Qualcuno mi ha chiesto di esprimere la mia opinione sulla morte di Stefano Cucchi.
Dico subito che chiunque fosse stato Stefano, prima di quella tragica notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, conta zero: la sua morte è senza alcuna ombra di dubbio un “delitto di Stato”, indipendentemente dalle responsabilità dei singoli, che stanno emergendo copiose ed incontrovertibili. È soprattutto un delitto di Stato perché Stefano Cucchi è morto mentre era in custodia delle istituzioni e dei suoi rappresentanti.
Dal momento in cui era uscito di casa, con le manette ai polsi, il responsabile del suo destino era diventato lo Stato. E non è ammissibile che lo Stato, che si fonda sul diritto e non sulla brutalità, possa macchiarsi di un crimine così abominevole come il pestaggio in gruppo.
Lo hanno pestato a sangue sino a provocarne la morte, e quindi se ne sono vantati.
Un tale trattamento di vera e propria vessazione e tortura è più ascrivibile a membri della peggiore banda criminale, che a uomini dell’arma dei carabinieri, che vanta una lunga tradizione di rispetto dei valori della legittimità e della legalità.
La notte del pestaggio questi valori furono a quanto pare sospesi per dare corso agli istinti più bestiali di autentica violenza fascista. Quelli che dovevano essere i tutori dell’ordine, chissà per quale alchimia scattata nel loro cervello, si trasformarono in seviziatori; smisero la divisa dei carabinieri e indossarono la camicia nera delle squadracce fasciste.
Vigliaccamente protetti da una vernice di legalità, sfogarono la propria frustrazione e rabbia, probabilmente frutto di un’infanzia violentata, su un bersaglio facile: quello di Stefano Cucchi, 43 chilogrammi di peso distribuiti su 162 cm di altezza.
Quale motivo, altrimenti dettato da ragioni di sicurezza, può giustificare un tale massacro, se non la gratuità della crudeltà fine a sé stessa?
Nelle foto scattate dopo l'autopsia si vede un ragazzo che pesa 37 chili, con il volto devastato, l'occhio destro rientrato nell'orbita, l'arcata sopraccigliare sinistra gonfia e la mascella destra con un solco verticale, segno di una frattura.
Dinanzi a tali immagini, la simpatia tributata da alcuni agli assassini di Stefano Cucchi è un fatto assolutamente vergognoso e riprovevole, che non solo dimostra la scarsa attitudine al senso di compassione, che quando cede alla violenza bruta avvilisce l’essere umano, ma anche la scarsa propensione a comprendere i concetti di diritto e legalità, facendoci arretrare sulla via della barbarie anziché progredire su quella della civiltà.
E se questo non bastasse, un tale atteggiamento di comprensione, per l’atto di crudeltà perpetrato da uomini che indegnamente indossano la divisa dei carabinieri, getta discredito e ignominia anche su quella parte di poliziotti e carabinieri che compiono il loro dovere in modo assolutamente rispettabile e normale. Un tumore è un grumo di cellule che va estirpato, anche se fa parte del nostro stesso organismo.
La storia di Stefano Cucchi è una storia simile a quella di tanti tossicodipendenti, con difficoltà psicologiche e comportamentali che si scaricano sulla famiglia, i cui tentativi maldestri di tirar fuori il proprio figlio o il proprio fratello dalla dipendenza della droga è spesso costellata di insuccessi e di vani successi. Sicuramente essere genitori di tali figli implica sempre e comunque un amore e una forza fuori del comune. Sempre in bilico tra il desiderio di mollarlo e l’istinto di aiutarlo nei modi a loro possibili. È quello che hanno fatto il padre e la madre di Stefano Cucchi, sostenendolo nel periodo della riabilitazione, spingendolo a prendere il diploma di geometra, che gli avrebbe consentito di lavorare nello studio del padre. Con la speranza che il lavoro e le responsabilità che questo comporta l’avrebbero aiutato ad uscire dalla morsa della tossicodipendenza. Insomma, una storia di disagio come tante altre.
Stefano Cucchi non era lo spacciatore che si vede nelle serie televisive tipo Gomorra: non guidava auto di lusso, non frequentava night, non possedeva donne a comando. Lo spaccio di hashish, marjuana e cocaina gli serviva per procacciarsela a sua volta. Certo, questa non è un’attenuante e per questo avrebbe pagato la sua pena in carcere. Avrebbe pagato la sua pena perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie contro l’epilessia di cui soffriva.
Si dice infatti che a far scattare l’ira dei carabinieri, che lo hanno pestato, sia proprio l’esiguità della droga trovata in suo possesso; mentre il movente del pestaggio sia da ricercare nella delusione dei militari per non aver trovato la grande quantità di droga che si aspettavano.
Molti che puntano il dito contro gli Stefano Cucchi ricordano i Farisei, spesso oggetto di scherno nelle parabole di Gesù, che guardano la pagliuzza e non si accorgono della trave.
L’industria del narcotraffico non conosce recessione ed è sempre più florida. Imperi industriali sono stati travolti dalla crisi e finiti alla bancarotta, ma quella del narcotraffico, con un volume di denaro stimato all'incirca in 500 miliardi di dollari ed equivalente all'intero fatturato delle sette case automobilistiche più grandi del pianeta, non ha conosciuto e non conosce battute di arresto. È questo il business che produce morti, violenza, corruzione e anche connivenza da parte dei governi. Per soddisfare questo volume d’affari, l’eroina e la polvere bianca non arrivano dall’Afganistan, dalla Colombia, dal Venezuela, dal Brasile e dal Messico nascoste negli anfratti delle autovetture o nella vagina o nel retto del corriere. Viene fatta arrivare nell’Africa occidentale soprattutto per mare. In genere vengono utilizzate navi portacontainer e grosse barche, tipo yacht e motoscafi. Una parte minore, intorno al 20%, viaggia invece in piccoli aerei privati. E la sua penetrazione nella società – alla luce del sole – non potrebbe avvenire senza una qualche forza di legittimazione del potere pubblico. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno, a muovere tutto sarebbero almeno 155 clan locali che affiliano circa 6mila persone, legate spesso tra di loro da vincoli familiari. Queste cosche operano in piena tranquillità grazie al loro potere intimidatorio poco visibili ma senz’altro efficace.
Se nella caserma dei carabinieri ci fosse stata una di quelle seimila persone, dubito che gli avrebbero riservato lo stesso pestaggio. Gli Stefano Cucchi – vittime a loro volta – sono soltanto i pesci piccoli, utili a dare la parvenza che sul piano del contrasto alla droga qualcosa lo Stato fa.
Dunque la storia di Stefano non è la storia di un eroe o di un martire. È l’aver occultato gli eccessi ingiustificabili, l’aver avvelenato con bugie, depistaggi, verità di comodo, che la rende emblematica del marcio che v’è tra le forze dell’ordine. E il marcio non va nascosto, ma individuato e allontanato proprio per salvare il resto del corpo. Poliziotti e carabinieri che massacrano le persone in loro custodia non sono degni di stare assieme ad altri poliziotti e carabinieri che con senso del dovere garantiscono la nostra sicurezza e incolumità.
Come al solito una chiarezza e una lucidità encomiabile.Al tempo stesso Commovente. Grazie
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