Un ragazzo viene barbaramente ucciso a calci e pugni in una
discoteca a Lloret de Mar, in Spagna; un altro viene pestato in una discoteca
di Jesolo (Venezia), sempre la notte di ferragosto, ed ora è ricoverato in coma
farmacologico all'ospedale di Mestre. La ragione è di una banalità
sconcertante: la vittima dell'aggressione si trovava all'interno di un locale,
quando uno sconosciuto si sarebbe avvicinato e gli avrebbe gettato addosso una
bevanda; il ragazzo avrebbe allora reagito e l'altro lo avrebbe colpito con due
pugni al volto.
Da dove viene tanto odio e tanta violenza? Quali demoni s’agitano
negli autori di questi pestaggi, anch’essi giovanissimi? Perché un luogo di
divertimento si trasforma in un luogo barbarico dove brutalità, spietatezza,
violenza, disumanità si svincolano da ogni freno inibitore?
Si dirà che la droga e l’alcool – come si sono affrettati a confermare
i due amici di Bisultanov, il 24enne ceceno accusato di aver sferrato al
giovane fiorentino i colpi mortali, per attutirne la posizione giudiziaria –
sono la causa di tanta incontrollata violenza.
Ma se è vero che dal nulla nasce
nulla, vuol dire che quella carica di bestiale ferocia doveva già essere
presente nella mente di Bisultanov; l’alcool e la droga hanno funto solo da detonatore
che ha innescato l’esplosione di tanta violenza, che preesisteva prima ancora che
droga e alcool facessero il loro effetto.
Poniamoci allora la domanda: che cosa ha distillato nel
tempo tanto odio? Ma prima di tentare una risposta, poniamoci un’altra domanda:
noi, oggi, viviamo effettivamente in un'epoca che può definirsi nichilistica, o
no? Ovvero, viviamo o no in un’epoca contrassegnata dall'assenza di fondamenti,
dalla mancanza di certezze, valori e verità stabili, dati una volta per tutte?
Come direbbe Nietzsche, teorizzatore della morte di Dio, l’uomo
è rotolato dal centro verso una X e non ha più punti di riferimento: tutto è
relativo. E, se tutto è relativo, non esiste alcunché di assoluto; nessuna realtà
sostanziale sottesa ai fenomeni di cui pure siamo coscienti. E se le cose
provengono dal nulla e nel nulla finiscono, niente ha senso. L’intera esistenza
è priva di senso: è niente!
Si può allora uccidere un uomo anche per la più
banale delle ragioni, come uno spintone in discoteca.
Se pensiamo che le cose
del mondo e gli uomini sono niente non v’è tragedia e possiamo allora
travolgere tutto quanto si frappone fra noi e la nostra personale sconfinata
libertà: anche uccidere!
Nessuna sofferenza, nessun dolore dell’altro è capace di
scalfirci. L’altro rimane davanti ai nostri occhi indifferenti e incapaci di
pietà, di compassione.
È la banalità del male di cui parla la Arendt, che è
riuscita a trasformare un avvenimento specifico, quello del processo ad Adolf
Eichmann, nell'evento emblematico della nostra un'epoca: il male non è un
elaborato, più o meno complesso, processo di idee, finalizzato a perpetuare il
male al fine di prendere il posto di Dio, come succede a Nikolaj Stavrogin, il
personaggio chiave del romanzo “I demoni” di Dostoevskij, che spinge la propria
libertà sino alla sfida nei confronti di Dio. Il quale, non potendo creare dal nulla come
Dio, può almeno dirigere il proprio potere a ridurre l'essere al nulla.
Secondo
Dostoevskij, Stavrogin è l’incarnazione del male radicale: perfetto, genuino,
completo, cristallino, puro. Produce dolore e sofferenza, umiliazione e
vergogna con una volontà e un senso morale rigorosi.
Il ruolo che ha scelto è
una sorta di cappio al collo, niente di ciò che ha fatto potrebbe essere
irredimibile, eppure porta avanti con logica determinazione il suo disegno,
fino al gesto estremo: Stavrogin si toglierà la vita per evitare che la sua
confessione venga resa nota.
Stavrogin è un campione del male lucido e consapevole; un maestro
di quello spirito di negazione e di distruzione. Eppure in un certo senso il
male che arreca è la tortura che procura anche a sé stesso. Il tormento per la
propria dannazione alla fine potrebbe anche configurarsi come uno strumento di
riscatto e dunque una via verso la redenzione.
Da questi demoni ci si difende, ma dai nuovi demoni che dopo
aver massacrato implorano indulgenza non ci si può difendere.
All’apparenza
sono tutti bravi ragazzi, anche ben educati. Salvo quando la noia li soffoca e
il licantropo assetato di sangue che è in loro esige d’essere placato, facendoli
compiere gesti che la società farà poi fatica a comprendere. E dovendo dare ragione
dell’accaduto si cerca il movente nella droga o nell’alcool.
Ma la verità è che un vero movente non c’è, e quando c’è è
talmente insufficiente da non giustificare la tragedia prodotta. Se potessimo
guardare il loro volto dopo il misfatto, non vedremmo traccia di pentimento o
di pensiero.
Come nel magistrale film di Paul Haggis “Nella valle di Elah”,
dove due commilitoni nel corso di battute senza senso arrivano al litigio. Uno
dei due allora estrae il coltello e uccide l’altro. Gli altri assistono alla
scena senza intervenire. Quindi, come se quanto si è appena consumato fosse un’ordinaria
vicenda quotidiana, per stornare i sospetti decidono di comune accordo di fare
a pezzi il cadavere e bruciarlo. Tornano alla base e la loro vita riprende a
scorrere come se nulla fosse accaduto.
Chi ha generato questi mostri, figure anonime che affollano
autobus, treni, aeroporti, stadi, discoteche, storditi da cuffie hi fi che
sparano musica ad alto volume o instupiditi da cellulari sempre più
sofisticati, sempre più isolati nel loro mondo, incapaci di pensiero e di
parola, perché ormai troppo vuoti per soffrire davvero.
Possiamo assicurarli alla giustizia, metterli in carcere. Ma
chi li indennizzerà della perdita della loro anima, barattata in nome di un
falso benessere, nel quale non c’è né salvezza né redenzione, ma solo
perdizione.
Se i valori non sono quelli prodotti dall’operare umano, ma
solo quelli che il denaro può acquistare, allora “Dio è morto”. E quel che resta
è solo la “volontà di potenza”, quale unica giustificazione del dominio e della
sopraffazione.