Piangiamo pure, ancora una volta, le vittime di un disastro
annunciato; uniamoci pure al cordoglio espresso dal Presidente della Repubblica
e dalle più alte istituzioni. Allestiamo pure funerali di stato per le vittime
del tragico crollo. Se tutto questo serve per accompagnare i defunti nel loro
ultimo grande viaggio e ripristinare l’equilibrio interno della comunità
spezzato dal tragico evento. Ma questi rituali, questi gesti, tesi a riparare
la nuova ferita, la lacerazione prodottasi nel tessuto sociale, non dicono l’avidità,
l’ingordigia, la rapacità del nuovo capitalismo. Non parlano del peccato
originale che sta alla base di tutti gli altri peccati: il PROFITTO, che non si
lascia ammansire dalle voci della morale, della religione, della cultura. E
come un Moloch chiede gli vengano tributati sacrifici umani. Perché dinanzi
alla pura logica del profitto nessun dilemma morale, che possa ostacolare o
ritardare il raggiungimento del fine, è ammesso. Nessuna etica del dovere,
nessuna etica della giustizia gli appartiene.
Non è una novità che l’egoismo della ricchezza senza fondo,
che ha nel profitto il suo epicentro, possa affatto non tener conto della
salute e della vita degli altri esseri umani, ridotti solo a utili strumenti
per conseguire ulteriore ricchezza. La storia del rogo della ThyssenKrupp in
cui sette operai persero la vita, investiti da una fuoriuscita di olio bollente
che prese fuoco, per l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello
stabilimento; il disastro di Bhopal (1984) in cui gli abitanti di un’intera
città persero la vita a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato
di metile (MIC); la tragedia a Dacca in cui persero la vita 381 operai, che producevano
capi di abbigliamento per conto di multinazionali occidentali tra cui Benetton,
per l’assenza delle più elementari condizioni di sicurezza. E la narrazione di
eventi simili, che hanno nella logica del profitto il loro minimo comun
denominatore, sarebbe così lunga da trovare spazio in un’enciclopedia.
Ci si vuol meravigliare dunque che il privato messo di fronte
alla scelta se mettere in sicurezza il ponte Morandi, e quindi erodere parte
dei profitti accumulati, o staccare più lauti dividendi ai soci e agli
azionisti, abbia scelto quest’ultima opzione?
Il pensiero del nostro tempo proprio perché dominato dalla
cultura capitalistica ha voltato le spalle a qualsiasi valore morale. Neppure i
valori religiosi valgono a moderare l’insaziabilità che il capitalismo ha in sé:
la logica capitalistica è incompatibile con la “solidarietà” in senso cristiano.
E credere, come taluni pensano, di poter coniugare i valori di solidarietà con l’efficienza
capitalistica è come pretendere che il lupo si faccia vegetariano. Se il lupo facesse
questo, dovrebbe negare la sua natura e diventare altro da ciò che è; in
una parola, dovrebbe uccidere sé stesso.
Siamo tutti convinti che il capitalismo sia il mezzo più
efficace per produrre ricchezza, sicurezza, potenza, che non vediamo, o meglio
non vogliamo vedere, l’altra faccia della medaglia: gli effetti inquinanti e
distruttivi della produzione economica che si scaricano sul resto del mondo; il
divario crescente tra ricchi e poveri; la disuguaglianza che genera; i focolai
di guerra in ogni parte del mondo per la conquista e il possesso di risorse e
materie prime; il terrorismo alimentato dall’ingordigia capitalistica; lo
sfruttamento sistematico di uomini sacrificati e sacrificabili in nome del
profitto. È tutto questo quello che non si vuole vedere dietro le luci sfavillanti
dei paradisi artificiali creati dall’efficienza capitalistica e destinati ad un
numero sempre più esiguo di individui.
La follia estrema è l’aver creduto e credere che si possano
privatizzare beni pubblici senza pagare fio in termini di sicurezza. Quando lo
Stato privatizza le ferrovie, le linee aeree, le autostrade, le telecomunicazioni,
il servizio dell’acqua potabile, le università, la sanità, di fatto opera un
trasferimento di sovranità dal pubblico al privato. E il privato nei suoi
obiettivi non ha tanto la conservazione e la tutela nel lungo periodo dei beni
pubblici, quanto il loro sfruttamento in termini di profitto. Per restare in tema,
la società dei Benetton ha ottenuto ogni anno dal ministero la possibilità di
aumentare abbondantemente le tariffe autostradali sulla “promessa” (non
mantenuta) di fare investimenti. Fra il 2008 e il 2016, le tariffe nelle tratte
gestite da Autostrade per l’Italia sono aumentate del 25%, ma gli investimenti fatti
sono stati molto al di sotto dei proventi netti da pedaggio. Proprio nel tratto
ligure, dov’è crollato il ponte, a fronte di 280 milioni previsti, per
sostenere le spese di ammodernamento, innovazione, gestione e manutenzione
della rete stradale, ne sono stati spesi soltanto 76 milioni, ovvero solo il
27% del necessario, nonostante avessero già intascato in cash gli importi dei
pedaggi.
Questo fa il privato: è mosso dalla sola molla del tornaconto,
nessuna compassione, nessuna empatia. E per questo non accetta poi di essere
punito per aver usato propria quella logica che gli ha consentito di essere un
vincente! Il dramma, quello vero, o meglio la follia sta in chi lo ha messo nella
condizione di esprimere sé stesso, fingendo di non sapere a quali conseguenza
esponeva tutti gli altri. Per esempio, che uno psicopatico sia un soggetto
privo di empatia è notorio. Si sa che in certe circostanze potrebbe fare a
fette la propria madre senza provare alcuna emozione. E proprio questa sua caratteristica,
di non provare emozione alcuna, lo rende paradossalmente un soggetto più adatto
di altri al successo in aziende multinazionali o in posizioni apicali di potere.
Pertanto, l’azienda multinazionale che sceglie un manager puntando proprio
sulla sua natura tendenzialmente psicopatica, lo fa a ragion veduta: avrà sufficiente
pelo sullo stomaco per realizzare le aspettative di soci e azionisti, senza
preoccuparsi molto delle tante famiglie che manderà sul lastrico.
Così a quanti pensano che l’ingresso dei privati nel settore
dei beni pubblici sia una manna caduta dal cielo, io dico che il privato è bene
che faccia i panettoni, i jeans, le scarpe, ecc. ecc., ma non può occuparsi di
beni pubblici senza mettere a repentaglio non solo la sicurezza dei cittadini,
ma anche l’accesso a beni e servizi indispensabili, che sono alla base dell’uguaglianza
reale fra gli uomini.
Laddove il mercato conserva intatto in sé il principio
omeostatico della libera concorrenza, nella quale più imprese che producono gli
stessi beni o servizi competono fra di loro, il consumatore è il giudice finale
che decide quale prodotto comprare sulla base del rapporto qualità prezzo. Nel
punto ideale di incontro tra offerta e domanda viene allora a quantificarsi anche
il giusto riconoscimento per il produttore in termini di profitto. Ma quando
parliamo di autostrade e ferrovie manca affatto il requisito della libera
concorrenza. E se manca questo requisito, siamo allora in regime di concorrenza
monopolistica, in cui nessun utente o consumatore è in grado di influenzare con
le proprie decisioni l’andamento delle contrattazioni e delle politiche
aziendali. E stando così le cose, al monopolio del privato credo sia preferibile quello
dello Stato che almeno è non profit.
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