lunedì 20 agosto 2018

QUANDO SI TRASFERISCONO BENI PUBBLICI IN MANO PRIVATA


Piangiamo pure, ancora una volta, le vittime di un disastro annunciato; uniamoci pure al cordoglio espresso dal Presidente della Repubblica e dalle più alte istituzioni. Allestiamo pure funerali di stato per le vittime del tragico crollo. Se tutto questo serve per accompagnare i defunti nel loro ultimo grande viaggio e ripristinare l’equilibrio interno della comunità spezzato dal tragico evento. Ma questi rituali, questi gesti, tesi a riparare la nuova ferita, la lacerazione prodottasi nel tessuto sociale, non dicono l’avidità, l’ingordigia, la rapacità del nuovo capitalismo. Non parlano del peccato originale che sta alla base di tutti gli altri peccati: il PROFITTO, che non si lascia ammansire dalle voci della morale, della religione, della cultura. E come un Moloch chiede gli vengano tributati sacrifici umani. Perché dinanzi alla pura logica del profitto nessun dilemma morale, che possa ostacolare o ritardare il raggiungimento del fine, è ammesso. Nessuna etica del dovere, nessuna etica della giustizia gli appartiene.

Non è una novità che l’egoismo della ricchezza senza fondo, che ha nel profitto il suo epicentro, possa affatto non tener conto della salute e della vita degli altri esseri umani, ridotti solo a utili strumenti per conseguire ulteriore ricchezza. La storia del rogo della ThyssenKrupp in cui sette operai persero la vita, investiti da una fuoriuscita di olio bollente che prese fuoco, per l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento; il disastro di Bhopal (1984) in cui gli abitanti di un’intera città persero la vita a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC); la tragedia a Dacca in cui persero la vita 381 operai, che producevano capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali tra cui Benetton, per l’assenza delle più elementari condizioni di sicurezza. E la narrazione di eventi simili, che hanno nella logica del profitto il loro minimo comun denominatore, sarebbe così lunga da trovare spazio in un’enciclopedia.

Ci si vuol meravigliare dunque che il privato messo di fronte alla scelta se mettere in sicurezza il ponte Morandi, e quindi erodere parte dei profitti accumulati, o staccare più lauti dividendi ai soci e agli azionisti, abbia scelto quest’ultima opzione? 

Il pensiero del nostro tempo proprio perché dominato dalla cultura capitalistica ha voltato le spalle a qualsiasi valore morale. Neppure i valori religiosi valgono a moderare l’insaziabilità che il capitalismo ha in sé: la logica capitalistica è incompatibile con la “solidarietà” in senso cristiano. E credere, come taluni pensano, di poter coniugare i valori di solidarietà con l’efficienza capitalistica è come pretendere che il lupo si faccia vegetariano. Se il lupo facesse questo, dovrebbe negare la sua natura e diventare altro da ciò che è; in una parola, dovrebbe uccidere sé stesso.

Siamo tutti convinti che il capitalismo sia il mezzo più efficace per produrre ricchezza, sicurezza, potenza, che non vediamo, o meglio non vogliamo vedere, l’altra faccia della medaglia: gli effetti inquinanti e distruttivi della produzione economica che si scaricano sul resto del mondo; il divario crescente tra ricchi e poveri; la disuguaglianza che genera; i focolai di guerra in ogni parte del mondo per la conquista e il possesso di risorse e materie prime; il terrorismo alimentato dall’ingordigia capitalistica; lo sfruttamento sistematico di uomini sacrificati e sacrificabili in nome del profitto. È tutto questo quello che non si vuole vedere dietro le luci sfavillanti dei paradisi artificiali creati dall’efficienza capitalistica e destinati ad un numero sempre più esiguo di individui.

La follia estrema è l’aver creduto e credere che si possano privatizzare beni pubblici senza pagare fio in termini di sicurezza. Quando lo Stato privatizza le ferrovie, le linee aeree, le autostrade, le telecomunicazioni, il servizio dell’acqua potabile, le università, la sanità, di fatto opera un trasferimento di sovranità dal pubblico al privato. E il privato nei suoi obiettivi non ha tanto la conservazione e la tutela nel lungo periodo dei beni pubblici, quanto il loro sfruttamento in termini di profitto. Per restare in tema, la società dei Benetton ha ottenuto ogni anno dal ministero la possibilità di aumentare abbondantemente le tariffe autostradali sulla “promessa” (non mantenuta) di fare investimenti. Fra il 2008 e il 2016, le tariffe nelle tratte gestite da Autostrade per l’Italia sono aumentate del 25%, ma gli investimenti fatti sono stati molto al di sotto dei proventi netti da pedaggio. Proprio nel tratto ligure, dov’è crollato il ponte, a fronte di 280 milioni previsti, per sostenere le spese di ammodernamento, innovazione, gestione e manutenzione della rete stradale, ne sono stati spesi soltanto 76 milioni, ovvero solo il 27% del necessario, nonostante avessero già intascato in cash gli importi dei pedaggi.

Questo fa il privato: è mosso dalla sola molla del tornaconto, nessuna compassione, nessuna empatia. E per questo non accetta poi di essere punito per aver usato propria quella logica che gli ha consentito di essere un vincente! Il dramma, quello vero, o meglio la follia sta in chi lo ha messo nella condizione di esprimere sé stesso, fingendo di non sapere a quali conseguenza esponeva tutti gli altri. Per esempio, che uno psicopatico sia un soggetto privo di empatia è notorio. Si sa che in certe circostanze potrebbe fare a fette la propria madre senza provare alcuna emozione. E proprio questa sua caratteristica, di non provare emozione alcuna, lo rende paradossalmente un soggetto più adatto di altri al successo in aziende multinazionali o in posizioni apicali di potere. Pertanto, l’azienda multinazionale che sceglie un manager puntando proprio sulla sua natura tendenzialmente psicopatica, lo fa a ragion veduta: avrà sufficiente pelo sullo stomaco per realizzare le aspettative di soci e azionisti, senza preoccuparsi molto delle tante famiglie che manderà sul lastrico.

Così a quanti pensano che l’ingresso dei privati nel settore dei beni pubblici sia una manna caduta dal cielo, io dico che il privato è bene che faccia i panettoni, i jeans, le scarpe, ecc. ecc., ma non può occuparsi di beni pubblici senza mettere a repentaglio non solo la sicurezza dei cittadini, ma anche l’accesso a beni e servizi indispensabili, che sono alla base dell’uguaglianza reale fra gli uomini.

Laddove il mercato conserva intatto in sé il principio omeostatico della libera concorrenza, nella quale più imprese che producono gli stessi beni o servizi competono fra di loro, il consumatore è il giudice finale che decide quale prodotto comprare sulla base del rapporto qualità prezzo. Nel punto ideale di incontro tra offerta e domanda viene allora a quantificarsi anche il giusto riconoscimento per il produttore in termini di profitto. Ma quando parliamo di autostrade e ferrovie manca affatto il requisito della libera concorrenza. E se manca questo requisito, siamo allora in regime di concorrenza monopolistica, in cui nessun utente o consumatore è in grado di influenzare con le proprie decisioni l’andamento delle contrattazioni e delle politiche aziendali. E stando così le cose, al monopolio del privato credo sia preferibile quello dello Stato che almeno è non profit.

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