domenica 29 maggio 2016

Bentornato Salvatore

Diamo pure il benvenuto al marò Girone, cui il Tribunale dell’Aja ha dato il suo ok perché possa aspettare in Italia l'esito dell'arbitrato internazionale. Ma che il premier festeggi con un tweet l’evento e pensasse di portare persino i due marò alla parata del 2 giugno sa proprio di grande buffonata. Qualcuno (forse il Quirinale, forse la Difesa, forse la Farnesina) più cautamente ha ritenuto opportuno smorzare l’esultanza di Renzi e dei suoi ministri, pronti a fare dell’evento uno spot elettorale.

A quanti salutano Salvatore Girone e Massimiliano Latorre quali nuovi eroi di chissà che cosa, occorre ricordare che i due, sia pure senza ancora un capo d’imputazione diretta, sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per due pirati al largo della costa del Kerala, nel sud dell’India.

Girone e Latorre non sono eroi e non sono prigionieri di guerra. Esibirli in pompa magna è quanto di più inopportuno possa esservi sia nei confronti del governo indiano sia nei riguardi dei familiari delle vittime. E' bene chiarire che il marò Salvatore Girone non è rientrato in Italia in quanto assolto e la verità – per ora – non la conosce nessuno. Nessuno ha prove evidenti che possano scagionare o accusare i due marò.

L’unico dato incontestabile è che quel 15 febbraio 2012 il peschereccio indiano, il Saint Antony, senza un ragionevole motivo punta verso il mercantile Enrica Lexie. I marò a bordo, in missione di protezione della nave mercantile in acque a rischio di pirateria, convinti di trovarsi sotto attacco pirata, sparano in direzione del peschereccio indiano. Valentine Jalstine e Ajesh Binki, i due pescatori a bordo, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco. 

Due pescatori, due padri di famiglia, morti ancora senza un motivo e spariti velocemente dalle cronache per far posto alla fanfara patriottarda che ha trasformato Girone e Latorre in eroi della patria.

È stomachevole come si possano alterare a tal punto i fatti, laddove anche il semplice resoconti dei fatti racconta tutta un’altra storia, dolorosa e tragica ma non certo eroica. Fin dall’inizio la vicenda dei due marò è stata piegata a una ricostruzione dei fatti distante dalla realtà e funzionale all’immagine che si è voluta dare in pasto all’opinione pubblica. 

Il governo italiano e il sistema di informazione di regime, per esempio, nel raccontare la vicenda hanno sempre omesso di ricordare all’opinione pubblica che i due marò non partecipavano a una missione approvata da un organismo internazionale, tantomeno erano lì per difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo, ma erano stati “prestati” dalla Marina Militare al proprietario di una petroliera italiana. 

Per la giustizia indiana essi erano e restano semplicemente “contractor privati” in servizio a bordo di un'imbarcazione di proprietà di un armatore privato. Dunque di quale immunità la giustizia indiana avrebbe dovuto o dovrebbe tener conto?

A parti invertite, ovvero se fossero stati gli indiani a far fuoco su un peschereccio italiano, provocando la morte di parte dell’equipaggio, la nostra magistratura non avrebbe mostrato agli imputati un volto ugualmente accomodante e comprensivo. Ma noi rappresentiamo gli indiani come trogloditi.


In conclusioni nessuno sa come sono andate realmente le cose: dovremo attendere il verdetto. Questa circostanza dovrebbe suggerirci una condotta più prudente e sommessa, nel rispetto di un governo sovrano e soprattutto dei familiari delle vittime. E questo almeno fino a conclusione della vicenda giudiziaria. Salutare i due marò come eroi ed esibirli sul carro del trionfo credo sia quanto di più intempestivo e inopportuno possa esservi.

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