Fino al secolo scorso, ogni generazione ha vissuto il suo
tempo con una profonda sensazione: quella di trovarsi nell’unico tempo
possibile. Ciascun uomo sospeso tra due nulla (quello della nascita e quello
della morte) ha tentato, almeno provato, di dare un senso alla propria
esistenza. Nell’unica vita e nell’unico mondo possibile ogni singolo individuo
riteneva di dover contribuire ad edificare ex novo il proprio originale
percorso verso il futuro, da lasciare poi in eredità alle successive generazioni, perché ne completassero l'opera.
Di testimone in testimone, come in un processo di sedimentazione geologica, gli
oppressi si sono lasciati alle spalle despoti di ogni ordine e grado, che
disponevano dello Stato e degli altri uomini come di una personale proprietà,
per il proprio piacere e beneficio e a favore esclusivo del proprio clan e dei
propri sodali.
Con l’idea di realizzare una società in cui ogni privilegio fosse
sradicato per il bene collettivo, molti uomini combatterono fino a sacrificare
la propria vita. Essi non videro i frutti della loro lotta, eppur si batterono
convinti che il loro sacrificio sarebbe stato il vessillo innalzato da altri
uomini fino alla definitiva sconfitta della tirannia. Questo è stato l’avventuroso
viaggio che ha portato alla scoperta dei diritti umani.
Oggi, infatti, diamo per scontati i diritti delle donne,
quelli dei bambini e degli esseri umani in generale, senza riflettere
abbastanza che la loro conquista è il prodotto del sangue versato da chi quei
diritti non ebbe e non conobbe. Li consideriamo immutabili come il sorgere del
sole, come l’alternarsi del giorno e della notte. Li diamo talmente per
scontati che non ci sfiora neppure il pensiero di doverne essere i custodi e di
vigilare attenti che non ci vengano un po’ alla volta portati via.
Nel vedere però i giovani di oggi non posso non provare un senso
di inquietudine. Sapranno questi ragazzi, cresciuti nel mito di modelli pubblicitari e televisivi - che hanno introiettato un'attitudine verso gli oggetti di consumo maggiore di quanto la sia per la poesia, la letteratura, la musica, la filosofia; appiattiti sull’apparenza e sul culto del corpo, senz’anima - essere i degni custodi del patrimonio di civiltà che ci è stato lasciato?
Potranno mai – un giorno
– questi ragazzi, questi giovani, totalmente privi di senso della storia, quando fossero chiamati, acquisire d'un tratto la capacità, che è frutto di
anni di esperienza e studi, per fare le scelte giuste al fine di scongiurare un futuro dalle
tinte fosche preconizzato nel lontano 1932 dallo scrittore britannico Aldous
Huxley?
Un fatto mi pare evidente: la maggior parte dei giovani sembra schiacciata sull’esistente; come sessantenni vivono l’ineluttabilità della
realtà, come qualcosa di impossibile da modificare. Cinici e disillusi non si
battono, non lottano per un futuro migliore. Totalmente privi di progettualità,
accettano anche condizioni degradanti di lavoro e di salario pur di acquistare
l’ultimo modello di cellulare. Il disinteresse per la politica e per la storia
ne fanno poi soggetti facili da sfruttare.
Il poeta libanese Khalil Gibran a proposito dei figli diceva:
«I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza
stessa della Vita». Oggi, almeno nelle nostre società occidentali del
benessere, sarebbe più appropriato dire: «I vostri figli non sono figli vostri ...
sono i figli e le figlie della forza stessa del Consumismo».
Una verità assoluta
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RispondiEliminaHawk Host.