sabato 1 settembre 2018

I FIGLI DELLA SOCIETÀ DEI CONSUMI


Fino al secolo scorso, ogni generazione ha vissuto il suo tempo con una profonda sensazione: quella di trovarsi nell’unico tempo possibile. Ciascun uomo sospeso tra due nulla (quello della nascita e quello della morte) ha tentato, almeno provato, di dare un senso alla propria esistenza. Nell’unica vita e nell’unico mondo possibile ogni singolo individuo riteneva di dover contribuire ad edificare ex novo il proprio originale percorso verso il futuro, da lasciare poi in eredità alle successive generazioni, perché ne completassero l'opera. 

Di testimone in testimone, come in un processo di sedimentazione geologica, gli oppressi si sono lasciati alle spalle despoti di ogni ordine e grado, che disponevano dello Stato e degli altri uomini come di una personale proprietà, per il proprio piacere e beneficio e a favore esclusivo del proprio clan e dei propri sodali. 

Con l’idea di realizzare una società in cui ogni privilegio fosse sradicato per il bene collettivo, molti uomini combatterono fino a sacrificare la propria vita. Essi non videro i frutti della loro lotta, eppur si batterono convinti che il loro sacrificio sarebbe stato il vessillo innalzato da altri uomini fino alla definitiva sconfitta della tirannia. Questo è stato l’avventuroso viaggio che ha portato alla scoperta dei diritti umani.

Oggi, infatti, diamo per scontati i diritti delle donne, quelli dei bambini e degli esseri umani in generale, senza riflettere abbastanza che la loro conquista è il prodotto del sangue versato da chi quei diritti non ebbe e non conobbe. Li consideriamo immutabili come il sorgere del sole, come l’alternarsi del giorno e della notte. Li diamo talmente per scontati che non ci sfiora neppure il pensiero di doverne essere i custodi e di vigilare attenti che non ci vengano un po’ alla volta portati via.

Nel vedere però i giovani di oggi non posso non provare un senso di inquietudine. Sapranno questi ragazzi, cresciuti nel mito di modelli pubblicitari e televisivi - che hanno introiettato un'attitudine verso gli oggetti di consumo maggiore di quanto la sia per la poesia, la letteratura, la musica, la filosofia; appiattiti sull’apparenza e sul culto del corpo, senz’anima - essere i degni custodi del patrimonio di civiltà che ci è stato lasciato?

Potranno mai – un giorno – questi ragazzi, questi giovani, totalmente privi di senso della storia, quando fossero chiamati, acquisire d'un tratto la capacità, che è frutto di anni di esperienza e studi, per fare le scelte giuste al fine di scongiurare un futuro dalle tinte fosche preconizzato nel lontano 1932 dallo scrittore britannico Aldous Huxley?

Un fatto mi pare evidente: la maggior parte dei giovani sembra schiacciata sull’esistente; come sessantenni vivono l’ineluttabilità della realtà, come qualcosa di impossibile da modificare. Cinici e disillusi non si battono, non lottano per un futuro migliore. Totalmente privi di progettualità, accettano anche condizioni degradanti di lavoro e di salario pur di acquistare l’ultimo modello di cellulare. Il disinteresse per la politica e per la storia ne fanno poi soggetti facili da sfruttare.

Il poeta libanese Khalil Gibran a proposito dei figli diceva: «I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita». Oggi, almeno nelle nostre società occidentali del benessere, sarebbe più appropriato dire: «I vostri figli non sono figli vostri ... sono i figli e le figlie della forza stessa del Consumismo».

2 commenti:

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