sabato 13 ottobre 2018

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È LA SOLUZIONE

Sento dire da più parti che il “reddito di cittadinanza” non è la risposta alla disoccupazione e non guarisce i mali del Paese. Sono d’accordo anch’io! Ma è altrettanto vero che il tasso di disoccupazione, soprattutto nelle regioni del Sud, ha raggiunto livelli di guardia tali da costituire una vera e propria emergenza sociale, cui la politica deve comunque dare una risposta. 

Non è ammissibile né sul piano civile né su quello sociale e neppure su quello economico che vi siano intere generazioni di cittadini destinate a restare marginalizzate economicamente e socialmente. Il reddito di cittadinanza non è forse la risposta migliore, ma è almeno un tentativo di porre rimedio a politiche sin qui condotte, che hanno avuto il solo merito di avvantaggiare i pochi ricchi e scavare un abisso sempre più profondo che separa i poveri, sempre più immiseriti, depressi e privi di ogni prospettiva, dai benestanti, al contrario sempre più ottimisti, fiduciosi e chiassosi nei prodigi della finanza, dei mercati e delle politiche sin qui perseguite. 

Se fossero state adottate politiche di più equa distribuzione della ricchezza, non saremmo a questo punto. I governi dei paesi europei avrebbero potuto ugualmente perseguire politiche di messa in sicurezza dei conti pubblici e riduzioni del debito pubblico, senza deprimere eccessivamente l’economia e il benessere di quote sempre maggiori di popolazione. 

Ma si è scelto, con ostinata persistenza, di far gravare tutto il peso della crisi proprio sui lavoratori dipendenti, che al festino della speculazione finanziaria non hanno partecipato e a cui è stato presentato, alla fine del banchetto, il salato conto da pagare. 

Non potevano tali iniqui politiche non produrre consistenti sacche di povertà che, come spazzatura ammassata nelle strade, reclamano ora una qualche forma di “smaltimento”.

Quando tonnellate di sacchi neri sono ammassate nelle strade, le soluzioni possibili sono soltanto due: individuare siti dove scaricare i rifiuti, mettere a pieno regime gli inceneritori, nonostante le proteste della gente e le giaculatorie degli ambientalisti. La politica dell’emergenza non consente programmazione e cooperazione; le cose vanno fatte per uscire dalle difficoltà. 

Semmai occorrerebbe individuare le responsabilità di quanti, condannandoci a vivere perennemente nella logica dell’emergenza, continuano a pontificare dai loro scranni parlamentari, come se non fossero stati, essi stessi, gli attori del degrado politico ed economico del nostro Paese.

Così se sono state perseguite politiche che hanno favorito il profitto individuale, secondo la summa teologica che questo è il meccanismo migliore per il perseguimento del bene comune, la colpa non è del M5S che, proponendo il reddito di cittadinanza, intende oggi ovviare all’ampliamento delle disparità di reddito che si sono prodotte proprio a causa di politiche scellerate, che hanno abbracciato come un dogma la tesi secondo la quale la ricchezza accumulata al vertice della società filtra verso il basso. 

Nonostante la fin troppo evidenza che questo non è mai accaduto nella storia umana, si è voluto tuttavia mettere in atto le criminali politiche reaganiane e thatcheriane, calandole sulla carne viva delle persone. E questo è quello che oggi raccogliamo: depressione economica, crescente disoccupazione e disuguaglianza sempre più estesa e accelerata.

Che il reddito di cittadinanza sia una misura assistenziale finanziata col debito pubblico, è fuori dubbio. Ma, nell’immediato, quale risposta possiamo dare agli oltre cinque milioni di italiani che vivono in povertà assoluta? Pensiamo di risolvere tale problema avviandoli nelle camere a gas?

E se invece di fare deficit, con il conseguente aumento del debito pubblico e il maggior onere degli interessi, che già oggi corrisponde a quanto il nostro Stato spende per l’istruzione pubblica, finanziassimo il reddito di cittadinanza prendendo i soldi che occorrono da quelli che ne hanno tanti, e che grazie a sofisticati sistemi elusivi non pagano allo Stato quanto dovrebbero? Perché non tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio degli italiani?

Contro la maggioranza degli italiani e dei lavoratori dipendenti che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, c’è un’esigua minoranza che ha oltre 4 mila miliardi di euro investiti e proprietà immobiliari pari al 248% del Pil. 

Perché allora non fare appello al loro senso patriottico per abbattere una buona percentuale del debito? Perché invece del condono fiscale, questo governo non prepara una bella “mazzata fiscale” che si abbatta su questo 10% della popolazione italiana, costringendoli una buona volta a fare i conti con il fisco? 

Assai probabilmente scapperebbero con i loro soldi dall’Italia, come ha fatto Gérard Depardieu, ma non potrebbero portare con sé l’ingente patrimonio immobiliare, che lo Stato metterà a disposizione dei senza tetto e sul mercato per ricavare quanto serve per le riforme che intende varare.

Sarebbe questa una vera rivoluzione senza spargimenti di sangue. Condotta con l’unica arma del fisco per creare un po’ di equità e giustizia. 

Sarebbe allora interessante vedere l’effetto che fa: anche questa volta i poteri forti di Bruxelles proverebbero a bocciare la nostra manovra fiscale? 

In fondo si tratterebbe di una manovra in linea con i principi dell’austerità e fatta per rimanere nell’euro. 

Cambierebbe solo la categoria di chi paga: per la prima volta, i ricchi invece del popolo. 

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