I paradisi fiscali sono Paesi aventi un regime fiscale particolarmente favorevole per persone fisiche ed imprese. In questi Paesi i livelli di tassazione sono così scandalosamente bassi da generare il paradosso che il fornaio sotto casa paghi più tasse di quanto ne paghi un colosso globale come la Apple. Per intenderci, quella che produce i tanto ambiti iPhone e iPad, per il cui possesso molti – stolti – sono anche disposti a trascorrere notti insonni davanti ai magazzini pur di accaparrarsi l’ultimo modello a prezzi di lancio.
Bene, la Apple – grazie a persone dentro l’esecutivo comunitario ispirate ancora da senso di giustizia – è stata condannata dalla Commissione europea a risarcire 13 miliardi di euro per vantaggi fiscali illegali ottenuti in Irlanda. Laddove la normale aliquota fiscale è del 12,5%, alla Apple il governo irlandese consentiva di pagare un’aliquota dello 0,005%. La ragione è ovvia: gli Stati membri dell’Europa non possono aiutare alcune imprese a danno di altre, senza generare distorsioni alla libera concorrenza.
Ora, sebbene l’ammontare di 13 miliardi di euro appaia una cifra enorme – è il vantaggio fiscale goduto dalla Apple per oltre due decenni –, occorre sapere che essa rappresenta per il gigante americano appena il 6% della sua liquidità.
Il Dipartimento al Tesoro di Washington ha criticato duramente le autorità comunitarie, accusandole di prendere di mira le società americane in modo ingiusto. E questo la dice lunga sull’apertura del mercato statunitense alle imprese europee, oggetto del TTIP, l’accordo commerciale tra Usa e Ue, volto a favorire scambi e investimenti. L’arroganza americana non solo aprirebbe a interferenze nella sicurezza alimentare in Europa, ma avrebbe anche effetti negativi in materia di sovranità popolare.
Nell’ambito dei paradisi fiscali vengono inclusi anche i cosiddetti paradisi bancari e i cosiddetti paradisi societari. I primi sono paesi in cui esiste un’elevata tutela del segreto bancario e che garantiscono l’anonimato ai soggetti che compiono operazioni finanziarie; i secondi sono paesi in cui la normativa societaria relativa alla costituzione e all’amministrazione delle imprese è caratterizzata da pochissimi adempimenti e formalità, anche a livello contabile. Per queste caratteristiche, i paradisi fiscali si rivelano strumenti ottimali per porre in essere strategie di elusione ed evasione fiscale internazionale.
In ragione di ciò, nell’ambito del contrasto all’evasione fiscale e al fine di evitare abusi di questo genere, diversi Stati, tra cui l’Italia, ed organizzazioni internazionali, hanno stilato apposite black list, contenenti l’elenco dei paesi catalogati come “paradisi fiscali” e opportunamente inseriti nel database dell’anagrafe tributaria.
In Italia, dopo il redditometro introdotto nel 2010 e lo spesometro nel 2011, è stata messa a punto un’applicazione della SOGEI, società di informatica passata da Telecom Italia al Ministero dell’Economia nel 2001, denominata SERPICO. Un sistema informatico dotato di duemila server capace di gestire tutti i dati riguardanti conti correnti bancari, movimenti sopra i tremila euro (prima mille euro) e le altre operazioni. Eppure, nonostante il megacomputer, costato milioni di euro ai contribuenti e in grado di processare 22.200 informazioni al secondo, il fisco ripesca solo il 4% dei soldi che gli spetterebbero. La conseguenza immediata è una pressione fiscale intollerabile, giunta a quota 53%, su quanti non possono sottrarsi al maglio del fisco. E non si dica, come vogliono farci credere, che la causa è la mancata emissione di scontrini e fatture. A leggere le cifre dell’evasione fiscale che stanno dietro ai Panama Papers, l’indagine sui capitali occultati nelle società offshore dei paradisi fiscali da vip e potenti, si scopre che le somme sottratte al fisco dalle piccole imprese e dai lavoratori autonomi, spesso rimproverati di eludere l’emissione di scontrini e fatture, sono minime rispetto a quanto sparisce a causa dell’evasione di altri soggetti economici.
Una ricerca condotta dalla Krls Network of Business Ethics, effettuata per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani, evidenza come al primo posto tra gli evasori ci sono gli industriali (34,2%), seguiti da bancari e assicurativi (31,7%), commercianti (11,8%), artigiani (9,4%), professionisti (6,5%) e lavoratori dipendenti (6,4%). Forse questa classifica rende ragione del perché oggi come ieri il contrasto all’evasione fiscale non sia quasi mai stata affrontato davvero come un'emergenza nazionale.
Eppure, sebbene il super computer SERPICO sia stato programmato per stanare i furbetti delle tasse (schiere di nullatenenti o presunti tali con intestate case di ogni tipo, yacht, aerei e altro), non accade nulla! Evidentemente qualcuno fa finta di non vedere il Led che si illumina su questo o quell'intoccabile.
Ma i veri evasori in Italia possono tornare a dormire sonni tranquilli: quel Led che almeno si accendeva, dal gennaio 2016 non si accende più quando nell'incrociare milioni di dichiarazioni di redditi d’impresa dovesse comparire un paese delle Black List. Questo perché per il fisco italiano i paradisi fiscali non esistono più!
La lista dei paesi a fiscalità “privilegiata”, contenuta in un decreto ministeriale del 23 gennaio 2002 e costantemente aggiornata fino all’anno scorso, è stata cancellata. Con i commi 142-144, la disciplina sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi rientranti nella cosiddetta Black List è stata modificata e la novità si applica dal periodo d’imposta successivo al 2015. Pertanto, dal 2016 saranno deducibili dall’imponibile secondo le regole ordinarie anche le operazioni commerciali intercorse con soggetti operanti in Paesi o Stati considerati “paradisi fiscali”.
La disciplina precedente prevedeva – per mettere almeno un freno all’evasione, alle frodi e alle fughe di capitali –, la non deducibilità di spese e altre componenti negative di reddito derivanti da operazioni intercorse con fornitori di beni e di servizi residenti o anche solo localizzati in territori o Paesi Black List (extra-Ue), a meno che non fosse stato provato che le operazioni compiute rispondessero ad operazioni commerciali concretamente eseguite. Insomma, con la nuova normativa, non sarà più necessario indicare separatamente in dichiarazione i costi considerati fino all'anno scorso in “Black List”; si potrà commerciare liberamente con qualsiasi società offshore e perfino scaricarsi le spese e i pagamenti effettuati dalla dichiarazione dei redditi senza giustificazioni.
Lo scenario sarà che le “frodi carosello”, frutto dell’emissione ed uso di fatture false, aumenteranno; così come aumenterà pure il riciclaggio di denaro sporco. Sarà anche possibile aprire una società in uno dei paesi della Black List e con il sistema della sovra e sottofatturazione drenare fondi da occultare facilmente al fisco.
E tutto questo proprio quando da un’inchiesta giornalistica internazionale si scopre come migliaia di società anonime spostano profitti e patrimoni nei paradisi fiscali per sottrarli alla fiscalità generale. E il settimanale L’Espresso pubblica la lista completa di 280 nostri eccellenti connazionali che hanno portato il loro denaro nel Paese centramericano di Panama per sottrarlo al fisco. Quindi 417 file, scoperti nel database di Bahamas Leaks, riconducibili a banchieri, industriali, nobili, finanzieri, avvocati, commercialisti. Italiani facenti parte dell’internazionale dei ricchi che non solo si fanno beffa di quanti pagano le tasse sino all'ultimo centesimo, ma se ti permettessi di chiamarli ladri ed evasori rischieresti pure di beccarti una querela milionaria.
Di fronte a tanta arroganza e cinismo era proprio il caso di rendergli la vita ancora più facile, innalzando il tetto del contante a tremila euro e modificando la normativa sulla deducibilità dei costi connessi a operazioni con Paesi Black List, col dissimulato obiettivo di favorire l’attività economica e commerciale transfrontaliera delle nostre imprese?
Secondo i dati più ottimisti l’evasione fiscale e contributiva nel nostro Paese ammonterebbe a circa 122,2 miliardi di euro all’anno, pari al 7,5% del PIL. Ma secondo un'indagine, datata 2016, dell'istituto di ricerca di Eurispes l’economia sommersa in Italia è pari a 540 miliardi. Una cifra enorme se si tiene conto che il PIL ufficiale ammonta a 1.500 miliardi di euro. A questa – sempre secondo l’Eurispes – vanno aggiunti ulteriori 200 miliardi derivanti dall’economia criminale. Dunque 740 miliardi in totale! Considerando pertanto un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale (da sola) vale 270 miliardi, pari al 18% del PIL. Ma se si tiene conto del sommerso in generale si sale al 35%. Un dato decisamente molto più elevato rispetto a quello pubblicato dall'Istat. Secondo la quale, l’economia sommersa in Italia, vale a dire l'insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al PIL ufficialmente osservato, ma che non sono né registrate né tassate equivarrebbe a circa il 17-18% del PIL.
Comunque sia resta pur sempre un dato preoccupante, sia che si prendano i dati Eurispes sia che si prendano quelli dell'Istat. E forse questo spiega perché in Italia, nonostante le statistiche sull’occupazione mostrino un Paese sull’orlo del collasso, da “primavera araba”, si continui a rimanere a galla e nessuno è pronto a fare le barricate. Molte attività sono svolte al nero, con la conseguenza che le imprese oneste che contribuiscono allo sviluppo dell’economia italiana e a mantenere le famiglie dei propri dipendenti sono destinate presto o tardi a chiudere, mentre quelle che evadono il fisco diventano sempre più floride.
Se poi le politiche fiscali, economiche e finanziarie di questo Paese, anziché ingaggiare una seria lotta all'evasione fiscale, vanno pure nella direzione di assecondare i desiderata dei tanti evasori, non dovremmo sorprenderci se la criminalità organizzata pasce. Oggi la cancellazione delle Black List, domani si deciderà di legalizzare anche la mafia, con l’obiettivo di superare questa crisi senza fine.
Ah, dimenticavo! Pare che l’idea di far sparire la “Black List” dal nostro ordinamento fiscale sia venuta proprio al premier Mattero Renzi, dopo l’imbarazzante incontro col sultano dell’Oman. Il Paese, posto nella parte sud-orientale della penisola arabica, è considerato la Svizzera d’Arabia e perciò inserito nell’elenco degli Stati considerati dall’Italia paradisi fiscali. Sembra che il sultano dell’Oman non abbia proprio gradito la cosa. Così Renzi per non offenderlo ha ritenuto opportuno depennarlo dalla lista. Ma poiché non poteva fare un favore a uno senza che gli altri si sentissero parimenti offesi, ha deciso coraggiosamente di cancellarli tutti dalla lista.
Di conseguenza dal gennaio 2016 l’impresa del sig. Rossi potrà scambiare parcelle e fatture con un qualsiasi paese offshore, che finiranno anonimamente nel guazzabuglio dei bilanci contabili, senza che queste operazioni facciano scattare la benché minima probabilità di una proceduta di controllo da parte della Guardia di finanza.
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