lunedì 7 novembre 2016

MASSIMO RECALCATI E LE MUMMIE DELLA SINISTRA DEL NO

Il docente universitario, saggista e psicanalista à la mode, Massimo Recalcati, con gli occhi inumiditi dalla commozione e dal fervore, dal palco della Leopolda a Firenze, come un novello Steve Jobs, ha esortato i giovani a non aver paura di evocare il sogno, a non essere simili alle “mummie” della “sinistra del NO”.


Ha trascurato tuttavia un non piccolo dettaglio. 

La Costituzione che Renzi, Boschi e Verdini intendono stravolgere è il sogno di tanti giovani che dettero la propria vita per realizzarla e con il loro sangue essa fu scritta. Di tono assai diverso da quello di Renzi, della Boschi e dell’intellettuale di corte Massimo Recalcati è il discorso che Piero Calamandrei, il 26 gennaio 1955, tenne ai giovani di Milano sulla Costituzione: 

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra costituzione». 

I luoghi della costituzione di Renzi-Boschi-Verdini sono invece la Leopolda di Firenze, dove il più sfigato viaggia con autista e scorta e l’inchiostro con la quale è scritta è il sangue di tanti giovani sacrificati agli avidi interessi di banchieri, petrolieri e Confindustria.

domenica 6 novembre 2016

CLINTON E TRUMP, PER ME PARI SONO

I due candidati che l’8 novembre si contendono la “stanza ovale” sono i peggiori candidati che forse la storia americana abbia mai avuto. Entrambi riflettono l’immagine di un mondo in ostaggio delle oligarchie economiche e sull’orlo del collasso.

L’elezione di Barack Obama fu accolta da molti come il riscatto della politica dai dettati delle oligarchie economico finanziarie. Con Obama, e soprattutto con i messaggi della moglie Michelle, si pensava che fosse giunta l’ora che la politica avrebbe riconquistato la sua autonomia e la sua centralità rispetto alle lobby, depotenziandone la presenza nella sfera pubblica. Ma dietro la maschera progressista e pacifista, Barack Obama si è rivelato molto più reazionario di quanto possa apparire a prima vista.

Uno come Trump non sarebbe mai arrivato alle soglie della Casa Bianca se non ci fosse stato Barack Obama: Trump è una esplicita reazione alle speranze suscitate da Obama. Otto anni dopo, gli afroamericani sono più distanti dai bianchi di quanto non lo fossero prima della sua presidenza. La divaricazione tra ricchi e poveri è aumentata. E i suoi effetti sono una crescente mortalità infantile, una diminuzione nella speranza di vita, un aumento della popolazione carceraria e del numero di morti afroamericani ammazzati dalla polizia, una crescente riduzione nei redditi da lavoro dipendente. Con il primo presidente di colore s’ipotizzava che il razzismo fosse finalmente messo ai margini, ma non è stato così: la polizia continua a uccidere neri e ispanici come se fossero zanzare. Sul fronte della politica interna ha proclamato l'austerità e il sacrificio per le famiglie dei lavoratori americani per salvare dal fallimento i finanzieri di Wall Street, mentre a livello internazionale ha lavorato per portare allo scontro le Potenze avversarie con tutti i mezzi possibili. Durante i suoi due mandati dal 2009 al 2016 ha usato con poca parsimonia gli aerei da guerra, anzi è proprio durante la sua presidenza che è esplosa la commercializzazione dei famigerati droni telecomandati e in generale della vendita d’armamenti bellici. Insomma, Obama è stato fondamentalmente un politico di destra e una creatura di Wall Street.

Dalla padella alla brace!

Se a vincere sarà Hillary Clinton, c’è il rischio che i rapporti con la Russia potrebbe ulteriormente degenerare. Pensare che Putin sia ancora disposto a ingoiare bocconi amari è un azzardo della politica estera americana. Ora, poiché Putin è consapevole che militarmente il suo Paese, rispetto alla Nato, è nettamente inferiore, potrebbe optare per l’unica guerra in cui può essere ancora competitivo e cioè quella nucleare. Le forze armate russe sono dotate di un nuovo missile balistico intercontinentale, il famigerato Satan-2, la cui testata nucleare, disegnata per essere impossibile da intercettare, è in grado di distruggere l’intera Francia o l’intero Texas. Peraltro, la Clinton, nonostante i proclami d’indipendenza, è il volto delle multinazionali e di banche speculative come la Goldman Sacks, che ha finanziato la sua campagna elettorale. Dunque è perfettamente normale che le persone di sinistra più disilluse temono che Clinton non manterrà le promesse dopo le elezioni.

Donald Trump, d’altro canto, è la dimostrazione vivente che non sempre la ricchezza si accompagna all’intelligenza. È un uomo insolente e arrogante, con una visione darwinista e calvinista della società che lo avvicina a posizioni tipicamente fasciste. Come lo fu il movimento fascista in Italia, Trump è l’espressione della rabbia della piccola borghesia e dei ceti più popolari, quelli dei “quartieri difficili” e delle periferie, che una volta si chiamavano sottoproletariato urbano. Intolleranti nei confronti dell’immigrazione che, sebbene prodotto delle politiche neoliberiste, è considerata la causa della scarsità delle risorse destinate agli americani. È un copione già visto in Francia con Marine Le Pen, in Italia con Matteo Salvini, In Ungheria con Orbàn, in Grecia con Alba Dorata e che in termini di consenso dà molto.

Karl Marx definì il sottoproletariato la palude che privo di un potenziale rivoluzionario, per l'incapacità di organizzarsi politicamente e socialmente, costituisce nella storia il vero serbatoio di manovalanza del braccio armato del capitalismo contro le sacrosante pretese dei lavoratori. Ladri e delinquenti, privi di mestieri, senza scrupoli e lazzaroni, sono sempre pronti a mettere le camice nere e armarsi di manganello per picchiare i contestatori, in cambio dell’osso gettato dalla tavola del Padrone.

Donald Trump merita l’appellativo di “fascista”, perché come Mussolini, finge di essere un anti-sistema, un avversario dell’establishment, un pacifista, un anticapitalista al servizio dei più bisognosi, ma in realtà è al servizio di chi lo ha sempre sostenuto: il sistema delle banche. Dice di voler tassare Wall Street, colpendo gli edge funds, e poi dice anche che abolirà la tassa sull’eredità e intende tagliare dal 40 al 25% la tassa sui guadagni. Alla proposta di aumentare il salario minimo che attualmente è di 7,25 dollari, risponde che una tale proposta non gli piace affatto. Nei suoi progetti c’è una redistribuzione dei redditi, ma a favore dei più ricchi. Una cosa però sembra certa, in tema di politica estera, Trump ha dimostrato di essere decisamente più isolazionista e questa è la ragione dell'endorsement di Vladimir Putin alla sua elezione.

Contro le idee di Trump servirebbe più sinistra, ovvero una visione più umana e socialdemocratica, che se applicata migliorerebbe la vita dei poveri, restituirebbe dignità ai lavoratori e garantirebbe ai giovani un futuro migliore. Ma la sinistra sullo scenario mondiale è la vera grande assente!


La scelta migliore per i democratici statunitensi sarebbe quella di spostarsi a sinistra e adottare un programma che faccia i conti con le reali necessità, paure e aspirazioni delle persone che lavorano, attraverso una vera assistenza sanitaria pubblica, un’istruzione pubblica di qualità, sostanziosi sussidi di maternità e paternità e asili nido accessibili a tutti, in modo da aiutare le giovani famiglie. Ma questa non sembra essere la politica che piace ai mercati e alla finanza e quindi è anche inutile parlarne. 

Pertanto, se fossi un cittadino americano non voterei né la Clinton né Trump, perché sia che vinca l’uno sia che vinca l’altro, il potere, quello vero, rimarrà comunque nel pieno arbitrio di pochi prepotenti. Occorre ammettere che siamo società bloccate sul piano politico, incapaci di esprimere attraverso l'unico strumento che ci è dato - il voto - una vera alternativa di governo. Lo siamo anche su quello culturale, non riusciamo ad andare oltre il modello capitalistico e neoliberista. E, quel che è peggio, lo siamo anche sul piano della speranza, incapaci di immaginare un futuro nel quale la classe operaia e più in generale quella dei lavoratori si imponga come nuovo soggetto storico capace di imporre innovazioni radicali che ci liberi dalla dittatura di quell'1% della popolazione mondiale.

sabato 5 novembre 2016

LE CHIACCHIERE NON FANNO FARINA

Secondo Matteo Renzi l'Italia è ripartita grazie alle riforme del suo governo! Ma dal 22/02/2014, data in cui il governo da lui presieduto ha giurato di fronte all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il bilancio della sua attività di governo è assai deludente. E non saranno le “bufale” a cambiare la realtà delle cose.

Sul fronte della spending review, non è riuscito a tagliare in maniera incisiva la spesa pubblica, preferendo piuttosto finanziare i tagli delle tasse con un aumento del deficit, ovvero più debito pubblico.

La tanto attesa riforma del Catasto e la revisione dei valori immobiliari, che avrebbe comportato un aumento della tassazione per parecchi fabbricati è stata rinviata sine die, forse per non scontentare una parte del suo elettorato.

La riforma del lavoro (il cosiddetto Jobs Act), terminati gli anni della decontribuzione, mostra tutta la sua fragilità: calano le assunzioni a tempo indeterminato, crescono i licenziamenti (+31%) e aumenta la disoccupazione a settembre, portandosi all'11,7% dall'11,4% di agosto.

Poletti alla Leopolda afferma che “nell'ultimo anno gli investimenti internazionali in Italia sono cresciuti moltissimo: siamo passati da 15 a 75 miliardi”. E “che una vittoria del no sarebbe un problema in termini di incertezza: e l'incertezza, la preoccupazione di non sapere che cosa accadrà, rappresenta uno dei peggiori veleni che possa colpire l'economia e la società”. Peccato però che l’economia del Paese non se ne sia accorta: il dato del 2015 sulle imprese fallite è in aumento del 55% rispetto a quello del 2009, e in controtendenza rispetto ai dati della maggioranza delle nazioni europee. In Germania il numero delle aziende fallite è diminuito del 22%, in Olanda del 30%, in Spagna del 4%.  

Anche con il terremoto che ha colpito il centro Italia, Renzi e i suoi lacchè continuano a fare il gioco delle tre carte: la copertura per la ricostruzione delle zone terremotate c’è. L’ammontare totale per la ricostruzione delle zone del centro Italia colpite dal terremoto sarà di circa 3,5 miliardi per la ricostruzione degli edifici privati e di circa 1 miliardo per quelli pubblici. Ma quello che è scritto nero su bianco a pagina 58 della legge di stabilità alla voce “Misure per l’emergenza sismica” è una spesa di 200 milioni per il 2017, di 300 milioni per il 2018 e di 350 milioni per il 2019. Quindi 150 milioni annui per il periodo dal 2020 al 2047 attraverso il credito d’imposta, ovvero concedendo ai terremotati la deduzione dalle tasse delle spese affrontate. 

Gesù moltiplicava i pani e i pesci, Renzi moltiplica i milioni che diventano miliardi. 

Dinanzi a un tale buffone e racconta balle forse l’esito violento della manifestazione per il No al referendum organizzata a Firenze si sarebbe potuto evitare, se il questore avesse offerto alla parte più sana di questo Paese di urlare ai cialtroni della Leopolda una realtà diversa, fatta di giovani senza lavoro e senza futuro, di cittadini che hanno visto falcidiati i risparmi di una vita, di quanti sono “incazzati” di essere giorno dopo giorno “presi per il culo” da un demente!

domenica 30 ottobre 2016

LETTERA AGLI ABITANTI DI GORO E GORINO

Agli abitanti di Goro e Gorino, dico: bravi! La vostra protesta è la perfetta illustrazione di quel delitto ignobile che io chiamo guerra di poveri contro i più inermi tra i poveri; bravi! Avete fornito a tutti noi un chiaro esempio di inciviltà e di egoismo umano.

Con la miserabile immagine delle barricate alzate contro le dodici povere donne, scampate all’orrore della tratta di esseri umani, vi siete mostrati non meno crudeli di coloro che a quel destino infame le hanno consegnate.

Mi sono documentato sulla storia del vostro Paese e ho appreso che la storia di Goro è caratterizzata dalla continua lotta dell'uomo contro le acque del mare e del fiume. Il 12 novembre del 1958, all’una e venti, l’argine della marina davanti a Ca’ Romanina cedette, invadendo il Bonello appena bonificato e al mattino tutto il paese si trovò sommerso dall’acqua. Quando i goranti chiesero rifugio, trovarono tutte le porte aperte. Cosa avrebbero sentito nel loro cuore, i vostri nonni, se dopo essere stati già così duramente provati dalla calamità, avessero trovato anche lo sbarramento di inumani dementi a ostacolarli?

E dunque proprio voi che nella vostra storia avete scolpito la sofferenza della lotta contro le avversità, vi siete mostrati incapaci di un atto di umanità, di pietà verso chi è stato spogliato di tutto e non ha da offrire che la propria martoriata fragile esistenza? E voi, quel dono prezioso e unico, l’avete gettato via come si getta via un panno sporco! 

Chi, se non voi, poteva capire meglio di chiunque altro cosa vuol dire vivere da sfollati, da reietti? Chi, se non voi, poteva conoscere l’importanza di una parola di conforto, di un atto di accoglienza verso coloro che, essendo stati privati di tutto dalla vita, si affidavano a voi in tutta la propria disarmante fragilità? Ma voi avete eretto una barricata e voltato lo sguardo da un’altra parte per non vedere la paura e la sofferenza nei loro occhi, perché non vi contagiasse. 

Eppure, accogliere quelle donne sarebbe stato solo un gesto umano, niente di straordinario. Non si chiedeva che le ospitaste in casa vostra; non avreste dovuto dividere il vostro cibo e il vostro letto con loro. Si trattava solo di ordinaria ospitalità, nulla di eccezionale!

Poteva essere una festa, un’occasione per dare un poco di calore a gente che ha tanto sofferto, ma l’avete trasformata nella giornata della vergogna, elevando una barricata!

Le avete scacciate via come cani rognosi, fregandovene dell’immane tragedia che ogni giorno si consuma fuori dagli angusti confini del vostro paesello.

È possibile che siate così stupidi e disinformati da non porvi la più semplice delle domande: cosa può indurre una massa di uomini a scavalcare le frontiere, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei propri cari, se non la spinta della violenza e della guerra che sono costretti a subire, senza averle provocate, se non la spinta della miseria e la legittima speranza di un’esistenza più sopportabile? 

Ma, secondo voi, essi non hanno alcun diritto di arrivare sotto le finestre delle vostre casa e turbare la vostra tranquillità fatta di casette pulite e ben curate, di serie televisive, di elettrodomestici al loro posto, di auto lucidate la domenica mattina, ecc. ecc.  

Chiusi nel ristretto e angusto orizzonte del vostro borgo, vi siete mobilitati perché preoccupati che l’unico bar del posto “non possono togliervelo” per dare posto a 12 donne scappate dalla fame.

Pensare che questa possa essere una ragione, non fa onore né alla vostra sensibilità né alla vostra intelligenza. Dite che il razzismo non c'entra, ma una signora intervistata ha dichiarato: “Qui no, perché dietro a quelle donne ci sono i loro uomini. Noi qui passiamo intere giornate senza i nostri mariti in casa e con quello che si sente dire in giro abbiamo paura”. Quindi, un giovane ha fatto eco irritato: “Il razzismo non c’entra, ma le piazze insegnano che dove c'è immigrazione ci sono problemi. E a noi bastano i nostri”. 

E dite di non essere razzisti? Ma, vi sareste comportati nello stesso modo se quell’ostello fosse stato destinato dal prefetto ad accogliere i terremotati di Amatrice? Suppongo di no.

Chiunque si occupi di razzismo vi dimostrerà che quando si giudichi “a priori” qualcuno in base alla religione o al coloro della sua pelle, si è razzisti senza se e senza ma. Il razzismo nelle sue varie forme fa sempre riferimento al presupposto che, nell’insieme degli esseri umani, in base al colore della pelle o all’etnia di appartenenza è possibile stabilire chi sia malvagio e stupratore da chi non lo sia. E questo a prescindere da qualunque dato scientifico contrario.

L’uso di stereotipi e in genere le pregiudizievoli concezioni sulla superiorità e inferiorità delle razze sono alla base del razzismo e spesso lo precedono. L’olocausto non avrebbe potuto essere realizzato senza l’appoggio di “brava gente” come voi!

Dunque bene ha fatto Vauro a commentare a modo suo la vicenda che vi riguarda. E lo ha fatto con una vignetta che mostra un uomo che cerca la strada per Gorino. Nella didascalia che introduce la “vignetta” v’è scritto: “Migranti, Gorino chiusa”. In basso è riportata l'indicazione stradale per Gorino. Quindi il passante esclama: “Chiudetela meglio che arriva ancora puzza di merda”. 

Lo so, è una frase forte che di certo non farà piacere a chi di voi è sceso in strada per dire no all'arrivo dei migranti, ma in modo chiaro ed efficace dice di quale sostanza siete fatti. 

Il netto giudizio assolutorio della Lega e di alcuni giornali di destra lo trovo poi di un cinismo e di un opportunismo indecente. Sul piano umano e su quello politico – mi dispiace – la vostra contestazione non trova giustificazione alcuna.

Le barricate nel mio immaginario si associano sempre a rivolte contro gli oppressori e i despoti, alle lotte per nobili ideali e conquiste sociali. Ma a Gorino il quadro si è invertito come nella poesia di Pasolini: i giusti, gli umiliati, erano dalla parte sbagliata delle barricate.

Avrei preferito che ad innalzare quelle barricate per fermare il convoglio delle donne africane fossero stati skin-heads o teppisti o black-block. Il sadismo, la necrofilia, la guerra tanto connaturati a questa teppaglia avrebbe almeno dato ragione di un gesto così vile e ignobile. No, solo gente comune!

Gente che la mattina si alza presto per condurre i figli a scuola e che poi va a lavoro. Gente che incontri al bar e con la quale scambi volentieri quattro chiacchiere. Padri e madri che si addolorano se il loro figlio ha un banale mal di pancia. Eppure senza cuore nei confronti di tutti gli altri che non appartengono alla stretta cerchia dei propri affetti; incapace di solidarietà e altruismo, quando non sono i propri cari o le proprie cose a essere in pericolo; egoista e aggrappata al loro piccolo possesso; sicura di poter fare a meno degli altri, di bastare a se stessa e di non dovere perciò nulla a nessuno.

A voi dico che ciò che ci rende umani è la solidarietà, la speranza, l'amicizia. Senza siamo solo carne umana travolta dalla nuda necessità di sopravvivere, in cui vale l’unica regola ferrea: solo i forti ce la fanno! Chi non ce la fa resta annientato sul campo.

A questo futuro preparate i vostri figli? Un mondo nel quale gli uomini, soggiogati dall’egoismo, si combattono l’un l’altro per sopravvivere. In cui tutto è degradazione e brutalità, sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano. Un mondo in cui, pur testimoni di atrocità e orrori, non si faccia nulla per impedirli? Un mondo all’insegna del motto “mors tua vita mea”? E nel quale il fallimento di uno costituisce requisito indispensabile per il successo di un altro? 

E tutto questo per che cosa? 

Per il godimento e il possesso di beni tanto ingannevoli quanto effimeri: la casa, l’auto, il motorino, il cellulare, il televisore 65 pollici, l’impianto Hi Fi, il computer?

Se questo è ciò in cui credete, se questa è la normalità del vostro mondo, valga per voi il monito di Primo Levi: “I vostri nati torcano il viso da voi”. Perché sappiatelo: è da gente come voi che sono state lastricate le strade che portano ai lager. 

sabato 22 ottobre 2016

PER IL FISCO ITALIANO I PARADISI FISCALI NON ESISTONO PIÙ

I paradisi fiscali sono Paesi aventi un regime fiscale particolarmente favorevole per persone fisiche ed imprese. In questi Paesi i livelli di tassazione sono così scandalosamente bassi da generare il paradosso che il fornaio sotto casa paghi più tasse di quanto ne paghi un colosso globale come la Apple. Per intenderci, quella che produce i tanto ambiti iPhone e iPad, per il cui possesso molti – stolti – sono anche disposti a trascorrere notti insonni davanti ai magazzini pur di accaparrarsi l’ultimo modello a prezzi di lancio.

Bene, la Apple – grazie a persone dentro l’esecutivo comunitario ispirate ancora da senso di giustizia – è stata condannata dalla Commissione europea a risarcire 13 miliardi di euro per vantaggi fiscali illegali ottenuti in Irlanda. Laddove la normale aliquota fiscale è del 12,5%, alla Apple il governo irlandese consentiva di pagare un’aliquota dello 0,005%. La ragione è ovvia: gli Stati membri dell’Europa non possono aiutare alcune imprese a danno di altre, senza generare distorsioni alla libera concorrenza.

Ora, sebbene l’ammontare di 13 miliardi di euro appaia una cifra enorme – è il vantaggio fiscale goduto dalla Apple per oltre due decenni –, occorre sapere che essa rappresenta per il gigante americano appena il 6% della sua liquidità.

Il Dipartimento al Tesoro di Washington ha criticato duramente le autorità comunitarie, accusandole di prendere di mira le società americane in modo ingiusto. E questo la dice lunga sull’apertura del mercato statunitense alle imprese europee, oggetto del TTIP, l’accordo commerciale tra Usa e Ue, volto a favorire scambi e investimenti. L’arroganza americana non solo aprirebbe a interferenze nella sicurezza alimentare in Europa, ma avrebbe anche effetti negativi in materia di sovranità popolare.
Nell’ambito dei paradisi fiscali vengono inclusi anche i cosiddetti paradisi bancari e i cosiddetti paradisi societari. I primi sono paesi in cui esiste un’elevata tutela del segreto bancario e che garantiscono l’anonimato ai soggetti che compiono operazioni finanziarie; i secondi sono paesi in cui la normativa societaria relativa alla costituzione e all’amministrazione delle imprese è caratterizzata da pochissimi adempimenti e formalità, anche a livello contabile. Per queste caratteristiche, i paradisi fiscali si rivelano strumenti ottimali per porre in essere strategie di elusione ed evasione fiscale internazionale.

In ragione di ciò, nell’ambito del contrasto all’evasione fiscale e al fine di evitare abusi di questo genere, diversi Stati, tra cui l’Italia, ed organizzazioni internazionali, hanno stilato apposite black list, contenenti l’elenco dei paesi catalogati come “paradisi fiscali” e opportunamente inseriti nel database dell’anagrafe tributaria.

In Italia, dopo il redditometro introdotto nel 2010 e lo spesometro nel 2011, è stata messa a punto un’applicazione della SOGEI, società di informatica passata da Telecom Italia al Ministero dell’Economia nel 2001, denominata SERPICO. Un sistema informatico dotato di duemila server capace di gestire tutti i dati riguardanti conti correnti bancari, movimenti sopra i tremila euro (prima mille euro) e le altre operazioni. Eppure, nonostante il megacomputer, costato milioni di euro ai contribuenti e in grado di processare 22.200 informazioni al secondo, il fisco ripesca solo il 4% dei soldi che gli spetterebbero. La conseguenza immediata è una pressione fiscale intollerabile, giunta a quota 53%, su quanti non possono sottrarsi al maglio del fisco. E non si dica, come vogliono farci credere, che la causa è la mancata emissione di scontrini e fatture. A leggere le cifre dell’evasione fiscale che stanno dietro ai Panama Papers, l’indagine sui capitali occultati nelle società offshore dei paradisi fiscali da vip e potenti, si scopre che le somme sottratte al fisco dalle piccole imprese e dai lavoratori autonomi, spesso rimproverati di eludere l’emissione di scontrini e fatture, sono minime rispetto a quanto sparisce a causa dell’evasione di altri soggetti economici.

Una ricerca condotta dalla Krls Network of Business Ethics, effettuata per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani, evidenza come al primo posto tra gli evasori ci sono gli industriali (34,2%), seguiti da bancari e assicurativi (31,7%), commercianti (11,8%), artigiani (9,4%), professionisti (6,5%) e lavoratori dipendenti (6,4%). Forse questa classifica rende ragione del perché oggi come ieri il contrasto all’evasione fiscale non sia quasi mai stata affrontato davvero come un'emergenza nazionale.

Eppure, sebbene il super computer SERPICO sia stato programmato per stanare i furbetti delle tasse (schiere di nullatenenti o presunti tali con intestate case di ogni tipo, yacht, aerei e altro), non accade nulla! Evidentemente qualcuno fa finta di non vedere il Led che si illumina su questo o quell'intoccabile.

Ma i veri evasori in Italia possono tornare a dormire sonni tranquilli: quel Led che almeno si accendeva, dal gennaio 2016 non si accende più quando nell'incrociare milioni di dichiarazioni di redditi d’impresa dovesse comparire un paese delle Black List. Questo perché per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più!

La lista dei paesi a fiscalità “privilegiata”, contenuta in un decreto ministeriale del 23 gennaio 2002 e costantemente aggiornata fino all’anno scorso, è stata cancellata. Con i commi 142-144, la disciplina sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi rientranti nella cosiddetta Black List è stata modificata e la novità si applica dal periodo d’imposta successivo al 2015. Pertanto, dal 2016 saranno deducibili dall’imponibile secondo le regole ordinarie anche le operazioni commerciali intercorse con soggetti operanti in Paesi o Stati considerati “paradisi fiscali”.

La disciplina precedente prevedeva – per mettere almeno un freno all’evasione, alle frodi e alle fughe di capitali –, la non deducibilità di spese e altre componenti negative di reddito derivanti da operazioni intercorse con fornitori di beni e di servizi residenti o anche solo localizzati in territori o Paesi Black List (extra-Ue), a meno che non fosse stato provato che le operazioni compiute rispondessero ad operazioni commerciali concretamente eseguite. Insomma, con la nuova normativa, non sarà più necessario indicare separatamente in dichiarazione i costi considerati fino all'anno scorso in “Black List”; si potrà commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni. 

Lo scenario sarà che le “frodi carosello”, frutto dell’emissione ed uso di fatture false, aumenteranno; così come aumenterà pure il riciclaggio di denaro sporco. Sarà anche possibile aprire una società in uno dei paesi della Black List e con il sistema della sovra e sottofatturazione drenare fondi da occultare facilmente al fisco.

E tutto questo proprio quando da un’inchiesta giornalistica internazionale si scopre come migliaia di società anonime spostano profitti e patrimoni nei paradisi fiscali per sottrarli alla fiscalità generale. E il settimanale L’Espresso pubblica la lista completa di 280 nostri eccellenti connazionali che hanno portato il loro denaro nel Paese centramericano di Panama per sottrarlo al fisco. Quindi 417 file, scoperti nel database di Bahamas Leaks, riconducibili a banchieri, industriali, nobili, finanzieri, avvocati, commercialisti. Italiani facenti parte dell’internazionale dei ricchi che non solo si fanno beffa di quanti pagano le tasse sino all'ultimo centesimo, ma se ti permettessi di chiamarli ladri ed evasori rischieresti pure di beccarti una querela milionaria.

Di fronte a tanta arroganza e cinismo era proprio il caso di rendergli la vita ancora più facile, innalzando il tetto del contante a tremila euro e modificando la normativa sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi Black List, col dissimulato obiettivo di favorire l’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese?

Secondo i dati più ottimisti l’evasione fiscale e contributiva nel nostro Paese ammonterebbe a circa 122,2 miliardi di euro all’anno, pari al 7,5% del PIL. Ma secondo un'indagine, datata 2016, dell'istituto di ricerca di Eurispes l’economia sommersa in Italia è pari a 540 miliardi. Una cifra enorme se si tiene conto che il PIL ufficiale ammonta a 1.500 miliardi di euro. A questa – sempre secondo l’Eurispes – vanno aggiunti ulteriori 200 miliardi derivanti dall’economia criminale. Dunque 740 miliardi in totale! Considerando pertanto un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale (da sola) vale 270 miliardi, pari al 18% del PIL. Ma se si tiene conto del sommerso in generale si sale al 35%. Un dato decisamente molto più elevato rispetto a quello pubblicato dall'Istat. Secondo la quale, l’economia sommersa in Italia, vale a dire l'insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al PIL ufficialmente osservato, ma che non sono né registrate né tassate equivarrebbe a circa il 17-18% del PIL. 

Comunque sia resta pur sempre un dato preoccupante, sia che si prendano i dati Eurispes sia che si prendano quelli dell'Istat. E forse questo spiega perché in Italia, nonostante le statistiche sull’occupazione mostrino un Paese sull’orlo del collasso, da “primavera araba”, si continui a rimanere a galla e nessuno è pronto a fare le barricate. Molte attività sono svolte al nero, con la conseguenza che le imprese oneste che contribuiscono allo sviluppo dell’economia italiana e a mantenere le famiglie dei propri dipendenti sono destinate presto o tardi a chiudere, mentre quelle che evadono il fisco diventano sempre più floride.

Se poi le politiche fiscali, economiche e finanziarie di questo Paese, anziché ingaggiare una seria lotta all'evasione fiscale, vanno pure nella direzione di assecondare i desiderata dei tanti evasori, non dovremmo sorprenderci se la criminalità organizzata pasce. Oggi la cancellazione delle Black List, domani si deciderà di legalizzare anche la mafia, con l’obiettivo di superare questa crisi senza fine.

Ah, dimenticavo! Pare che l’idea di far sparire la “Black List” dal nostro ordinamento fiscale sia venuta proprio al premier Mattero Renzi, dopo l’imbarazzante incontro col sultano dell’Oman. Il Paese, posto nella parte sud-orientale della penisola arabica, è considerato la Svizzera d’Arabia e perciò inserito nell’elenco degli Stati considerati dall’Italia paradisi fiscali. Sembra che il sultano dell’Oman non abbia proprio gradito la cosa. Così Renzi per non offenderlo ha ritenuto opportuno depennarlo dalla lista. Ma poiché non poteva fare un favore a uno senza che gli altri si sentissero parimenti offesi, ha deciso coraggiosamente di cancellarli tutti dalla lista.

Di conseguenza dal gennaio 2016 l’impresa del sig. Rossi potrà scambiare parcelle e fatture con un qualsiasi paese offshore, che finiranno anonimamente nel guazzabuglio dei bilanci contabili, senza che queste operazioni facciano scattare la benché minima probabilità di una proceduta di controllo da parte della Guardia di finanza.

giovedì 20 ottobre 2016

L’ENDORSEMENT DI OBAMA A RENZI

Che il presidente uscente Barack Obama abbia detto che le riforme che il primo ministro Renzi ha perseguito sinora sono ambiziose e importanti, mi lascia incredulo;  che le abbia poi definite “giuste” e “coraggiose”, mi lascia sconcertato; che affermi infine che il “Sì” al referendum costituzionale aiuterà l’Italia ad uscire dalla crisi, mi lascia sbigottito.

Non si è mai assistito ad una sponsorizzazione così pacchiana e stucchevole da parte di un capo di stato, figuriamoci dal presidente americano, su un tema che riguarda specificatamente la cultura, le tradizioni e la storia di un popolo. È un’interferenza non solo di cattivo gusto ma anche indebita negli affari di un altro Paese.

È legittimo che il presidente americano metta il naso in questioni che riguardano la forma stesso dello Stato che i cittadini di una nazione vogliono darsi, senza dover essere esposti sempre al ricatto di un ipotetico interesse dei mercati? Cosa può e deve interessare ai mercati se l’Italia vuole un sistema monocamerale o bicamerale? Occorre dunque riscrivere l’art. 1 della nostra Costituzione sulla sovranità popolare declinandola a favore dei mercati? E, ancora, in tema di interferenze, cosa penserebbero gli americani se il governo italiano suggerisse le revisioni e le riforme da apportare alla Costituzione americana che dura dal 1789 e che rispetto a quella italiana, meno datata (1948), forse di qualche ammodernamento avrebbe pur bisogno?

Ma il Presidente americano invita al Sì ed esalta le “riforme” italiane fin qui fatte dal garzone dei poteri forti Matteo Renzi. Tutto questo mentre l’Inps certifica i disastri del Jobs Act, gli evasori fiscali aumentano insieme al debito pubblico e alla povertà assoluta, la forbice tra ricchi e poveri si allarga sempre di più, undici milioni di italiani rinunciano a curarsi a causa di difficoltà economiche, i crediti in sofferenza del sistema bancario italiano ammontano a circa 200 miliardi di euro, onesti risparmiatori hanno visto vaporizzarsi i risparmi di una vita grazie alla complicità del governo con i truffatori dal colletto bianco, che sono ancora lì al loro posto, ecc. ecc.

Dunque, quale film ha visto Barack Obama per elogiare tanto le riforme del suo amico Matteo?

Ora, poiché non credo che il potere lo abbia tanto logorato da renderlo un perfetto cretino, mi domando la ragione dell’idillio con Renzi, che gli somiglia tanto. 

Barack Obama è infatti il presidente americano che ha impersonato il massimo dell’ipocrisia con la retorica dei “diritti umani”, mentre si abbracciava con i monarchi sauditi, il migliore alleato USA in Medio Oriente, sponsorizzava i gruppi terroristi di Al Qaeda come strumento geopolitico per arrivare ai suoi obiettivi. Nel 2009 è stato insignito del Premio Nobel per la pace «per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli», ma è lo stesso che ha provocato ben sette conflitti nel mondo e che ha diretto la sobillazione e il colpo di Stato nell’Ucraina.

Cosa deve aver dunque chiesto il “doppio-giochista” Obama al “doppio-giochista” Renzi per offrirgli la sua sponsorizzazione? Forse un impegno maggiore di Renzi a superare le resistenze in Europa all’approvazione del TTIP, il micidiale trattato commerciale che aprendo le porte dell’Europa alle grandi “Corporations” USA, abolirebbe di fatto ogni sovranità residua degli Stati europei di fronte ai Tribunali privati del business?

Fortunatamente le forti proteste popolari in Francia e Germania al suicidio del TTIP hanno costretto i rispettivi governi a sospendere il negoziato ed il trattato è rimasto così incagliato. Dunque, quale miglior regalo per Obama la sottoscrizione anticipata dell’Italia al TTIP da sbattere poi in faccia ai tedeschi e francesi? 

Se Obama alla fine della sua presidenza ci riuscirà, in cambio dei servigi resi, potrà contare su lucrosi contratti di consulenza e conferenze ben pagate dalle stesse Corporations, ansiose di ottenere la firma del trattato.

Peraltro, come non poteva Obama ringraziare Renzi per il suo impegno a fornire altre truppe italiane in funzione anti russa, anti iraniana, anti siriana: “Dove più sarà utile”, ha dichiarato Renzi, “le truppe italiane andranno a posizionarsi in difesa della democrazia, della libertà e degli interessi del nostro grande alleato, a conferma della nostra lealtà e collaborazione”.


La solita retorica delle stronzate sempre buona per accalappiare i cretini di ogni età. 

martedì 18 ottobre 2016

LA FINANZIARIA ELETTORALE DI RENZI

Il predicatore e teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888) disse: «Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alla prossima generazione. Un politico cerca il successo del suo partito, un uomo di stato quello del proprio paese». 

L’orizzonte temporale dei nostri leader, e Matteo Renzi non fa eccezione, non va mai al di là del prossimo appuntamento elettorale. E forse questa è la cagione che i mali che abbiamo, più che giungere a soluzione, si aggravano giorno dopo giorno.

La manovra finanziaria di Renzi vale 27 miliardi e appare scritta per raccogliere il voto della palude degli indecisi sul Sì al referendum costituzionale previsto per il prossimo 4 dicembre.

D’altronde non è una novità per Renzi ricorrere alle mance elettorali per comprare il consenso, sprecando purtroppo occasioni per rilanciare l’economia e creare veri posti di lavoro.

Lo ha fatto in occasione delle elezioni europee del 2014, raggiungendo il 40,8% dei voti, grazie al bonus degli 80 euro erogati a coloro percepivano un reddito complessivo compreso tra gli 8.000 e i 26.000 euro lordi annui. Salvo poi scoprire che la platea dei beneficiari in molti casi era sbagliata e ingiusta, e che il tanto atteso aumento della spesa per consumi finali, cioè la cosiddetta “domanda interna”, è stato pari a Zero. 

Con la somma spesa per il bonus da 80 euro (circa dieci miliardi di euro per anno) si sarebbe potuta azzerare la povertà assoluta in Italia, consentendo un livello di consumi più dignitoso a quanti hanno redditi al di sotto degli 8000 euro lordi annui, e per di più gli effetti in termini di crescita della domanda interna sarebbero stati più evidenti, giacché i poveri, per definizione, non possono risparmiare. 

Renzi e Padoan scelsero però un’altra strada, pur sapendo che era sbagliata, per puro calcolo: l’impatto politico, in termini di consenso elettorale, sarebbe stato minore. E così 6,9 miliardi nel 2014, 10 miliardi nel 2015 e circa 7,5 miliardi nel 2016 sono finiti nel cesso, senza alcun ritorno economico.

E ora ci risiamo con il prossimo appuntamento elettorale: concentrare le poche risorse disponibili e riversare tutta la residua credibilità internazionale del paese per ottenere margini ulteriori di flessibilità (cioè per poter fare ulteriore debito) a fini elettorali è irresponsabile e miope. 

Una manovra che regala tantissimo agli industriali, schierati già per il Sì, e qualcosina ai pensionati per ottenerne il consenso è quanto di più fosco possa esservi in un paese democratico civile e maturo. Se quei lavoratori, quei cittadini, quei pensionati si sfregano già le mani per la distribuzione di bonus, sappiano che i  i ricchi si salvano sempre e spesso ci guadagnano. A noi invece del popolo tocca sempre, presto o tardi, pagare il conto dei debiti prodotti dalle scelleratezze altrui.

Grecia docet!