venerdì 17 marzo 2017

OGGI MI VERGOGNO D'ESSERE ITALIANO!

Dopo aver salvato il culo al ministro dello Sport Luca Lotti, per sinallagma si salva anche quello di Augusto Minzolini.

Neanche alla corte del Re sole, penso, si sia arrivati a tanta impudenza come nel Parlamento ieri e l’altro ieri. E solo gli sciocchi possono ancora credere che la legge sia eguale per tutti, che non distingua fra ricchi e poveri, potenti ed emarginati.

La lezione dei giorni scorsi in Parlamento è chiara: se sei potente ti salvi sempre, se sei sfigato soccombi sempre. Bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori, politici disonorevoli con le patrie galere hanno poco a che fare. Queste sono desinate solo a ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari.

Per gli emarginati vale la regola: dura lex, sed lex (dura è la legge, ma è legge); per la casta e i benestanti vale invece il garantismo, la presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio, e quand'anche la legge non lascia scappatoie, perché fatta proprio da quegli stessi che occupano gli scranni parlamentari, ecco che quello stesso Parlamento che le leggi le fa, si arroga anche il potere di eluderle a proprio piacimento, quando non convengono.

L’art. 54 della nostra Costituzione recita che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Ho la sensazione che abbia più onore nel suo mignolo sinistro il rapinatore di banche, che almeno rischia la vita, di quanti – forti del loro potere e della loro carica – si fanno vanto di essere "onorevoli". Essi sono più simili a sepolcri imbiancati: belli a vedersi all'esterno, ma per l'interno putridi!

Per questi il carcere è l’eccezione e l’unica sanzione che pagano è la parcella salata dell’avvocato per tirarli fuori dalla merda in cui sguazzano.

Per il senatore Augusto Minzolini, condannato in Cassazione a 2 anni e mezzo per peculato, la decisione del Senato di rifiutare la decadenza, prevista dalla legge Severino, obbedisce non al potere della legge ma all'arroganza di una casta, che non ha neppure più il pudore di mascherare l'impudicizia e che, ancorché curarsi degli interessi generali, coltiva i propri secondo uno schema di stampo tipicamente mafioso, potendo decidere a proprio piacimento di sottrarsi a quelle stesse regole che essa stessa si è data.

Che dire poi del ministro Luca Lotti che, nonostante le dichiarazioni di Marroni e Vannoni, continua a proclamarsi estraneo ai fatti riguardanti il mega appalto in odore di corruzione della Consip. Senza spiegarci poi perché non abbia ancora intrapreso un’azione di querela per diffamazione e calunnia nei confronti degli stessi suoi accusatori che restano nelle posizioni apicali della Società, cui lo stesso Matteo Renzi li ha destinati.

È a questa rappresentanza che dobbiamo dare il nostro rispetto? A una casta, non dissimile da una monarchia di vecchio stampo, che, godendo di una forte rendita di posizione, difende solo e unicamente se stessa, danneggiando peraltro il Paese?

Un Parlamento che agisce in questo modo è per definizione eversore.


Italiani, non sono gli immigrati, non sono gli zingari il vero nostro problema. Il nostro vero problema è questa “casta” e i loro rampolli messi a capo di banche, assicurazioni, televisioni, gruppi editoriali, società sportive, ecc. ecc., che non solo ci affamano ma rubano anche il futuro dei nostri figli.

domenica 12 marzo 2017

STUDIARE PER CAPIRE, CAPIRE PER GIUDICARE

Senza una descrizione condivisa della realtà, del mondo in cui si svolge la nostra vita, non perverremo mai ad alcun tipo di conoscenza. L’obiettività dei dati non può essere stravolta dal diritto tout court alla libertà di opinione e di espressione. Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero è sacrosanto a condizione però che prenda avvio dal dato oggettivo della realtà, si compia attraverso la conoscenza razionale e non stravolga o confligga col dato reale: se così non fosse anche il raglio degli asini potrà a giusta ragione essere definito “opinione”.

Se la verità dei fatti è costantemente stravolta. Se di essa i media danno un’immagine frammentata e manipolata in funzione del messaggio che si vuole trasmettere, possiamo veramente credere che una tale condizione giovi a un sano e vero confronto democratico? Senza un punto di riferimento certo da cui partire, tutto è vero e tutto è ugualmente falso. Senza mediazione alcuna.

Esaminiamo, per esempio, la posizione assunta da certe formazioni politiche nel nostro Paese riguardo gli immigrati. Molti italiani danno per scontato che i migranti ci rubano il lavoro. Ma è vero?

Una ricerca curata dal CNEL dice che gli stranieri non “rubano il lavoro” degli italiani. La loro presenza non influenza la probabilità che un italiano diventi disoccupato.

Si dice anche che la loro presenza influenza al ribasso i salari degli dipendenti italiani. I dati al contrario dimostrano che per gli italiani che svolgono un lavoro dipendente, a parità di altre condizioni che possono influire sul livello della retribuzione, risiedere in un territorio ad alta intensità di immigrazione non è uno svantaggio.

Peraltro, se fosse questo il modo di ragionare, ne dovremmo concludere che l’entrata massiccia delle donne nel mercato del lavoro è stata la causa dell’abbassamento dei livelli retributivi. E che pertanto, partendo da questa riflessione, dovremmo impedire alle donne di occupare posti di lavoro, per non sottrarli agli uomini. Noi sappiamo che non è così. Tanto i lavoratori quanto le donne sono stati sfruttati dal capitalismo industriale, senza distinzione di sesso e di razza, fino a quando l’affermarsi di una coscienza di classe, con le agitazioni e le lotte nei settori industriali, ha posto fine allo sfruttamento indiscriminato dei lavoratori, offrendo sia ai lavoratori sia alle lavoratrici retribuzioni migliori, riduzione degli orari di lavoro e maggiori tutele. Che poi la nuova realtà lavorativa abbia reso possibile soltanto ad alcune donne maggiori opportunità e che la maggior parte di esse sia ancora costretta a lavori precari e di basso livello retributivo, è un’altra questione. A me interessa qui evidenziare che come l’ingresso delle donne non ha determinato né una riduzione dei livelli retributivi né un aumento della disoccupazione maschile, così la presenza di immigrati non è in alcun modo alla base della crescente disoccupazione e dei bassi livelli salariali.

Le indagini statistiche sono concordi nell'affermare che non esiste alcuna correlazione tra il crescente fenomeno migratorio e i bassi livelli salariali ed occupazionali, almeno qui in Italia. È vero semmai che gli immigrati sono una risorsa che non sappiamo gestire. Per esempio, la Germania dimostra che pur avendo un numero di immigrati assai maggiore ha parimenti meno disoccupati.

Sono una risorsa soprattutto perché il tasso di natalità è il più basso dell’Unione Europea, 8 nati ogni 1000 residenti. Senza l’incremento dato dall'immigrazione, la cui fascia di età si situa dai 21 ai 45 anni, saremmo una Nazione destinata all'estinzione. Sono una risorsa perché il livello medio di istruzione è più che accettabile in tutte le fasce di età, sebbene svolgano attività – dai badanti ai raccoglitori di pomodori – che i nostri giovani con titolo di studio cercano di evitare. Sono ancora una risorsa perché, secondo le ultime stime, gli immigrati garantiscono il 12% del nostro prodotto lordo, ma solo il 3% delle entrate fiscali. Perché?


Perché una legge idiota come quella Bossi-Fini li costringe – per non incorrere nel reato di clandestinità – a un lavoro nero. E la colpa non è loro ma dei datori di lavoro, quasi sempre italiani.

giovedì 9 marzo 2017

QUANDO I POVERI PAGANO PER I RICCHI

Il denaro, l’argent, è diventato l’unico metro di misura del valore dell’uomo. Se hai i soldi, hai il potere e puoi non solo permetterti tutto quello che vuoi, ma ottenere anche tutto quello che desideri: amore, fedeltà, rispetto, onore. Se un tempo i ricchi non ostentavano la loro ricchezza per un senso di pudore, oggi assistiamo a un’ostentazione esibita, secondo stili di vita sfacciatamente immorali, della ricchezza in disprezzo di quanti vivono nella povertà.

Tre miliardi di persone al mondo vivono con 2,5 dollari al giorno; più di 1 miliardo di persone non ha accesso sufficiente all'acqua potabile; 1 miliardo di bambini vive in povertà e, secondo l'UNICEF, 22 mila di loro muoiono ogni giorno a causa dell'indigenza; almeno 1 miliardo di persone sono totalmente analfabete, incapaci persino di scrivere il proprio nome; 870 milioni di persone non hanno cibo a sufficienza per sfamarsi, nonostante l’attuale produzione agricola del mondo consentirebbe di offrire ad ogni essere umano vivente una dieta quotidiana di 2720 calorie. Dinanzi a questo quadro di povertà estrema è stato pure calcolato che le 300 persone più ricche del mondo possiedono la stessa ricchezza dei 3 miliardi dei più poveri.

La ricchezza piega tutto e tutti ai suoi piedi. Persino le legge e gli uomini che quelle leggi fanno per ingraziarsi il favore dei potenti.

Così gli stati d’Europa, culla della civiltà e dello stato sociale, fanno a gara tra loro per attrarre gente coi soldi, promettendo loro sconti sulle tasse. Noto il caso dell’Irlanda che all’azienda statunitense Apple, già criticata da diversi enti e testate giornalistiche per le condizioni di lavoro degli operai che confezionano i suoi prodotti nelle fabbriche della cinese Foxconn, ha concesso fino a 13 miliardi di euro di benefici fiscali illegali. Generando il paradosso – tutto moderno – che un fornaio paga un’aliquota, sui profitti realizzati, astronomicamente più alta di quella versata da un’azienda come la Apple che fattura oltre 50 miliardi di dollari l’anno.

Il trattamento fiscale selettivo riservato alla Apple in Irlanda è sceso dall’1% del 2003 allo 0,005% del 2014. E la Turchia si è mostrata felice di offrire incentivi fiscali ancora più generosi qualora la Apple decidesse di trasferirsi lì.

Non poteva non rispondere all’asta al ribasso anche l’Italia che, grazie alla Flat Tax, spera di attrarre il flusso di “Paperoni” che dopo la Brexit potrebbero scegliere di trasferire la residenza fiscale nel nostro Paese. Per questo flusso di immigrati (emiri, imprenditori facoltosi, calciatori, cantanti) non ci sono i cpt, ma tappeti rossi stesi al loro passaggio, da accogliere con coppe di champagne. Sebbene i loro redditi siano con molti zeri, pagheranno una tassa fissa da 100.000 euro l’anno, e sono a posto con il Fisco. Per farsi un’idea, Valentino Rossi – il centauro pesarese – con un reddito annuo di circa 34 milioni di euro e con residenza fiscale in Inghilterra, potrà finalmente fare ritorno in Italia e pagare 100 mila euro l’anno e far pace per sempre con il fisco italiano. Un precario con un imponibile annuo lordo di 15 mila euro paga un’aliquota Irpef del 23%; Valentino Rossi pagherà un’aliquota dello 0,294%!

Siamo di fronte all’ulteriore dimostrazione di come lo Stato abbia rinunciato ad applicare i principi etici della nostra Costituzione, che all’art. 53 dice che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, per fare propria l’unica etica oggi accolta e universalmente condivisa: quella dei soldi!

In un Paese con una tassazione altissima come l’Italia, nel quale le crescenti disuguaglianze sociali scavano abissi tra ricchi e poveri, è spregevole solo pensare di fare sconti a chi di certo non ne ha bisogno, gravando il carico dell’enorme debito pubblico sulle sole spalle di chi quel debito non l’ha fatto.


Che triste fine ha fatto il principio di una società – quella europea – basata sul diritto e sulla solidarietà. Non certo sull’elemosina, tanto cara però ai ricchi. 

BENVENUTA ITALIA NEI PAESI DEL TERZO MONDO

Le Regioni sono costrette a tagliare la spesa sociale per coprire il bonus Irpef di 80 euro, introdotto da Renzi. Inizialmente in via temporanea – art. 1 del D.L. n. 66/2014 (Decreto Renzi) – a partire dal mese di maggio 2014 e fino al mese di dicembre 2014. Quindi confermato “a regime” dal 2015. Per finanziarlo le Regioni hanno dovuto sopportare un taglio di 2,2 miliardi.

Le Regioni – a loro volta – hanno presentato il conto ai meno abbienti. In che modo?

Beh, con tagli alla spesa sociale. 50 milioni sono stati tolti al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono); 211 milioni sono stati tolti al fondo per le politiche speciali (edilizia sanitaria, asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri antiviolenza), che passa così da 311 a 99 milioni, con un taglio del 67%; tagli pure dei rimborsi per l'acquisto di libri, buoni pasto e per il trasporto scolastico.

Se partiamo dalla definizione che è civile quella società che mostra soprattutto sollecitudine e cura verso i meno abbienti, i più deboli, dobbiamo concludere che il nostro non è più un paese civile. Un paese nel quale gli italiani sotto la soglia di povertà assoluta cresce di anno in anno (nel 2014 la povertà assoluta coinvolgeva il 5,7% delle famiglie residenti, nel 2015 la quota è salita al 6,1%) non può chiamarsi civile. Ed è intollerabile che le più alte cariche dello Stato continuino, a dispetto dell’evidenza, a definirlo “patria di civiltà”.

Occorre ricordare – a chi lo sa – e precisare – a chi non lo sa – che per “povertà assoluta” s’intende il non disporre dei primissimi servizi e beni di sopravvivenza, quali cibo, acqua, vestiario ed abitazione. Ebbene, in un paese nel quale il patrimonio privato ammonta a 9.600 miliardi, ovvero cinque volte più del nostro debito pubblico, quattro milioni e 598mila italiani vivono in condizioni di povertà assoluta!


Questi non sono dati di un paese civile. Sono piuttosto peculiari di nazioni da terzo mondo.


lunedì 30 gennaio 2017

DI CHE COLORE SARÀ IL NOSTRO CIELO?

Se la Sinistra tradisce il popolo, la deriva che ha portato prima alla Brexit e poi al trionfo di Donald Trump non dovrebbe sorprendere. Ciò che molti politici sembrano dimenticare è che la disoccupazione, la povertà, le enormi disuguaglianze economiche e la conseguente esclusione sociale minano la pace sociale. E, come la storia ha già ampiamente dimostrato, tali condizioni rappresentano sempre una minaccia ai sistemi democratici, con l’esito di una dittatura fascista o comunista. Se poi consideriamo che entro i confini della civilissima e democraticissima Unione Europea, quasi una persona su quattro è a rischio di povertà ed esclusione sociale, per un totale di oltre 123 milioni di cittadini, il rischio non è solo paventato ma reale.

Il successo dei partiti di estrema destra in Europa, ispirati al nazionalismo e alla xenofobia, si inscrive in quella stessa logica che affermò i fenomeni nazionalisti e razzisti estremi degli anni ’30, a seguito della grave crisi economica del 1929. 

Nel desolato scenario di una Germania stremata dall'inflazione e dal pesante trattato di pace di Versailles, scattò la molla, nell'animo dei tedeschi affamati, del nazionalismo che portò al potere Hitler.

Il pericolo che corriamo, oggi come allora, è che ci sfugga quello che sta realmente accadendo e restare con gli occhi puntati al dito, invece di guardare la luna che esso indica. E forse alcuni hanno interesse a che ciò avvenga. 

Per molte persone il perdurare della recessione sta creando oggi quelle stesse profonde paure che condussero al nazismo in Germania e al fascismo in Italia. La paura della perdita del lavoro, quella di non potere sostentare la propria famiglia, quella di consegnare i propri figli ad un futuro incerto, la paura di perdere i propri risparmi. Insomma, la paura di perdere tutto ciò che dà significato alla vita (amore, rispetto, autostima) può essere un detonatore dalle conseguenze tragiche.

La paura è un sentimento incontrollabile quanto il dolore. Quando lo abbiamo, desideriamo solo che cessi. Così quando si ha paura non si cerca altro che qualcuno o qualcosa ponga fine a questo stato d’animo.

La Storia insegna come l’estrema destra sia sempre riuscita ad intercettare le paure dei singoli e a trasformarle in paure collettive. 

Questo è quanto sta accadendo anche oggi ed è alla base del successo dei movimenti politici di destra oltranzista. E sconcerta constatare come questo fenomeno, che si sta svolgendo sotto i nostri occhi, non scuota la Sinistra, che vivacchia, attonita, cercando di gestire al meglio l’esistente, incapace di raccogliere il grido di rabbia che sta assordando il mondo. 

Così, mentre la Sinistra, vecchia e nuova, vacilla, l’estrema destra si rafforza, utilizzando lo spazio lasciato libero da quella.

Dalle classi meno abbienti, la Sinistra è oggi sempre più identificata con le élite, l’establishment, i ricchi, il potere, le banche, la burocrazia, la casta. È sempre più percepita come sprezzante nei confronti dei timori di chi, non abitando nei quartieri ricchi, avverte l’immigrazione più come una minaccia che come una risorsa.

Non esistono argomenti della ragione sufficienti per arginare l’emozione potente della paura. Quando si ha paura, non basta che qualcuno ti dica di smetterla. Non basta dire che le diversità sono preziose e che rappresentano una ricchezza; non basta dire che a un Paese sull’orlo del default demografico come l’Italia, e a un continente europeo, che invecchia rapidamente gli immigrati non solo servono, ma sono indispensabili, in quanto assicureranno il lavoro e le pensioni di domani. Non basta liquidare la paura come l’espressione di un razzismo ottuso.

Non basta perché quello stato d’animo non cesserà e allora si rivolgeranno a chi è disposto a riconoscere quella paura come fondata, e farà di questo stato di disagio il veicolo di acquisizione del consenso, che garantirà posti in Parlamento (quando non tra i banchi dell’esecutivo) per i prossimi anni.

La Sinistra, tradendo la sua identità e facendo sua l’illusione che il mercato, il consumismo, il liberismo, l’integrazione, la globalizzazione possano condurre l’umanità verso magnifiche sorti e progressive (per dirla con Leopardi), non si è ancora resa conto che ha fallito clamorosamente, consegnando di fatto il suo tradizionale bacino elettorale alle destre oltranziste.

L’esempio Tzipras in Grecia non è servito. Hollande che in Francia doveva essere il presidente della svolta, non ha saputo, o non ha voluto, stemperare gli effetti più duri dell’inarrestabile attacco neo-liberista al diritto del lavoro; ha fallito ancora nelle banlieue, perché non è riuscito a fermare, decisamente, con scelte politiche, la dinamica divisiva innescata in precedenza da Sarkozy. La sinistra del Pd in Italia si è rivelata una grande delusione: ha tradito le idee della base e c’è chi parla persino di un Partito democratico che aiuta i ricchi e penalizza i poveri.

Un Partito democratico che nelle intenzione avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con i principi della democrazia, della giustizia sociale e della solidarietà, ha invece deviato dalla sua strada, cominciando proprio dai diritti dei lavoratori.

Proprio la Sinistra italiana, che aveva lottato per fare dei lavoratori i protagonisti della storia del Novecento, è quella stessa che attraverso le sue riforme ha riconsegnato i lavoratori alle condizioni di sfruttamento, dalle quali si erano appena riscattati negli anni ‘70. 

Questo è il principale motivo per il quale oggi molti lavoratori fanno fatica a riconoscersi nella Sinistra e votano a Destra.

Ad onta delle numerose riforme del mercato del lavoro adottate in Italia (dall’accordo del luglio 1993 al Jobs Act), con l’obiettivo di accrescere i tassi di occupazione regolare, appare decisamente problematico allo stato dell’arte valutare se gli effetti, nei suoi esiti finali, se non già nelle intenzioni, possano essere iscritti ad un successo.

A fronte di un costo umano certo, rappresentato dalle minori tutele legislative dei lavoratori, il dato incontrovertibile è che l’occupazione a stento supera il 50% della forza lavoro e i salari restano tra i più bassi d’Europa. Un altro dato certo, a decretare il fallimento delle politiche occupazionali, è la stagnazione salariale. Con la conseguenza di aver affossato i consumi interni e di aver posto le condizioni per l’ulteriore deindustrializzazione e delocalizzazione, che sta portando il Paese in una vera e propria trappola di sottosviluppo.

Ilvo Diamanti, politologo e sociologo, ci dice che anche in Italia, come nel resto d’Europa, otto cittadini su dieci vogliono l’Uomo Forte al potere. E perfino Beppe Grillo tesse l'elogio dell'Uomo Forte al potere. Lo ha dichiarato esplicitamente al Le Journal du Dimanche: "La politica internazionale ha bisogno di statisti forti come" Donald Trump e Vladimir Putin.

E questo bisogno dell’Uomo della Provvidenza, dell’Uomo Forte non è la conseguenza di esecutivi deboli, come si potrebbe credere, ma paradossalmente del declino della politica e delle rappresentanze sociali.

È un fatto che la rappresentatività in Italia, oltre ad essere stata lungamente mortificata, e anche stata completamente cancellata dal sistema dei partiti, che ha trasferito la funzione di rappresentanza dal Parlamento ai meccanismi interni dei partiti, ai loro congressi, alle loro segreterie. 

Il Parlamento è stato ridotto a un’appendice di partito, composto di loro delegati, vincolatissimi al mandato, che se non obbediscono a quelli che sono i dettami di scuderia non vengono rimessi in lista.

L’idea pertanto che siano i cittadini a decidere in prima istanza e che controllano col loro voto l’elezione dei rappresentanti parlamentari e, più in generale, le decisioni dei governi è una mistificazione bella e buona. 

Da sempre sono i gruppi politici al potere che, attraverso premi di maggioranza e più complesse manipolazioni dei sistemi elettorali, dominano la nostra vita politica, governandoci ma non rappresentandoci.

Rattrista prendere atto come anche la Consulta, dopo la pronuncia sull’Italicum, si sia fatta guidare più da ragioni politiche che costituzionali, ponendo il primato della governabilità su quello della rappresentatività.

L’art. 1 della Costituzione assegna al popolo il potere di comandare e di compiere le scelte politiche che riguardano la comunità, non ai partiti.

La Corte infatti non ha bocciato i capolista bloccati, a onta di quanto precedentemente affermato con sentenza 1/2014, con la quale si dichiarava incostituzionale la legge elettorale nota come “porcellum”, proprio in quanto privava l’elettore di scegliere il proprio rappresentante. Ma, la cosa peggiore, è quella di aver mantenuto il premio di maggioranza del 54% dei seggi alla lista che al primo turno ottiene il 40% dei voti. E questo in palese contrasto con la precitata sentenza 1/2014 che muoveva rilievi in ordine al premio di maggioranza, giudicato sproporzionato rispetto all’obiettivo perseguito (garantire la stabilità di governo e l’efficienza decisionale del sistema) e tale da comprimere non solo la rappresentatività dell’assemblea parlamentare, attraverso la quale si esprime la sovranità popolare, ma incidendo anche sull’eguaglianza del voto, in violazione degli artt. 1, secondo comma, 3, 48, secondo comma, e 67 della Costituzione.

Quali saranno le conseguenze di questa forzatura politica? 

Che tutte le forze politiche, in vista delle prossime elezioni, punteranno all’obiettivo del 40% (la soglia oltre la quale si ottiene il premio di maggioranza alla Camera). Poiché nessuno partito da solo riuscirà ad ottenere il 40%, saranno necessarie alleanze pre elettorali per conseguire il premio di maggioranza. Col risultato di avere coalizioni mascherate da listoni che risponderanno più a logiche di potere dei partiti che alle esigenze dei cittadini.

Il “popolo sovrano” ancora una volta resterà un estraneo, un escluso dalle decisioni politiche del governo. E i partiti politici continueranno a monopolizzare la politica, come hanno sempre fatto, secondo logiche di bottega.

È fisiologico poi che, di fronte all’impossibilità di recuperare parola e ascolto in sistemi politici ormai governati da logiche proprie, nel popolo, per un senso di frustrazione a lungo covato, si faccia largo un sentimento di indifferenza e di distacco progressivo dai giochi ufficiali della politica. Sentimenti questi che, la Storia insegna, aprono la strada a formazioni di estrema destra, rendendo simpatici e credibili persino uomini come Vladimir Putin e Donald Trump, a una platea sempre più vasta di individui oppressi, sfruttati, umiliati anche nei paesi cosiddetti avanzati e democratici. 

domenica 8 gennaio 2017

QUALE GIUSTIFICAZIONE AI CRIMINI DEL CAPITALISMO?

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il marxismo ha significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. Pertanto solo gli illusi e gli ottusi possono continuare a credere in questa teoria, nonostante tutto.

Questo è vero! Tuttavia se questo è vero per il marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo ci ha lasciato in eredità e continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento della manodopera, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Quando pensiamo al marxismo, la nostra mente va soprattutto a quel periodo storico dell'Unione Sovietica quando Stalin era Segretario Generale del PCUS. È noto come Stalin, in campo politico, abbia instaurato una dittatura basata sul partito, che si identificò nello stato, in quanto unico detentore del potere. È storicamente pure noto che ogni dissenso fu impedito e si passò ad una fase di terrore, o “delle grandi purghe”, in cui furono giustiziati o deportati molti cittadini, dai ceti più alti a quelli più bassi.

Questo potrà apparirci mostruoso, ma lo è molto meno se paragonato alla condizione in cui la Russia versava prima della rivoluzione d’ottobre. Era, la Russia, all’indomani della rivoluzione d’ottobre, un paese molto arretrato, ancora feudale. Il 90% della terra coltivabile apparteneva alle chiese, ai monasteri e a circa 3000 grandi famiglie. I contadini erano ridotti alla condizione di servi della gleba: costretti a coltivare i terreni che appartenevano ai nobili, pagando un fitto. L’industria era inesistente o molto arretrata.

Ma, pur con terribili costi umani, tra il 1929 e il 1941 l'economia del paese passò da prevalentemente agricola a industriale, con un tasso di sviluppo che suscitò l'incredulità o la rabbiosa denigrazione di quanti avevano sperato e scommesso sul disfacimento della rivoluzione.

I piani quinquennali, introdotti da Stalin, trasformarono nel giro di pochi anni l’economia russa, da prevalentemente agricola o fondata su un embrione industriale arretrato, in vera e propria potenza industriale, capace di sottrarre i propri cittadini dall’arretratezza economica, che sembrava condannare il paese a rimanere ai margini dello sviluppo economico mondiale e quindi, in definitiva, a svolgere il ruolo di un'economia dipendente da quelle imperialistiche più forti. Solo nel corso del I° piano quinquennale (ottobre 1928 – dicembre 1932) furono costruite 1.500 grosse aziende industriali, in media una al giorno.

Nell'arco di un decennio decine di milioni di analfabeti furono trasformati in persone istruite, tecnici e ingegneri in grado di progettare nuove fabbriche e costruire nuove immense città industriali. Nella popolazione tra i 9 e i 49 anni di età la percentuale di analfabeti scese dal 43% del 1926 al 13% del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da famiglie operaie salì dal 30% nel 1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33. Cosicché sino alla caduta del Muro di Berlino, fu possibile assicurare piena occupazione, servizi sociali di notevole qualità, oltre a un livello di uguaglianza e di benessere materiale incomparabilmente più elevato rispetto a quello goduto in precedenza.

Tutto questo, naturalmente, non giustifica le migliaia di dissidenti rinchiusi nei campi di concentramento siberiani. Ma ci può stare che fosse pressoché inevitabile l’affermazione di un governo di tipo dittatoriale, vuoi per le atroci condizioni dell’Unione Sovietica nel primo periodo vuoi per i tentativi dell’Occidente capitalista di rovesciare il neo regime comunista. 

A quel tempo l’esperienza della Comune di Parigi era ancora vivo per credere che lo stato operaio si potesse costruire sulla base delle schede elettorali e della dialettica democratica. 

La vicenda della Comune dimostrava che al proletariato non bastava semplicemente impadronirsi della vecchia macchina statale borghese, repressiva e sfruttatrice, bensì doveva costruire uno stato radicalmente nuovo sulle macerie del vecchio ordinamento. E questo non era possibile pacificamente.

L'opera sociale della Comune fu infatti interrotta dalla violenta reazione borghese il 21 maggio 1871. Per assicurare il trionfo dei suoi interessi, ventimila patrioti comunardi furono giustiziati e altri trentottomila furono arrestati e poi deportati nella Nuova Caledonia.

In fondo il caso cileno, per tanti aspetti molto simile all'esperienza della Comune di Parigi, dimostra come una via democratica al socialismo è almeno per ora utopia. Almeno fino a quando gli esclusi non prenderanno consapevolezza e, strappando la maschera umanistica e democratica del capitalismo, riveleranno il suo vero volto, antidemocratico e liberticida. Dalla ribellione capitanata da Spartaco agli insorti della Comune di Parigi e sino ai fatti cileni, è una costante storica che quando gli esclusi hanno chiesto di riappropriarsi del potere di cui sono stati privati, sono stati sempre sedati in modo cruento.

Ora, se i crimini commessi dalle dittature comuniste sono noti e amplificati, completamente rimossi – se non addirittura negati – sono quelli compiuti dall'Occidente capitalista in nome del profitto.

Si trascura che le moderne nazioni capitaliste sono il frutto di una storia aberrante fatta di schiavitù, genocidi, violenze e sfruttamento, simile, se non peggio, a quanto è accaduto nella Cina di Mao o nell'Unione Sovietica di Stalin. Anche il capitalismo è stato forgiato nel sangue e nelle lacrime; solo che, a differenza dello stalinismo e del maoismo, è sopravvissuto così a lungo da poter cancellare gran parte del ricordo legato al suo terrore.

Molte gravi violenze e crimini sono stati perpetrati in nome dell’applicazione del dogma del libero mercato. E la storia testimonia come sovente il liberalismo, quando i lavoratori reclamano migliori tutele e condizioni salariali, degenera facilmente nel fascismo di tipo tedesco o italiano, o nella sua variante, del maccartismo americano. Dimostrando come l’economia liberale è disposta sì a tollerare una certa dose di democrazia, a patto però che il proprio benessere – a spese dello sfruttamento di popoli e altri paesi – non sia messo troppo in discussione.

La democrazia, di cui l’Occidente si riempie la bocca, è un guscio vuoto, che al più serve ad una élite per costruire di volta in volta la legittimazione del loro potere, ottenuto attraverso la manipolazione deliberata ed intelligente delle opinioni delle masse. Che vinca la destra o che vinca la sinistra, lo scenario non cambia: gli esclusi restano esclusi dal potere. E i leader che di volta in volta si scambiano sulla scena politica sono coloro che hanno già concesso la loro fedeltà non a chi li elegge ma a chi già è in alto, barattando la libertà intellettuale e morale con il potere.

Dunque, se il comunismo sul banco della storia è colpevole di aberrazioni e misfatti, ma ha riscattato milioni di individui dalla schiavitù feudale cui un regime zarista li aveva relegati, cosa giustifica il perpetuare delle ingiustizie e dei massacri, compiuti in nome della libertà e della democrazia, operati tuttora dal capitalismo? In nome di quale diritto, di quale principio i nostri sistemi democratici occidentale possono giustificare e avallare che le 62 persone più ricche del pianeta detengano in totale la stessa ricchezza della metà più povera del mondo? In nome di quale principio umanitario è ammissibile ancora proclamare la superiore ragione dei mercati rispetto a quelle del diritto a una vita dignitosa per tutti?

giovedì 5 gennaio 2017

SI VIVA INSIEME O NON SI VIVA AFFATTO

L’essere umano è per sua natura aggressivo e utilitarista, teso principalmente al soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale, o al contrario un essere che per sua natura è empatico, incline a relazionarsi con gli altri e capace di percepire la loro sofferenza come fosse la propria?

Personalmente sono convinto che la capacità della specie umana di sopravvivere e prosperare sulla Terra, sotto la pressione della forza direttrice dell’evoluzione, derivi dalla sua attitudine a stabilire legami emotivi e sociali con altri esseri umani.

Se consideriamo l’equipaggiamento dell’Uomo da un punto di vista meramente biologico, non v’è dubbio alcuno che appare come la più imperfetta delle creature che abitano il nostro pianeta. Mosche, ragni, cavallette e perfino alberi e batteri sono meglio attrezzati di noi per rispondere alla pressione selettiva.

In senso darwiniano la nostra specie era la meno adatta alla sopravvivenza. Eppure dall’Australopithecus afarensis, vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, siamo arrivati all'uomo moderno, grazie sì alla maggiore complessità del cervello umano, ma soprattutto grazie all'immensa capacità dei nostri neuroni di elaborare processi astrattivi per cui quando osserviamo altri compiere un’azione, i neuroni dell’osservatore “rispecchiano” ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se, a compiere l’azione, fosse l’osservatore stesso.

Comprendiamo il comportamento altrui perché lo esperiamo automaticamente. E questa è una caratteristica proprio della nostra specie. Attraverso la simulazione nel nostro cervello delle esperienze provate dalle altre persone, riusciamo a comprendere a fondo ciò che queste provano.

Questa capacità di rispecchiare gli stati interni dell’altra persona credo sia stata l'estrazione vincente nella lotteria della selezione naturale. La massima comprensione e sintonia empatica tra esseri umani ha consentito di sviluppare strategie comuni per neutralizzare e contrastare gli eventi avversi, imparando dai castori a costruire dighe, dai nidi degli uccelli a intrecciare canestri. Imparando da altre creature e copiando i loro metodi, abbiamo moltiplicato le possibilità della nostra sopravvivenza.

Trattandosi di comportamenti dettati dell'evoluzione, ho però la sensazione che generazione dopo generazione gli esseri umani abbiano smesso di evolversi lungo la direttrice dell’empatia. L'uomo moderno, in particolare quello occidentale, tende a svilupparsi sempre più come individuo che come essere umano. 

E questo suo individualismo non è l’affermazione del valore morale di sé stesso, nel senso di indipendenza e autonomia delle proprie opinioni, delle proprie scelte, che ogni essere umano rivendica in quanto destinatario di norme universalmente vincolanti. L’individualismo dell’uomo moderno è più radicale: è un individualismo assoluto secondo il principio “mors tua vita mea”.

L’uomo moderno è tutto teso alla costruzione della sua “gabbia dorata” entro la quale mettere al riparo sé stesso, il coniuge e i propri figli. E gli altri, che si arrangino!

Il mondo dell’uomo contemporaneo occidentale ha confini molto angusti, a dispetto della gran voglia di viaggiare, di visitare luoghi esotici e lontani dal suolo patrio. 

Se la morte di una donna ivoriana di ventotto anni fa emergere le contraddizioni, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia in materia di centri di accoglienza per migranti, nessuno – dico nessuno – si indigna. Non è degno di attenzione e di riflessione constatare che alcuni esseri umani possano essere trattati in modo così incivile e indegno. Non è un problema che ci riguarda!

L’immagine di un bimbo annegato di soli 16 mesi, mentre la famiglia tentava di attraversare il fiume Naf per salvarsi dalla violenza dei militari birmani, non basta a distrarci dalla paura, gonfiata ad arte dal tam tam mediatico, del contagio da meningococco C.

Siamo così meschinamente attaccati alla nostra vita che tutto quello che ci succede attorno non ci scuote dal torpore e dalla letargia della nostra vita quotidiana. 

Andiamo in allarme se nostro figlio quarantacinquenne tarda a telefonarci dalle bianche spiagge di Miami, comodamente sdraiato a prendere il sole. Ma siamo totalmente incapaci di sentire la tragedia di quei pari genitori che affidano i loro figli alla misericordia del mare, talvolta traditrice, pur di sottrarli a una morte certa, in paesi travagliati dall’esperienza bellica e che non conosce confini alla crudeltà che si può infliggere ad un essere umano. Non facciamo differenza tra disperati e criminali: per noi sono solo vite di scarto destinate alla discarica.


Quando vedo foto come quella del bimbo Rohingya, con la faccia immersa nel fango, sento che non posso non sentirmi colpevole della sua morte. Non per averla provocata, ma per il solo fatto che dovrebbe essere iscritta nella coscienza umana che o si vive insieme o non si vive affatto.