Settantatré anni fa l’Italia veniva liberata dal giogo nazifascista.
Da quell’8 settembre del 1943, in cui il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio
dette l’annuncio radiofonico dell’armistizio con gli anglo-americani, al 25 aprile
1945 c’è tutta la storia della Resistenza italiana; la storia di uomini che,
combattendo, sognarono e provarono a rifare un paese dalle macerie del fascismo.
Senza sapere se avrebbero mai assistito alla realizzazione del loro sogno, gettarono
i loro cuori oltre l’ostacolo. Rispondendo all'appello del futuro presidente
della Repubblica e membro del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta
Italia, Sandro Pertini, spianarono la strada alla democratizzazione della
Penisola che, di lì a poco, sarebbe sfociata nel referendum del 2 giugno 1946, che segna la nascita della Repubblica Italiana.
Due anni di lotta armata che videro contrapposti italiani
contro italiani: da una parte i combattenti partigiani, dall’altra i fascisti
di Salò. Ed oggi in pieno revisionismo storico si tende a dire che la storia
della Resistenza sbandierata dai vincitori nasconda troppe menzogne; si
tenderebbe – per esempio – a tacere delle efferatezze commesse dai partigiani
rossi, che molto spesso si rivelarono essere ladri e briganti sotto mentite
spoglie. E che in fondo se onoriamo i partigiani che si batterono e anche
morirono per un'idea di libertà, dovremmo pure onorare i ragazzi che, in nome
di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò.
Sono disposto ad ammettere che la narrazione giunta sino a
noi sia stata enfatizzata e che in essa vi sono anche molte leggende da sfatare.
È possibile che vi siano stati autentici atti criminali compiuti da ambo le
parti; ma in una guerra, e per di più in una “guerra civile”, non v’è posto per
la pietà; la violenza della guerra tracima ogni umana pietà. Le guerre non
andrebbero mai iniziate; essa rende tutti malvagi. Come abbiamo visto nel
Kosovo, in Bosnia, in Ruanda, in Palestina, in Sudan, in Siria, nello Yemen e
in molte altre parti del mondo, l’odio può diffondersi in un lampo e il popolare
invito ad amare il prossimo cede il passo alla discordia. La velocità con cui
gli esseri umani si trasformano in spietati ed implacabili assassini è
sconcertante.
Pertanto, a mio avviso, il problema non è se i partigiani
furono più o meno buoni dei loro avversari fascisti: la guerra spinge sempre gli
avversari nel vortice distruttivo della violenza senza fondo. La questione dirimente
è rappresentata dalla storia: l’unica in grado di conferire un senso giusto alla
violenza ed al furore degli uni contro gli altri. E a separare gli uni dagli
altri c’è sempre l'oppressione e la schiavitù che una parte vuole imporre all’altra, e contro
cui questa trova di tanto in tanto la forza e il coraggio di ribellarsi. E allora la
questione si riduce a scegliere se stare dalla parte giusta o da quella
sbagliata.
Come ricorda Calvino, dietro il più idealista combattente
delle Brigate nere c'erano le stanze di tortura, le deportazioni, i campi di
concentramento, le camere a gas e i crematori; mentre dietro il partigiano più
ladro e più ignaro c'era un grande movimento di uomini e donne in lotta per una
società pacifica, democratica e, per quanto possibile, giusta.
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