinanzi al giudice amministrativo, in quanto forieri di numerosi dubbi interpretativi: alcune espressioni testuali sono evocative più di raccomandazioni e inviti che di veri e propri obblighi e divieti.

domenica 26 aprile 2020

IL PENSIERO CRITICO È IL GRANDE ASSENTE IN QUESTA EPIDEMIA

Cosa sappiamo del COVID-19? Sappiamo che è una malattia infettiva causata da un nuovo tipo di coronavirus. I coronavirus costituiscono una famiglia di virus che deve il nome al fatto che al microscopio elettronico appaiono con una parte centrale circondata da una corona di estroflessioni. 

Abbiamo una certa familiarità con questo tipo di virus. Sono quelli che causano il comune raffreddore o quelli che causano le affezioni del tratto gastrointestinale (enteriti e gastroenteriti). In generale si tratta di agenti patogeni tendenzialmente benigni. Il coronavirus che causa la COVID-19 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, nei confronti del quale il nostro sistema immunitario potrebbe non essere in grado di generare una risposta immunitaria adeguata, che può evolvere in sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

E veniamo alla domanda delle domande: è un virus pericoloso?

Gli scienziati, i virologi, sono divisi in due filoni: da una parte ci sono quelli che sostengono che la malattia provocata dal nuovo Coronavirus non è più pericolosa dell’influenza stagionale, dall’altra quelli che, al contrario, ritengono la COVID-19 paragonabile all’influenza spagnola, la pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre cinquanta milioni di persone nel mondo.

A giudicare dalle strade deserte, dai tanti posti di blocco sorvegliati da polizia e militari armati (che neppure negli anni dello stragismo s’erano visti), dalle lunghe file ai supermercati per approvvigionarsi di generi alimentari, dalle persone obbligate a barricarsi in casa, costrette ad indossare mascherine e altri scafandri (maschere da sub) per difendersi dagli infettati, c’è da concludere che sì, ci troviamo nel bel mezzo di una catastrofe di proporzioni bibliche, che decimerà la popolazione mondiale.

Allora, senza farci prendere da questa isteria collettiva pre-apocalittica, leggiamo freddamente i dati: il virus che attualmente circola, nell'81% delle persone si presenta in modo asintomatico o con sintomi di lieve entità; nel 14% delle persone la sintomatologia è sovrapponibile a quella dell’influenza stagionale; nel 5% dei casi si possono evidenziare condizioni considerate critiche, che in alcuni casi (2%) comporta l'intubazione endotracheale. Questi dati non sono contestati neppure dal filone allarmista. 

Dunque: nel 95% dei casi, l’esito non è letale. L’epidemia da malaria, per esempio, è più seria: nel solo 2017 si sono registrati 219 milioni di casi e 435 000 decessi correlati con un incremento rispetto all'anno precedente di 2 milioni di casi. Ma poiché la maggior parte dei casi di malaria interessa l’Africa, non ce ne può fregar di meno; tanto sono africani, sub specie umana. 

Tornando all’epidemia da coronavirus, ad oggi (25/04/2020), il numero dei positivi nel mondo è di 2.875.254 e i decessi 201.778. Il tasso di letalità sul numero dei soggetti ammalati è dunque del 7% circa, mentre il tasso di mortalità sulla popolazione mondiale è dello 0,003%, almeno fintantoché il virus manterrà le caratteristiche attuali. Non c’è dubbio che occorrerà attendere ancora per avere un quadro definitivo, ma rebus sic stantibus (“stando così le cose”) i decessi attribuiti al nuovo coronavirus non sono così allarmanti come governo, presidenti di regione, sindaci e mainstream vogliono farci credere. 

In Austria e in Germania, dove le misure di contenimento sono state più improntate ad un criterio di ragionevolezza (le persone potevano uscire, frequentare parchi e giardini, rispettando ovviamente la distanza) e i viaggi da parenti solo sconsigliati, il tasso di letalità è stato rispettivamente del 3,7% e del 3,5%.

In Italia, le misure restrittive – dall’obbligo di non uscire di casa, a quello di non poter fare alcuna attività fisica all’aperto, dall’obbligo di indossare mascherina, di dubbia fattura, a quello di non poter frequentare giardini e parchi, ecc. ecc. – hanno avuto più un sentore parossistico che improntato a criteri ragionevoli atti al contenimento della diffusione dell’epidemia. La pletora di DPCM, norme scritte male e, in alcuni casi, contraddittorie con le ordinanze regionali, hanno ingenerato confusione e disorientamento generale nella popolazione, che ha obbedito solo perché spiazzata: nessuno si aspettava che potessero essere sospese hic et nunc democrazia e diritti costituzionalmente garantiti. 

Abbiamo assistito ad una vera orgia del potere, dai tratti spesso deliranti, senza alcun nesso con la finalità del contenimento dell’epidemia. Paura e delirio alimentato sconsideratamente dai mass media, che come un mantra presentavano l’aggiornamento istantaneo del numero dei contagiati e delle vittime, non facendo alcun riferimento al fatto che ogni anno in Italia i decessi ascrivibili a problemi di salute interessano circa 650 mila individui. Quella che dovrebbe essere l’informazione affidabile, quella da bollino blu, seria e consapevole, ha diffuso nel paese panico, che si è presto trasformato in vera e propria isteria collettiva. 

Lo sapete quante persone muoiono in Italia ogni anno e di quali patologie?

Ecco i dati ISTAT sulla mortalità e le cause principali di decesso nel nostro Paese: il boom di decessi è legato a malattie del sistema circolatorio. Tra ischemie, infarti, malattie del cuore e cerebrovascolari muoiono più di 230mila persone all’anno. In seconda posizione troviamo i tumori, che causano la morte di 180mila persone. 

Immaginate cosa accadrebbe nella popolazione se i mainstream mostrassero tutti i giorni la mappa dei decessi su un grafico, come hanno fatto per i decessi “per” e “con” coronavirus. Penserebbe che l’apocalisse è vicina.  

Quando Gian Carlo Blangiardo, presidente dell'Istat, afferma che i decessi per polmoniti varie nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima 16.220, dice una cosa che dovrebbe far riflettere seriamente. 

Nella quasi totalità dei casi la polmonite rappresenta una complicanza dell'influenza nei soggetti defedati e immunocompromessi. Ora, poiché spesso la polmonite è l'ultima patologia che causa il decesso, sul certificato di morte la causa del decesso sarà attribuita dal personale sanitario a malattia polmonare e non ad influenza. Quando l’Istat, che nel formare la statistica ufficiale di mortalità tiene conto delle informazioni mediche contenute nei singoli certificati di morte, produrrà i suoi dati, finirà per sopravvalutare i decessi dovuti a polmonite, mentre sottovaluterà quelli da influenza. 

Se questo è l’errore più frequente quando si tratta di comune influenza, il discorso invece s’inverte quando si parla di Covid-19: la causa del decesso, per chiunque risulti positivo al tampone e successivamente muoia, è Covid-19. La conseguenza è la distorsione dell’informazione, che poi contribuisce ad elevare l’allarme sociale. 

Se osserviamo il grafico messo a disposizione dal dipartimento della protezione civile, è facile constatare che al 31 marzo 2020 il numero di decessi attribuiti a Covid-19 è stato di 12.428, inferiore al dato corrispondente del marzo 2019, quando i morti per polmoniti varie sono stati 15.189. In altre parole, prendendo come riferimento i primi due trimestri, nel 2019 le persone morte per malattie respiratorie sopravanzano di 2761 unità quelle del corrispondente trimestre 2020. 

Questo vuol dire negare che nei primi 21 giorni di marzo al Nord i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-19? Negare che a Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020? 

No, non vuol dire negare l’evidenza; i dati restano dati. Ma dobbiamo assumerli in maniera critica, evitando che l’emozione governi il pensiero e l’impulsività abbia la meglio sulla ragionevolezza. Se andando in Scozia mi capitasse di vedere solo pecore nere, non concluderò che in Scozia tutte le pecore sono nere. Così se dalle 8 alle 9 del mattino la congestione del traffico nelle grandi città è tale che per percorrere dieci chilometri s’impiega un’ora, questo non porta a concludere che la velocità media delle autovetture è di dieci chilometri orari. È più esatto dire che in certe fasce orarie il traffico è più congestionato che in altre, con conseguente abbassamento della velocità media per tutti i veicoli. Tanto più quando le strade sono strette e tortuose; il limite di congestionamento di un’autostrada è assai più alto di quello di una strada urbana.

Tornando al Covid-19, è più esatto dire che per il depotenziamento delle strutture sanitarie e la grave carenza di ventilatori, frutto di quasi 40 miliardi di tagli, che hanno fatto a pezzi il Servizio sanitario nazionale, le possibilità di sopravvivenza di molti pazienti alla fase critica della virosi si sono enormemente assottigliate, specialmente per quelli che presentavano problemi patologici pregressi. Nel momento culminante dell’epidemia il sistema sanitario ha mostrato tutte le sue criticità: il taglio alla sanità non poteva non avere effetti sulla carne viva dei cittadini.

Se il quadro è dunque quello di un virus che nella larga maggioranza dei casi esprime la sua letalità in soggetti con altre gravi pregresse patologie, già immunodepressi, unito a carenze strutturali del servizio sanitario nazionale, risultato di politiche di risanamento dei conti pubblici che non hanno tenuto in alcun conto la salute dei cittadini, di quale pericolosa epidemia stiamo parlando? 

È veramente pericolosa un’epidemia che nell’81% dei casi è asintomatica o al massimo si evidenzia con sintomi lievi quale raffreddore e mal di gola? È veramente pericolosa un’epidemia che nel 14% dei casi guarisce spontaneamente come un’influenza? 

Poi, è chiaro, ci sono coloro (il restante 5%) che sviluppano sintomi gravi che, in certi casi, possono determinare anche la morte del soggetto. Ma sappiamo pure che tali gravi situazioni si verificano, nella maggior parte dei casi, in pazienti di età superiore a 70 anni e con una o più patologie gravi preesistenti. 

Sia ben chiaro che il riferimento alle persone anziane non è disprezzo e indifferenza verso una fascia di popolazione, considerata come un ingombro di cui si può fare tranquillamente a meno, il cui trapasso, nel modo più sbrigativo possibile, può essere accettato come un fatto per certi aspetti misericordioso e auspicabile. 

Sia ancora ben chiaro che il riferimento ai vecchi non vuol essere l’apologia cinica del darwinismo: un processo di selezione naturale – ancorché terribile – che elimina i soggetti deboli. 

Come nessuno può sminuire il dolore privato di quanti hanno perso o stanno perdendo uno dei loro cari, così non si può negare che un soggetto di 85 anni, già con grave enfisema polmonare, abbia scarse probabilità di scampare non solo all’attacco del coronavirus, ma di qualsiasi altro agente patogeno. 

Possiamo pure dolerci della condizione umana, ma l’uomo è fondamentalmente “essere per la morte”. Per quanto la morte ci spaventi, pure essa è il sigillo di qualunque struttura biologica che rientri nella definizione di vita. 

Nella pratica clinica quotidiana i medici si confrontano continuamente con la probabilità statistica di successo o d’insuccesso di qualunque atto terapeutico. Quando prescrivono o non prescrivono un farmaco, quando raccomandano un intervento chirurgico o, al contrario, lo sconsigliano al particolare paziente. L'attività del medico è interamente basata sulla probabilità e non sulla certezza assoluta. La decisione terapeutica non è ispirata da criteri darwiniani, ma dalla probabilità statistica che gli effetti attesi nel particolare paziente siano maggiori di quelli indesiderati. Questo atteggiamento, che ispira il fare dal non fare, non è cinismo ma solo presa d’atto delle evidenze.

Dunque, alla luce di queste brevi argomentazioni, cosa giustifica l’allarmismo ingenerato nella popolazione, sfociato in vera e propria psicosi di massa? Sta di fatto che la capacità di pensiero critico ha ceduto il passo o a semplificazioni sommarie dell’evento o, al contrario, ad esagerazioni oltre ogni ragionevole misura. 

Che il nuovo coronavirus sia da trattare con estrema serietà è un fatto, ma da qui a trascinare intere comunità nel cono d’ombra dello stigma dell’infetto, dell’untore da tracciare con particolare App scaricabili gratuitamente sul proprio smart phone, è il segno di un ritorno al peggiore oscurantismo medievale.  

La “fotografia” della situazione attuale sociale ed economica è assai deprimente, e mi chiedo se i rimedi adottati da questo governo siano stati veramente efficaci nel contrastare la diffusione dell’epidemia o, al contrario, non si stiano rivelando assai peggiori dell’epidemia. Non dimentichiamo che la crisi economica e sociale del ’29 portò alla nascita delle funeste ideologie del nazismo e del fascismo. Non sarà che questo governo nel tentativo di liberarci dal coronavirus non ci trascini in un pericolo ben più letale, al cui confronto quello dell’epidemia sembrerà solo un pallido riflesso?