Diamo pure il benvenuto al marò Girone, cui il Tribunale
dell’Aja ha dato il suo ok perché possa aspettare in Italia l'esito
dell'arbitrato internazionale. Ma che il premier festeggi con un tweet l’evento
e pensasse di portare persino i due marò alla parata del 2 giugno sa proprio di
grande buffonata. Qualcuno (forse il Quirinale, forse la Difesa, forse la
Farnesina) più cautamente ha ritenuto opportuno smorzare l’esultanza di Renzi
e dei suoi ministri, pronti a fare dell’evento uno spot elettorale.
A quanti salutano Salvatore Girone e Massimiliano Latorre quali
nuovi eroi di chissà che cosa, occorre ricordare che i due, sia pure senza
ancora un capo d’imputazione diretta, sono accusati di aver ucciso due
pescatori indiani scambiati per due pirati al largo della costa del Kerala, nel
sud dell’India.
Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di
guerra. Esibirli in pompa magna è quanto di più inopportuno possa esservi sia
nei confronti del governo indiano sia nei riguardi dei familiari delle vittime.
E' bene chiarire che il marò Salvatore Girone non è rientrato in Italia
in quanto assolto e la verità – per ora – non la conosce nessuno. Nessuno ha
prove evidenti che possano scagionare o accusare i due marò.
L’unico dato incontestabile è che quel 15 febbraio 2012 il peschereccio
indiano, il Saint Antony, senza un ragionevole motivo punta verso il mercantile
Enrica Lexie. I marò a bordo, in missione di protezione della nave mercantile
in acque a rischio di pirateria, convinti di trovarsi sotto attacco pirata,
sparano in direzione del peschereccio indiano. Valentine Jalstine e Ajesh Binki,
i due pescatori a bordo, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco.
Due
pescatori, due padri di famiglia, morti ancora senza un motivo e spariti
velocemente dalle cronache per far posto alla fanfara patriottarda che ha
trasformato Girone e Latorre in eroi della patria.
È
stomachevole come si possano alterare a tal punto i fatti, laddove anche il semplice
resoconti dei fatti racconta tutta un’altra storia, dolorosa e tragica ma non
certo eroica. Fin dall’inizio la vicenda dei due marò è stata piegata a una
ricostruzione dei fatti distante dalla realtà e funzionale all’immagine che si
è voluta dare in pasto all’opinione pubblica.
Il governo italiano e il sistema
di informazione di regime, per esempio, nel raccontare la vicenda hanno sempre
omesso di ricordare all’opinione pubblica che i due marò non partecipavano a
una missione approvata da un organismo internazionale, tantomeno erano lì per difendere
la patria e rappresentare l’Italia nel mondo, ma erano stati “prestati” dalla Marina
Militare al proprietario di una petroliera italiana.
Per la giustizia indiana
essi erano e restano semplicemente “contractor privati” in servizio a bordo di
un'imbarcazione di proprietà di un armatore privato. Dunque di quale immunità
la giustizia indiana avrebbe dovuto o dovrebbe tener conto?
A parti invertite, ovvero se fossero stati gli indiani a far
fuoco su un peschereccio italiano, provocando la morte di parte dell’equipaggio,
la nostra magistratura non avrebbe mostrato agli imputati un volto ugualmente accomodante
e comprensivo. Ma noi rappresentiamo gli indiani come trogloditi.
In conclusioni nessuno sa come sono andate realmente le
cose: dovremo attendere il verdetto. Questa circostanza dovrebbe suggerirci una
condotta più prudente e sommessa, nel rispetto di un governo sovrano e
soprattutto dei familiari delle vittime. E questo almeno fino a conclusione
della vicenda giudiziaria. Salutare i due marò come eroi ed esibirli sul carro
del trionfo credo sia quanto di più intempestivo e inopportuno possa esservi.
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