giovedì 17 agosto 2017

QUANDO IL VITELLO D'ORO SOSTITUISCE DIO

Un ragazzo viene barbaramente ucciso a calci e pugni in una discoteca a Lloret de Mar, in Spagna; un altro viene pestato in una discoteca di Jesolo (Venezia), sempre la notte di ferragosto, ed ora è ricoverato in coma farmacologico all'ospedale di Mestre. La ragione è di una banalità sconcertante: la vittima dell'aggressione si trovava all'interno di un locale, quando uno sconosciuto si sarebbe avvicinato e gli avrebbe gettato addosso una bevanda; il ragazzo avrebbe allora reagito e l'altro lo avrebbe colpito con due pugni al volto.

Da dove viene tanto odio e tanta violenza? Quali demoni s’agitano negli autori di questi pestaggi, anch’essi giovanissimi? Perché un luogo di divertimento si trasforma in un luogo barbarico dove brutalità, spietatezza, violenza, disumanità si svincolano da ogni freno inibitore?

Si dirà che la droga e l’alcool – come si sono affrettati a confermare i due amici di Bisultanov, il 24enne ceceno accusato di aver sferrato al giovane fiorentino i colpi mortali, per attutirne la posizione giudiziaria – sono la causa di tanta incontrollata violenza. 

Ma se è vero che dal nulla nasce nulla, vuol dire che quella carica di bestiale ferocia doveva già essere presente nella mente di Bisultanov; l’alcool e la droga hanno funto solo da detonatore che ha innescato l’esplosione di tanta violenza, che preesisteva prima ancora che droga e alcool facessero il loro effetto.

Poniamoci allora la domanda: che cosa ha distillato nel tempo tanto odio? Ma prima di tentare una risposta, poniamoci un’altra domanda: noi, oggi, viviamo effettivamente in un'epoca che può definirsi nichilistica, o no? Ovvero, viviamo o no in un’epoca contrassegnata dall'assenza di fondamenti, dalla mancanza di certezze, valori e verità stabili, dati una volta per tutte?

Come direbbe Nietzsche, teorizzatore della morte di Dio, l’uomo è rotolato dal centro verso una X e non ha più punti di riferimento: tutto è relativo. E, se tutto è relativo, non esiste alcunché di assoluto; nessuna realtà sostanziale sottesa ai fenomeni di cui pure siamo coscienti. E se le cose provengono dal nulla e nel nulla finiscono, niente ha senso. L’intera esistenza è priva di senso: è niente! 

Si può allora uccidere un uomo anche per la più banale delle ragioni, come uno spintone in discoteca. 

Se pensiamo che le cose del mondo e gli uomini sono niente non v’è tragedia e possiamo allora travolgere tutto quanto si frappone fra noi e la nostra personale sconfinata libertà: anche uccidere!

Nessuna sofferenza, nessun dolore dell’altro è capace di scalfirci. L’altro rimane davanti ai nostri occhi indifferenti e incapaci di pietà, di compassione. 

È la banalità del male di cui parla la Arendt, che è riuscita a trasformare un avvenimento specifico, quello del processo ad Adolf Eichmann, nell'evento emblematico della nostra un'epoca: il male non è un elaborato, più o meno complesso, processo di idee, finalizzato a perpetuare il male al fine di prendere il posto di Dio, come succede a Nikolaj Stavrogin, il personaggio chiave del romanzo “I demoni” di Dostoevskij, che spinge la propria libertà sino alla sfida nei confronti di Dio. Il quale, non potendo creare dal nulla come Dio, può almeno dirigere il proprio potere a ridurre l'essere al nulla.

Secondo Dostoevskij, Stavrogin è l’incarnazione del male radicale: perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. Produce dolore e sofferenza, umiliazione e vergogna con una volontà e un senso morale rigorosi. 

Il ruolo che ha scelto è una sorta di cappio al collo, niente di ciò che ha fatto potrebbe essere irredimibile, eppure porta avanti con logica determinazione il suo disegno, fino al gesto estremo: Stavrogin si toglierà la vita per evitare che la sua confessione venga resa nota.

Stavrogin è un campione del male lucido e consapevole; un maestro di quello spirito di negazione e di distruzione. Eppure in un certo senso il male che arreca è la tortura che procura anche a sé stesso. Il tormento per la propria dannazione alla fine potrebbe anche configurarsi come uno strumento di riscatto e dunque una via verso la redenzione.

Da questi demoni ci si difende, ma dai nuovi demoni che dopo aver massacrato implorano indulgenza non ci si può difendere. 

All’apparenza sono tutti bravi ragazzi, anche ben educati. Salvo quando la noia li soffoca e il licantropo assetato di sangue che è in loro esige d’essere placato, facendoli compiere gesti che la società farà poi fatica a comprendere. E dovendo dare ragione dell’accaduto si cerca il movente nella droga o nell’alcool.

Ma la verità è che un vero movente non c’è, e quando c’è è talmente insufficiente da non giustificare la tragedia prodotta. Se potessimo guardare il loro volto dopo il misfatto, non vedremmo traccia di pentimento o di pensiero. 

Come nel magistrale film di Paul Haggis “Nella valle di Elah”, dove due commilitoni nel corso di battute senza senso arrivano al litigio. Uno dei due allora estrae il coltello e uccide l’altro. Gli altri assistono alla scena senza intervenire. Quindi, come se quanto si è appena consumato fosse un’ordinaria vicenda quotidiana, per stornare i sospetti decidono di comune accordo di fare a pezzi il cadavere e bruciarlo. Tornano alla base e la loro vita riprende a scorrere come se nulla fosse accaduto.
 
Chi ha generato questi mostri, figure anonime che affollano autobus, treni, aeroporti, stadi, discoteche, storditi da cuffie hi fi che sparano musica ad alto volume o instupiditi da cellulari sempre più sofisticati, sempre più isolati nel loro mondo, incapaci di pensiero e di parola, perché ormai troppo vuoti per soffrire davvero.

Possiamo assicurarli alla giustizia, metterli in carcere. Ma chi li indennizzerà della perdita della loro anima, barattata in nome di un falso benessere, nel quale non c’è né salvezza né redenzione, ma solo perdizione.

Se i valori non sono quelli prodotti dall’operare umano, ma solo quelli che il denaro può acquistare, allora “Dio è morto”. E quel che resta è solo la “volontà di potenza”, quale unica giustificazione del dominio e della sopraffazione.


martedì 15 agosto 2017

L’ITALIA, IL PAESE DEI MALI CRONICI

In medicina l’infiammazione è un processo dinamico reattivo di fronte a cause patogene, finalizzata a neutralizzare ed eliminare la noxa patogena e a riparare la funzione e la struttura dei tessuti danneggiati. Sempre in medicina, l’infiammazione suole suddividersi in acuta e cronica. In quella acuta predomina il processo vascolo-essudativo, caratterizzato dalla presenza di liquido infiammatorio; in quella cronica predomina invece il processo produttivo: i fenomeni vascolo ematici e l’essudato si riducono progressivamente, come avviene anche nel processo di guarigione, ma vengono sostituiti da macrofagi, linfociti, plasmacellule e cellule NK che disponendosi attorno alla parete vascolare ne inducono la progressiva obliterazione, che porta ad un disturbo della nutrizione del tessuto colpito.

In estrema sintesi, sebbene nell’infiammazione acuta il quadro clinico è sovente drammatico, una volta superata si assiste alla guarigione completa dell’organo ammalato, con la scomparsa definitiva di tutti i fenomeni morbosi, senza reliquato anatomico o funzionale. Nell’infiammazione cronica, sebbene il quadro clinico sia spesso meno drammatico, la guarigione è assai difficile e resiste ad ogni rimedio terapeutico; l’organo ammalato subisce alterazioni anatomo-funzionali irreversibili.

Questo breve excursus per dire che l’Italia è molto simile a un malato cronico, nel quale le defedate condizioni innescano processi patologici a catena destinati anch’essi in breve a cronicizzarsi.

La questione meridionale dalla nascita del Regno d'Italia (1861) non è stata ancora risolta: resta una grande sproporzione fra il nord e il sud della penisola. Giova ricordare che i tedeschi hanno impiegato poco più di vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino per avvicinare l’Est all’Ovest.

Secondo l’indice Pmi elaborato da Markit, nel manifatturiero restiamo ancora il secondo paese in Europa, eppure per tasso di occupazione l’Italia in Europa è al penultimo posto, peggio di noi la Grecia.

La povertà è in crescita; siamo in testa in Europa sia per il rischio povertà sia per l’incremento che ha avuto negli anni della crisi, forse perché non sono mai state adottate misure strutturali per contrastarla. E il paradosso è che la ricchezza in titoli e contanti di una parte esigua di italiani sfiora i 4.000 miliardi di euro, quale effetto di politiche redistributive dal basso verso l’alto. Un tempo avere un lavoro era la migliore garanzia contro la povertà, oggi non sempre essere occupati significa scongiurare il rischio povertà. È il caso di molti che, pur occupati, vivono con genitori lavoratori o pensionati, in quanto non percepiscono un reddito sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato.

Quindi corruzione, evasione fiscale, criminalità, riciclaggio e altri reati finanziari sottraggono al Paese centinaia di miliardi di euro l’anno, che si manifestano con tagli alla sanità, all’istruzione, alle pensioni e ulteriori tasse sui noti tartassati, per mantenere una macchina pubblica – fatta di sprechi, privilegi, nomine clientelari – che divora il 50,6% della ricchezza prodotta nel Paese in un anno.

C’è poi il problema della giustizia, spesso lenta, aleatoria e soggetta a pressioni e ambiguità. Incapace di perseguire i reati di corruzione, che condizionano (quelli sì, non la maggiore flessibilità del lavoro) fortemente l’economia del Paese e deprimono sensibilmente gli investimenti esteri. Le criticità del Sistema della Giustizia e della corruzione impattano negativamente sulle imprese e sui mercati, sulla capacità degli imprenditori di operare in un clima di trasparenza e meritocrazia: laddove manca la “certezza del diritto”, vengono meno gli incentivi ad evitare comportamenti opportunistici se non addirittura azioni illegali da parte di cittadini ed imprese.

Non parliamo poi del sistema bancario italiano, ormai al collasso. E non perché le banche italiane fossero imbottite di Cdo, come le americane ai tempi della grande crisi, ma di crediti deteriorati, i cosiddetti Npl («Non performing loans»), frutto di finanziamenti concessi dalle banche agli amici, agli amici degli amici e ai partiti.

E, dulcis in fundo, l’atavico fannullonismo e l’incapacità della nostra classe politica. Diceva mio zio, non ci vuole impegno a fare un buon caffè. Ce ne vuole a farne uno pessimo! Così non ci vorrebbe grande abilità e impegno a fare dell’Italia una delle nazioni più ricche e prosperose al mondo. L’Italia ha tutti gli ingredienti: industria, arte, cultura, musica, paesaggi incantevoli. L‘Italia dovrebbe essere il gioiello dell’Europa e invece –  a causa di politici corrotti, incapaci e fannulloni – mostra un grande stato di degrado sociale e culturale.

Senza questi politici scadenti non saremmo mai entrati nella crisi; avremmo un’Italia più ricca e più sana, con molte più risorse a disposizione per affrontare le sfide e i conflitti del prossimo futuro. Essi non sono la soluzione ai mali cronici del nostro Paese; essi sono il problema dei problemi. Temo che non riusciremo mai a sfuggire dal naufragio cui siamo destinati, senza un rinnovo totale dell’attuale classe politica.

Quel che è totalmente incomprensibile è il popolo italiano. Non solo non sembra rendersi conto che i politici che di volta in volta ha eletto stanno mandando il Paese in rovina, ma sembra pure incapace di fare tesoro dalle esperienze passate. Sembrava che Berlusconi, dopo tutti i danni fatti, fosse ormai finito, ma pare che gli istituti di rilevazione sono concordi nel decretarne la resurrezione.


Di tutti i mali di cui soffre l’Italia, questo è il più grave e la causa di tutti gli altri. D'altronde già 2500 anni fa, Aristotele disse che ogni popolo ha i governanti che si merita. Dunque non lamentiamoci!

martedì 8 agosto 2017

LA MANCANZA DEL SACRO

Se qualcuno mi chiedesse quale a mio parere è la causa principale dell’inarrestabile degenerazione sociale,  culturale ed etica dei nostri tempi, risponderei: la mancanza del sacro. 

E quando parlo di sacro non intendo la stanca e sciatta liturgia dei sacramenti, che si misura in numero di genuflessioni eseguite, di comunioni ingerite, di messe e processioni frequentate. Intendo quell’area intima e segreta dell’uomo, sottratta alla legge profana dell’utilitarismo, quella del do ut des. 

Quel momento di grazia in cui ci si scopre ancora capaci di stupore, di meraviglia e ci pare che tutto ciò che ci circonda ha un valore in sé e per sé, indipendentemente dal tornaconto o dai vantaggi attesi.

Questo è per me lo spazio del sacro: la coscienza che dispiegandosi a sé stessa apre una nuova prospettiva del mondo, mostrandoci l’infinito mistero che ci avvolge e travolge. Dinanzi al quale la nostra vanità è nulla; di quello che siamo stati, di quello che abbiamo fatto o non fatto, non resterà traccia alcuna: la nostra vita come scritta sul bagnasciuga, verrà portata via dalla marea.

È questo però il nodo che non si lascia sciogliere, qualcosa che amiamo rimuovere: la morte, per l'appunto. 

Sappiamo che è nell'ordine naturale delle cose e tuttavia facciamo di tutto per non confrontarci con essa. L’ammettiamo sì razionalmente ma non ne siamo consapevoli. Se ne fossimo consapevoli, non ci odieremmo tanto quanto ci odiamo. 

Ciascuno di noi, nell'angolo più recondito del cervello, pensa d’essere immortale: ci nascondiamo la verità e tutto quello che facciamo è dare consistenza e valore a ciò che valore non ha. 

Mi sono infatti sempre chiesto come fa uno “stronzo” ad accumulare tanta ricchezza, sapendo che una parte di essa potrebbe salvare da morte certa un bambino, la cui unica colpa è quella di essere venuto al mondo nel posto sbagliato!

Se solo sopprimessimo in noi stessi questa smodata volontà di durare eternamente, se accettassimo il fatto di dover morire, poco a poco le cose ci apparirebbero più preziose, più ricche, più belle e amabili di quanto non ci appaiano.


La consapevolezza della morte e la dimensione del sacro, che rappresenta l’essenza più profonda ed ontologica dell’uomo, credo siano gli unici pilastri su cui edificare una comunità umana non subordinata al dominio degli interessi economici prevalenti. 

Comprenderemmo che la nostra capacità e il nostro bisogno d'amore scaturiscono dalla finitudine della vita: perché solo ciò che è destinato a consumarsi, a finire, a perdersi è degno del nostro amore. E quando l’esperienza del limite umano, nel relazionarci e nel presentarci dinanzi all’Infinito, diviene consapevolezza, perveniamo allora alla dimensione del sacro.

domenica 6 agosto 2017

L'ITALIA UN PAESE FASCISTA A DEMOCRAZIA AVANZATA

Alle 10 e 25 del 2 agosto 1980 una bomba esplode in una delle sale d’aspetto della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze. Con 85 morti e oltre 200 feriti è la più grande strage, dopo quella di piazza Fontana del dicembre 1969, dove persero la vita 17 persone  e 87 restarono ferite.

Sebbene nell'immediatezza del fatto l’allora presidente del Consiglio (Francesco Cossiga) parlò dell’esplosione di una vecchia caldaia posta nel sotterraneo della stazione, dalle testimonianze raccolte e dai rilievi tecnico-scientifici sul luogo del reato apparve chiara la matrice terroristica dell'esplosione. 

La tesi del caso fortuito, sostenuta in prima istanza, rispetto all’attentato, fece dire al magistrato Libero Mancuso, molti anni più tardi, che quello fu il primo atto di una serie di depistaggi volti a sviare le indagini: avvallare l’ipotesi di un caso fortuito, come lo scoppio di una caldaia, permise ai veri colpevoli di dileguarsi indisturbati. 

Il secondo atto fu quello di trasferire l’indagine dalla Procura della Repubblica di Bologna a quella di Roma per competenza, dopo che quella era già pervenuta alla fine di agosto a formulare un quadro accusatorio verso ideatori e depistatori. Quindi si cercò di depistare ulteriormente le indagini seminando l’ipotesi, ripresa anche dalla stampa nazionale, della pista internazionale, che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia. 

Fu questo il più grave atto di depistaggio messo in atto dai vertici del SISMI che, per accreditare la teoria del complotto internazionale, fecero trovare su una carrozza del treno Taranto-Milano una valigia sospetta, al cui interno, oltre alle armi e passamontagna, v’erano otto lattine colme di esplosivo Compound B, lo stesso utilizzato per la strage. E perché non vi fosse alcun dubbio sulla matrice internazionale dell’attentato, nella valigia furono fatti trovare anche due giornali, uno francese ed uno tedesco, e due biglietti aerei, intestati a due terroristi neonazisti (il francese Raphael Legrand e il tedesco Martin Dimitris). La valigia era stata messa sul treno da un sottufficiale dei carabinieri e il rinvenimento avvenuto su segnalazione del SISMI.

L’operazione, chiamata «Terrore sui treni», si dimostrò un falso del gruppo deviato del SISMI che si inquadrava nella più ampia trama dei depistaggi per non fare emergere la verità su chi fossero i mandanti della strage. 

All’epoca capo del SISMI era il generale Giuseppe Santovito, il cui nome figurerà più tardi – guarda caso – nella lista degli appartenenti alla Loggia Massonica P2: il governo-ombra onnipresente capace di stravolgere i meccanismi democratici pur di concretizzare affari sporchi e indicibili, come accerterà la commissione d’indagine parlamentare presieduta da Tina Anselmi.

La Corte d’assise di Roma accertò che la fonte che aveva portato i carabinieri al ritrovamento della valigia e che doveva restare segreta non esisteva e le informazioni erano false. Queste erano state costruite nell’ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito. 

Nella motivazione i giudici scrissero che «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse».

La sentenza definitiva giungerà solo nel 1995, dopo un tormentato e lungo iter giudiziario. Il 23 novembre la Corte di Cassazione emette la condanna all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, per i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono però sempre dichiarati innocenti. Per l’ex capo della Loggia Massonica P2, Licio Gelli, l'ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte scatta la condanna per depistaggio delle indagini. Sempre per depistaggio, il 9 giugno 2000, la Corte d'Assise di Bologna emette nuove condanne per Massimo Carminati (9 anni di reclusione), Federigo Mannucci Benincasa (quattro anni e mezzo), ex direttore del SISMI di Firenze, Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare, e Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007, ritenuto responsabile (con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro) di essere l'esecutore materiale della Strage.

Dopo 37 anni da uno degli atti terroristici più gravi del dopoguerra, che provocò la morte di 85 persone e 200 feriti e che rappresenta una delle tante pagine oscure della storia italiana, sui mandanti della Strage non è stata ancora fatta luce. 

Nel marzo 2017 la Procura di Bologna ha archiviato l’indagine su Licio Gelli quale mandante e finanziatore della strage. Secondo la Procura non ci sono “elementi concreti per fondare l'ipotesi di un finanziamento indirizzato alla commissione della strage, proveniente da Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Ortolani”. 

A far scattare l’indagine v’era infatti un documento intitolato “Bologna”, sequestrato nel 1982 a Gelli, quando fu arrestato in Svizzera, nel quale, scritto di suo pugno, si faceva riferimento a un conto corrente bancario svizzero e ad un finanziamento a favore di più persone di 15 milioni di dollari; cifra incredibilmente corrispondente a quella che Roberto Calvi, allora presidente del Banco Ambrosiano, dichiarò – durante una conversazione (registrata dallo stesso Calvi) con Flavio Carboni – provenire dai servizi segreti. Ma secondo gli inquirenti nulla fa pensare che Gelli abbia destinato i soldi di quel conto a Fioravanti e al suo gruppo. 

Così il 26 ottobre prossimo si discuterà la richiesta di archiviazione dell’inchiesta, a carico di ignoti, sui mandanti della Strage. Secondo i Pm, Mambro, Fioravanti e Ciavardini erano degli “spontaneisti” dei Nar, che avrebbero agito motu proprio. Insomma, dietro lo “spontaneismo dei Nar” non vi sarebbero stati altri soggetti che svolgessero il ruolo di mandanti o finanziatori. 

Ma una tale conclusione è in palese contrasto con la sentenza della Corte di Cassazione del 1995 che vede imputati e condannati per depistaggio, oltre a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, ritenuti gli esecutori, anche Licio Gelli, Francesco Pazienza, i vertici del Sismi Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci, che facendo ritrovare una valigia piena di armi, esplosivo e documenti falsi costruirono la falsa pista del complotto internazionale. E altri neofascisti che agirono in concorso e con il beneplacito dei servizi segreti e della P2 (Gilberto Cavallini, Egidio Giuliani).

Da Portella della Ginestra passando per la Strage di Bologna fino ad arrivare allo stragismo mafioso del ’92-’93, l’Italia non ha mai voluto fare i conti con il proprio passato. È stata la costante di tutti questi anni e il peggio è che la società intera abbia rimosso le vicende scomode della nostra storia, non chiedendone mai conto alle istituzioni. 

Una cosa appare ovvia, gli architetti delle stragi per rimanere senza volto hanno goduto di un'estesa impunità. 

Nelle vicende riguardanti lo stragismo in Italia ci sono ancora dei grumi, delle situazioni e degli apparati che non si possono assolutamente svelare. Una cosa tuttavia appare certa: sia pure con gli scarsi elementi a disposizione, non si può credere che nell’Italia dei poteri occulti la strage di Bologna fu opera soltanto di tre terroristi dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. 

In nessuna aula di giustizia, nonostante la sentenza di colpevolezza, sono state presentate prove che, al di là di ogni ragionevole dubbio, confermino la responsabilità di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che continuano a proclamarsi innocenti.

A questo riguardo l’ex presidente della Commissione Stragi – Giovanni Pellegrino – sostenne che il movente attribuito a Valerio Fioravanti e Francesca Mambro “non ha alcun senso”, avendo questi ammessi altri delitti assai più gravi e per i quali avevano già ricevuto condanne pesantissime. Dunque perché professarsi innocenti proprio per la Strage di Bologna? 

Un fatto è certo: alcuni sanno chi sono i mandanti, ma non possono o non vogliono parlare. Una parte di questi usa la verità per garantirsi l’immunità, l’altra la usa per ottenere potere. Ecco perché nessuno di loro parlerà, e a noi non resterà che una verità: quella storica che a differenza della verità processuale non si esaurisce nel tempo e nello spazio di un’aula di tribunale. 

La verità storica ci dice che nelle stragi e nei delitti politici è sempre esistito un doppio livello: un progetto di potere occulto e parallelo a quello manifesto, finalizzato a condizionare la realtà politica e sociale italiana, a screditare i movimenti di dissenso, che erano nati sulla scia delle contestazioni del ’68, e a convogliare consenso verso le forze di governo. 

Gli obiettivi finali erano dunque da un lato quello di contrastare il movimento operaio e studentesco post ‘68, attribuendo le stragi ai gruppi di sinistra, dall’altro quello di creare, grazie al forte impatto emotivo causato dagli episodi terroristici, un clima favorevole ad un colpo di stato simile a quello avvenuto nel 1967 in Grecia. 

Quello che la verità storica ancora ci consegna è un’Italia a sovranità e democrazia limitate, e in alcuni casi annullate, dalle azioni di organizzazioni come Gladio, Loggia P2, settori deviati dei servizi segreti italiani, appoggiati e finanziati dalla CIA, che rispondevano ad un progetto politico preciso e ben articolato: impedire con ogni mezzo che gli equilibri politici scaturiti dalla seconda guerra mondiale fossero alterati e che l’ago della bilancia pendesse verso i partiti di sinistra.

Ecco perché è bene che tutto resti nell’ombra: una così grande operazione di camuffamento e deviazione della verità non poteva avvenire senza incrocio di interessi, connivenze, complicità anche ad alti livelli istituzionali. 

Poi, la tanto attesa desecretazione degli atti riguardanti le stragi, promessa da Renzi, non ha funzionato: dal 2014 a oggi, nemmeno un foglio è stato digitalizzato. La digitalizzazione degli archivi consentirebbe forse di fare chiarezza sui mandanti della strage, ma viene osteggiata, boicottata, con le motivazioni più incredibili. Una di queste, per esempio, la privacy a tutela dei nomi appartenenti ai Nuclei Armati di Difesa dello Stato, la cosiddetta Gladio Nera, che molto probabilmente è implicata nella Strage di Bologna e non solo. 

Le resistenze da parte dello Stato a gettare luce sui tanti e grandi misteri d’Italia appaiono evidenti. A quanto pare ci sono ancora situazioni e apparati che non possono essere svelati!

Per risolvere le numerose falle e incongruenze, si è perfino fabbricata la “pista palestinese”, secondo cui la bomba è stata una ritorsione dell’Olp per la rottura del Lodo Moro, il fantomatico patto segreto, stipulato dall’allora ministro degli Esteri – Aldo Moro – tra il '73 e il '74 con i gruppi affiliati all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, per evitare attentati in Italia. Ma la “pista palestinese” non porta da nessuna parte e serve solo a confondere le idee.

Ma ora viene il bello!

I due responsabili della strage – Francesca Mambro e Valerio Fioravanti – condannati a 8 ergastoli per i loro 98 omicidi, hanno già finito di scontare la pena. 

Dal 2009 Fioravanti è un uomo libero, nonostante il «fine pena mai» stampato sui suoi fascicoli perché così prevede la legge. La libertà definitiva per Francesca Mambro è arrivata nel 2013, dopo essere stata messa in libertà condizionale nel 2008. 

Sembra una grande barzelletta, ma è quello che ha fatto lo Stato italiano, nel totale silenzio. Senza che alla notizia fosse dato il massimo rilievo mediatico. Perché un tale imbarazzante silenzio da parte dello Stato: una sorta di do ut des?

Pare pure che durante il periodo di liberà condizionale i due avessero contatti con Gennaro Mokbel, uomo della Banda della Magliana e grande riciclatore di soldi sporchi. In una intercettazione telefonica, Mokbel dichiara a Carmine Fasciani (noto boss della malavita romana) che il loro rilascio è tutto merito suo: “Li ho tirati fuori tutti io … tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so’ costati? … un milione e due … un milione e due …”.

Incredibile che Mambro e Fioravanti durante la libertà condizionale avessero contatti con ambienti malavitosi e nessuno abbia ritenuto sospenderla immediatamente. Perché il mondo della Banda della Magliana si è mosso per Mambro e Fioravanti?

Tutte le volte che si ripercorrono le vicende politico-criminali che hanno funestato il nostro paese, si scopre come l’Italia non è solo «il bel paese ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe», ma è anche la terra delle trame oscure, degli intrecci perversi tra organizzazioni criminali, politica e servizi segreti. 

La terra in cui c’è sempre qualcuno che nell’ombra lavora con meticolosità per impedire la comprensione dei fatti, e la cui essenza è un sistema fascista a “democrazia avanzata”.

martedì 1 agosto 2017

L’OBSOLETO DON MILANI

Non è trascorso un mese da quando, con il mio amico Fabio, mi sono recato a Barbiana, nei pressi di Vicchio, luogo in cui nel dicembre del 1954 fu confinato don Lorenzo Milani, per il suo difficile rapporto, per usare un eufemismo, con gli arcivescovi di Firenze. Negli anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, papa Pio XII aveva individuato nel comunismo il vero nemico della Chiesa Cattolica. Bisognava pertanto che tutta la curia, compatta, si opponesse in tutti i modi al comunismo.

Don Milani però aveva rifiutato di fare dell'anticomunismo il motivo dominante del suo atteggiamento di educatore, forse perché riconosceva nel comunismo quella stessa tensione verso gli ultimi presente già nei vangeli. D'altronde contro l'idolatria della ricchezza, ancor prima di Marx, si era scagliato Gesù che disse: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24). Potremmo dire che la sua posizione non era tanto diversa da quella di Papa Francesco, che afferma che “aver cura dei poveri non è comunismo, è Vangelo”.

Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenne però sempre il senso della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di chiesa. Nella lettera del 1950 a Pipetta, un giovane comunista di S. Donato, infatti scriveva: «Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai né fame, né sete ricordatene, Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l'unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: "Beati coloro che hanno fame e sete"».

Questa sua posizione critica nei confronti di ogni partito e organizzazione non bastò tuttavia a risparmiargli la severa condanna dell’alta gerarchia ecclesiastica, che decidendo di mandarlo da Calenzano a Barbiana intendeva non tanto punirlo quanto spezzarne lo spirito ribelle. Ma don Lorenzo non si poteva piegare: obbediente al mandato pastorale che la Chiesa gli aveva dato fu tuttavia intransigente nel denunciare i mali del mondo, all'insegna di un profondo radicalismo evangelico. 

Uomo che non volle blandire nessuno, né rendersi servo di alcuno, non esitò – nonostante la fragilità del suo corpo – a caricarsi del pesante fardello degli oppressi e dei diseredati, con la certezza granitica che solo attraverso l’istruzione gli ultimi potessero migliorare la loro condizione, solo attraverso la conoscenza sarebbe stato possibile staccarli dagli idoli eretti dal potere, per meglio assoggettarli, e condurli sulla via della loro liberazione.

Lo scopo fondamentale dell’azione pedagogica di don Lorenzo era infatti insegnare ai poveri a prendere la parola. Se i poveri sapessero parlare, diceva, non sarebbero più poveri. Se avessero la capacità di esprimersi, se capissero i trucchi e gli inganni del potere non soggiacerebbero supinamente ad esso, perpetrando così la loro miseria e i loro mali. Così infatti scriveva: «La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale». Da ciò l’esortazione ai suoi allievi a lavorare sodo e a combattere ogni pigrizia: a Barbiana la scuola funzionava dieci ore al giorno, 365 giorni all’anno. Così quella che doveva essere la sua prigione, divenne presto una cattedra, dalla quale impartì la sua lezione che l’uguaglianza tra cittadini non sarà mai un fatto compiuto fino a quando l’uomo del popolo, oppresso dall’arroganza dei pochi, non contribuirà alla crescita della propria coscienza civile, attraverso l’istruzione. Perché solo questa li salverà, li farà padroni del mondo e non schiavi; solo la conoscenza ne farà cittadini consapevoli e non semplicemente consumatori dementi.

Altri tempi. Se don Lorenzo tornasse in vita e vedesse il nostro mondo attraversato dalla corruzione, dal nepotismo, dalle tante forme di illegalità, questo non lo rattristerebbe più di tanto: il male coesiste al bene fin dall’alba dell’uomo, e così sempre sarà. Quello che invece lo spezzerebbe – più di quanto non poté l’alta gerarchia ecclesiastica – è vedere la diserzione di massa, il deserto apatico nel quale è immersa la nostra vita quotidiana.

Catastrofe ambientale all’orizzonte, rischio di una guerra nucleare per un banale errore, ingiustizia planetaria per i gravi squilibri nella distribuzione delle ricchezze, saccheggio delle risorse dei paesi poveri da parte dei paesi occidentali, sfruttamento dell’uomo sull’uomo, esodo migratorio dei dannati della Terra e chi torce il naso che questa gente che approda sulle spiagge rovina le vacanze dei villeggianti, ecc. ecc.

Questo è il desolante quadro, eppure nessuna reazione, nessuna tensione emotiva. Tutti se ne fregano! Apoteosi dell’indifferenza, che non è sconforto metafisico, che almeno attesterebbe pur nell’assenza una nuova ricerca di senso aperta dalla morte di Dio. 

Soltanto la sfera privata sembra uscire vittoriosa da questa erranza apatica, da questa anemia emotiva: la frenesia di dove si trascorreranno le vacanze estive, dove ci si recherà per il prossimo fine settimana, quale sarà il prossimo cellulare che acquisterò, quale auto risponde meglio al mio desiderio di avventura, ecc. ecc., sembrano gli unici argomenti degni d'interesse.

Tutto si compie per imitazione, secondo un meccanismo automatico e ripetitivo, di cui si ignora spesso il significato e il senso. Per esempio, ci si sposa in Chiesa pur sapendo che presto o tardi si farà parte della percentuale in continuo aumento dei divorziati; i genitori vogliono restare «giovani» e diventare amici dei propri figli. Nessuno vuole più invecchiare e si sottopone a sfibranti attività fisiche in palestra pur di mantenere inalterate le proprie forme. Cosicché il corpo da veicolo per essere al mondo è diventato ostacolo da superare per continuare a essere oggetto d'attenzione.

Questo rifugio autarchico su sé stessi è perfettamente illustrato dal modo in cui si neutralizza il mondo esterno trafficando col proprio cellulare invece di parlare con chi ci sta davanti o quando si preclude ogni possibilità di relazione con gli altri esseri umani indossando una cuffia stereofonica direttamente a contatto dei timpani.

Quando l’edonismo, il godimento personale, rappresenta l’asse portante della cultura moderna è assai difficile poi emancipare tutte queste singolarità nella direzione di farsi carico non solo dei pesi propri ma anche quelli altrui, secondo il principio che riconoscere la propria dignità esige riconoscerla anche nell’altro. Il poeta inglese John Donne scrisse “Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso” e dunque a nessuno è lecito disinteressarsi del bene comune!

La cultura per la massa, cioè quella alla portata di chiunque, utile alla perpetuazione dell'egemonia culturale delle classi superiori, ha talmente immiserito le facoltà mentali dell’uomo, da non consentirgli neppure di riconoscere quanto il suo tentativo di elevarsi al di sopra della masse, di avere una propria personalità non omologata, sia un inganno abilmente perpetrato a suo danno per appiattirlo all’unica dimensione di consumatore: senza il possesso e il consumo continuo di beni materiali non saprebbe neanche più riconoscersi. 

È questa la nuova forma di individualismo massificato: due aspetti dello stesso fenomeno. Da una parte il singolo che sgomita e combatte ferocemente contro altri singoli per raggiungere e ottenere gli stessi identici obiettivi: una casa, un conto in banca, una macchina più potente, ecc. ecc. Insomma, si lotta disperatamente come individui solo per diventare i migliori della massa. In pratica, un individualismo funzionale alla stessa società dei consumi e dunque parte integrante della stessa massificazione.

A questa esasperazione dell’individualismo, che si caratterizza in disaffezione nei riguardi della politica e della partecipazione pubblica in generale, corrisponde un apparato istituzionale che al contrario  continua a funzionare, e anche bene. Sempre più controllato dagli “specialisti”, che si incaricano di conformare i comportamenti collettivi all’immagine del mondo di quei pochi che lo controllano a loro esclusivo vantaggio e che lo vogliono così com'è.


Se non saremo in grado di riscoprire come umanità quel senso della solidarietà che lega gli uomini gli uni con gli altri; senza la rinnovata capacità di storicizzare le nostre vite, quali semi sparsi nel terreno del presente per il germoglio dei frutti del futuro, le nostre società, alla fine, imploderanno in un enorme big crunch, tirando tutto e tutti in un grande e mostruoso vuoto.

lunedì 31 luglio 2017

I MANAGER DELLA THYSSENKRUPP ANCORA LIBERI

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il comunismo abbia significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. 

Questo è vero! 

Tuttavia se questo è stato vero per il comunismo nella sua attuazione pratica del marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo non solo ci ha lasciato in eredità, ma continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento del lavoro, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Il neoliberismo, di cui il capitalismo è espressione, pur fondandosi su valori quali la dignità umana e la libertà individuale, di fatto limita questa e la degrada alla mera libertà d'impresa. 

Grazie al trionfo di questa concezione, secondo la quale altri parametri, quali il benessere psicofisico, la crescita umana e culturale di ciascun individuo, se non hanno alcun valore sul mercato possono essere tranquillamente ridimensionati, i governi del mondo – senza eccezione alcuna – tollerano tranquillamente che le aziende possano “esternalizzare i costi” senza pagar dazio: la produzione, prima della salute individuale e collettiva.

Per un’impresa esternalizzare i costi significa che se gli investimenti in termini di sicurezza sul lavoro e della collettività sono inferiori ai ricavi attesi, bene. In caso contrario, se ne faranno carico le vittime e la collettività.

Un esempio classico è rappresentato dall’incidente occorso nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino. 

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, sette operai trovarono la morte, investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prese fuoco. L’ultimo, di soli 26 anni, morì dopo tredici giorni di atroce agonia.

La sentenza definitiva, di 14 mesi fa, ha acclarato le gravi responsabilità dei manager tedeschi della ThyssenKrupp: l’incolumità dei lavoratori fu subordinata agli interessi economici dell’azienda! 

Eppure, i manager tedeschi della ThyssenKrupp sono ancora liberi: la Germania non ha ancora provveduto ad arrestarli. D'altronde essi hanno fatto ciò che, in un mondo dominato dal moloch del libero mercato, ci si attende da un manager: massimizzazione del profitto e del dividendo da distribuire ai singoli soci. In fondo sono questi i criteri di arruolamento dei tanti dirigenti d’imprese, tutto il resto è trascurabile. Perché stupirsene?

Accusarli per aver anteposto l’interesse superiore dell’impresa a quello di sette operai è  come aver fatto una contravvenzione “per eccesso di velocità alla 500 Miglia di Indianapolis”.

Pretendere che il capitalismo diventi altro da sé stesso, magari attraverso un risanamento di tipo morale, religioso o politico, è assurdo quanto la pretesa che un leone si trasformi in un erbivoro. 

Dalla voracità dei mercati e del capitalismo non ci si salva blandendo la “bestia”, ma solo governandola politicamente con misure draconiane, subordinando gli interessi privati a quelli collettivi, anche a costo di scontentare i mercati e gli investitori stranieri.


Se la politica, in quanto espressione degli interessi della maggioranza, non vorrà o non saprà ritrovare la forza di piegare la volontà di pochi sedicenti «illuminati» alle ragioni della democrazia, le vite bruciate alla Thyssen sono state vane e noi docili schiavi, asserviti agli interessi di pochi, incapaci di riparare gli strappi dell’umanità: complici!

domenica 23 luglio 2017

LA MAFIA NON ESISTE!

Al termine del processo a mafia capitale, il Tribunale di Roma ha condannato Salvatore Buzzi a 19 anni di reclusione e Massimo Carminati a 20 anni. Ma cade l'accusa di associazione mafiosa: resta solo l'associazione a delinquere!

Per i giudici della X sezione penale di Roma, Mafia Capitale si è macchiata sì di reati gravi, ma non è un’organizzazione di stampo mafioso: solo criminalità comune, ricatti, violenza e corruzione.

Bene, se con il termine mafia, prescindendo dal carattere iniziatico tipico delle cosche post borboniche, intendiamo un’associazione criminale con ramificazioni in tutte le attività produttive, dall'edilizia alla sanità, dalla distribuzione e gestione dei rifiuti al controllo degli appalti delle opere pubbliche, non possiamo non assimilare Mafia Capitale alle altre organizzazioni criminali quali la 'ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra, la sacra corona unita. Dalle quali ha mutuato i metodi tipicamente mafiosi: violenza, intimidazione, estorsione, corruzione e infine le collusioni con la politica e con le istituzioni.

Abbiamo visto tutti il terrore dipingersi sui volti dei testimoni che si sono avvicendati al processo Mafia Capitale al solo pronunciare il nome di Massimo Carminati. Ne abbiamo visto uno perfino fare scena muta e non confermare le precedenti testimonianze, perché in collegamento video c’era Carminati che l’osservava minaccioso. Tutti questi fatti sono stati documentati – durante il dibattimento – da filmati, intercettazioni audio, e testimoniano un sistema di corruzione e violenza.

A vedere attentamente, quella di Carminati non sembra affatto essere solo una cricca di malavitosi che si impadronisce di appalti pubblici; quella di Carminati sembra essere una vera e propria organizzazione criminale sorta dalla sua decennale esperienza malavitosa e terroristica (armi, uomini, metodi, e persino la sua intrinseca violenza intimidatoria che parte dalla banda della Magliana). L’oscura alleanza – sempre presente – tra fascisti e padroni ha consentito a Carminati di crescere e di agire indisturbato, divenendo – come lui stesso ammette nella teoria del “mondo di mezzo” – la cinghia di trasmissione tra il mondo di sotto, rappresentato dai criminali di strada, e il mondo di sopra, quello dei colletti bianchi, che quando c’è da togliere di mezzo un “rompicoglioni” sanno a chi rivolgersi (vedi Mino Pecorelli).

Carminati, con la sua storia personale (ufficiale di collegamento tra i Nar e la Banda della Magliana) e il mito dell’invincibilità, sfruttando i tanti porti nebbiosi dell’Italia anticomunista, ha creato un sistema corruttivo per l’assegnazione di appalti nel settore ambientale e delle politiche sociali, ricevendo finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Commesse per decine di milioni di euro a società collegate a Carminati.


Ma, a quanto pare, i giudici della X sezione penale di Roma sono rimasti alla mafia che usa il tritolo o le teste di capra mozzate, non hanno capito che oggi la vera forza della mafia è quella di far credere – come il diavolo – che essa non esiste, per poter fare inosservata i suoi traffici.