lunedì 6 giugno 2016

IL PENSIERO DI PIERO CALAMANDREI

La decadenza delle istituzioni, dei partiti e della politica ci fa avvertire più forte la mancanza di uomini come Calamandrei.  E, se fosse vivo, considererebbe quelli che stiamo vivendo giorni oscuri e ci spronerebbe a una battaglia civile, soprattutto combattendo l’indifferenza. E già perché è l’indifferenza il vero male oscuro che sta divorando l’umanità e le società civili. 

Come dice Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986, sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi  i pericoli, ma l’indifferenza è il male peggiore.

Calamandrei ci avrebbe indicato i valori ispirati dalla Costituzione come assolutamente necessari perché questo nostro Paese possa definirsi civile e soprattutto perché non venga mai meno la speranza in un futuro migliore, nel quale ogni cittadino possa sentirsi veramente degno di questo nome.

Se siamo alla deriva non è per colpa di una Costituzione che ha fatto il suo tempo, ma per colpa di una classe politica ladrona alla dirigenza.

Una cosa è certa. Passeranno i Berlusconi, i Matteo Renzi sepolti dalla Storia, ma non passerà mai il pensiero forte di uomini come Calamandrei. 

Quando tutto sarà distrutto, annientato sarà dal pensiero forte di uomini come Calamandrei che bisognerà ripartire per ricreare un tessuto sociale: è la solidarietà e il rispetto dell’uomo in quanto uomo la linfa, il sangue di cui è fatto l’organismo di una società sana.

Il pensiero di Calamandrei si può dire sia tutto condensato in quel suo discorso del 1955 rivolto ai giovani. 

Ecco la voce di Calamandrei, con tutta la sua forza:  

«È compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” corrisponderà alla realtà […]

«Quando l’art. 3 vi dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani […].

«Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani – una malattia dei giovani […].

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione».


Per quel poco che lo conosco, dubito che avrebbe salutato con favore la riforma costituzionale targata Renzi-Boschi.

venerdì 3 giugno 2016

BENIGNI AL REFERENDUM VOTERA' SI

Secondo Roger Money-Kyrle, psicoanalista britannico di scuola kleiniana, “nasciamo con un amore innato per la verità, ma siamo pronti a liberarcene non appena ci sia di impaccio”. Simona Argentieri, psicoanalista italiana, definisce i comportamenti ambigui “piccoli crimini della coscienza”, sintomo di un forte disagio sociale e psichico, che invadono la morale quotidiana, i giochi della politica, il linguaggio delle passioni.

Ricordiamo tutti la serata su Rai 1, che fece 13milioni di ascolti, quando un Benigni appassionato ci elencò i 12 articoli della Costituzione, illustrandoci gli ideali in essa sottesi, descrivendocela come un momento di grazia della travagliata storia della nostra Nazione e presentandocela come “la più bella del mondo”.

Altri tempi: era il 17 dicembre 2012 e al governo c’era Mario Monti.

Ora, leggo su “Il Fatto Quotidiano” che Benigni ha rimosso ogni dubbio e voterà “Sì” alla riforma costituzionale targata Renzi-Boschi.

La cronistoria del dubbio amletico di Roberto Benigni.

Dopo un pranzo con Matteo Renzi per celebrare il cinema italiano, il 28 gennaio dichiara che voterà “Sì”. Quindi, il 3 maggio, durante un incontro con gli allievi della Normale di Pisa, cambia versione e afferma: “Sarei orientato a votare No al referendum di ottobre, proprio per proteggere la nostra meravigliosa Costituzione”. Quando, sorpresa, un giorno fa dal quotidiano “Repubblica” apprendiamo: “Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente. Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla”. Seguono poi i messaggi affettuosi per Renzi e un’indicazione di voto per Roberto Giachetti a Roma.


Ecco un esempio di perfetta ambiguità. 

Parafrasando Roger Money-Kyrle possiamo dire di lui che nacque con un amore innato per la verità, ma è stato pronto a liberarsene non appena questa gli è stata di impaccio. 

Possiamo solo sperare per lui che non abbia letto nemmeno una riga del testo che modifica la Costituzione, altrimenti ci è voluto veramente stomaco a dire le cose che ha detto.

È proprio una zavorra la nostra Costituzione?

Il 2 giugno del 1946 venticinque milioni di italiani, emozionati e in paziente attesa, si misero in fila davanti ai seggi elettorali per esprimere il proprio voto e decidere sull'assetto istituzionale e sul futuro dell'Italia: monarchia o repubblica? 

Il referendum del 2 giugno sancì, come è noto, la nascita della nostra Repubblica; con 2milioni di voti di scarto, l'Italia diventò una repubblica e i monarchi di casa Savoia furono costretti all’esilio, rei di aver avallato il fascismo e le sue leggi razziali. Se la monarchia, nell’ottobre del 1922, avesse firmato lo stato d'assedio e non avesse permesso a Mussolini di prendere il potere, l’Italia si sarebbe risparmiata il ventennio fascista e tutte le sciagure che comportò per il suo popolo: la guerra, la miseria, la vergogna.

Pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica, il 25 giugno 1946, si aprirono i lavori dell'Assemblea Costituente, eletta da milioni di italiani e italiane, che dopo un anno e mezzo generò la nostra Carta costituzionale: testamento e testimonianza di “tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie” (P. Calamandrei).

Ma già da subito in questa Costituzione, scritta col sangue di quanti dettero la vita, ispirata ai più puri ideali di libertà e di giustizia, gli uomini di “potere” videro una minaccia alla loro ancora intatta arroganza e ai loro tanti privilegi, tanto da usare ogni strumento a loro disposizione per impedirne l’attuazione o quanto meno limitarne gli effetti nella società civile.

La promessa di libertà, e di liberazione, racchiusa in quegli smilzi articoletti, ispirò la rivolta dei contadini calabresi nell'ottobre del 1949, quando marciarono sui latifondi delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri, impossessandosi delle terre abbandonate. Essi chiedevano con forza il rispetto della riforma agraria, solennemente iscritta nella Costituzione all'art. 44. La storia è nota: i parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana, paladini degli interessi dei grandi proprietari terrieri, si recarono a Roma per chiedere l’intervento della polizia al Ministro dell’Interno Mario Scelba, il quale spedì i celerini armati di mitraglia. Sulle terre del Barone Breviglieri, tre braccianti (Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro) furono stroncati dal fuoco delle mitraglie, in difesa della proprietà, considerata più sacra della vita. L’episodio passò alla storia come la strage di Melissa o eccidio di Fragalà.

Ispirò i sindacalisti nei luoghi di lavoro, cui la Fiat negli anni cinquanta, quella di Vittorio Valletta, che la diresse per vent'anni, dal 1946 al 1966, rispose con l’istituzione dei reparti-confino per isolarli.

Ispirò in Italia il movimento evangelico pentecostale, che fu praticamente fuorilegge fino al 1959 perché professava un culto diverso da quello cattolico.

Ispirò il cinema e il teatro, contro cui furono spiegati l’intervento censorio dello Stato e della Chiesa. Nel 1952 Andreotti accusava l’Umberto D, girato da Vittorio De Sica, di fomentare sentimenti negativi nel Paese.

Ispirò il grande Partito Comunista Italiano, cui il sistema reagì impedendo che quelli di fede comunista potessero entrare nelle forze di polizia e in altre sensibili strutture pubbliche.

Prima che le riforme annunciate dai costituenti (la sanità, la scuola, l’amministrazione) fossero pienamente realizzate si dovette attendere gli anni settanta. Fino ad allora esse rimasero allo stato di progetti. L’istituzione delle regioni trovò per esempio molti ostacoli lungo il cammino: le autorità di governo temevano che la loro istituzione avrebbe schiuso varchi di potere al Pci, soprattutto nell’Italia centrale, dov’era più consolidato.

Sebbene Mario Scelba definisse la Costituzione «una trappola» per la Dc, i semi erano stati piantati nel terreno e i frutti non tardarono: nell’aprile del 1955 venne eletto presidente della Repubblica Gronchi e nel suo discorso d’insediamento, davanti alle Camere riunite, puntò l’indice sulle troppe norme costituzionali ancora inevase. 

Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, prendendo le mosse dal messaggio al popolo italiano del neopresidente Giovanni Gronchi, disse: «Chi, dopo aver letto il messaggio del nuovo presidente della Repubblica al popolo italiano, se n’è allarmato come di uno straripamento dai limiti delle attribuzioni presidenziali e come di un’invasione delle attribuzioni di indirizzo politico riservate al governo, ha dimostrato con ciò di non essersi reso conto né di quelle che sono in realtà le funzioni presidenziali nella nostra Costituzione, né del momento di vera e propria “emergenza costituzionale” in cui il messaggio è stato lanciato, come un appello di sos destinato a richiamare l’attenzione di tutti gli italiani sul naufragio che attende la nostra democrazia se continua a navigare con questi dissennati piloti».

Nel 1956 la Consulta tenne infatti la sua prima udienza e nel 1957 venne istituito il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), previsto dall'articolo 99 della Costituzione, col compito di promuovere iniziative legislative in campo economico e sociale. Non era certo quello prefigurato e progettato dall’Assemblea costituente ma almeno il solco sembrava tracciato nella direzione di coniugare crescita economica e stato sociale.

Nel 1958 venne quindi istituito il Consiglio superiore della magistratura, con lo scopo di garantire l'autonomia e l'indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato e, in particolare, da quello esecutivo, secondo il principio di separazione dei poteri espresso nella Costituzione.

Nel 1963 nasceva il primo governo di centro-sinistra con la partecipazione organica dei socialisti nell'esecutivo. Grazie ai governi di centro-sinistra che dal 1963 in poi s’alternarono alla guida del Paese, furono varate la riforma della scuola media unificata, che innalzò a 14 anni l’obbligo scolastico, come chiedeva l’articolo 34 della Costituzione; la nazionalizzazione delle industrie elettriche (articolo 43); la legge sulla «giusta causa» per i licenziamenti (articolo 35); la programmazione economica (articolo 41).

Negli anni Settanta, nell’arco di un solo decennio, trovarono attuazione lo statuto dei lavoratori, destinato a tutelare la libertà e la dignità dei lavoratori nei luoghi di lavoro, e nuove norme sulla parità di trattamento fra uomini e donne nel lavoro; la riforma sanitaria che, rifacendosi all’art. 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute, come fondamentale per l’individuo e l’interesse della collettività, estendeva a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria. È del 1974 il referendum sul divorzio: oltre 19 milioni di italiani dissero "no" all'abrogazione della legge, confermando quindi l’introduzione dell’istituto del divorzio in Italia. Il 22 maggio 1978 fu approvata la legge 194, che depenalizzava l’aborto e riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. Fu introdotto il nuovo diritto di famiglia con l’assoluta parità giuridica del marito e della moglie. La legge Basaglia del 1978 impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio.

Se si può ben dire che gli anni Settanta furono la stagione dei diritti e delle libertà civili, furono anche gli anni di piombo e del terrorismo politico che sporcarono di sangue quel periodo, tanto da indurre a credere che forse tra la positiva spinta al rinnovamento e l’esplosione di violenza, che voleva paralizzare il Paese, vi sia un nesso.

All’estate degli anni Settanta seguì l’autunno degli anni Ottanta: il fermento dell’impegno civile e sociale che aveva innervato la politica, sulla fine degli anni ‘70 tese a indebolirsi, perdendo sempre più visibilità e forza. 

È l’Italia spensierata degli anni Ottanta nella quale ognuno, povero e ricco, ha ricevuto la sua piccola o grande fetta di torta. L’hanno avuta gli operai e i lavoratori con il miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, che hanno potuto così comprarsi la casa, la macchina, la lavatrice, il frigorifero e possono permettersi anche di andare in ferie.

La grande fabbrica, quale centro della solidarietà interna al processo di lavoro, e il quartiere operaio, centro della solidarietà extra lavorativa, che si erano rivelati della massima importanza nella costruzione di quel senso di appartenenza, che aveva sostanziato l’identità del movimento dei lavoratori, quale massa critica per il successo delle lotte operaie, cede il posto al divano di casa propria a guardare “Domenica in”, agli autogrill nei giorni di esodo vacanziero. 

Sono gli anni della “Milano da bere”: ovunque regna l'ottimismo e la fiducia in una sorta di benessere duraturo ed esponenziale. 

Difficile riconoscere nell’Italia degli anni 80 quella dei Cinquanta. Quella della ricostruzione: semplice, povera, ma felice; che guardava al futuro con grandi speranze!

Ma dallo spalto cui la Storia ci ha assegnato possiamo ora ben vedere quanto la leggerezza di quegli anni Ottanta fosse infida: in realtà è proprio negli anni ’80 che si andava allestendo il palcoscenico di un nuovo ordine mondiale destinato a fagocitare le conquiste civili e sociali degli anni Settanta: il matrimonio politico Thatcher-Reagan, che segnò quegli anni, cambiò il mondo e gli effetti li stiamo ancora sperimentando.

Dagli anni Ottanta comincia il lento, inesorabile declino dell'Italia, attraverso una nuova fase fatta di crisi di legalità, di storie «oscene» (loggia P2), di un sistema pervasivo di corruzione, che attendeva solo di essere scoperchiato con l'arresto in flagrante di Mario Chiesa e che darà inizio alla stagione di Mani pulite.

Sono passati più di vent'anni da quel 17 febbraio 1992, ma l’erosione del nostro ordinamento e dell’ordine stesso delle nostre relazioni non ha conosciuto battute d’arresto: il cancro della corruzione e dell’idolatria del denaro aveva messo ormai radici troppo profonde per pensare di poterlo estirpare con un solo colpo di bisturi.

La società si è incanaglita e un sedimento di inciviltà deturpa ormai ogni aspetto della vita pubblica e sociale; la cultura dei diritti è stata oscurata dal trionfo degli egoismi collettivi, che per godersi una vita agiata o per garantirsi un confortevole futuro sono disposti a qualunque nefandezza. Politici e funzionari pubblici, come ha affermato il presidente dell’ANM Piercamillo Davigo, «Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto». Il trasformismo ha preso in ostaggio le nostre istituzioni, rendendo i governi ancora più precari, nonostante le promesse di stabilità della seconda Repubblica.


E, secondo alcuni, la causa di tutto ciò non sta nella volgarità, nella disonestà, nel cinismo di una classe dirigente pubblica, ma nella nostra Costituzione, diventata bersaglio e causa di tutte le sciagure che funestano il nostro Paese. 

Così proprio l’incolpevole Costituzione è divenuta per bocca di mediocri e furbi politici una zavorra da buttare via. E allora eccoci qui chiamati al referendum d’ottobre per esprimerci se mettere o meno in soffitta la nostra Costituzione, dimenticando che se gli anni Settanta furono un tempo di vera rivoluzione dei diritti civili, politici e sociali, quel rinnovamento avvenne basandosi proprio sulla Costituzione che qualcuno ha deciso senza un fremito di mandare in pensione. 

martedì 31 maggio 2016

Udite, udite!

La riforma Fornero ha allungato l’età pensionabile e gli anni di contributi, ma questo non vale per i giornalisti che continuano ad andare in pensione a 58 anni e non vale per il cardinale Angelo Bagnasco, che con soli tre anni di contributi, in qualità di arcivescovo ordinario militare, ha maturato una pensione di oltre 4mila euro lordi al mese. E come lui i monsignori Gaetano Bonicelli (sette anni di contributi), Giovanni Marra (otto anni) e Giuseppe Mani (otto anni): pare che i vitalizi dei cappellani militari costino allo stato oltre 15 milioni di euro l'anno.

L’articolo 3 della nostra Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.


Alcuni evidentemente sono più eguali degli altri!

domenica 29 maggio 2016

Bentornato Salvatore

Diamo pure il benvenuto al marò Girone, cui il Tribunale dell’Aja ha dato il suo ok perché possa aspettare in Italia l'esito dell'arbitrato internazionale. Ma che il premier festeggi con un tweet l’evento e pensasse di portare persino i due marò alla parata del 2 giugno sa proprio di grande buffonata. Qualcuno (forse il Quirinale, forse la Difesa, forse la Farnesina) più cautamente ha ritenuto opportuno smorzare l’esultanza di Renzi e dei suoi ministri, pronti a fare dell’evento uno spot elettorale.

A quanti salutano Salvatore Girone e Massimiliano Latorre quali nuovi eroi di chissà che cosa, occorre ricordare che i due, sia pure senza ancora un capo d’imputazione diretta, sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per due pirati al largo della costa del Kerala, nel sud dell’India.

Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di guerra. Esibirli in pompa magna è quanto di più inopportuno possa esservi sia nei confronti del governo indiano sia nei riguardi dei familiari delle vittime. E' bene chiarire che il marò Salvatore Girone non è rientrato in Italia in quanto assolto e la verità – per ora – non la conosce nessuno. Nessuno ha prove evidenti che possano scagionare o accusare i due marò.

L’unico dato incontestabile è che quel 15 febbraio 2012 il peschereccio indiano, il Saint Antony, senza un ragionevole motivo punta verso il mercantile Enrica Lexie. I marò a bordo, in missione di protezione della nave mercantile in acque a rischio di pirateria, convinti di trovarsi sotto attacco pirata, sparano in direzione del peschereccio indiano. Valentine Jalstine e Ajesh Binki, i due pescatori a bordo, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco. 

Due pescatori, due padri di famiglia, morti ancora senza un motivo e spariti velocemente dalle cronache per far posto alla fanfara patriottarda che ha trasformato Girone e Latorre in eroi della patria.

È stomachevole come si possano alterare a tal punto i fatti, laddove anche il semplice resoconti dei fatti racconta tutta un’altra storia, dolorosa e tragica ma non certo eroica. Fin dall’inizio la vicenda dei due marò è stata piegata a una ricostruzione dei fatti distante dalla realtà e funzionale all’immagine che si è voluta dare in pasto all’opinione pubblica. 

Il governo italiano e il sistema di informazione di regime, per esempio, nel raccontare la vicenda hanno sempre omesso di ricordare all’opinione pubblica che i due marò non partecipavano a una missione approvata da un organismo internazionale, tantomeno erano lì per difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo, ma erano stati “prestati” dalla Marina Militare al proprietario di una petroliera italiana. 

Per la giustizia indiana essi erano e restano semplicemente “contractor privati” in servizio a bordo di un'imbarcazione di proprietà di un armatore privato. Dunque di quale immunità la giustizia indiana avrebbe dovuto o dovrebbe tener conto?

A parti invertite, ovvero se fossero stati gli indiani a far fuoco su un peschereccio italiano, provocando la morte di parte dell’equipaggio, la nostra magistratura non avrebbe mostrato agli imputati un volto ugualmente accomodante e comprensivo. Ma noi rappresentiamo gli indiani come trogloditi.


In conclusioni nessuno sa come sono andate realmente le cose: dovremo attendere il verdetto. Questa circostanza dovrebbe suggerirci una condotta più prudente e sommessa, nel rispetto di un governo sovrano e soprattutto dei familiari delle vittime. E questo almeno fino a conclusione della vicenda giudiziaria. Salutare i due marò come eroi ed esibirli sul carro del trionfo credo sia quanto di più intempestivo e inopportuno possa esservi.

sabato 28 maggio 2016

Le manifestazioni in Francia contro la riforma del lavoro

I lavoratori francesi protestano contro la riforma del lavoro voluta dal governo; le mobilitazioni vanno avanti da più di due mesi in tutta la Francia. E, nonostante i disagi, i sondaggi dicono che oltre 6 francesi su 10 considerano giustificati gli scioperi, mentre 7 su 10 vorrebbero che la legge fosse ritirata o modificata.

La prima cosa da osservare in proposito è che quando in Italia è passato il jobs act, i lavoratori l’hanno accettato senza un lamento, con eroica indifferenza.

Di fronte alla stessa riforma del lavoro si può individuare un diverso atteggiamento: i lavoratori francesi si incazzano; quelli italiani si sono fatti fregare e continuano a farsi fregare!

I francesi hanno capito che la legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, è una nuova forma di schiavitù. E che grazie al licenziamento facile gli “oppressori” potranno disporre dei lavoratori come meglio li aggrada, obbligandoli a fare tutti gli straordinari che vogliono, pagandoli anche di meno. 

I francesi hanno capito che la “dignità” è più importante del “pane” o del “mutuo da pagare”.

Così ai lavoratori francesi va tutta la mia solidarietà. 

Qualunque sarà l’esito della loro protesta, va loro comunque il merito di aver almeno provato a non restare passivi di fronte alla violenza degli “oppressori”. 

Al contrario i lavoratori e i giovani italiani sono incapaci di uscire dal loro illusorio “cerchio di sicurezza”.

Il constatare questo fatto comporta indiscutibilmente prendere atto della disumanizzazione di questi ultimi, rispetto all’umanità ancora attiva dei primi. 

È infatti vocazione dell’Uomo ribellarsi all’ingiustizia, all’oppressione, allo sfruttamento per riscattare la propria umanità rubata. La disumanizzazione è invece restare indifferenti di fronte al furto di umanità operato dalla classe dominante.


La disumanizzazione non è un destino ineluttabile, ma il risultato dell’apatia dell’oppresso: “l’arma più potente nelle mani degli oppressori è la mente degli oppressi”.

domenica 15 maggio 2016

E SE GUASTO FOSSE IL MONDO?

Per anni gli psicologi hanno voluto convincerci che il benessere mentale e il disturbo psichico fossero condizioni legate all'equilibrio dell’individuo in relazione a se stesso, agli altri e al mondo. E se fosse invece che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nelle nostre società, fondate sul modello capitalistico, a creare proprio quelle condizioni di disagio psichico che, perdurando a lungo e silenziosamente, sfociano poi nella psicopatologia vera e propria?

È un fatto che inquietudine, malumore, insoddisfazione siano le costanti del nostro vivere quotidiano. Questo disagio psicologico potrebbe essere non tanto il risultato dell’incapacità dell’individuo a stabilire soddisfacenti relazioni affettive e sociali, quanto il risultato della progressiva erosione dei legami e dei rapporti sociali, connaturata all'ideologia capitalistica che, uniformando gli esseri umani sul modello consumistico, ha finito per “disumanizzarli”.

Questa esige infatti che l’Uomo sia fondamentalmente e prima di tutto un “consumatore”; l’ingranaggio di un apparato tecnico basato sulla produzione e distribuzione infinita di beni di consumo. Dato dunque che l’obiettivo è il “consumo” di oggetti, anche di quelli di cui non ha realmente bisogno, l’Uomo non deve agire da Uomo libero, dotato di un suo pensiero e di una sua capacità critica, quanto da “automa” spinto dal compulsivo bisogno di appropriarsi di tutti quegli oggetti che, illusoriamente, gli promettono una vita più piena e felice. Ora, se è del tutto naturale che in qualsiasi epoca e in qualunque parte del mondo l’Uomo non ha potuto fare a meno di consumare per sopravvivere, quello che contraddistingue più nettamente l’attuale società occidentale da quelle che l’hanno preceduta sta piuttosto nell'euforia, nella “meccanicità” con cui le persone sono chiamate a soddisfare i propri bisogni o, meglio, i propri desideri. Ed io credo che in questa “meccanicità”, in questo “automatismo” stia il difetto e la causa probabilmente del disagio psichico che contraddistingue più delle altre la nostra epoca: la ricerca coatta di beni di cui gran parte della gente non ha realmente bisogno, ma che sono indotte a credere essenziali per avere una vita più piena e più felice.

Una società che per sopravvivere è basata sulla “pressione consumistica” – essere “consumatori” è un “dovere civico”, ricordava l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – è di fatto una società totalitaria, nella quale esiste un unico modo di pensare, di vivere e il controllo capillare di ciascuno avviene non più tramite la Stasi o la Gestapo, ma attraverso i mass-media che quotidianamente, minuto per minuto, propongono modelli comportamentali che creano una vera e propria dipendenza nell'individuo-consumatore, caratterizzata dalla compulsione a possedere proprio quel determinato bene che ancora non si possiede. Il soggetto avverte che, non potendo disporne, è come se gli mancasse qualcosa di essenziale per mantenere il proprio equilibrio interiore. E finché non si realizza il possesso dell’oggetto, ha la percezione angosciosa di una mancanza radicale, un’astinenza che, perdurando, si incrementa sino a fare di quell'oggetto un obiettivo irrinunciabile.

In una società siffatta, basata sulla soddisfazione privatistica dei bisogni, non trova – e non potrebbe trovare – spazio la “solidarietà umana”, atteso che nella giostra del grande fratello la vittoria arride ad uno solo, il più scaltro, il più furbo, il più cinico; a quello che si fa meno scrupoli in vista dell’obiettivo finale. Il principio motore dell’agire umano non è la mano tesa a chi è rimasto indietro, per compiere il breve o lungo faticoso cammino della vita, ma il motto “mors tua vita mea”, per restare in vantaggio rispetto a tutti gli altri e poter cogliere sempre le migliori opportunità solo per se stessi, dal momento che gli altri esseri umani non sono percepiti come soggetti degni, al pari del vincente, di un’esistenza non dico altrettanto felice, quanto più sopportabile, ma quali competitori nella conquista del gradino più alto della scala sociale.

Una realtà nella quale la disponibilità di oggetti è assunta come unico indizio della superiorità o dell’inferiorità individuale è di fatto una realtà basata sull'istupidimento dell’Uomo e quindi sulla sua “disumanizzazione”. Divorato totalmente dall'apparato tecnico di produzione e distribuzione, spogliato, anzi derubato, della propria umanità, perde la concezione di sé, di quello che realmente è, senza neppure più la coscienza di essere uno “schiavo”, giacché se avesse una tale coscienza e consapevolezza, si ribellerebbe. 

Tale coscienza, tale consapevolezza è abilmente ostacolata nel suo divenire dall'apparente libera scelta tra un’ampia varietà di beni e servizi. Ma questa “libertà” non è più dell’Uomo, quale lo abbiamo conosciuto nei miti e nella filosofia antica, è semmai il trionfo della sua avvenuta mutazione antropologica: da uomo libero si è reso schiavo, accettando supinamente di chiudersi nella gabbia dello sfruttamento e dell’ordine costituito. E tutto questo senza ribellarsi! Senza neppure intravedere l’inganno in cui è caduto, senza neppure sospettare che le sembianze del nuovo sovente nascondono un “ritorno al passato”.

Questo nuovo schiavo è affatto diverso da quelli del passato, ha imparato persino a essere sorridente, efficiente, sempre all'altezza della situazione, necessariamente e continuativamente felice. Perché “pensare positivo”, dare la sensazione di essere felici, sempre soddisfatti è essenziale per non essere considerati “perdenti”. 

In questa sorta di regime di felicità imposto, chi non sceglie questa felicità è costretto necessariamente a nascondersi e a desiderare addirittura d’essere dimenticato, per non dover subire l'onta d’essere additato come un disadattato. Lacerati dalla vergogna e dal senso di colpa, si autoconvincono persino di essere loro la causa del proprio senso di inadeguatezza, perché inferiori, nati al contrario, sbagliati, malati, rendendo così - senza volerlo - anche un ottimo servizio al sistema che potrà continuare a propagandare indisturbato il suo come il migliore dei mondi possibili, nell'euforia collettiva da “Mulino Bianco”.

Non dovremmo dunque meravigliarci se le nuove generazioni di giovani – che vivono in un mondo di egoismo, fatto di apparenze da mantenere ad ogni costo – nascono già così cinici e indifferenti nei confronti della società, della politica. Essi sono già disillusi e incapaci di lottare per un futuro che vedono irraggiungibile, non già perché irraggiungibile ma perché non sanno neppure per cosa valga la pena combattere. 

La disumanizzazione dei padri li ha pian piano logorati, annientati, cancellati, automizzati, trasformandoli in non persone, scheletri vaganti, col telefonino attaccato all'orecchio, che s’aggirano per le strade con occhi spenti e anima persa. Essi non sono più “i figlie e le figlie della forza stessa della Vita”, ma figli di schiavi – prede dell’ansia e della depressione, sempre dietro l’angolo, che aspetta nel buio, in silenzio, per poterli divorare – che hanno imparato presto a chinare il capo e dire sempre sì nella speranza di mantenere un lavoro insoddisfacente e malpagato.

Milioni di anni di evoluzione della specie umana – piaccia o non piaccia – hanno programmato l’Uomo per stabilire vincoli significativi con gli altri suoi simili, con la natura, con gli oggetti culturali, non certo in via prioritaria con le cose. Se è vero che il possesso di beni materiali è pur necessario alla vita dell’Uomo, appiattirlo sulla dimensione predominante di “consumatore” non può non produrre un progressivo isterilimento della sua capacità di sentire umanamente. 

Limitare o sopprimere questa sua naturale inclinazione, che appare inconciliabili con le esigenze della società attuale, che richiede qualità di carattere e stili di vita ben diversi, equivale in definitiva ad alienarlo dalla propria natura.

La “dissoluzione” dell’Uomo, che implica la sua riduzione alle cose che si desidera comprare, si realizza con gli oggetti che prendono il posto della coscienza: egli non pensa più, ma si identifica totalmente con essi. 

Spogliato della sua coscienza si concede allora al mondo e agli altri come merce da vendere bene sul mercato. La cura del corpo e del modo di presentarsi agli altri, imposto dal modello culturale dominante, assumono forme coattive fino al logoramento e allo stordimento di se stessi. La continua fuga da loro stessi, dalla loro condizione presente, l’inquietudine per il corpo, troppo magro o troppo grasso, troppo altro o troppo basso, la vecchiaia infine percepita più come una stigmate che come il naturale divenire della vita, distraggono dalle domande ultime, che dovrebbero invece abitare con tutta la loro fecondità l'anima dell'Uomo: "fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza".

Questa ricerca affannosa dell’effimero, che provoca una vera e propria atrofia mentale, si fa più evidente nello svago, che assume le forme dello stordimento psichico: divertirsi significa non pensare, dimenticare la sofferenza intorno, anche quando questa viene esposta e messa in mostra sopra un piatto d’argento.

Se questo è il quadro sociale nel quale siamo costretti a vivere, dove disarmonia e lacerazione dei rapporti umani sono il requisito essenziale per la sopravvivenza del sistema stesso: se i modelli di consumo rimanessero stazionari, per la gran parte delle persone verrebbe a mancare il fattore competizione, essenziale per la lotta per il successo, anche se illusorio, rappresentato dal possesso di beni di consumo. La mancanza della pressione consumistica, con la minore produttività da parte degli operai, determinerebbe inevitabilmente la conseguente riduzione degli stessi beni di consumo. E il sistema collasserebbe!

E' evidente pertanto che in un tale sistema malato, che per affermare se stesso deve negare la natura propria dell’Uomo, è assai improbabile che non avvenga la fuga dell’uomo verso il non umano, salvo meravigliarsi poi che gli uomini siano diventati quel che sono: trasfigurazioni delle forze mostruose e inafferrabili del capitalismo!

Quale felicità, quale liberazione possiamo davvero conseguire, quando l’unico scopo collettivo che ancora rimane al genere umano è il perseguimento dell'interesse materiale personale? Come fare del mondo dell’anima e dello spirito un regno autonomo di valori, quando è il consumismo a dare la misura ai valori e si innalza al di sopra di quello? Come progettare un mondo di valore superiore, approvato incondizionatamente dall'intera umanità, quando ogni individuo può e vuole realizzarlo solo per sé stesso, dall'interno, senza sentire il bisogno di estenderlo a tutti i suoi simili? Come possiamo veramente credere che si possa sostenere il nostro consumismo sfrenato, senza porci la questione se il mondo sia in grado oppure no di sostenerlo?

Le conseguenze drammatiche dei cambiamenti climatici sono ormai sotto i nostri occhi, ma la maggior parte delle persone chiudono gli occhi per non vedere. Si preoccupano che che i loro figli siano ben coperti, che abbiano tutto quanto serve loro per una sana crescita, ma distolgono l’attenzione sul fatto che se si va avanti così, per i nostri figli e i nostri nipoti, rimarrà ben poco dell'ambiente naturale originario, oramai sempre più sfruttato e minacciato.

Reclamano i loro personali diritti, quando ritengono non siano stati rispettati, ma tacciano sulle conseguenze della cattiva politica, che mostra chiaramente i cedimenti del modello democratico, quale prolusione alla sua definitiva sconfitta. 

I nostri governanti si vantano della stabilità delle nostre democrazie, ma basta lo spettro della minaccia terroristica a seminare lo scompiglio e a giustificare il ricorso a leggi restrittive e all'innalzamento di muri per proteggere i loro bravi cittadini dai nuovi barbari, che premono sempre più numerosi ai nostri confini spinti dalla fame e dalla guerra.

La dimensione politica e pubblica, la lotta degli operai, la crisi economica sembrano aver perso ogni urgenza e necessità. A nessuno interessa la sorte degli operai, dei giovani senza lavoro, salvo a quelli che questo dramma lo vivono personalmente; tantomeno interessa la sorte di quanti a rischio della propria vita si trovano nella situazione di essere costretti a partire.

Questo indebolimento della coscienza umana non fa più chiedere loro, di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia giusta, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società o il mondo cui apparteniamo. Di un politico, non si chiedono se sia onesto, se sia un punto di riferimento morale per i cittadini; si chiedono tutt'al più se soddisferà meglio di un altro al loro particolare e privato interesse.

È fuor di dubbio che trovare le risposte a domande come queste non sia cosa facile, ma erano queste, un tempo, le domande politiche per eccellenza. Da queste domande sono scaturite le rivoluzioni che hanno prodotto i moderni stati democratici. 

Forse noi uomini occidentali dovremmo reimparare a porci queste domande per uscire dalla stanchezza, dall'inadeguatezza generale che contrassegnano il nostro vivere quotidiano, dallo scacco esistenziale, dal naufragio dell’anima, sui quali s’incistano l’ansia e la depressione. 


I giovani dovrebbero riscoprire il coraggio di scelte difficili, quelle che ebbero la capacità di fare altri uguali a loro, allo scopo di conquistare quella libertà di cui i primi non sanno più cosa farsene. Se non sapranno riappropriarsi della politica, lo scenario nel prossimo futuro sarà molto diverso: la scelta non sarà più fra Stato e mercato, ma fra due tipi di Stato.