domenica 8 gennaio 2017

QUALE GIUSTIFICAZIONE AI CRIMINI DEL CAPITALISMO?

Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il marxismo ha significato miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno Stato mostruosamente oppressivo. Pertanto solo gli illusi e gli ottusi possono continuare a credere in questa teoria, nonostante tutto.

Questo è vero! Tuttavia se questo è vero per il marxismo, non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo ci ha lasciato in eredità e continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento della manodopera, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso scientifico e molto altro ancora.

Quando pensiamo al marxismo, la nostra mente va soprattutto a quel periodo storico dell'Unione Sovietica quando Stalin era Segretario Generale del PCUS. È noto come Stalin, in campo politico, abbia instaurato una dittatura basata sul partito, che si identificò nello stato, in quanto unico detentore del potere. È storicamente pure noto che ogni dissenso fu impedito e si passò ad una fase di terrore, o “delle grandi purghe”, in cui furono giustiziati o deportati molti cittadini, dai ceti più alti a quelli più bassi.

Questo potrà apparirci mostruoso, ma lo è molto meno se paragonato alla condizione in cui la Russia versava prima della rivoluzione d’ottobre. Era, la Russia, all’indomani della rivoluzione d’ottobre, un paese molto arretrato, ancora feudale. Il 90% della terra coltivabile apparteneva alle chiese, ai monasteri e a circa 3000 grandi famiglie. I contadini erano ridotti alla condizione di servi della gleba: costretti a coltivare i terreni che appartenevano ai nobili, pagando un fitto. L’industria era inesistente o molto arretrata.

Ma, pur con terribili costi umani, tra il 1929 e il 1941 l'economia del paese passò da prevalentemente agricola a industriale, con un tasso di sviluppo che suscitò l'incredulità o la rabbiosa denigrazione di quanti avevano sperato e scommesso sul disfacimento della rivoluzione.

I piani quinquennali, introdotti da Stalin, trasformarono nel giro di pochi anni l’economia russa, da prevalentemente agricola o fondata su un embrione industriale arretrato, in vera e propria potenza industriale, capace di sottrarre i propri cittadini dall’arretratezza economica, che sembrava condannare il paese a rimanere ai margini dello sviluppo economico mondiale e quindi, in definitiva, a svolgere il ruolo di un'economia dipendente da quelle imperialistiche più forti. Solo nel corso del I° piano quinquennale (ottobre 1928 – dicembre 1932) furono costruite 1.500 grosse aziende industriali, in media una al giorno.

Nell'arco di un decennio decine di milioni di analfabeti furono trasformati in persone istruite, tecnici e ingegneri in grado di progettare nuove fabbriche e costruire nuove immense città industriali. Nella popolazione tra i 9 e i 49 anni di età la percentuale di analfabeti scese dal 43% del 1926 al 13% del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da famiglie operaie salì dal 30% nel 1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33. Cosicché sino alla caduta del Muro di Berlino, fu possibile assicurare piena occupazione, servizi sociali di notevole qualità, oltre a un livello di uguaglianza e di benessere materiale incomparabilmente più elevato rispetto a quello goduto in precedenza.

Tutto questo, naturalmente, non giustifica le migliaia di dissidenti rinchiusi nei campi di concentramento siberiani. Ma ci può stare che fosse pressoché inevitabile l’affermazione di un governo di tipo dittatoriale, vuoi per le atroci condizioni dell’Unione Sovietica nel primo periodo vuoi per i tentativi dell’Occidente capitalista di rovesciare il neo regime comunista. 

A quel tempo l’esperienza della Comune di Parigi era ancora vivo per credere che lo stato operaio si potesse costruire sulla base delle schede elettorali e della dialettica democratica. 

La vicenda della Comune dimostrava che al proletariato non bastava semplicemente impadronirsi della vecchia macchina statale borghese, repressiva e sfruttatrice, bensì doveva costruire uno stato radicalmente nuovo sulle macerie del vecchio ordinamento. E questo non era possibile pacificamente.

L'opera sociale della Comune fu infatti interrotta dalla violenta reazione borghese il 21 maggio 1871. Per assicurare il trionfo dei suoi interessi, ventimila patrioti comunardi furono giustiziati e altri trentottomila furono arrestati e poi deportati nella Nuova Caledonia.

In fondo il caso cileno, per tanti aspetti molto simile all'esperienza della Comune di Parigi, dimostra come una via democratica al socialismo è almeno per ora utopia. Almeno fino a quando gli esclusi non prenderanno consapevolezza e, strappando la maschera umanistica e democratica del capitalismo, riveleranno il suo vero volto, antidemocratico e liberticida. Dalla ribellione capitanata da Spartaco agli insorti della Comune di Parigi e sino ai fatti cileni, è una costante storica che quando gli esclusi hanno chiesto di riappropriarsi del potere di cui sono stati privati, sono stati sempre sedati in modo cruento.

Ora, se i crimini commessi dalle dittature comuniste sono noti e amplificati, completamente rimossi – se non addirittura negati – sono quelli compiuti dall'Occidente capitalista in nome del profitto.

Si trascura che le moderne nazioni capitaliste sono il frutto di una storia aberrante fatta di schiavitù, genocidi, violenze e sfruttamento, simile, se non peggio, a quanto è accaduto nella Cina di Mao o nell'Unione Sovietica di Stalin. Anche il capitalismo è stato forgiato nel sangue e nelle lacrime; solo che, a differenza dello stalinismo e del maoismo, è sopravvissuto così a lungo da poter cancellare gran parte del ricordo legato al suo terrore.

Molte gravi violenze e crimini sono stati perpetrati in nome dell’applicazione del dogma del libero mercato. E la storia testimonia come sovente il liberalismo, quando i lavoratori reclamano migliori tutele e condizioni salariali, degenera facilmente nel fascismo di tipo tedesco o italiano, o nella sua variante, del maccartismo americano. Dimostrando come l’economia liberale è disposta sì a tollerare una certa dose di democrazia, a patto però che il proprio benessere – a spese dello sfruttamento di popoli e altri paesi – non sia messo troppo in discussione.

La democrazia, di cui l’Occidente si riempie la bocca, è un guscio vuoto, che al più serve ad una élite per costruire di volta in volta la legittimazione del loro potere, ottenuto attraverso la manipolazione deliberata ed intelligente delle opinioni delle masse. Che vinca la destra o che vinca la sinistra, lo scenario non cambia: gli esclusi restano esclusi dal potere. E i leader che di volta in volta si scambiano sulla scena politica sono coloro che hanno già concesso la loro fedeltà non a chi li elegge ma a chi già è in alto, barattando la libertà intellettuale e morale con il potere.

Dunque, se il comunismo sul banco della storia è colpevole di aberrazioni e misfatti, ma ha riscattato milioni di individui dalla schiavitù feudale cui un regime zarista li aveva relegati, cosa giustifica il perpetuare delle ingiustizie e dei massacri, compiuti in nome della libertà e della democrazia, operati tuttora dal capitalismo? In nome di quale diritto, di quale principio i nostri sistemi democratici occidentale possono giustificare e avallare che le 62 persone più ricche del pianeta detengano in totale la stessa ricchezza della metà più povera del mondo? In nome di quale principio umanitario è ammissibile ancora proclamare la superiore ragione dei mercati rispetto a quelle del diritto a una vita dignitosa per tutti?

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