Qualcuno mi ha chiesto di esprimere la mia opinione sulla morte di Stefano Cucchi.
Dico subito che chiunque fosse stato Stefano, prima di quella tragica notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, conta zero: la sua morte è senza alcuna ombra di dubbio un “delitto di Stato”, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli, che stanno emergendo copiose ed incontrovertibili. È soprattutto un delitto di Stato perché Stefano Cucchi è morto mentre era in custodia delle istituzioni e dei suoi rappresentanti.
Dal momento in cui era uscito di casa, con le manette ai polsi, il responsabile del suo destino era diventato lo Stato. E non è ammissibile che lo Stato, che si fonda sul diritto e non sulla brutalità, possa macchiarsi di un crimine così abominevole come il pestaggio in gruppo.
Lo hanno pestato a sangue sino a provocarne la morte, e quindi se ne sono vantati.
Un tale trattamento di vera e propria vessazione e tortura è più ascrivibile a membri della peggiore banda criminale, che a uomini dell’arma dei carabinieri, che vanta una lunga tradizione di rispetto dei valori della legittimità e della legalità.
La notte del pestaggio questi valori furono a quanto pare sospesi per dare corso agli istinti più bestiali di autentica violenza fascista. Quelli che dovevano essere i tutori dell’ordine, chissà per quale alchimia scattata nel loro cervello, si trasformarono in seviziatori; smisero la divisa dei carabinieri e indossarono la camicia nera delle squadracce fasciste.
Vigliaccamente protetti da una vernice di legalità, sfogarono la propria frustrazione e rabbia, probabilmente frutto di un’infanzia violentata, su un bersaglio facile: quello di Stefano Cucchi, 43 chilogrammi di peso distribuiti su 162 cm di altezza.
Quale motivo, altrimenti dettato da ragioni di sicurezza, può giustificare un tale massacro, se non la gratuità della crudeltà fine a sé stessa?
Nelle foto scattate dopo l'autopsia si vede un ragazzo che pesa 37 chili, con il volto devastato, l'occhio destro rientrato nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura.
Dinanzi a tali immagini, la simpatia tributata da alcuni agli assassini di Stefano Cucchi è un fatto assolutamente vergognoso e riprovevole, che non solo dimostra la scarsa attitudine al senso di compassione, che quando cede alla violenza bruta avvilisce l’essere umano, ma anche la scarsa propensione a comprendere i concetti di diritto e legalità, facendoci arretrare sulla via della barbarie anziché progredire su quella della civiltà.
E se questo non bastasse, un tale atteggiamento di comprensione, per l’atto di crudeltà perpetrato da uomini che indegnamente indossano la divisa dei carabinieri, getta discredito e ignominia anche su quella parte di poliziotti e carabinieri che compiono il loro dovere in modo assolutamente rispettabile e normale. Un tumore è un grumo di cellule che va estirpato, anche se fa parte del nostro stesso organismo.
La storia di Stefano Cucchi è una storia simile a quella di tanti tossicodipendenti, con difficoltà psicologiche e comportamentali che si scaricano sulla famiglia, i cui tentativi maldestri di tirar fuori il proprio figlio o il proprio fratello dalla dipendenza della droga è spesso costellata di insuccessi e di vani successi. Sicuramente essere genitori di tali figli implica sempre e comunque un amore e una forza fuori del comune. Sempre in bilico tra il desiderio di mollarlo e l’istinto di aiutarlo nei modi a loro possibili. È quello che hanno fatto il padre e la madre di Stefano Cucchi, sostenendolo nel periodo della riabilitazione, spingendolo a prendere il diploma di geometra, che gli avrebbe consentito di lavorare nello studio del padre. Con la speranza che il lavoro e le responsabilità che questo comporta l’avrebbero aiutato ad uscire dalla morsa della tossicodipendenza. Insomma, una storia di disagio come tante altre.
Stefano Cucchi non era lo spacciatore che si vede nelle serie televisive tipo Gomorra: non guidava auto di lusso, non frequentava night, non possedeva donne a comando. Lo spaccio di hashish, marjuana e cocaina gli serviva per procacciarsela a sua volta. Certo, questa non è un’attenuante e per questo avrebbe pagato la sua pena in carcere. Avrebbe pagato la sua pena perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie contro l’epilessia di cui soffriva.
Si dice infatti che a far scattare l’ira dei carabinieri, che lo hanno pestato, sia proprio l’esiguità della droga trovata in suo possesso; mentre il movente del pestaggio sia da ricercare nella delusione dei militari per non aver trovato la grande quantità di droga che si aspettavano.
Molti che puntano il dito contro gli Stefano Cucchi ricordano i Farisei, spesso oggetto di scherno nelle parabole di Gesù, che guardano la pagliuzza e non si accorgono della trave.
L’industria del narcotraffico non conosce recessione ed è sempre più florida. Imperi industriali sono stati travolti dalla crisi e finiti alla bancarotta, ma quella del narcotraffico, con un volume di denaro stimato all'incirca in 500 miliardi di dollari ed equivalente all'intero fatturato delle sette case automobilistiche più grandi del pianeta, non ha conosciuto e non conosce battute di arresto. È questo il business che produce morti, violenza, corruzione e anche connivenza da parte dei governi. Per soddisfare questo volume d’affari, l’eroina e la polvere bianca non arrivano dall’Afganistan, dalla Colombia, dal Venezuela, dal Brasile e dal Messico nascoste negli anfratti delle autovetture o nella vagina o nel retto del corriere. Viene fatta arrivare nell’Africa occidentale soprattutto per mare. In genere vengono utilizzate navi portacontainer e grosse barche, tipo yacht e motoscafi. Una parte minore, intorno al 20%, viaggia invece in piccoli aerei privati. E la sua penetrazione nella società – alla luce del sole – non potrebbe avvenire senza una qualche forza di legittimazione del potere pubblico. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, a muovere tutto sarebbero almeno 155 clan locali che affiliano circa 6mila persone, legate spesso tra di loro da vincoli familiari. Queste cosche operano in piena tranquillità grazie al loro potere intimidatorio poco visibili ma senz’altro efficace.
Se nella caserma dei carabinieri ci fosse stata una di quelle seimila persone, dubito che gli avrebbero riservato lo stesso pestaggio. Gli Stefano Cucchi – vittime a loro volta – sono soltanto i pesci piccoli, utili a dare la parvenza che sul piano del contrasto alla droga qualcosa lo Stato fa.
Dunque la storia di Stefano non è la storia di un eroe o di un martire. È l’aver occultato gli eccessi ingiustificabili, l’aver avvelenato con bugie, depistaggi, verità di comodo, che la rende emblematica del marcio che v’è tra le forze dell’ordine. E il marcio non va nascosto, ma individuato e allontanato proprio per salvare il resto del corpo. Poliziotti e carabinieri che massacrano le persone in loro custodia non sono degni di stare assieme ad altri poliziotti e carabinieri che con senso del dovere garantiscono la nostra sicurezza e incolumità.
domenica 28 ottobre 2018
sabato 13 ottobre 2018
IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È LA SOLUZIONE
Sento dire da più parti che il “reddito di cittadinanza” non è la risposta alla disoccupazione e non guarisce i mali del Paese. Sono d’accordo anch’io! Ma è altrettanto vero che il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle regioni del Sud, ha raggiunto livelli di guardia tali da costituire una vera e propria emergenza sociale, cui la politica deve comunque dare una risposta.
Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite.
Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione.
Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare.
Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.
Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà.
Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.
Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso.
Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.
Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?
E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?
Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil.
Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco?
Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.
Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia.
Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale?
In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro.
Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo.
Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite.
Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione.
Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare.
Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.
Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà.
Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.
Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso.
Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.
Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?
E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?
Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil.
Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco?
Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.
Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia.
Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale?
In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro.
Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo.
domenica 7 ottobre 2018
SE NON È LOTTA DI CLASSE, ALLORA COS’È?
Sulla matrice classista di questa Europa non dovrebbero esserci più dubbi, le reazioni dell’establishment liberal-europeista di fronte ai provvedimenti del governo gialloverde sono la dimostrazione lampante che, come diceva Marx, la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Padroni contro garzoni, ricchi contro poveri, privilegiati contro svantaggiati. Insomma, da sempre gli oppressori soffocano gli oppressi per impedirne l’emancipazione sul piano economico ed umano. E chi ancora afferma che le classi sociali non esistono più, se è “intellettualmente onesto”, dovrebbe fare ammenda e riconoscere che la lotta di classe esiste.
La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.
La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.
Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.
Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.
I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.
Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.
Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.
Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti.
Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra?
Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori.
Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.
E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.
La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.
La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.
Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.
Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.
I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.
Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.
Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.
Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti.
Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra?
Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori.
Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.
E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.
domenica 16 settembre 2018
LA MENZOGNA DEL DEBITO PUBBLICO
I mass media ci hanno fatto sempre credere che il debito pubblico italiano trae la sua origine da una spesa pubblica eccessiva. La spesa pubblica italiana è stata per molti anni sistematicamente superiore alle entrate fiscali, e questo fatto ha prodotto negli anni un elevatissimo debito pubblico. Si enfatizza la spesa per le pensioni e per quella sociale, mai però quella degli interessi sul debito.
Ma, qual è stato il fattore determinante che ha gonfiato a dismisura il debito pubblico, facendogli superare la soglia del 130% del Pil?
Tutto comincia a partire dal 1981, quando si consuma il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Nel 1981 il debito pubblico italiano rispetto al Pil era attestato al 60%; nel 1991, dopo solo dieci anni, il debito pubblico rispetto al Pil aveva raggiunto quota 120%.
Cosa accadde nel 1981? Quale vicenda ci fu che ha fatto sì che il debito diventasse un macigno che grava sulla testa di noi italiani, e come una zavorra rallenta la crescita e condanna il nostro Paese a un lento ma inesorabile declino?
Una lettera! Sì, una lettera inviata dall’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.
In questa lettera il Ministro del Tesoro annunciava al Governatore della Banca d’Italia l’intenzione di rendere autonoma la Banca d’Italia. Mettendo fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo, obbligava di fatto lo Stato a finanziare il proprio debito attraverso i mercati finanziari. Rimuovendo l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), consentiva agli speculatori finanziari di far man bassa della ricchezza prodotta dagli italiani e nello stesso tempo impediva di tenere sotto controllo il debito pubblico.
Lo Stato, perso questo strumento di sovranità monetaria, per finanziare la propria spesa fu costretto ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza dalla Banca d’Italia.
Insomma, un’anteprima di quanto sarebbe avvenuto con l’ingresso nell’Unione Monetaria e la Bce. Gli istituti privati che creano dal nulla la moneta, la ottengono a tassi risibili dalla banca centrale. E, con quella stessa moneta acquistano titoli del debito pubblico, imponendo tassi “legalmente” usurari.
Lo chiamano mercato!
Se non sbaglio, dal 2016 il tasso Bce, detto anche Refi (abbreviazione del termine inglese refinancing), che le banche private europee devono pagare quando prendono del denaro in prestito dalla Bce, è pari allo 0,00%.
Quando però poi, con quei soldi presi in prestito al tasso dello 0%, acquistano i titoli del debito pubblico di uno stato, ovvero le obbligazioni che vengono emesse dai governi centrali per finanziare il divario tra quanto ricevuto sotto forma di tasse e ciò che viene speso, esigono invece tassi ben al di sopra di quello da loro ottenuto. Generando il paradosso che gli stati che possono permettersi di pagare tassi più alti (vedi Germania) ottengono denaro a costo zero, mentre quelli che hanno maggiori difficoltà economiche sono costretti ad ottenerlo a tassi assai più onerosi (vedi Grecia).
Insomma, seguendo questa logica, la tartaruga può raggiungere il veloce Achille e financo superarlo!
Con questo sistema – a dir poco assurdo – la Germania ha potuto guadagnare miliardi dalla crisi, mentre popoli come quello greco sono caduti nel baratro dell’indigenza. Per esempio, come conseguenza indiretta della crisi greca, la Germania ha messo in cassa qualcosa come 2.9 miliardi di euro, grazie al programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il motto è: fare cassa sui popoli affamati. E la privatizzazione del debito pubblico è la prima fase per conseguire la privatizzazione dei beni pubblici.
Così lo Stato italiano – nel 1981 – rinunciando alla sovranità monetaria si è trovato esposto alla famelicità dei mercati finanziari, che hanno esatto tassi d’interesse sempre più alti man mano che il debito pubblico cresceva. In modo simile a quello che accade ad un privato che si rivolge ad un istituto di credito: quando non ha bisogno di prestiti, le banche sono disposte ad aprirgli linee di credito a tassi vantaggiosi; ma quando la sua situazione debitoria si aggrava, i tassi d’interesse seguono la curva ascendente del debito. Il che mette, nel novantanove per cento dei casi, il debitore nell’impossibilità di onorare il suo debito.
Insomma, le banche e i mercati finanziari, comportandosi come quei soggetti che ti prestano un ombrello quando non piove, e lo rivogliono indietro quando piove, non sono proprio lo strumento ideale per gli stati di finanziare il proprio debito.
E coloro che hanno permesso che un tale stato di cose avvenisse non potevano non sapere che una crisi del debito sovrano avrebbe di fatto messo a rischio la stessa democrazia, regolarmente sospesa per rispondere alle direttive di poteri economici sovranazionali.
Chi governa l’economia del debito lo fa soprattutto con l'intento di mettere sotto schiaffo i diritti e le garanzie democratiche di ciascun paese. Il governo del debito di un paese è quello che rende – senza spargimento di sangue o mezzi repressivi alla Pinochet – un popolo incapace di rivendicazioni sociali, e consente il graduale trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato.
Ma, qual è stato il fattore determinante che ha gonfiato a dismisura il debito pubblico, facendogli superare la soglia del 130% del Pil?
Tutto comincia a partire dal 1981, quando si consuma il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia. Nel 1981 il debito pubblico italiano rispetto al Pil era attestato al 60%; nel 1991, dopo solo dieci anni, il debito pubblico rispetto al Pil aveva raggiunto quota 120%.
Cosa accadde nel 1981? Quale vicenda ci fu che ha fatto sì che il debito diventasse un macigno che grava sulla testa di noi italiani, e come una zavorra rallenta la crescita e condanna il nostro Paese a un lento ma inesorabile declino?
Una lettera! Sì, una lettera inviata dall’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi.
In questa lettera il Ministro del Tesoro annunciava al Governatore della Banca d’Italia l’intenzione di rendere autonoma la Banca d’Italia. Mettendo fine alla possibilità del governo di finanziare monetariamente il disavanzo, obbligava di fatto lo Stato a finanziare il proprio debito attraverso i mercati finanziari. Rimuovendo l’obbligo vigente da parte di Palazzo Koch di acquistare i Titoli di Stato emessi sul mercato primario (cioè quelli collocati mensilmente dal Tesoro), consentiva agli speculatori finanziari di far man bassa della ricchezza prodotta dagli italiani e nello stesso tempo impediva di tenere sotto controllo il debito pubblico.
Lo Stato, perso questo strumento di sovranità monetaria, per finanziare la propria spesa fu costretto ad attingere ai mercati finanziari privati, con tassi d’interesse di tutt’altra entità rispetto a quelli garantiti in precedenza dalla Banca d’Italia.
Insomma, un’anteprima di quanto sarebbe avvenuto con l’ingresso nell’Unione Monetaria e la Bce. Gli istituti privati che creano dal nulla la moneta, la ottengono a tassi risibili dalla banca centrale. E, con quella stessa moneta acquistano titoli del debito pubblico, imponendo tassi “legalmente” usurari.
Lo chiamano mercato!
Se non sbaglio, dal 2016 il tasso Bce, detto anche Refi (abbreviazione del termine inglese refinancing), che le banche private europee devono pagare quando prendono del denaro in prestito dalla Bce, è pari allo 0,00%.
Quando però poi, con quei soldi presi in prestito al tasso dello 0%, acquistano i titoli del debito pubblico di uno stato, ovvero le obbligazioni che vengono emesse dai governi centrali per finanziare il divario tra quanto ricevuto sotto forma di tasse e ciò che viene speso, esigono invece tassi ben al di sopra di quello da loro ottenuto. Generando il paradosso che gli stati che possono permettersi di pagare tassi più alti (vedi Germania) ottengono denaro a costo zero, mentre quelli che hanno maggiori difficoltà economiche sono costretti ad ottenerlo a tassi assai più onerosi (vedi Grecia).
Insomma, seguendo questa logica, la tartaruga può raggiungere il veloce Achille e financo superarlo!
Con questo sistema – a dir poco assurdo – la Germania ha potuto guadagnare miliardi dalla crisi, mentre popoli come quello greco sono caduti nel baratro dell’indigenza. Per esempio, come conseguenza indiretta della crisi greca, la Germania ha messo in cassa qualcosa come 2.9 miliardi di euro, grazie al programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.
Il motto è: fare cassa sui popoli affamati. E la privatizzazione del debito pubblico è la prima fase per conseguire la privatizzazione dei beni pubblici.
Così lo Stato italiano – nel 1981 – rinunciando alla sovranità monetaria si è trovato esposto alla famelicità dei mercati finanziari, che hanno esatto tassi d’interesse sempre più alti man mano che il debito pubblico cresceva. In modo simile a quello che accade ad un privato che si rivolge ad un istituto di credito: quando non ha bisogno di prestiti, le banche sono disposte ad aprirgli linee di credito a tassi vantaggiosi; ma quando la sua situazione debitoria si aggrava, i tassi d’interesse seguono la curva ascendente del debito. Il che mette, nel novantanove per cento dei casi, il debitore nell’impossibilità di onorare il suo debito.
Insomma, le banche e i mercati finanziari, comportandosi come quei soggetti che ti prestano un ombrello quando non piove, e lo rivogliono indietro quando piove, non sono proprio lo strumento ideale per gli stati di finanziare il proprio debito.
E coloro che hanno permesso che un tale stato di cose avvenisse non potevano non sapere che una crisi del debito sovrano avrebbe di fatto messo a rischio la stessa democrazia, regolarmente sospesa per rispondere alle direttive di poteri economici sovranazionali.
Chi governa l’economia del debito lo fa soprattutto con l'intento di mettere sotto schiaffo i diritti e le garanzie democratiche di ciascun paese. Il governo del debito di un paese è quello che rende – senza spargimento di sangue o mezzi repressivi alla Pinochet – un popolo incapace di rivendicazioni sociali, e consente il graduale trasferimento di ricchezza dal settore pubblico a quello privato.
domenica 9 settembre 2018
IN ATTESA DELLA TEMPESTA PERFETTA
L’espressione tempesta perfetta si riferisce alla concomitanza di una serie di eventi avversi che, se presi singolarmente non sono molto devastanti, messi insieme per una fortuita circostanza producono il massimo danno possibile. Quello che sta accadendo oggi in Italia sul piano politico ed economico somiglia molto al fenomeno che dà luogo al formarsi di una tempesta perfetta.
Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.
Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!
La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?
Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil.
Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.
Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra.
Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano.
Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico.
Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.
Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi.
L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese.
Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal.
Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso.
Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà.
Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio.
L’Italia non è la Svizzera: con un debito pubblico del 132% circa, una disoccupazione complessiva dell’11% e quella giovanile che supera il 30%, non è proprio nella condizione di fare la voce grossa. Tanto più quando si appresta a chiedere ulteriori dosi di flessibilità sui conti pubblici alla Commissione UE.
Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza?
Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.
Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.
Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).
Salvini e Di Maio, con le loro tre promesse elettorali (Flat Tax, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza) stanno creando infatti le condizioni di una “tempesta perfetta”. In Europa nessuno vede di buon occhio tali riforme, per il semplice fatto che l’Italia non è nelle condizioni di potersele permettere. I vincoli dell’Unione Europea e dell’euro sono lacci molto stretti, e se l’Italia dovesse strapparli, potrebbe subire una riedizione dell’amara lezione impartita a Tsipras, costretto a cedere su tutti i fronti alle pressioni della cosiddetta Troika.
Si dice che a Tsipras sia mancato il coraggio: avrebbe potuto rifiutare le imposizioni della UE e fare come Masaniello. Ma è noto quale esito ebbe la ribellione da questi guidata: i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta ebbero durata breve, e lo stesso Masaniello, tradito da alcuni capi popolari e da una piccola parte della plebe, fu accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré. Vedremo se Salvini e Di Maio sapranno mostrare più coraggio!
La questione italiana è semplificabile in questi termini: può un’impresa fortemente indebitata con le banche, da cui dipende per l’acquisto di merci e il pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti, permettersi di assumere nuovi dipendenti, alzare i loro salari e ridurre le ore settimanali? È assai prevedibile che di fronte a tali iniziative assunte dall’imprenditore, le banche possano reagire revocando i fidi e imponendo l'immediato rientro al debitore. Se questo avvenisse, con quali soldi l’imprenditore pagherà allora i fornitori e i dipendenti?
Secondo gli esperti la Flat Tax ha un costo di circa 50 miliardi di euro, il reddito di cittadinanza si aggira sui 17 miliardi e la riduzione della soglia pensionistica vale 8 miliardi. Il totale per onorare queste promesse elettorali fa dunque 75 miliardi di euro e, secondo gli analisti di Bruxelles, se questo fosse messo nero su bianco, l’Italia non solo violerebbe tutte le norme interne e fiscali dell’Ue, ma porrebbe il suo debito su una traiettoria insostenibile, che la costringerebbe obtorto collo a chiedere di essere salvata attraverso il meccanismo europeo di stabilità, che di fatto significa subordinare le politiche del suo governo all’approvazione della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Ma il ministro Tria appare tranquillo! È sicuro di convincere con “i fatti” gli investitori sulla buona tenuta dei conti: non ci sarà nessuno sforamento del tetto del 3% sul deficit/Pil.
Gli italiani però forse non sanno che pure un eccessivo avvicinamento a questa soglia non tranquillizzerà affatto gli investitori ufficiali, che si attendono – sugli impegni assunti dal precedente governo – un indebitamento netto non superiore allo 0,8% prodotto interno lordo, per non alimentare ulteriormente la spirale del debito pubblico. E se il debito pubblico si gonfia, si riducono pure i margini di manovra della politica economica. Se poi si tiene conto del contraccolpo conseguente all’esaurimento graduale del Quantitative Easing della Bce (di cui l’Italia ha beneficiato più di altri Paesi), che dal prossimo ottobre sarà ridotto a 15 miliardi di euro ed eliminato definitivamente dal gennaio 2019, si profila un autunno irto di difficoltà.
Possiamo essere d’accordo sul fatto che le politiche di austerità sin qui perseguite abbiano avuto conseguenze economiche e sociali drammatiche (crescita di disuguaglianze economiche, disoccupazione, aumento della povertà, recessione e riduzione dei consumi); possiamo pure essere d’accordo sull’altro fatto che l’adozione di queste politiche economiche messe in atto dai governi non abbiano neppure raggiunto i risultati auspicati e risolto le crisi finanziarie, semmai è vero il contrario: non solo hanno aggravato il quadro economico e sociale, ma, sul piano politico, sono – e sono state – il brodo di coltura dell'estrema destra.
Quando i risparmi di una vita sono falcidiati, o rischiano di esserli; quando i denari dei contribuenti destinati ai servizi erogati dallo Stato per sanità, istruzione, trasporti, previdenza, vengono dirottati al salvataggio delle banche o imprese decotte; quando le difficoltà, derivanti dal costo crescente di bollette e imposizioni varie, aumentano; quando le imprese, che fino a ieri hanno munto a piene mani dalle casse dello Stato, chiudono e delocalizzazione, ingrossando le file dei cassa integrati, precari e disoccupati; la gente si incazza. E da sempre, quando la gente s’incazza, le destre ingrassano.
Per quanto ciò sia ovvio e risaputo, pure importa poco ai mercati finanziari e alla stessa Troika che un tale dramma vada in scena e che anzi getta benzina sul fuoco. Probabilmente col chiaro intento di accelerare questo processo, altrimenti dovremmo seriamente dubitare della sanità mentale dei tecnocrati di Bruxelles, e di tutti quelli che adottano politiche economiche così scellerate. Nessuno, infatti, per fare un paragone, sano di mente, può convintamente pensare di aiutare un convalescente a guarire, costringendolo a fare una maratona di quaranta chilometri, senza cibo né acqua. E non è il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett: l’abbiamo visto fare con la Grecia e nessun paese, nessun governo politico, ha osato mettere in discussione questi metodi da veri aguzzini, riprovevoli non solo sul piano etico, ma anche su quello logico.
Ma tant’è, così va il mondo! E se così va il mondo, le oligarchie affaristiche continueranno ad arrogarsi il diritto di fare tutto ciò che non possiamo impedirgli di fare. Potremmo – come paese democratico – impedirglielo, ma percorrere questa via ha conseguenze nell’immediato che non sempre il popolo è disposto a sopportare, sia pure nella prospettiva di liberarsi dal giogo degli “oppressori”. E poi gli inganni e le menzogne perpetrati quotidianamente dai media, dai grandi conglomerati finanziari, da politici apparentemente democratici ma che in realtà sono dominati dalle politiche economiche delle classi privilegiate, non impiegherebbero molto a volgere quello stesso popolo proprio contro coloro che, facendosi carico del suo scontento, evocarono la ribellione contro l'establishment. Il popolo, e soprattutto quello dei «disperati», “qual piuma al vento” è assai volubile. Come diceva il sociologo francese Gustave Le Bon: “Le masse non hanno mai avuto sete di verità. Chi può fornire loro illusioni diviene facilmente il loro comandante; chi tenta di distruggere le loro illusioni è sempre la loro vittima”.
Quando l’Italia non riuscisse a piazzare il proprio debito sui mercati a interessi accettabili, più che l’orgoglio e la dignità nazionali potrà il carattere prevalentemente negativo della congiuntura economica che si creerà. E le oligarchie finanziarie possiedono tutti gli strumenti per far scendere a più miti consigli quei governi che pensano di governare senza la loro benedizione. E se così stanno le cose, cosa ci lascia sperare che il trattamento per l’Italia sarà diverso da quello adottato per la Grecia? Forse le dimensioni del suo debito pubblico? Può darsi, ma personalmente non ci conterei troppo. Le oligarchie finanziarie non possono permettersi che un paese, un governo possa impunemente mettere in discussione i loro diktat senza pagarne fio.
Per mostrare che le attuali politiche economiche sono l’unica via senza alternative, né flessibilità, deve restare integro il principio che bisogna punirne uno per educarne cento.
Salvini e Di Maio sembrano non rendersi conto del peso delle loro dichiarazioni: far saltare i conti pubblici per mantenere le promesse elettorali, o anche solo annunciarlo, può avere gravi contraccolpi sul piano della credibilità internazionale. La speculazione internazionale sta già arrotando i coltelli in prossimità dello stop del Quantitative Easing. Nei report di Citi, Barclays e Credit Suisse, rivolti agli investitori che operano sul nostro mercato finanziario, si sottolineano non solo i mali strutturali della nostra economia, ma anche le incertezze derivanti dal nuovo governo “anti-establishment” M5s-Lega, che potrebbero fare da catalizzatore allo scoppio di una nuova crisi.
L’Italia si dice “è un miscuglio fortemente sbilanciato di debito pubblico (altissimo), ricchezza privata (molto elevata) e bassa capitalizzazione di mercato”, cui si aggiunge il gigantesco squilibrio fra il Nord e il Sud, che ha il record del “sottosviluppo” nell’Eurozona. Nel Sud una famiglia su cinque vive in condizioni di povertà relativa; mentre una su dieci è in condizioni di povertà assoluta, ha difficoltà cioè ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Ma per Salvini il problema dei problemi italiani è l’emergenza migranti e non la disponibilità economica per attuare i punti chiave del programma di governo: Flat Tax, reddito di cittadinanza e pensionamento anticipato. Con la sua boria e agitando il pugno di ferro, Salvini pensa di mettere alle corde l’Europa sul problema dei problemi: l’immigrazione. Alleandosi con i nemici dell’Italia (il gruppo di Visegrad) e trasformando in nemici gli alleati naturali del nostro paese, sta creando tutte le condizioni per un “felice” isolamento dell’Italia dal resto dell’Europa. Ed è questa un’operazione politica spregiudicata che potrebbe rivelarsi una trappola per gli interessi reali del nostro paese.
Potremmo anche dire che l’Italia del governo Salvini-Di Maio si trova isolata in Europa non tanto per scelta, quanto per l’egoismo di Francia e Germania, che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni fanno – e hanno fatto – i loro interessi nazionali, spacciandoli per interessi comunitari. Che Macron sia un presidente imbevuto di grandeur e si sia pure permesso di definire l’Italia un paese “vomitevole”, è vero; che la cancelliera tedesca sia un leader impaurito, messo sotto scacco dal suo stesso ministro degli Interni, Horst Seehofer, paragonabile per tanti aspetti al nostrano inquilino del Viminale Matteo Salvini nei confronti del premier Giuseppe Conte, è altrettanto vero. Pensare però che il nostro Paese possa avere dal gruppo di Visegrad una compensazione comparabile ai danni che derivano dall’indebolimento dei poteri dell’Unione Europea è assai discutibile e potrebbe rivelarsi un terribile autogoal.
Se il problema dei migranti, che sembra essere l’unico problema del paese, e il recente caso della nave Diciotti, per il quale il ministro degli Interni Salvini è indagato, pongono davvero la questione di modificare il Trattato di Dublino, perché mai le minacce non vengono esercitate proprio nei confronti di quei governi, come Ungheria e Repubblica Ceca, che di fatto impediscono questo obiettivo? Dire che l'UE che non ha tenuto conto delle esigenze italiane in materia di immigrazione e poi scegliere gli alleati sbagliati è un nonsenso.
Insomma, se si vuole ridurre la pressione migratoria che deriva dalla nostra posizione geografica, non è alleandosi con i paesi di Visegrad, dove l’immigrazione è un fantasma lontano, che il problema si risolverà.
Allontanarsi dall’unico binario possibile, ovvero quello del rafforzamento dei poteri dell’UE, se paga in termini di consenso elettorale, per il ruvido e virile modo di Salvini di intrattenere relazioni internazionali (i sondaggi dicono che il “pugno di ferro” di Salvini vale in termini di consenso più del 40%), certamente ci penalizzerà in termini di integrazione comunitaria e isolamento reale dell’Italia di fronte al fenomeno migratorio.
Una lezione di pragmatismo, di cui sarebbe utile tener conto,
dovrebbe indurci a percorrere l’unica strada possibile per difendere davvero i
nostri interessi nazionali, puntando sulle responsabilità condivise, e non sbattendo
i pugni sul tavolo. Le chiusure frontaliere degli altri paesi europei, irritati
dall’atteggiamento di Salvini, scaricherebbero, infatti, il fenomeno migratorio
solo e soltanto sulle nostre spalle.
Stando così le cose non sarebbe forse più saggio e opportuno non tirare troppo la corda, mettendo da parte – almeno per il momento – riforme come la Flat Tax e i pensionamenti anticipati, e puntare sulla sola riforma del reddito di cittadinanza?
Primo perché Flat Tax e reddito di cittadinanza non stanno affatto bene insieme: o l’una o l’altro. La progressività dell’imposizione fiscale deriva dal principio che mille euro dati a un disoccupato con una famiglia numerosa hanno una valenza etica e sociale assai maggiore degli stessi mille euro dati a chi possiede una barca al mare, un Rolex d’oro, un attico a Parigi o a New York, ecc. ecc. Con i mille euro il primo sfama la famiglia, il secondo fa il pieno alla barca. La ricchezza, infatti, pur essendo (rare volte) il risultato del merito, assai più spesso è il frutto di patrimoni accumulati nelle generazioni precedenti, e di conseguenza andrebbe attenuata a vantaggio di chi, vuoi per sfortuna o ingiustizie sociali, non può disporre neppure di quel reddito minimo per condurre una vita decorosa e dignitosa. Regalare pertanto soldi a chi già sta bene economicamente, eliminando o riducendo la progressività delle imposte, è non solo moralmente poco giustificabile, ma di fatto cristallizza le situazioni di disuguaglianza iniziale, aggravandole. Il criterio della progressività non è, infatti, soltanto un mezzo per finanziare le spese dello stato, ma anche uno strumento di redistribuzione della ricchezza, quale condizione essenziale per la stessa crescita economica di un qualsivoglia paese.
Secondo perché il reddito di cittadinanza costa 1/3 della Flat Tax ed è, a differenza di quest’ultima, un costo apparente per i conti pubblici, perché di fatto è una partita di giro, per il semplice motivo che chi non ha niente spende subito ciò che ha e, di conseguenza, la domanda aggregata interna aumenta immediatamente e così anche il Pil. I soldi dati ai ricchi, invece, non solo non spostano di una virgola i consumi, ma vanno a finire in banca sotto forma di risparmi e/o fondi di investimenti finanziari, con l’esito di spostare ancor più il reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite finanziarie e immobiliari, contraendo la domanda interna. Quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, è lapalissiano che i pochissimi ricchi non potranno mai compensare una domanda pari a quella di milioni di disoccupati. Se poi il reddito di cittadinanza fosse vincolato all’obbligo di percorsi formativi durante il periodo di inattività, il Paese tutto ne trarrà vantaggio, perché lavoratori professionalmente preparati sono una risorsa assai più importante di ricchi – questi sì fannulloni – che passano il loro tempo oziando e campando di rendita a spese di quanti un reddito reale producono.
Insomma, se Di Maio e Salvini saranno capaci di comprendere ciò che è realmente utile per il Paese da ciò che non lo è, seguendo una scala di priorità, scongiureranno il formarsi di una “tempesta perfetta” e dimostreranno di non essere dei capipopolo ma dei Politici moralmente liberi e con un profondo senso del dovere. Fare promesse solo per blandire il malcontento popolare e che sono poi molto difficili da mantenere, rischia di vanificare ogni buona intenzione. Il velleitarismo è sempre condannato al fallimento: se porta rapidamente in alto, fa pure precipitevolissimevolmente cadere in basso, nella polvere (Renzi docet!).
sabato 1 settembre 2018
I FIGLI DELLA SOCIETÀ DEI CONSUMI
Fino al secolo scorso, ogni generazione ha vissuto il suo
tempo con una profonda sensazione: quella di trovarsi nell’unico tempo
possibile. Ciascun uomo sospeso tra due nulla (quello della nascita e quello
della morte) ha tentato, almeno provato, di dare un senso alla propria
esistenza. Nell’unica vita e nell’unico mondo possibile ogni singolo individuo
riteneva di dover contribuire ad edificare ex novo il proprio originale
percorso verso il futuro, da lasciare poi in eredità alle successive generazioni, perché ne completassero l'opera.
Di testimone in testimone, come in un processo di sedimentazione geologica, gli
oppressi si sono lasciati alle spalle despoti di ogni ordine e grado, che
disponevano dello Stato e degli altri uomini come di una personale proprietà,
per il proprio piacere e beneficio e a favore esclusivo del proprio clan e dei
propri sodali.
Con l’idea di realizzare una società in cui ogni privilegio fosse
sradicato per il bene collettivo, molti uomini combatterono fino a sacrificare
la propria vita. Essi non videro i frutti della loro lotta, eppur si batterono
convinti che il loro sacrificio sarebbe stato il vessillo innalzato da altri
uomini fino alla definitiva sconfitta della tirannia. Questo è stato l’avventuroso
viaggio che ha portato alla scoperta dei diritti umani.
Oggi, infatti, diamo per scontati i diritti delle donne,
quelli dei bambini e degli esseri umani in generale, senza riflettere
abbastanza che la loro conquista è il prodotto del sangue versato da chi quei
diritti non ebbe e non conobbe. Li consideriamo immutabili come il sorgere del
sole, come l’alternarsi del giorno e della notte. Li diamo talmente per
scontati che non ci sfiora neppure il pensiero di doverne essere i custodi e di
vigilare attenti che non ci vengano un po’ alla volta portati via.
Nel vedere però i giovani di oggi non posso non provare un senso
di inquietudine. Sapranno questi ragazzi, cresciuti nel mito di modelli pubblicitari e televisivi - che hanno introiettato un'attitudine verso gli oggetti di consumo maggiore di quanto la sia per la poesia, la letteratura, la musica, la filosofia; appiattiti sull’apparenza e sul culto del corpo, senz’anima - essere i degni custodi del patrimonio di civiltà che ci è stato lasciato?
Potranno mai – un giorno
– questi ragazzi, questi giovani, totalmente privi di senso della storia, quando fossero chiamati, acquisire d'un tratto la capacità, che è frutto di
anni di esperienza e studi, per fare le scelte giuste al fine di scongiurare un futuro dalle
tinte fosche preconizzato nel lontano 1932 dallo scrittore britannico Aldous
Huxley?
Un fatto mi pare evidente: la maggior parte dei giovani sembra schiacciata sull’esistente; come sessantenni vivono l’ineluttabilità della
realtà, come qualcosa di impossibile da modificare. Cinici e disillusi non si
battono, non lottano per un futuro migliore. Totalmente privi di progettualità,
accettano anche condizioni degradanti di lavoro e di salario pur di acquistare
l’ultimo modello di cellulare. Il disinteresse per la politica e per la storia
ne fanno poi soggetti facili da sfruttare.
Il poeta libanese Khalil Gibran a proposito dei figli diceva:
«I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza
stessa della Vita». Oggi, almeno nelle nostre società occidentali del
benessere, sarebbe più appropriato dire: «I vostri figli non sono figli vostri ...
sono i figli e le figlie della forza stessa del Consumismo».
lunedì 20 agosto 2018
QUANDO SI TRASFERISCONO BENI PUBBLICI IN MANO PRIVATA
Piangiamo pure, ancora una volta, le vittime di un disastro
annunciato; uniamoci pure al cordoglio espresso dal Presidente della Repubblica
e dalle più alte istituzioni. Allestiamo pure funerali di stato per le vittime
del tragico crollo. Se tutto questo serve per accompagnare i defunti nel loro
ultimo grande viaggio e ripristinare l’equilibrio interno della comunità
spezzato dal tragico evento. Ma questi rituali, questi gesti, tesi a riparare
la nuova ferita, la lacerazione prodottasi nel tessuto sociale, non dicono l’avidità,
l’ingordigia, la rapacità del nuovo capitalismo. Non parlano del peccato
originale che sta alla base di tutti gli altri peccati: il PROFITTO, che non si
lascia ammansire dalle voci della morale, della religione, della cultura. E
come un Moloch chiede gli vengano tributati sacrifici umani. Perché dinanzi
alla pura logica del profitto nessun dilemma morale, che possa ostacolare o
ritardare il raggiungimento del fine, è ammesso. Nessuna etica del dovere,
nessuna etica della giustizia gli appartiene.
Non è una novità che l’egoismo della ricchezza senza fondo,
che ha nel profitto il suo epicentro, possa affatto non tener conto della
salute e della vita degli altri esseri umani, ridotti solo a utili strumenti
per conseguire ulteriore ricchezza. La storia del rogo della ThyssenKrupp in
cui sette operai persero la vita, investiti da una fuoriuscita di olio bollente
che prese fuoco, per l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello
stabilimento; il disastro di Bhopal (1984) in cui gli abitanti di un’intera
città persero la vita a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato
di metile (MIC); la tragedia a Dacca in cui persero la vita 381 operai, che producevano
capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali tra cui Benetton,
per l’assenza delle più elementari condizioni di sicurezza. E la narrazione di
eventi simili, che hanno nella logica del profitto il loro minimo comun
denominatore, sarebbe così lunga da trovare spazio in un’enciclopedia.
Ci si vuol meravigliare dunque che il privato messo di fronte
alla scelta se mettere in sicurezza il ponte Morandi, e quindi erodere parte
dei profitti accumulati, o staccare più lauti dividendi ai soci e agli
azionisti, abbia scelto quest’ultima opzione?
Il pensiero del nostro tempo proprio perché dominato dalla
cultura capitalistica ha voltato le spalle a qualsiasi valore morale. Neppure i
valori religiosi valgono a moderare l’insaziabilità che il capitalismo ha in sé:
la logica capitalistica è incompatibile con la “solidarietà” in senso cristiano.
E credere, come taluni pensano, di poter coniugare i valori di solidarietà con l’efficienza
capitalistica è come pretendere che il lupo si faccia vegetariano. Se il lupo facesse
questo, dovrebbe negare la sua natura e diventare altro da ciò che è; in
una parola, dovrebbe uccidere sé stesso.
Siamo tutti convinti che il capitalismo sia il mezzo più
efficace per produrre ricchezza, sicurezza, potenza, che non vediamo, o meglio
non vogliamo vedere, l’altra faccia della medaglia: gli effetti inquinanti e
distruttivi della produzione economica che si scaricano sul resto del mondo; il
divario crescente tra ricchi e poveri; la disuguaglianza che genera; i focolai
di guerra in ogni parte del mondo per la conquista e il possesso di risorse e
materie prime; il terrorismo alimentato dall’ingordigia capitalistica; lo
sfruttamento sistematico di uomini sacrificati e sacrificabili in nome del
profitto. È tutto questo quello che non si vuole vedere dietro le luci sfavillanti
dei paradisi artificiali creati dall’efficienza capitalistica e destinati ad un
numero sempre più esiguo di individui.
La follia estrema è l’aver creduto e credere che si possano
privatizzare beni pubblici senza pagare fio in termini di sicurezza. Quando lo
Stato privatizza le ferrovie, le linee aeree, le autostrade, le telecomunicazioni,
il servizio dell’acqua potabile, le università, la sanità, di fatto opera un
trasferimento di sovranità dal pubblico al privato. E il privato nei suoi
obiettivi non ha tanto la conservazione e la tutela nel lungo periodo dei beni
pubblici, quanto il loro sfruttamento in termini di profitto. Per restare in tema,
la società dei Benetton ha ottenuto ogni anno dal ministero la possibilità di
aumentare abbondantemente le tariffe autostradali sulla “promessa” (non
mantenuta) di fare investimenti. Fra il 2008 e il 2016, le tariffe nelle tratte
gestite da Autostrade per l’Italia sono aumentate del 25%, ma gli investimenti fatti
sono stati molto al di sotto dei proventi netti da pedaggio. Proprio nel tratto
ligure, dov’è crollato il ponte, a fronte di 280 milioni previsti, per
sostenere le spese di ammodernamento, innovazione, gestione e manutenzione
della rete stradale, ne sono stati spesi soltanto 76 milioni, ovvero solo il
27% del necessario, nonostante avessero già intascato in cash gli importi dei
pedaggi.
Questo fa il privato: è mosso dalla sola molla del tornaconto,
nessuna compassione, nessuna empatia. E per questo non accetta poi di essere
punito per aver usato propria quella logica che gli ha consentito di essere un
vincente! Il dramma, quello vero, o meglio la follia sta in chi lo ha messo nella
condizione di esprimere sé stesso, fingendo di non sapere a quali conseguenza
esponeva tutti gli altri. Per esempio, che uno psicopatico sia un soggetto
privo di empatia è notorio. Si sa che in certe circostanze potrebbe fare a
fette la propria madre senza provare alcuna emozione. E proprio questa sua caratteristica,
di non provare emozione alcuna, lo rende paradossalmente un soggetto più adatto
di altri al successo in aziende multinazionali o in posizioni apicali di potere.
Pertanto, l’azienda multinazionale che sceglie un manager puntando proprio
sulla sua natura tendenzialmente psicopatica, lo fa a ragion veduta: avrà sufficiente
pelo sullo stomaco per realizzare le aspettative di soci e azionisti, senza
preoccuparsi molto delle tante famiglie che manderà sul lastrico.
Così a quanti pensano che l’ingresso dei privati nel settore
dei beni pubblici sia una manna caduta dal cielo, io dico che il privato è bene
che faccia i panettoni, i jeans, le scarpe, ecc. ecc., ma non può occuparsi di
beni pubblici senza mettere a repentaglio non solo la sicurezza dei cittadini,
ma anche l’accesso a beni e servizi indispensabili, che sono alla base dell’uguaglianza
reale fra gli uomini.
Laddove il mercato conserva intatto in sé il principio
omeostatico della libera concorrenza, nella quale più imprese che producono gli
stessi beni o servizi competono fra di loro, il consumatore è il giudice finale
che decide quale prodotto comprare sulla base del rapporto qualità prezzo. Nel
punto ideale di incontro tra offerta e domanda viene allora a quantificarsi anche
il giusto riconoscimento per il produttore in termini di profitto. Ma quando
parliamo di autostrade e ferrovie manca affatto il requisito della libera
concorrenza. E se manca questo requisito, siamo allora in regime di concorrenza
monopolistica, in cui nessun utente o consumatore è in grado di influenzare con
le proprie decisioni l’andamento delle contrattazioni e delle politiche
aziendali. E stando così le cose, al monopolio del privato credo sia preferibile quello
dello Stato che almeno è non profit.
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