Quando si spargono idee e informazioni allo scopo di
mascherare i fatti e la realtà, ci troviamo di fronte alla “propaganda”. I
governi fascisti, quelli travolti dalla storia, sono stati la dimostrazione di
come, con l’uso sapiente dei mezzi di comunicazione di massa, si può
stravolgere a tal punto la realtà da convincere non solo le folle ad accettare
lo sterminio sistematico di milioni di ebrei, ma anche a farsi inutilmente massacrare
in nome di ideali deliranti.
È chiaro che il richiamo alla Germani nazista e all’Italia
fascista rappresentano il diapason di dove può condurre la propaganda, serve
tuttavia a far comprendere che essa è sempre dannosa e che nel modo più morbido
possibile viene utilizzata anche oggi per persuadere interi popoli che l’enorme
arricchimento di pochi individui a discapito della maggioranza è un fatto
naturale, come la pioggia che ingrossa i fiumi, e che l’egoismo come stile di
vita è non solo un modello di condotta morale, ma anche di onestà e di rispetto
pubblico.
Il modo in cui il presidente del Consiglio esalta i
risultati del Governo in economia sa di propaganda. Alla propaganda del governo si contrappongono infatti tre semplici
verità.
La prima. È un fatto che in tutto il mondo è in atto una
ripresa economica; diversi indici e segnali la confermano. Il difficile,
secondo tanti economisti, è dire se siamo in presenza di una ripresa con basi
solide e destinata a durare o, al contrario, in presenza di un rimbalzo dovuto
alla lunga recessione e stagnazione. Ma ammettiamo pure che la ripresa globale ci
sia e che non sia solo un fuoco fatuo. In questo caso il gap di crescita dell’Italia
rispetto alle altre economie occidentali resta ancora significativamente alto,
in un contesto peraltro estremamente favorevole: negli USA il Pil è cresciuto
del 3%, in GB di oltre il 2%, così in Germania e Francia; la crescita dell'1,4%
del Pil dell'Italia è quindi una delle più basse. Dunque se il Pil corre a
ritmi più sostenuti negli altri paesi e meno in Italia, che c’entra attribuire
al Jobs Act il merito della crescita? In un contesto di crescita generale, se il
Jobs Act rappresentasse davvero quel quid capace di rilanciare l’economia, avremmo
dovuto registrare una crescita del Pil superiore a quella degli altri paesi e
non certamente meno.
La seconda. Si trascura dolosamente o colposamente che se il
numero degli occupati è tornato ai livelli del 2008 non lo sono parimenti le
retribuzioni salariali e le tutele sul lavoro. Dei 23 milioni di occupati solo
una piccola percentuale ha un lavoro stabile; il precariato continua a crescere
e rappresenta la quota più alta. I nuovi assunti con contratti Jobs Act se licenziati
anche illegittimamente potranno al massimo ottenere solo un indennizzo legato
all’anzianità di servizio (due mensilità per ogni anno di lavoro per le imprese
con più di 15 dipendenti, una mensilità per tutte le altre, con tetti massimi
rispettivamente di 24 e 6 mensilità). Non parliamo poi della ricattabilità dei
lavoratori: la libertà di licenziare “a poco prezzo” sbilancia e condiziona a
favore del datore di lavoro tutto il rapporto di lavoro durante il suo corso,
favorendo così la possibilità di abusi, che non possono in alcun modo essere
giuridicamente sanzionati. E il grande inganno comunicativo, perpetrato ai
danni dei tanti disoccupati, è stato quello di barattare il presunto aumento
occupazionale con lo smantellamento dei diritti. Non sempre poi le ore lavorate
corrispondono a quelle conteggiate nelle buste paghe; molti dei nuovi assunti a
fronte di contratti part time, lavorano per l’intera giornata con paghe da fame,
inutili per progettare il futuro e consentire una vita dignitosa. In un quadro
di occupati precari e super sfruttati, un altro dato reclama chiarezza, al di
là dell’ottimismo da spot pubblicitario vantato dal governo. Perché se il
numero degli occupati è tornato ai livelli del 2008, quello dei disoccupato
resta sempre ancorato all’11%? Nel 2008 la percentuale dei disoccupati era del
6%. C’è qualcosa che non torna nei dati su occupazione e disoccupazione diffusi
dall’ISTAT: sale l’occupazione, ma la disoccupazione rimane stabile. Com’è
possibile? Forse perché per l’ISTAT è considerato occupato anche chi lavora una
sola ora a settimana?
La terza. Il cuore del “piano del lavoro” voluto da Renzi è
costato agli italiani dai 15 ai 20 miliardi di incentivi alle imprese. Partendo
dal presupposto che nessuna impresa assume lavoratori di cui non ha bisogno,
neppure quando il governo inventasse le più sofisticate misure di
incentivazione e di sostegno a tal fine: in un contesto di debole ripresa, le
decisioni delle imprese, soprattutto in relazione ai giovani lavoratori, sono
orientate più al risparmio di costo che all’investimento in capitale umano. Ora
se è vero com’è vero che la produzione industriale italiana ha segnato un +5,3%
rispetto a un anno fa, si può ragionevolmente supporre che i miliardi del Jobs
Act, finanziato dai contribuenti, siano stati più un regalo ai profitti
aziendali che all’occupazione. Quando la
forte spinta della produzione industriale dovesse arrestarsi, ci ritroveremmo
di nuovo di fronte ad un aumento della disoccupazione, considerato che la
maggior parte di tutti i nuovi assunti sono precari o licenziabili in qualsiasi
momento.
Insomma, a ben vedere ci troviamo nella situazione
paradossale per cui non la produzione industriale è funzionale alla crescita e
allo sviluppo economica di un paese, ma il ricorso alla tassazione generale e
alle condizioni di super sfruttamento dei lavoratori sono il nuovo modello
economico di sviluppo, che pare la controffensiva delle élite alle conquiste dei
lavoratori realizzate negli anni Sessanta e Settanta, quando i sindacati erano
sindacati e i partiti di massa partiti di massa e non al soldo di oligarchie finanziarie ed economiche sempre più ristrette. Non mi si dica che il Pd di
Renzi e dei suoi accoliti conservi ancora una parvenza di quello che fu il
grande Pci, che contribuì grandemente alla costruzione di un Welfare State e al
varo di riforme che determinarono il progresso sociale e civile del nostro
paese.
Non a caso la stagione stragista ha raggiunto il suo acme
proprio quando la costruzione dello Stato sociale e le conquiste salariali vere
e proprie, accanto al generale spostamento nel rapporto di forza tra le classi
nella società, nella politica e nelle istituzioni rappresentative, e dunque
nello Stato stesso, sembravano quasi compiute.
Fu a partire dagli anni ottanta che le classi dominanti messe in allarme
dalle trasformazioni in senso sociale dello Stato iniziarono la loro micidiale
controffensiva, agendo sul sistema finanziario e bancario. Invogliando ciascun
individuo a diventare proprietario della propria casa, grazie all’erogazione di
mutui facili, li si è trasformati – giorno dopo giorno – in soggetti sempre più
indebitati, che per onorare i debiti hanno rinunciato alla loro dignità e ai
loro diritti, offrendo in ostaggio non solo il proprio futuro ma anche quello
dei loro figli.
In questa prospettiva, le parole di ottimismo del governo sulla
crescita del Pil si scontrano con i dati oggettivi della realtà e sanno di
farsa. Se anche il nostro Pil fosse cresciuto del 10%, ma la povertà assoluta
continua a crescere insieme al nostro debito pubblico, un lavoratore non
guadagna abbastanza per mantenere la propria famiglia e garantire un’istruzione
adeguata ai suoi figli, a cosa serve per la gran parte della gente – quelli che
non arrivano a fine mese – sperare nella crescita del Pil? Semmai dimostra
ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, che la ricchezza – come al tempo dei
faraoni – si produce dal basso ma va verso l’alto.