mercoledì 25 aprile 2018

25 APRILE, LA MEMORIA CHE DIVIDE


Settantatré anni fa l’Italia veniva liberata dal giogo nazifascista. Da quell’8 settembre del 1943, in cui il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio dette l’annuncio radiofonico dell’armistizio con gli anglo-americani, al 25 aprile 1945 c’è tutta la storia della Resistenza italiana; la storia di uomini che, combattendo, sognarono e provarono a rifare un paese dalle macerie del fascismo. Senza sapere se avrebbero mai assistito alla realizzazione del loro sogno, gettarono i loro cuori oltre l’ostacolo. Rispondendo all'appello del futuro presidente della Repubblica e membro del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia, Sandro Pertini, spianarono la strada alla democratizzazione della Penisola che, di lì a poco, sarebbe sfociata nel referendum del 2 giugno 1946, che segna la nascita della Repubblica Italiana.

Due anni di lotta armata che videro contrapposti italiani contro italiani: da una parte i combattenti partigiani, dall’altra i fascisti di Salò. Ed oggi in pieno revisionismo storico si tende a dire che la storia della Resistenza sbandierata dai vincitori nasconda troppe menzogne; si tenderebbe – per esempio – a tacere delle efferatezze commesse dai partigiani rossi, che molto spesso si rivelarono essere ladri e briganti sotto mentite spoglie. E che in fondo se onoriamo i partigiani che si batterono e anche morirono per un'idea di libertà, dovremmo pure onorare i ragazzi che, in nome di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò.

Sono disposto ad ammettere che la narrazione giunta sino a noi sia stata enfatizzata e che in essa vi sono anche molte leggende da sfatare. È possibile che vi siano stati autentici atti criminali compiuti da ambo le parti; ma in una guerra, e per di più in una “guerra civile”, non v’è posto per la pietà; la violenza della guerra tracima ogni umana pietà. Le guerre non andrebbero mai iniziate; essa rende tutti malvagi. Come abbiamo visto nel Kosovo, in Bosnia, in Ruanda, in Palestina, in Sudan, in Siria, nello Yemen e in molte altre parti del mondo, l’odio può diffondersi in un lampo e il popolare invito ad amare il prossimo cede il passo alla discordia. La velocità con cui gli esseri umani si trasformano in spietati ed implacabili assassini è sconcertante.

Pertanto, a mio avviso, il problema non è se i partigiani furono più o meno buoni dei loro avversari fascisti: la guerra spinge sempre gli avversari nel vortice distruttivo della violenza senza fondo. La questione dirimente è rappresentata dalla storia: l’unica in grado di conferire un senso giusto alla violenza ed al furore degli uni contro gli altri. E a separare gli uni dagli altri c’è sempre l'oppressione e la schiavitù che una parte vuole imporre all’altra, e contro cui questa trova di tanto in tanto la forza e il coraggio di ribellarsi. E allora la questione si riduce a scegliere se stare dalla parte giusta o da quella sbagliata.

Come ricorda Calvino, dietro il più idealista combattente delle Brigate nere c'erano le stanze di tortura, le deportazioni, i campi di concentramento, le camere a gas e i crematori; mentre dietro il partigiano più ladro e più ignaro c'era un grande movimento di uomini e donne in lotta per una società pacifica, democratica e, per quanto possibile, giusta.

domenica 22 aprile 2018

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA CI FU

Il giudice Alfredo Montalto della Corte di assise di Palermo nella sentenza conferma la tesi principale dell'accusa: 26 anni fa, parti dello Stato trattarono con la mafia per far cessare la serie di attentati con ordigni esplosivi da parte di Cosa Nostra nel biennio 1992-1994.

Quel che è acclarato dalla sentenza è che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma pure gli attori che l’hanno conclusa: i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Totò Riina; tre alti ufficiali dei carabinieri Mori, De Donno e Subranni; il trade union Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia. Ma la novità della sentenza non sta tanto nell’aver dissipato ogni dubbio sul fatto che la Trattativa ci fu, quanto l’aver mostrato che, mentre i giudici Falcone e Borsellino saltavano in aria, pezzi dello Stato brigavano per cercare di soddisfare le richieste avanzate dai boss mafiosi. Dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la politica sia stata – da sempre – la cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e il governo.

Ha ragione il pm Di Matteo quando afferma che “Cosa Nostra non verrà sconfitta fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trova nella politica la disponibilità al compromesso”. Come potremmo altrimenti spiegare il radicamento della mafia, di tutte le mafie, sul territorio italiano senza partire dal presupposto che perché questo sia possibile non si può non dare per certo l’esistenza di rapporti privilegiati con le istituzioni, che quando serve sono capaci di offrire protezione e impunità. Senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo.

La politica celebra le vittime, racconta la mafia, ma non ne denuncia tutte le forme di collusione.  Se si riuscisse ad accettare questa amara realtà e trovare la forza di reagire, forse si potrebbe chiudere il cerchio. Ma ci vorrebbe coraggio, coerenza e determinazione per combatterla sul serio.

Per esempio, se ora sono noti i rapporti tra Marcello Dell’Utri e Berlusconi, amici da una vita. Se Marcello Dell’Utri è stato il braccio destro di Berlusconi negli affari fin dagli anni Settanta, prima nell’edilizia e poi nella pubblicità televisiva. Se è ancora Dell’Utri ad aver creato e organizzato, tra il 1993 e il 1994, Forza Italia, il partito-azienda con cui Berlusconi ha conquistato anche il potere politico. Come possiamo non credere che Berlusconi non abbia fornito dall’esterno un sostegno consapevole, determinato, stabile, rilevante all’organizzazione criminale di Cosa nostra?

Di fronte a questi fatti, come possiamo non provare scandalo dinanzi all’ennesima discesa in campo di Berlusconi. Alla luce della recente sentenza, come possiamo non aver storto la bocca di nausea nel sapere che Sergio Mattarella ha ricevuto Silvio Berlusconi, come rappresentante di Forza Italia, nel giro di consultazioni per la formazione del nuovo governo? Come possiamo ancora permettere che un “delinquente naturale” – così lo ha definito il Tribunale di Milano – possa avere un qualsiasi titolo per esprimere un parere o prendere decisioni sull’assetto politico dell’Italia?

Un popolo che è capace di dimenticare gli errori e le malefatte del recente passato è l’opposto di un popolo di cittadini.

domenica 15 aprile 2018

IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE


Gli Stati Uniti sono un pessimo esempio di stato di diritto e di democrazia: nell'opposizione fra gli ideali e la pratica quotidiana, v’è l'essenza stessa dell'America. 

Quando lo stato delle cose è a loro vantaggio o non tocca i loro interessi vale lo “stato di diritto”; quando invece gli interessi di un’oligarchia al potere, legata a sua volta a coloro che detengono le redini finanziare non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero, sono minacciati, ecco che lo stato di diritto viene sospeso in nome del maggior interesse della Nazione e del Popolo. Quanto poi l’interesse del Popolo – ovvero delle masse – sia salvaguardato è assai discutibile; niente affatto contestabile, se per interesse del popolo s’intende quello di un’esigua parte, ovvero quello dello 0,01%.

Come i primi missionari s’impegnarono a diffondere la religione cristiana “urbi et orbi”, gli americani si sentono investiti della stessa missione divina a propagare nel mondo i grandi principi dell'american way of life. E sono tanto arroganti nel considerare il loro stile di vita tanto eccellente da non poter neppure concepire che ve ne possa essere anche un altro, oltre il loro. 

Così se qualche stato o paese non è disposto a farlo proprio, la colpa non sta in loro, ma nella caparbietà di quei paesi “canaglia” che si ostinano a non capire. 

In nome della pretesa supremazia dei loro valori, esercitano un potere praticamente illimitato in qualsiasi parte del globo, eliminando impunemente chiunque osi metterla in discussione. 

La storia delle intromissioni degli Stati Uniti nella politica degli altri paesi dal 1945 a oggi mostra molte verità inquietanti: il ruolo della CIA nel rovesciare governi democraticamente eletti o destabilizzare intere aree del pianeta per giustificare poi l’intervento militare in difesa dei “diritti umani” ed il ritorno alla “democrazia”; l’appoggio a regimi dittatoriali per assicurare gli interessi delle grandi corporation americane; la creazione del terrorismo come strategia di conquista globale; il ricorso alla tortura in operazioni antiterroristiche illegali.

Così come la minaccia indiana gravante sui pionieri serviva da pretesto all'intervento della cavalleria, l’uso delle armi chimiche da parte di Assad è stato il pretesto per Donald Trump per far scattare, nella notte fra venerdì e sabato, la rappresaglia militare contro il regime siriano di Bashar al-Assad.

Premesso che a tutt’ora non sono state trovate tracce degli agenti chimici che sarebbero stati utilizzati nell’attacco, mi chiedo: in un Paese dilaniato da una guerra che dura da sette anni di guerra, in cui migliaia di civili sono sotto assedio, ridotti alla fame e privi di cure mediche, fa veramente una grossa differenza essere uccisi dalle bombe o dal gas? Perché mai la morte provocata da una bomba che lacera le carni, strappando gambe e braccia, dovrebbe essere più pietosa di quella procurata dall’uso di armi chimiche?

Dietro l’apparenza delle parole e del fervore umanitario, si cela spesso il più tetro dei cinismi: la guerra in Siria, secondo l’osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), ha prodotto mezzo milione di vittime e undici milioni sono gli sfollati, i rifugiati, i profughi. Ma ormai nessuno fa più caso a questa autentica tragedia umana, salvo quando i media accendono i loro riflettori per condannare il presunto attacco con armi chimiche sulla città di Douma. E nonostante vi siano dubbi sull’attendibilità delle fonti e sul fatto che l’uso di armi chimiche in questa fase sia poco sensato per il regime di Assad, si danno per vangelo le dichiarazioni di Trump, Macron e May.

Ora, se da una parte non esistono dubbi sulla crudeltà e sulle politiche senza scrupoli di Assad, dall’altra l’adesione più piena al diritto e alla legalità imporrebbero prudenza nel valutare la veridicità del fatto, soprattutto quando quel fatto, il presunto attacco con armi chimiche, diventa il casus belli per un intervento armato. 

Ma Trump, Macron e la May non hanno dubbi: hanno le prove!

Anche Bush e Blair avevano le prove incontrovertibili sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein; senonché, per parte inglese, abbiamo dovuto attendere la conclusione dell’indagine di Chilcot, iniziata nel 2009 e voluta dall’ex premier Gordon Brown, per sapere che le affermazioni di Blair erano senza fondamento e pretestuose per giustificare la sudditanza alla follia americana e del suo presidente.

Le decisioni dell’ex premier inglese e del suo caro amico Georges W. Bush procurano non solo migliaia di morti tra la popolazione civile (si stima 150.000 ma i dati non sono aggiornati dal 2009), ma favorirono anche la nascita dell’Isis, la cui violenza terroristica non si è abbattuta sulla scelleratezza dei due sicari (Bush e Blair), ma continua ad abbattersi su inermi civili.

Ora, visti i precedenti, chi ci dice che questa volta il trio Trump, Macron, May siano davvero in possesso di prove certe, inconfutabili, e non soltanto di bufale – montate ad arte – per sortire l’effetto desiderato?

Se esaminiamo le fonti della notizia relativa all’attacco chimico, scopriamo che la prima comunicazione relativa all’attacco chimico non è stata fornita da un osservatorio neutrale, ma dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), che ha il proprio quartier generale nel Regno Unito e che – secondo gli scettici – ha stretti legame con le forze anti-governative siriane. Dunque, parte in causa.

Peraltro, che interessa avrebbe avuto Assad a bombardare con armi chimiche la città siriana di Douma, proprio quando le milizie del gruppo fondamentalista “Jaish al-Islam” avevano deciso di arrendersi e contrattato col governo siriano l’uscita dalla città in cambio della vita dei civili tenuti in ostaggio? 

Un bombardamento sulla città con armi chimiche – dodici ore dopo l’accordo – non ha proprio senso né dal punto di vista tattico né strategico: Assad non ne approfitta per aprire un fronte contro l’esercito turco che ha invaso il nord della Siria, dove un attacco chimico – sia pure in barba alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche – si sarebbe rivelato forse utile e giustificato dall’invasione turca. No, Assad, da cretino dei cretini, ordina un attacco chimico inutile contro dei civili, sapendo che questa mossa accrescerà non solo la sua impopolarità agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, ma gli costerà anche la conseguente reazione di Trump.

Le cose non stanno affatto in piedi. Lo scenario attuale ricorda piuttosto quello delineatosi con la Seconda Guerra del Golfo: la “pistola fumante” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con cui gli Usa giustificarono agli occhi del mondo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

D’altronde per oltre settant'anni gli Stati Uniti sono riusciti così abilmente a convincere gran parte del mondo che loro sono i buoni e chiunque si metta contro i loro interesse è perciò stesso nemico dei principi della democrazia e della civiltà, che i fatti consumatisi in Guatemala, Cuba, Cile, Nicaragua – e si potrebbero citare altrettante circostanze, nelle quali boicottaggi economici e finanziari, embarghi, finanziamento di oppositori politici, controllo dei mass media locali, militarizzazione di gruppi radicali, hanno destabilizzato interi paesi e regimi in funzione degli interessi americani –, nonostante sia ormai acclarata la loro piena e totale responsabilità dei crimini ivi commessi, non hanno abbastanza voce per svegliare dal letargo mentale i cittadini americani ed europei.

La maggior parte delle guerre che si combattono oggi nel mondo – quelle che contano più massacri – sono sponsorizzate dagli Stati Uniti e motivate dalla salvaguardia dei biechi interessi dell’alta finanza e delle grandi corporations (Standard Oil, General Motors, Ford, IBM, Coca Cola, Du Pont, Union Carbide, Westinghouse, General Electric, Goodrich, Singer, Kodak, ITT, J. P. Morgan ecc.). E la guerra, ieri come oggi, è certamente l’affare più remunerativo che si possa immaginare. Per esempio, se Assad, nel 2009 Assad non avesse opposto un netto rifiuto alla proposta del Qatar di far transitare in Siria il suo gasdotto verso la Turchia, i tre leader del mondo occidentale (Trump, Macron, May) lo rappresenterebbero come un carnefice che uccide e affama il suo popolo o, al contrario, come uno statista illuminato, col quale collaborare e cooperare?


Aveva ragione Nietzsche quando affermò che nella storia non ci sono fatti ma solo interpretazioni. 




sabato 7 aprile 2018

PROVE DI IMMATURITÀ DEL PD


Se il PD vuole evitare la totale disintegrazione farebbe bene ad accettare l’invito che il leader M5S Luigi Di Maio gli rivolge: sotterrare l’ascia di guerra e far prevalere il senso di responsabilità nei confronti del Paese. È fuor di dubbio che le parole di Luigi Di Maio dimostrano che il M5S, prigioniero di un’eterna adolescenza, sta conquistando una maturità che gli andrebbe riconosciuta.

In un’intervista a “La Repubblica”, il leader M5S ha dichiarato: “Io non sto rinnegando le nostre idee né le critiche che in più momenti abbiamo espresso anche aspramente nei confronti del Pd, e che anche il Pd non ci ha risparmiato … [ma] se rimaniamo ognuno sulle proprie posizioni non si va da nessuna parte”.

Queste parole dovrebbero indurre i dirigenti del PD ad una seria riflessione: l’unica alternativa possibile al diniego del PD è un governo Lega-M5S! E non mi pare che il reggente del PD – Maurizio Martina – si affanni troppo per evitarla: “La nostra linea è quella. Adesso centrodestra e Cinquestelle devono dire chiaramente al Paese, alle altre forze politiche e al Parlamento cosa intendono fare. Devono esplicitare il loro tentativo di intesa. Noi restiamo fedeli e coerenti all’impostazione data dal primo minuto”.

Questa assenza di disponibilità al dialogo, giustificabile solo con un pragmatismo che impone un tale atteggiamento (e di cui il PD dovrà poi dar conto ai suoi stessi militanti e alla Nazione), costringerà i Cinque Stelle a passare al negozio successivo: un governo con Salvini, ma senza Silvio Berlusconi. E se anche questa via fosse sbarrata non resterà che il ricorso a nuove elezioni.

Risulta pertanto difficile spiegare la logica del PD, se non con quella del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ma, forse, la verità è che la metamorfosi del PD da partito delle masse a partito dei benestanti e dei benpensanti è davvero completa. 

Lo dimostrano i flussi elettorali: dove una volta regnava la sinistra, ora si affermano i grillini che – nonostante le luci e ombre – almeno sono stati capaci di intercettare il malcontento di quanti sono nauseati di clientele, voti di scambio e corruzione; di quanti vivono sulla loro pelle le contraddizioni delle politiche d’austerity, che hanno determinato un crollo dei redditi delle classi medie e dei livelli occupazionali dei lavoratori con l’avallo peraltro dei tradizionali partiti di sinistra che queste politiche hanno reso possibile; di quanti stanchi di una sinistra al governo che ha scelto – autolesionisticamente – di abbracciare l’ideologia unica del neoliberismo, che si sta rivelando, sempre più chiaramente, favorevole per i pochi, ma punitiva per i molti.

L’ideale della sinistra è stato sempre quello della “giustizia sociale”, e la vicinanza al disagio e al dramma sociale le era connaturato. La sua missione, liberare i propri simili dalle catene loro imposte dai privilegi di razza, di ceto, di classe. Ma dopo il crollo del Muro, sembra ormai chiaro, la sua marcia ha preso una direzione diversa, e per dirla con le parole di Paolo Virzì nel film “Caterina va in città”: «I comunisti sono quelli coi soldi, i fascisti sono quelli che stanno in mezzo alla gente».

Cinque anni fa il M5S perse una grande occasione per cambiare veramente l’Italia, ma se oggi la sinistra nel suo complesso non saprà sviluppare un dialogo con i grillini, nel tentativo di dare un governo credibile, il crescente divario tra i partiti politici e le reali necessità e aspettative dei cittadini rischia di consegnare il Paese alle derive di ultradestra, e allora i miasmi del razzismo si respireranno ovunque. Riflettano bene quelli del PD: l’ideologia chiamata a legittimarlo e a consacrarlo è già pronta.

sabato 31 marzo 2018

NESSUNO DI NOI È ESENTE DA RESPONSABILITÀ


L’arroganza del potere non sarebbe tale senza la nostra diretta o indiretta complicità. Se la sottomissione al potere non fosse profondamente radicata nella mente dell’uomo l’arroganza del potere non sarebbe tale; se non fosse così persistente e pervasiva, il dominio dell’1% della popolazione mondiale sul restante 99% non durerebbe un secondo.

Senza la connivenza di milioni di tedeschi, il “Führerprinzip”, il principio di supremazia del capo, che permise a Hitler di provocare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e i crimini dei campi di sterminio, non sarebbe stato attuabile dal solo atto di volontà del Führer. Milioni di volenterosi carnefici resero, e rendono – purtroppo ancora oggi – possibile, il perpetuarsi di crimini dell’uomo sull’uomo.

Con il mondo che si trova di fronte a pericoli sempre più minacciosi provenienti da leader ambiziosi, non prendere consapevolezza del fatto che tutti noi – in tanti modi, apparentemente innocui – intratteniamo una relazione molto stretta proprio con quel potere che a parole disprezziamo, ma nei fatti alimentiamo con le nostre scelte di vita (per convenienza, opportunismo, lassismo), ci condannerà a rivivere quel fascismo o qualche altro nuovo – non ancora specificato – male universale.

Pensare che il potere sia semplicemente qualcosa di esterno a noi – che ci sovrasta, ci degrada, ci fa sentire inferiori – è certamente attendibile e descrive bene ciò che il potere fa. Ma non spiega da dove esso tragga alimento per affermarsi e accrescersi.

Steve Biko, che l’aveva capito bene, coniò il celebre aforisma: “L'arma più potente nelle mani di un oppressore è la mente degli oppressi”. E già perché il potere s’impone a noi in quanto ne accettiamo tacitamente le condizioni, lo interiorizziamo; l’assoggettamento consiste proprio in questo processo di sottomissione volontaria al potere.

In queste condizioni formarsi un’opinione veramente libera, dalle costrizioni e dalle manipolazioni dell’ordine costituito dal potere, non esiste; men che mai l’opportunità di una visione critica dello stesso. E una sorte di complicità con esso rende possibile che il seme del fascismo non muoia mai e non scompaia per sempre.

Come il bacillo de “La peste” di Camus: “può rimanere dormiente per anni e anni in mobili e ceste delle biancherie; che aspetta in camere da letto, cantine, bauli e librerie; e che forse sarebbe arrivato il giorno in cui, per la rovina degli uomini e per favorire la loro comprensione, avrebbe svegliato di nuovo i suoi ratti e li avrebbe mandati a morire in una città felice”.

domenica 25 marzo 2018

UOMINI E TOPI


Secondo Aristotele, l'uomo è «animale naturalmente sociale»: egli tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. L’essere umano è pertanto davvero tale solo se ha la facoltà di agire politicamente in mezzo agli altri, altrimenti è puro metabolismo, biologia, animalità.

Si può discutere quanto questo sia vero, ma una cosa è certa – e l’esperienza ci conforta – l’impossibilità dell’agire sociale ci rende meno umani, più disumani. Basta vedere il comportamento di alcuni nel traffico, alla guida del proprio veicolo: sollecitazioni e pulsioni barbariche emergono dalla personalità profonda di ciascuno di noi.

L’agire sociale è qualcosa di affatto diverso dal semplice agire: non ogni specie di contatto tra gli uomini riveste carattere sociale. I comportamenti legati alla cosiddetta “road rage”, traducibile con “rabbia al volante”, in cui ciascuno comunica all’altro la propria rabbia (suonare con insistenza il clacson, tagliare la strada, invadere la corsia opposta, sparare gli abbaglianti, ecc.), non sono atti forniti di senso sociale; sono piuttosto atteggiamenti orientati e conseguenti al comportamento di altri individui. L’agire sociale è la serie di atti scelti tra varie alternative possibili, posti in essere sulla base di un progetto comune concepito in precedenza, al fine di conseguire uno scopo più gradito; una società nella quale non è il diritto del più forte a prevalere, ma la forza del diritto, in cui norme e valori valgono “erga omnes”.

Cosa accadrà allora in una società nella quale la partecipazione e l’azione politica viene sempre più percepita come impossibile, non perché proibita ma perché ineffettuale, priva di concretezza, senza risultato?

Accadrà quello che accade: l’individuo, privato di quel minimo di partecipazione, si esprimerà nell’imitazione gregaria, nell’accettazione acritica dello status quo. E i sintomi di una tale malattia sociale sono la pigrizia, la viltà, l’inerzia dei cittadini, che, incapaci di trasformare lo stato di cose esistente in altro, sfogano rabbia e frustrazione su quello che socialmente è considerato il più debole, il più privo di difesa, l’attore sociale incapace di rappresaglia.

Quando il comportamento degli uomini è più simile a quello dei topi che a quello degli umani.

Henri Laborit – medico, biologo e filosofo francese – dal 1958 al 1983 condusse interessanti esperimenti sui topi; tre topi, chiusi ciascuno in una gabbia, erano sottoposti a delle scariche elettriche in modo casuale. Al primo topo veniva data la possibilità di uscire dalla gabbia; al secondo topo non veniva offerta questa possibilità, ma gli veniva affiancato un altro topo più debole sul quale sfogare rabbia e frustrazione; al terzo entrambe le alternative erano precluse.

L’esperimento venne condotto ripetutamente sulle povere bestie per saggiarne la capacità di adattamento. Al termine, i topi furono sottoposti a controllo.

Il topo rinchiuso nella gabbia con l’uscita di fuga non manifestò alcun sintomo; nessun sintomo neppure per quello rinchiuso nella seconda gabbia, giacché poteva sfogare sul topo più debole la propria rabbia e frustrazione. Al terzo – quello rinchiuso nella gabbia senza possibilità di fuga e senza essere affiancato da un suo simile più debole – vennero diagnosticate ulcere molto gravi allo stomaco, perdita di pelo, ipertensione arteriosa e altissimi livelli di cortisolo: l’impossibilità di agire lo faceva ammalare.

L’esperimento ci dovrebbe far riflettere sull’impostura del potere, sempre abile nel trattare gli uomini come topi, avendo cura di tracciare nel corso della storia un gruppo socialmente più debole, sul quale far convergere la rabbia e la frustrazione dei cittadini-topi, la cui inerzia, pigrizia e viltà impedisce loro di identificare la cagione dei loro veri mali.

sabato 24 marzo 2018

SE NON È ZUPPA, È PAN BAGNATO


Un nobile desiderio dovrebbe ardere in ciascun uomo: contribuire alla promozione della verità e della libertà. Ciascuno di noi dovrebbe chiedersi se è degno per un autentico cittadino sopportare l’insopportabile, o prendere – consapevolmente e radicalmente – distanza da una realtà politica che, se da un lato ha modificato certamente il quadro della politica, portando al potere una nuova classe politica, dall’altro non riesce a trasformare e rinnovare in modo rivoluzionario la dimensione del politico.

Dopo il solito teatrino politico, la montagna ha partorito il topolino: Roberto Fico eletto presidente della Camera e Maria Elisabetta Alberti Casellati proclamata presidente del Senato.

Stendiamo un velo pietoso su Roberto Fico, il cui background va dall’aver fatto il tour operator, quindi l’impiegato in un call center; quindi il responsabile della comunicazione per una società di ristorazione e, infine, importatore di tessuti dal Marocco.  C’è da sperare che, durante il periodo in cui si è arrabattato tra mille lavori, abbia avuto il tempo di maturare la cultura politica necessaria per rivestire la terza carica dello Stato. Ma, non mettiamo limiti alla provvidenza e stiamo a guardare.

I pretoriani – istituiti dall’imperatore Augusto – erano un corpo di soldati scelti che formavano la guardia ufficiale degli imperatori romani. Ebbene, Alberta Casellati – prima donna presidente del Senato – è considerata la pretoriana di Berlusconi; non capisco pertanto perché la bocciatura di Paolo Romani e l’elezione di Casellati venga letta dalla maggior parte dei giornalisti come la vittoria di Salvini su Berlusconi: se non è zuppa, è pan bagnato.

Maria Elisabetta Alberti Casellati ha difeso senza se e senza ma il capo assoluto – Berlusconi – da ogni accusa; nel 2013, quando 150 parlamentari Pdl “marciarono” sul tribunale di Milano, dove si celebrava il processo Ruby, la Casellati era uno di questi; è stata sostenitrice e collaboratrice fattiva delle leggi ad personam per il Cavaliere. 

Una tra queste il DDL sul processo breve che, dopo aver cancellato una montagna di processi in nome della tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, guarda caso ha cancellato anche quelli riguardanti Mills e Mediaset. 

Il processo Mills riguardava l’avvocato inglese omonimo, condannato dal tribunale di Milano per aver ricevuto 600.000 dollari da Silvio Berlusconi in cambio di due false testimonianze rese nei due processi in cui era imputato lo stesso Berlusconi. 

Quello Mediaset riguardava il reato di frode fiscale: Berlusconi avrebbe intascato fondi neri per 280 milioni di euro, a seguito della compravendita di diritti tv negoziati all’estero con il produttore Frank Agrama, senza pagare le tasse e commettendo frode nei confronti degli azionisti. 

Alberta Casellati è la stessa che nel 2011, nello studio di La7 della trasmissione «Otto e mezzo» condotta da Lilly Gruber, fu accusata da Marco Travaglio di familismo e clientelismo per aver piazzato a capo della segreteria del dicastero della Salute la figlia Ludovica.

Insomma, una campionessa di coerente rispetto della legalità e del dettato dell’art. 54 della Costituzione, che vorrebbe che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche adempiano al loro dovere con disciplina ed onore.

In questa deriva silenziosa ma inarrestabile di ambiguità del pensiero, mi piacerebbe che almeno l’indignazione dei cittadini nei confronti di atteggiamenti eticamente dubbi fosse meno prona e accomodante.