mercoledì 25 aprile 2018

25 APRILE, LA MEMORIA CHE DIVIDE


Settantatré anni fa l’Italia veniva liberata dal giogo nazifascista. Da quell’8 settembre del 1943, in cui il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio dette l’annuncio radiofonico dell’armistizio con gli anglo-americani, al 25 aprile 1945 c’è tutta la storia della Resistenza italiana; la storia di uomini che, combattendo, sognarono e provarono a rifare un paese dalle macerie del fascismo. Senza sapere se avrebbero mai assistito alla realizzazione del loro sogno, gettarono i loro cuori oltre l’ostacolo. Rispondendo all'appello del futuro presidente della Repubblica e membro del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia, Sandro Pertini, spianarono la strada alla democratizzazione della Penisola che, di lì a poco, sarebbe sfociata nel referendum del 2 giugno 1946, che segna la nascita della Repubblica Italiana.

Due anni di lotta armata che videro contrapposti italiani contro italiani: da una parte i combattenti partigiani, dall’altra i fascisti di Salò. Ed oggi in pieno revisionismo storico si tende a dire che la storia della Resistenza sbandierata dai vincitori nasconda troppe menzogne; si tenderebbe – per esempio – a tacere delle efferatezze commesse dai partigiani rossi, che molto spesso si rivelarono essere ladri e briganti sotto mentite spoglie. E che in fondo se onoriamo i partigiani che si batterono e anche morirono per un'idea di libertà, dovremmo pure onorare i ragazzi che, in nome di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò.

Sono disposto ad ammettere che la narrazione giunta sino a noi sia stata enfatizzata e che in essa vi sono anche molte leggende da sfatare. È possibile che vi siano stati autentici atti criminali compiuti da ambo le parti; ma in una guerra, e per di più in una “guerra civile”, non v’è posto per la pietà; la violenza della guerra tracima ogni umana pietà. Le guerre non andrebbero mai iniziate; essa rende tutti malvagi. Come abbiamo visto nel Kosovo, in Bosnia, in Ruanda, in Palestina, in Sudan, in Siria, nello Yemen e in molte altre parti del mondo, l’odio può diffondersi in un lampo e il popolare invito ad amare il prossimo cede il passo alla discordia. La velocità con cui gli esseri umani si trasformano in spietati ed implacabili assassini è sconcertante.

Pertanto, a mio avviso, il problema non è se i partigiani furono più o meno buoni dei loro avversari fascisti: la guerra spinge sempre gli avversari nel vortice distruttivo della violenza senza fondo. La questione dirimente è rappresentata dalla storia: l’unica in grado di conferire un senso giusto alla violenza ed al furore degli uni contro gli altri. E a separare gli uni dagli altri c’è sempre l'oppressione e la schiavitù che una parte vuole imporre all’altra, e contro cui questa trova di tanto in tanto la forza e il coraggio di ribellarsi. E allora la questione si riduce a scegliere se stare dalla parte giusta o da quella sbagliata.

Come ricorda Calvino, dietro il più idealista combattente delle Brigate nere c'erano le stanze di tortura, le deportazioni, i campi di concentramento, le camere a gas e i crematori; mentre dietro il partigiano più ladro e più ignaro c'era un grande movimento di uomini e donne in lotta per una società pacifica, democratica e, per quanto possibile, giusta.

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