Sento dire spesso che il marxismo potrebbe anche funzionare
in teoria, ma tutte le volte che è stato messo in pratica, le conseguenze sono
state terrore, tirannia e assassini di massa a livelli inimmaginabili. Non v’è
dubbio alcuno che per milioni di uomini e donne, il marxismo ha significato
miseria, privazioni, torture, lavori forzati, un’economia sul lastrico e uno
Stato mostruosamente oppressivo. Pertanto solo gli illusi e gli ottusi possono continuare
a credere in questa teoria, nonostante tutto.
Questo è vero! Tuttavia se questo è vero per il marxismo,
non riflettiamo mai abbastanza sugli abomini che il capitalismo ci ha lasciato
in eredità e continua imperterrito a produrre: le recessioni, lo sfruttamento
della manodopera, il fascismo, le guerre imperialiste. Di contro la Storia ci
dice che senza il marxismo probabilmente non avremmo avuto una tradizione di
libertà, democrazia, diritti civili, femminismo, repubblicanesimo, progresso
scientifico e molto altro ancora.
Quando pensiamo al marxismo, la nostra mente va soprattutto
a quel periodo storico dell'Unione Sovietica quando Stalin era Segretario
Generale del PCUS. È
noto come Stalin, in campo politico, abbia instaurato una dittatura basata sul
partito, che si identificò nello stato, in quanto unico detentore del potere. È storicamente pure noto
che ogni dissenso fu impedito e si passò ad una fase di terrore, o “delle
grandi purghe”, in cui furono giustiziati o deportati molti cittadini, dai ceti
più alti a quelli più bassi.
Questo potrà apparirci mostruoso, ma lo è molto meno se
paragonato alla condizione in cui la Russia versava prima della rivoluzione d’ottobre.
Era, la Russia, all’indomani della rivoluzione d’ottobre, un paese molto
arretrato, ancora feudale. Il 90% della terra coltivabile apparteneva alle
chiese, ai monasteri e a circa 3000 grandi famiglie. I contadini erano ridotti
alla condizione di servi della gleba: costretti a coltivare i terreni che
appartenevano ai nobili, pagando un fitto. L’industria era inesistente o molto
arretrata.
Ma, pur con terribili costi umani, tra il 1929 e il 1941
l'economia del paese passò da prevalentemente agricola a industriale, con un
tasso di sviluppo che suscitò l'incredulità o la rabbiosa denigrazione di
quanti avevano sperato e scommesso sul disfacimento della rivoluzione.
I piani quinquennali, introdotti da Stalin, trasformarono nel
giro di pochi anni l’economia russa, da prevalentemente agricola o fondata su
un embrione industriale arretrato, in vera e propria potenza industriale, capace
di sottrarre i propri cittadini dall’arretratezza economica, che sembrava
condannare il paese a rimanere ai margini dello sviluppo economico mondiale e
quindi, in definitiva, a svolgere il ruolo di un'economia dipendente da quelle
imperialistiche più forti. Solo nel corso del I° piano quinquennale (ottobre
1928 – dicembre 1932) furono costruite 1.500 grosse aziende industriali, in
media una al giorno.
Nell'arco di un decennio decine di milioni di analfabeti furono
trasformati in persone istruite, tecnici e ingegneri in grado di progettare
nuove fabbriche e costruire nuove immense città industriali. Nella popolazione
tra i 9 e i 49 anni di età la percentuale di analfabeti scese dal 43% del 1926
al 13% del 1939; la percentuale di studenti universitari provenienti da famiglie
operaie salì dal 30% nel 1928-29 a quasi il doppio nel 1932-33. Cosicché sino alla
caduta del Muro di Berlino, fu possibile assicurare piena occupazione, servizi
sociali di notevole qualità, oltre a un livello di uguaglianza e di benessere
materiale incomparabilmente più elevato rispetto a quello goduto in precedenza.
Tutto questo, naturalmente, non giustifica le migliaia di
dissidenti rinchiusi nei campi di concentramento siberiani. Ma ci può stare che
fosse pressoché inevitabile l’affermazione di un governo di tipo dittatoriale,
vuoi per le atroci condizioni dell’Unione Sovietica nel primo periodo vuoi per
i tentativi dell’Occidente capitalista di rovesciare il neo regime comunista.
A quel tempo l’esperienza della Comune di Parigi era ancora vivo per credere che lo stato operaio si potesse costruire sulla base delle schede elettorali e della dialettica democratica.
La vicenda della Comune dimostrava che al proletariato non bastava semplicemente impadronirsi della vecchia macchina statale borghese, repressiva e sfruttatrice, bensì doveva costruire uno stato radicalmente nuovo sulle macerie del vecchio ordinamento. E questo non era possibile pacificamente.
A quel tempo l’esperienza della Comune di Parigi era ancora vivo per credere che lo stato operaio si potesse costruire sulla base delle schede elettorali e della dialettica democratica.
La vicenda della Comune dimostrava che al proletariato non bastava semplicemente impadronirsi della vecchia macchina statale borghese, repressiva e sfruttatrice, bensì doveva costruire uno stato radicalmente nuovo sulle macerie del vecchio ordinamento. E questo non era possibile pacificamente.
L'opera sociale della Comune fu infatti interrotta dalla violenta
reazione borghese il 21 maggio 1871. Per assicurare il trionfo dei suoi interessi, ventimila patrioti comunardi furono giustiziati e altri
trentottomila furono arrestati e poi deportati nella Nuova Caledonia.
In fondo il caso
cileno, per tanti aspetti molto simile all'esperienza della Comune di
Parigi, dimostra come una via democratica al socialismo è almeno per ora utopia.
Almeno fino a quando gli esclusi non prenderanno consapevolezza e, strappando la
maschera umanistica e democratica del capitalismo, riveleranno il suo vero
volto, antidemocratico e liberticida. Dalla
ribellione capitanata da Spartaco agli insorti della Comune di Parigi e sino ai fatti cileni, è una costante storica che quando
gli esclusi hanno chiesto di riappropriarsi del potere di cui sono stati
privati, sono stati sempre sedati in modo cruento.
Ora, se i crimini commessi dalle dittature comuniste sono noti e amplificati,
completamente rimossi – se non addirittura negati – sono quelli compiuti
dall'Occidente capitalista in nome del profitto.
Si trascura che le moderne nazioni capitaliste sono il frutto di una storia aberrante fatta di schiavitù, genocidi, violenze e sfruttamento, simile, se non peggio, a quanto è accaduto nella Cina di Mao o nell'Unione Sovietica di Stalin. Anche il capitalismo è stato forgiato nel sangue e nelle lacrime; solo che, a differenza dello stalinismo e del maoismo, è sopravvissuto così a lungo da poter cancellare gran parte del ricordo legato al suo terrore.
Si trascura che le moderne nazioni capitaliste sono il frutto di una storia aberrante fatta di schiavitù, genocidi, violenze e sfruttamento, simile, se non peggio, a quanto è accaduto nella Cina di Mao o nell'Unione Sovietica di Stalin. Anche il capitalismo è stato forgiato nel sangue e nelle lacrime; solo che, a differenza dello stalinismo e del maoismo, è sopravvissuto così a lungo da poter cancellare gran parte del ricordo legato al suo terrore.
Molte gravi violenze e crimini sono stati perpetrati in nome
dell’applicazione del dogma del libero mercato. E la storia testimonia come
sovente il liberalismo, quando i lavoratori reclamano migliori tutele e
condizioni salariali, degenera facilmente nel fascismo di tipo tedesco o
italiano, o nella sua variante, del maccartismo americano. Dimostrando come l’economia
liberale è disposta sì a tollerare una certa dose di democrazia, a patto però che
il proprio benessere – a spese dello sfruttamento di popoli e altri paesi – non
sia messo troppo in discussione.
La democrazia, di cui l’Occidente si riempie la bocca, è un
guscio vuoto, che al più serve ad una élite per costruire di volta in volta la
legittimazione del loro potere, ottenuto attraverso la manipolazione deliberata
ed intelligente delle opinioni delle masse. Che vinca la destra o che vinca la
sinistra, lo scenario non cambia: gli esclusi restano esclusi dal potere. E i leader che di volta in
volta si scambiano sulla scena politica sono coloro che hanno già concesso la
loro fedeltà non a chi li elegge ma a chi già è in alto, barattando la libertà
intellettuale e morale con il potere.
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