domenica 22 aprile 2018

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA CI FU

Il giudice Alfredo Montalto della Corte di assise di Palermo nella sentenza conferma la tesi principale dell'accusa: 26 anni fa, parti dello Stato trattarono con la mafia per far cessare la serie di attentati con ordigni esplosivi da parte di Cosa Nostra nel biennio 1992-1994.

Quel che è acclarato dalla sentenza è che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma pure gli attori che l’hanno conclusa: i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Totò Riina; tre alti ufficiali dei carabinieri Mori, De Donno e Subranni; il trade union Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia. Ma la novità della sentenza non sta tanto nell’aver dissipato ogni dubbio sul fatto che la Trattativa ci fu, quanto l’aver mostrato che, mentre i giudici Falcone e Borsellino saltavano in aria, pezzi dello Stato brigavano per cercare di soddisfare le richieste avanzate dai boss mafiosi. Dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la politica sia stata – da sempre – la cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e il governo.

Ha ragione il pm Di Matteo quando afferma che “Cosa Nostra non verrà sconfitta fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trova nella politica la disponibilità al compromesso”. Come potremmo altrimenti spiegare il radicamento della mafia, di tutte le mafie, sul territorio italiano senza partire dal presupposto che perché questo sia possibile non si può non dare per certo l’esistenza di rapporti privilegiati con le istituzioni, che quando serve sono capaci di offrire protezione e impunità. Senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo.

La politica celebra le vittime, racconta la mafia, ma non ne denuncia tutte le forme di collusione.  Se si riuscisse ad accettare questa amara realtà e trovare la forza di reagire, forse si potrebbe chiudere il cerchio. Ma ci vorrebbe coraggio, coerenza e determinazione per combatterla sul serio.

Per esempio, se ora sono noti i rapporti tra Marcello Dell’Utri e Berlusconi, amici da una vita. Se Marcello Dell’Utri è stato il braccio destro di Berlusconi negli affari fin dagli anni Settanta, prima nell’edilizia e poi nella pubblicità televisiva. Se è ancora Dell’Utri ad aver creato e organizzato, tra il 1993 e il 1994, Forza Italia, il partito-azienda con cui Berlusconi ha conquistato anche il potere politico. Come possiamo non credere che Berlusconi non abbia fornito dall’esterno un sostegno consapevole, determinato, stabile, rilevante all’organizzazione criminale di Cosa nostra?

Di fronte a questi fatti, come possiamo non provare scandalo dinanzi all’ennesima discesa in campo di Berlusconi. Alla luce della recente sentenza, come possiamo non aver storto la bocca di nausea nel sapere che Sergio Mattarella ha ricevuto Silvio Berlusconi, come rappresentante di Forza Italia, nel giro di consultazioni per la formazione del nuovo governo? Come possiamo ancora permettere che un “delinquente naturale” – così lo ha definito il Tribunale di Milano – possa avere un qualsiasi titolo per esprimere un parere o prendere decisioni sull’assetto politico dell’Italia?

Un popolo che è capace di dimenticare gli errori e le malefatte del recente passato è l’opposto di un popolo di cittadini.

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