Secondo Aristotele, l'uomo è «animale naturalmente sociale»:
egli tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in
società. L’essere umano è pertanto davvero tale solo se ha la facoltà di agire
politicamente in mezzo agli altri, altrimenti è puro metabolismo, biologia,
animalità.
Si può discutere quanto questo sia vero, ma una cosa è certa
– e l’esperienza ci conforta – l’impossibilità dell’agire sociale ci rende meno
umani, più disumani. Basta vedere il comportamento di alcuni nel traffico, alla
guida del proprio veicolo: sollecitazioni e pulsioni barbariche emergono dalla personalità
profonda di ciascuno di noi.
L’agire sociale è qualcosa di affatto diverso dal semplice
agire: non ogni specie di contatto tra gli uomini riveste carattere sociale. I comportamenti
legati alla cosiddetta “road rage”, traducibile con “rabbia al volante”, in cui
ciascuno comunica all’altro la propria rabbia (suonare con insistenza il
clacson, tagliare la strada, invadere la corsia opposta, sparare gli
abbaglianti, ecc.), non sono atti forniti di senso sociale; sono piuttosto atteggiamenti
orientati e conseguenti al comportamento di altri individui. L’agire sociale è
la serie di atti scelti tra varie alternative possibili, posti in essere sulla
base di un progetto comune concepito in precedenza, al fine di conseguire uno
scopo più gradito; una società nella quale non è il diritto del più forte a prevalere,
ma la forza del diritto, in cui norme e valori valgono “erga omnes”.
Cosa accadrà allora in una società nella quale la
partecipazione e l’azione politica viene sempre più percepita come impossibile,
non perché proibita ma perché ineffettuale, priva di concretezza, senza risultato?
Accadrà quello che accade: l’individuo, privato di quel
minimo di partecipazione, si esprimerà nell’imitazione gregaria, nell’accettazione
acritica dello status quo. E i sintomi di una tale malattia sociale sono la
pigrizia, la viltà, l’inerzia dei cittadini, che, incapaci di trasformare lo
stato di cose esistente in altro, sfogano rabbia e frustrazione su quello che
socialmente è considerato il più debole, il più privo di difesa, l’attore
sociale incapace di rappresaglia.
Quando il comportamento degli uomini è più simile a quello
dei topi che a quello degli umani.
Henri Laborit – medico, biologo e filosofo francese – dal
1958 al 1983 condusse interessanti esperimenti sui topi; tre topi, chiusi ciascuno
in una gabbia, erano sottoposti a delle scariche elettriche in modo casuale. Al
primo topo veniva data la possibilità di uscire dalla gabbia; al secondo topo
non veniva offerta questa possibilità, ma gli veniva affiancato un altro topo
più debole sul quale sfogare rabbia e frustrazione; al terzo entrambe le alternative
erano precluse.
L’esperimento venne condotto ripetutamente sulle povere
bestie per saggiarne la capacità di adattamento. Al termine, i topi furono
sottoposti a controllo.
Il topo rinchiuso nella gabbia con l’uscita di fuga non
manifestò alcun sintomo; nessun sintomo neppure per quello rinchiuso nella
seconda gabbia, giacché poteva sfogare sul topo più debole la propria rabbia e frustrazione.
Al terzo – quello rinchiuso nella gabbia senza possibilità di fuga e senza
essere affiancato da un suo simile più debole – vennero diagnosticate ulcere
molto gravi allo stomaco, perdita di pelo, ipertensione arteriosa e altissimi
livelli di cortisolo: l’impossibilità di agire lo faceva ammalare.
L’esperimento ci dovrebbe far riflettere sull’impostura del
potere, sempre abile nel trattare gli uomini come topi, avendo cura di
tracciare nel corso della storia un gruppo socialmente più debole, sul quale
far convergere la rabbia e la frustrazione dei cittadini-topi, la cui inerzia,
pigrizia e viltà impedisce loro di identificare la cagione dei loro veri mali.
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