Tappeto rosso in piazza della Signoria a Firenze per accogliere Angela Merkel che, dopo aver ringraziato il sindaco Nardella e il presidente del Consiglio Matteo Renzi per la «meravigliosa accoglienza», si è detta «tranquillizzata» dal percorso di riforme in corso in Italia e ha esortato a continuare sulla medesima strada: «il piano di riforme di Matteo Renzi è molto ambizioso e molto importante, un processo lungo che sono sicura porterà dei risultati».
Quali sono le importante riforme messe in campo da Renzi? Me ne vengono in mente tre: la riforma del lavoro, quella del senato e quella della legge elettorale. Dubito che queste riforme servano a favorire lo sviluppo economico e a invertire i dati sulla disoccupazione e sul debito pubblico di cui nessuno parla più, quasi che magicamente si sia fermato.
Sul fronte dell’occupazione, a novembre 2014 il tasso di disoccupazione ha raggiunto quota 13,4%, in aumento; quello giovanile è davvero allarmante: nella fascia di età tra i 15-24 anni il dato sale al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre.
Il debito pubblico in Italia – nonostante i tagli alla sanità, all’istruzione e alla cultura – non accenna a diminuire, ma cresce. Dal novembre 2011 in poi, con l’inaugurazione del “regime di austerità”, l’andamento della spesa pubblica italiana non ha accennato a deflettere verso il basso. Il governo Monti, in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, ha generato un aumento di 128.904 miliardi, pari a circa 7,5 miliardi di aumento medio mensile: il peggior risultato rispetto a tutti i governi che l’hanno preceduto dal 1996. Al termine della “cura Monti” ciascun cittadino italiano, facendo pari a 59,6 milioni la popolazione complessiva, ha visto incrementare il proprio debito verso lo Stato di 2.163 euro. Pertanto, il debito a carico di ciascun cittadino italiano, al termine del governo Monti, è salito a 34.250 euro (neonati compresi).
Sempre sul fronte del debito pubblico, le cose sono andate meglio dopo? No. Il governo Letta, partito a fine aprile 2013, con un debito di 2.041,293 miliardi di euro, verso fine febbraio 2014 mette a segno un nuovo record, spostando l’asticella all’importo di 2.089,462 miliardi di euro, con un aumento dunque in 9 mesi di oltre 48 miliardi. Alla fine del governo Letta, il debito a carico di ciascun cittadino italiano è stato pari a 35.058 euro.
È il 22 febbraio 2014 quando a palazzo Chigi lo scettro passa a Matteo Renzi. Pensavamo che dopo Berlusconi ci saremmo liberati una volta per sempre dai leader piazzisti e venditori di tappeti: un’illusione troppo breve. Renzi da subito ci stupisce con i suoi “effetti speciali” (slide, twitter, ecc.), alimentando nei cittadini aspettative all’insegna del cambiamento: “il nuovo che avanza”, il “rottamatore”. Gli italiani, come già accaduto con Berlusconi, gli credono: “Renzi farà un sacco di cose”. Nell’attesa conferenza stampa del 12 marzo il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si presenta armato di slide da “televendita” e annuncia le sue misure: scuola, lavoro, riduzione delle tasse per 10 miliardi di euro, tagli alla spesa pubblica attraverso la spending review, scure sugli stipendi di dirigenti e manager pubblici, con un tetto di 240000 euro, riforma della giustizia, trasparenza sulle nomine e sulle spese della pubblica amministrazione, basta auto blu, i sottosegretari andranno a piedi.
Dopo il mercato delle promesse, il consuntivo di Matteo Renzi è molti proclami e parole, pochi fatti, salvo i mitici “80 euro” venduti come panacea di tutti i mali del paese ma in realtà mero provvedimento per una propaganda elettorale dal grande effetto, consentendo al Pd, quindi a Renzi, di ottenere il 40,8% dei voti sul territorio nazionale. Achille Lauro per diventare sindaco di Napoli regalò ai potenziali elettori una scarpa con la promessa di dare anche la seconda se fosse stato eletto; Berlusconi con la promessa della eliminazione dell'ICI e della social card vinse le elezioni del 2008. Renzi con i soldi dei contribuenti italiani ha siglato il suo successo elettorale. Questo accade in Italia, perché pare che la maggioranza degli italiani non abbiano la capacità di distinguere la verità dalla menzogna e di riconoscere gli onesti dai disonesti. Gli italiani ci cascano sempre; l'esperienza non li vaccina.
Il potere si serve della menzogna, delle omissioni, della disinformazione per raggiungere il suo scopo. Tanto più la realtà è falsificata dal capo, tanto più le masse sono disposte a credergli. E sei un capo proprio nella misura in cui riesci a far loro bere di tutto. Più è grande la menzogna, più verrà creduta: la verità fa male perché obbliga a interrogarsi, a fare una scelta e quindi ad assumersi le proprie responsabilità. Non ci sono scappatoie dinanzi alla propria coscienza che ci sbatte in faccia la voce imperiosa della verità. Di fronte ad essa ci sentiamo nudi, a disagio. È più facile allora disfarcene in favore di un qualunque Uomo della Provvidenza che si faccia carico della nostra inettitudine, della nostra viltà.
Siamo così bombardati da falsità e bugie che stentiamo a riconoscere la realtà che si svela davanti ai nostri occhi. E quando una voce libera ci prova, nel mezzo dell’ipocrisia dilagante, diventa essa stessa bugia, proprio perché è diversa dalla verità confezionata dal potere per le masse, che sono state vaccinate per ripudiare tutto ciò che non è conforme al sistema.
Ci siamo talmente assuefatti alla corruzione che possiamo persino giustificarla e tollerarla, quando addirittura esaltare certi comportamenti, perché probabilmente è quello che faremmo noi se ne avessimo l’occasione. Qualche ventennio fa assistemmo tutti al lancio delle monetine contro Craxi al grido di “Ladro”, “Vergogna” e “Bettino vuoi pure queste”. Oggi invece che i miasmi della corruzione lambiscono ogni settore della vita civile, sociale ed economica del nostro Paese nessun grido d’indignazione si leva. Corrotti, corruttori, evasori fiscali, frodatori, criminali non si vergognano più di niente, mancando dei più elementari criteri morali o valori di riferimento.
Anche con Renzi il debito pubblico italiano ha incontrato pochi ostacoli. Dal giorno del suo insediamento, il 22 febbraio 2014, il debito pubblico è salito con un ritmo che non si registrava dal 1994: + 141,20 euro pro capite ogni mese, con un totale di circa 36mila euro a testa. Ma la Merkel promuove la politica di Renzi.
Dobbiamo allora ragionevolmente dedurre che la riforma del Senato e la nuova legge elettorale, che di fatto vanificherà il voto dei cittadini e consegnerà il Paese all’arbitraria oligarchia del governo e del suo capo, siano le riforme tanto auspicate dalla Germania? Di Pietro direbbe che c’azzeccano le riforme istituzionali con le misure urgenti che invece avrebbe dovuto essere adottate per contenere l’alto debito pubblico e la disoccupazione crescente?
Perché Renzi ha dedicato un anno alle riforme istituzionali, trascurando le vere emergenze, quelle dell'economia e del lavoro? Forse perché le lobby di potere occulto, che gli dettano la lista delle cose da fare, sono interessate soprattutto a cancellare i diritti democratici garantiti dalla Costituzione. È comprensibile che ai fascisti e ai padroni la nostra Costituzione non piaccia: non è tollerabile l’uguaglianza dei cittadini in tema di diritti e di giustizia. Meno comprensibile che gli elettori del Pd – un tempo più scaltri ad annusare il pericolo – non si siano ancora accorti che il loro partito, con i voti di Berlusconi, intende smontare la Repubblica, consegnandola al potere padronale del capo dell’esecutivo. Insomma riforma della Costituzione in chiave P2 che prevede lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento all’esecutivo.
Il fatto poi che pochissimi lo dicano non significa necessariamente che sia meno vero: Renzi è un usurpatore; l’attuale Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum, è occupato da una casta soggetti non legittimati dal popolo.
Renzi occupa la poltrona di premier abusivamente, in quanto non è passato dalle urne per chiedere il consenso. La sua investitura al potere non deriva dal popolo ma da Giorgio Napolitano. Se il Parlamento, come eminenti giuristi hanno dichiarato, non è “delegittimato” – in quanto neppure a Dio è concesso di cambiare il passato –, non è neppure legittimato a intervenire sulla Costituzione. Insomma, prendiamo atto che i figli nati da uno stupro non siano meno legittimi di quelli nati da un rapporto consensuale, ma questo non elimina il fatto che i primi siano l’esito di una violenza e i secondi di amore. Il fatto che Giorgio Napolitiano abbia sempre rifiutato l'interpretazione dell'illegittimità del Parlamento non ripristina di per se la verità, allo stesso modo che l’oste che dichiari vino l’acqua non trasforma di fatto l’acqua in vino. Il comportamento posto in essere da Giorgio Napolitano nel corso della sua presidenza si è rivelato spesso poco attento e sensibile al dettato costituzionale.
Ho sentito e sento spesso dire che Giorgio Napolitano ha salvato l’Italia dall’ingovernabilità e dallo tsunami dei mercati finanziari, ma il dovere del Presidente della Repubblica non è quello di scegliere questo o quel leader che piaccia o meno all’opposizione e non è neppure quello di anteporre alla fiducia del Parlamento quella della Banca Centrale o del Fondo Monetario. Il dovere del Presidente della Repubblica è quello di essere innanzitutto garante della Costituzione. Piero Calamandrei definì il presidente della Repubblica «vox Constitutionis». L’art. 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità in Italia deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e non affidata alla singola arbitrarietà di questa o quella figura istituzionale ancorché scaturita e giustificata dall’opportunità del momento storico. In particolare, i poteri e i limiti del Presidente della Repubblica sono chiaramente e rigidamente codificati nella Costituzione. E se l’ossequio alla Costituzione impone il ricorso alle urne, il dovere del Presidente è quello di indire nuove elezioni e non quello di stabilire l’indirizzo politico del Paese con la scelta di questo o quel leader.
Se in “democrazia” nessun potente è al di sopra della legge, guardando quel che accade, il dubbio che la “democrazia” abbia veramente attecchito nel nostro Paese è molto forte. Tutti si riempiono la bocca con la parola “democrazia”, dai partiti agli organi di stampa, dal presidente del Consiglio ai sottosegretari, dai portaborse agli uscieri comunali, dai magistrati ai poliziotti, ecc. ecc., poi però nessuno di questi degni signori si prende la briga di vigilare non solo sulla costituzionalità degli atti di governo, ma anche sull'obbedienza delle varie forze politiche alle regole liberali e democratiche del giuoco, e quindi a intervenire prontamente contro chi le infrange in difesa proprio dei principi democratici. Quali siano è presto detto: sovranità della legge, trasparenza, libertà di opinione e di informazione. Senza questi principi democratici, nemmeno il diritto di voto è dotato di senso democratico. Quando la maggioranza della stampa e dei mass media è concentrata nelle mani di una élite dominante, capace di formare e plasmare le opinioni e gli atteggiamenti della collettività, com’è possibile l’onesta misurazione del consenso e del dissenso?
Dunque, secondo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, questo governo e questo Parlamento hanno mandato a modificare la Costituzione. Domanda: può un Parlamento illegittimo cambiare la Costituzione?
Sic stantibus rebus, la risposta – suggeritami dal buon senso e dalla logica – è no. Un Parlamento formato da una legge incostituzionale è esso stesso incostituzionale per derivazione e tutto può fare tranne che modificare la Costituzione, perché a distanza anch’essa potrebbe essere dichiarata incostituzionale. Un albero sorto su un terreno inquinato è esso stesso inquinato e lo saranno anche i suoi frutti. Dunque, nel pasticciaccio della situazione italiana è impossibile varare la riforma del Senato proprio in quanto riforma costituzionale da parte di un Parlamento incostituzionale. Peraltro tralasciando questo dettaglio, niente affatto trascurabile, lo stesso disegno di legge è ad altissimo rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale.
Il Senato è su base elettiva ed è previsto dalla nostra Costituzione secondo un sistema bicamerale perfetto: ambedue le camere che formano il Parlamento hanno identici poteri. I disegni di legge approvati da uno dei due rami del parlamento, devono passare all'altro per essere approvati in via definitiva; in caso contrario il testo dovrà ritornare nuovamente al ramo del parlamento che lo ha esaminato per la prima volta. Non v’è dubbio che il procedimento legislativo con il sistema del bicameralismo perfetto è più complicato e lento, in quanto – in via teorica – ciascuno dei due rami del parlamento può continuare ad apportare modifiche al testo votato dall'altro ramo, allungando indefinitamente i tempi dell'approvazione della legge. Ma la riforma voluta da Renzi comporta uno sfregio delle garanzie democratiche, con l’obiettivo di dare al presidente del Consiglio “poteri padronali”, toglie voce a ogni opinione minoritaria. Un Senato di nominati, con la sola funzione essenziale di partecipare alle riforme costituzionali, unito ad uno spropositato premio di maggioranza – previsto dall’Italicum – finirebbe per sopraffare le attuali minoranze interne e le opposizioni esterne. Sarebbe questa una gravissima limitazione della rappresentanza e quindi della democrazia.
Ecco perché non è possibile giudicare separatamente riforma del Senato e legge elettorale: l’una non può vivere senza l’altra. La prima rafforza gli effetti della seconda nell’ottica di creare tutti i presupposti per una “svolta autoritaria” dell’esecutivo, che è un vecchio sogno della Loggia P2. La riforma del Senato voluta da Renzi consiste sostanzialmente nella trasformazione dall’attuale bicameralismo perfetto in un sostanziale monocameralismo su base maggioritaria. Insomma, un nuovo regime politico non molto dissimile da quello fascista. Tutto il potere all’esecutivo, un parlamento asservito al diktat del duce, le minoranze relegate al ruolo di comparse.
La posta in gioco è alta. Stiamo assistendo allo smontaggio sistematico della nostra Repubblica in chiave autoritaria con la complicità di quelli che un tempo sembravano i più fedeli assertori delle garanzie democratiche e dei principi costituzionali. È tempo di lanciare l’allarme!