Sulla matrice classista di questa Europa non dovrebbero esserci più dubbi, le reazioni dell’establishment liberal-europeista di fronte ai provvedimenti del governo gialloverde sono la dimostrazione lampante che, come diceva Marx, la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Padroni contro garzoni, ricchi contro poveri, privilegiati contro svantaggiati. Insomma, da sempre gli oppressori soffocano gli oppressi per impedirne l’emancipazione sul piano economico ed umano. E chi ancora afferma che le classi sociali non esistono più, se è “intellettualmente onesto”, dovrebbe fare ammenda e riconoscere che la lotta di classe esiste.
La prova indiretta di questa lotta di classe, condotta in modo silente e nascosto, sono le politiche sinora perseguite che hanno prodotto disparità di reddito scandalose, affamato i popoli e reso difficile per i poveri uscire dalla loro condizione di povertà. Le politiche distintive del neoliberismo – fortemente sostenute dalla cosiddetta Troika – hanno sortito effetti così devastanti sul piano delle disuguaglianze e su quello della crescita economica, che solo i pazzi e coloro che nella piramide sociale occupano la posizione più alta, secondo il principio del personale tornaconto, possono continuare a giustificare.
La Grecia in ginocchio, stremata dall’austerity dell’Unione Europea e strozzata dalla Troika, con il suo esercito di disoccupati, privatizzazioni, vendite di demanio pubblico e riforme costituzionali, con il conclamato peggioramento del suo stato di salute, dimostra la totale inefficacia delle terapie imposte, in più riprese, dal Fmi, dalla Banca mondiale e dall'Ue.
Ma l'Europa dei banchieri, testardamente e ingiustificatamente, boccia la manovra economica del governo Lega-M5S agitando ora lo spettro dello spread e della Troika, ora la minaccia che, se continua la sfida sui conti, l'Italia andrà verso una dolorosa ristrutturazione del suo debito sovrano. E questa significa il default del sistema creditizio italiano che, perdendo l'accesso ai mercati e la fiducia degli investitori per anni interminabili, si avvierebbe verso una condizione non diversa da quella che si verificò in Argentina tra la fine degli anni novanta e l'inizio del decennio successivo, quando la gente, temendo per i propri risparmi, scatenò una corsa agli sportelli. Ritirò grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari per convertirli in dollari e mandarli all'estero; il governo, per arginare la fuga dei capitali, fu costretto allora a congelare tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo solo prelievi di piccole somme di denaro.
Il messaggio è chiaro e forte: chi osa sfidare le regole dell'Unione europea rischia di pagare un conto assai salato. E se questo è solo il frutto delle leggi implacabili dell’economia, allora io sono paperino. Questo è il risultato della più bieca politica classista posta in essere dalla minoranza benestante a danno della maggioranza: quando nulla può la persuasione, si passa alle maniere brute.
I dati storici sono lì a dichiararlo senza ombra di dubbio: il deficit al 2,4% si inserisce in perfetta continuità con la dinamica degli ultimi dieci anni, risultando addirittura inferiore alle performance del governo Monti, chiamato a salvare l’Italia dal baratro. All’epoca il deficit era attestato al 3%, e così è stato sino a tutto il 2014. Quindi con il governo Renzi si è stabilmente mantenuto a livelli superiori al 2,4%. E dunque donde deriva la preoccupazione dei vertici dell'Unione europea per la manovra finanziaria tracciata dal governo gialloverde? Forse perché per la prima volta accanto alla parola “manovra” compare l’aggettivo “popolare”? Ed è assai nota l’idiosincrasia che i pochi ricchi hanno per il termine “popolare”.
Quando si è trattato di dare soldi alle banche, che hanno prodotto la crisi e che il popolo ha pagato e continua a pagare, non un gemito di avversione. Nessuno dei vertici di Bruxelles si è stracciato le vesti; nessun “economista cortigiano” ha paventato scenari apocalittici. Eppure il nostro deficit viaggiava costantemente intorno al 3%. Che cosa è stato il Quantitative Easing se non un modo – neppure tanto velato – di foraggiare il sistema bancario dei paesi dell'Europa meridionale (i cosiddetti pigs) per ripagare i loro debiti verso le banche tedesche? La sola Spagna aveva un’esposizione debitoria nei confronti delle banche tedesche per almeno 70,5 miliardi di euro. E poiché – come si dice in economia – “nessun pasto è gratis”, il costo di questo salvataggio si è riversato sulla popolazione, accusata a torto di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità, in termini di minori servizi sociali e di “manovre lacrime e sangue”.
Ora che gli speculatori internazionali e le banche tedesche e francesi sono rientrati, la Bce può pure chiudere i rubinetti del Quantitative Easing. E Berlino potrà anche ammonirci sul rispetto delle regole e sulla sua superiorità morale rispetto a quei paesi che pretendono ora di risarcire quella parte di popolazione che la crisi non l’ha provocata, ma ne ha scontato gli effetti.
Il salvataggio delle banche italiane (Banche Venete e Mps) è costato ai contribuenti italiani 6,3 miliardi di euro, escludendo quelli direttamente pagati dai risparmiatori truffati (il Codacons stima le perdite subite dai risparmiatori italiani, negli ultimi 15 anni, per crisi bancarie e crac finanziari in 44 miliardi di euro). I salvataggi di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi di Siena sono costati circa 662 euro per ogni famiglia italiana, e non mi pare di aver sentito la maggioranza dei mass media, schierati a favore dell’establishment, parlare di rischio per la tenuta dei conti.
Le risorse necessarie per l'avvio del reddito di cittadinanza e della pensione di cittadinanza ammontano a circa 9 – 10 miliardi di euro; tre o quattro miliardi in più di quanto è costato il salvataggio delle banche. Ma con la differenza che questa volta il provvedimento non riguarderà banche o confindustria, ma 6,5 milioni di persone che ora sono sotto la soglia di povertà. È dunque la diversa destinazione delle risorse che spinge Bruxelles a bocciare la manovra?
Siamo ancora entro i parametri di Maastricht (3%), ma questo non basta più. Non esiste soluzione di continuità tra l’ultima finanziaria di Padoan e quella dell’attuale governo, ma già si preannunciano scenari simili a quelli greco e argentino. E lo spread? Non ci vuole molto a capire che se il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, il suo vicepresidente, il lettone Valdis Dombrovskis, e il titolare dei conti pubblici, il francese Pierre Moscovici, sono concordi nell’esprimere preoccupazioni sulla tenuta dei conti italiani, questo abbia l’effetto immediato di infiammare lo spread tra Btp e Bund tedeschi. Queste non sono le dichiarazioni degli uscieri di Bruxelles, ma dei massimi vertici dell’Ue, che non possono non avere peso sulle decisioni degli investitori.
Ecco allora che tali dichiarazioni – se non sono il parto di mentecatti e irresponsabili – hanno una valenza politica indiscutibile: o l’Italia modifica la manovra, rigettandola, o – in caso contrario – subirà l’ira funesta dei mercati. Come nella nota favola del lupo e dell’agnello, la coerenza dei fatti nulla può contro chi ha deciso di fare un torto, in ragione del proprio personale tornaconto. Non c’è argomento giusto e fondato contro chi inventa pretesti per conservare la sua posizione di privilegio.
E se le cose stanno così non vedo perché mai i proletari di tutto il mondo non dovrebbero unirsi per cacciare – una volta per tutte – questi affamatori di popoli.
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