Se il PD vuole evitare la totale disintegrazione farebbe
bene ad accettare l’invito che il leader M5S Luigi Di Maio gli rivolge:
sotterrare l’ascia di guerra e far prevalere il senso di responsabilità nei
confronti del Paese. È fuor di dubbio che le parole di Luigi Di Maio dimostrano
che il M5S, prigioniero di un’eterna adolescenza, sta conquistando una maturità
che gli andrebbe riconosciuta.
In un’intervista a “La Repubblica”, il leader M5S ha dichiarato:
“Io non sto rinnegando le nostre idee né le critiche che in più momenti abbiamo
espresso anche aspramente nei confronti del Pd, e che anche il Pd non ci ha
risparmiato … [ma] se rimaniamo ognuno sulle proprie posizioni non si va da
nessuna parte”.
Queste parole dovrebbero indurre i dirigenti del PD ad una
seria riflessione: l’unica alternativa possibile al diniego del PD è un governo
Lega-M5S! E non mi pare che il reggente del PD – Maurizio Martina – si affanni
troppo per evitarla: “La nostra linea è quella. Adesso centrodestra e
Cinquestelle devono dire chiaramente al Paese, alle altre forze politiche e al
Parlamento cosa intendono fare. Devono esplicitare il loro tentativo di intesa.
Noi restiamo fedeli e coerenti all’impostazione data dal primo minuto”.
Questa assenza di disponibilità al dialogo, giustificabile
solo con un pragmatismo che impone un tale atteggiamento (e di cui il PD dovrà
poi dar conto ai suoi stessi militanti e alla Nazione), costringerà i Cinque
Stelle a passare al negozio successivo: un governo con Salvini, ma senza Silvio
Berlusconi. E se anche questa via fosse sbarrata non resterà che il ricorso a nuove
elezioni.
Risulta pertanto difficile spiegare la logica del PD, se non
con quella del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ma, forse, la verità è che
la metamorfosi del PD da partito delle masse a partito dei benestanti e dei
benpensanti è davvero completa.
Lo dimostrano i flussi elettorali: dove una
volta regnava la sinistra, ora si affermano i grillini che – nonostante le luci
e ombre – almeno sono stati capaci di intercettare il malcontento di quanti
sono nauseati di clientele, voti di scambio e corruzione; di quanti vivono
sulla loro pelle le contraddizioni delle politiche d’austerity, che hanno determinato
un crollo dei redditi delle classi medie e dei livelli occupazionali dei
lavoratori con l’avallo peraltro dei tradizionali partiti di sinistra che
queste politiche hanno reso possibile; di quanti stanchi di una sinistra al
governo che ha scelto – autolesionisticamente – di abbracciare l’ideologia
unica del neoliberismo, che si sta rivelando, sempre più chiaramente, favorevole
per i pochi, ma punitiva per i molti.
L’ideale della sinistra è stato sempre quello della “giustizia
sociale”, e la vicinanza al disagio e al dramma sociale le era connaturato. La
sua missione, liberare i
propri simili dalle catene loro imposte dai privilegi di razza, di ceto, di classe. Ma
dopo il crollo del Muro, sembra ormai chiaro, la sua marcia ha preso una
direzione diversa, e per dirla con le parole di Paolo Virzì nel film “Caterina
va in città”: «I comunisti sono quelli coi soldi, i fascisti sono quelli che
stanno in mezzo alla gente».
Cinque anni fa il M5S perse una grande occasione per
cambiare veramente l’Italia, ma se oggi la sinistra nel suo complesso non saprà
sviluppare un dialogo con i grillini, nel tentativo di dare un governo
credibile, il crescente divario tra i partiti politici e le reali necessità e
aspettative dei cittadini rischia di consegnare il Paese alle derive di
ultradestra, e allora i miasmi del razzismo si respireranno ovunque. Riflettano
bene quelli del PD: l’ideologia chiamata a legittimarlo e a consacrarlo è già
pronta.
con questo risultato e con questo atteggiamento il PD ha definitivamento dimostrato di aver perso il pelo e il vizio. Un caro saluto prof
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