domenica 19 aprile 2015

ANCORA TAGLI ALLA SANITÀ

Nel Documento Economico Finanziario (Def) del 2015, v’è un problema di vistosa disonestà intellettuale. Sono previsti tagli alla Sanità per 2,637 miliardi di euro (2,352 miliardi dal fondo sanitario nazionale e 285 milioni dall’edilizia sanitaria). Un vero e proprio patto scellerato siglato alla chetichella tra il Governo e le Regioni, con l’unica eccezione del Veneto, sulla pelle dei malati.

I luoghi comuni sono sempre gli stessi: “la coperta ormai è troppo stretta”. Da qualche parte “bisogna tagliare” se vogliamo evitare l’aumento dell’IVA, delle accise, ecc. Siamo vicini alla fine del tunnel; ancora un altro sacrificio e siamo fuori. Poi, siamo sull'orlo del precipizio. Se non si riduce il disavanzo statale i mercati ci penalizzeranno. Lo spread, oddio lo spread! Ci troviamo di fronte ad un bivio; occorre ridurre il debito pubblico. Le metafora della coperta, del tunnel, del bivio hanno un unico fine: costringerci ad una scelta senza scelta!

È possibile che manchi del tutto un pensiero riformatore in grado di immaginare una terza possibilità capace di coniugare rigore nei conti pubblici con lo Stato sociale?

Per quanto riguarda le Regioni, è intollerabile assistere al fiume di denaro che se ne va ogni anno per pagare gli stipendi dei consiglieri (in tutto quasi un miliardo l’anno), le consulenze esterne (in tutto 800 milioni l’anno), i trasferimenti alle varie “aziende regionalizzate, provincializzate, municipalizzate e consortili” (3,2 miliardi di euro). La spesa di beni e servizi non sanitari, secondo fonte Istat 2014, raggiunge la ragguardevole cifra di 6 miliardi l’anno. Quello che lascia veramente perplessi è che su queste voci di “risparmio” nulla è stato fatto e nulla si fa.

Perché anziché tagliare questi ultimi capitali di spesa, si è preferito ancora una volta incidere su un bene essenziale per la collettività come la Sanità?

La prima risposta che mi viene è che nel nostro sciagurato Paese manca la volontà politica di combattere i vampiri della politica, i profittatori e gli sfruttatori. Il cuore della Nazione si sta fermando proprio a causa della pervasiva corruzione, dell’intreccio perverso tra malaffare e politica, le cui dimensioni credo siano di gran lunga superiori a quelle che vengono, spesso faticosamente, alla luce, proprio in considerazione dei tanti impedimenti che la politica mette al lavoro della magistratura. L’illegalità nella Pubblica Amministrazione è così “dilagante” da imporre una lotta improcrastinabile al fenomeno, il macigno dell’evasione fiscale scarica sui lavoratori dipendenti il peso delle tasse, impedendo lo stimolo della domanda interna, ma l’urgenza del Governo Renzi è l'Italicum e la riforma del Senato.

Un vero e proprio pensiero riformatore dovrebbe ingaggiare una serrata lotta allo sperpero di denaro pubblico, all'evasione fiscale, alla corruzione che ammorba l’aria che si respira; proprio per il bene del Paese, di cui sono gli indegni rappresentanti, che è in gravi difficoltà. L’onestà è umiliata e la dignità delle persone stremata dalle difficoltà di quanti si trovano a lottare per sopravvivere insieme alla propria famiglia.

Queste dovrebbero essere le riforme urgenti da adottare, più consone ad una maggioranza che osa proclamarsi di centrosinistra, e non quelle dell’attuale Governo Renzi, che più che riforme, come da tanta parte si osa spacciarle, sono controriforme, destinate a stravolgere per sempre lo spirito della nostra Costituzione.

Mai nessuna azione chirurgica sul fronte degli sprechi. Niente da fare. Si è scelto opportunamente di non ingaggiare una tale battaglia a dimostrazione del fatto che il mondo non appartiene ai cittadini ma all'oligarchia invisibile che governa il mondo. E i politici, loro luogotenenti, che si alternano alla guida dei loro paesi si guardano bene dall'irritarli. Tutti gli altri – il resto della popolazione che non fa parte del club, un club esclusivo di poche migliaia di persone – farebbero bene a realizzare che non valgono un “cazzo”. In questa logica appare dunque comprensibile come ancora una volta il conto dei risparmi attesi dal Def venga fatto pagare ai poveri disgraziati.

Se i singoli malati in tanti casi non avranno i farmaci innovativi presenti sul mercato, cioè quelli più efficaci, perché le Regioni devono contenere i costi, chi se ne frega. Se il cardiochirurgo impianterà al paziente una protesi valvolare meno costosa, col rischio che smetterà di funzionare dopo qualche anno, chi se ne frega se questa scelta è più compatibile con i bilanci dell’azienda ospedaliera. Se in un reparto ospedaliero non si potrà contare su un’adeguata assistenza infermieristica, giacché il costo per il personale nel 2015 è minore di quello del 2010, chi se ne frega. Costoro, alla faccia dell’art. 32 della Costituzione, non contano un “cazzo”. Chi se lo potrà permettere avrà le cure appropriate; tutti gli altri si accontentino di quel che passa il convento.

Questo tragico epilogo non è soltanto il risultato della malafede dei politici, che con la logica coercitiva della coperta troppo stretta, ci inducono a credere che non c’è alternativa all'attuale stato delle cose. D'altronde sono pagati e mandati al potere proprio a questo scopo. Tale epilogo è anche la conseguenza di una società civile, un tempo vivacissima, degenerata in società incivile, in cui ognuno pensa che i problemi degli altri non lo riguardino e aspetta pigramente che sia lo Stato a trovare la soluzione a tutto.

domenica 29 marzo 2015

IL DISASTRO AEREO DELLA GERMANWINGS

Conosciamo ormai tutto sul disastro aereo della Germanwings. Il tentativo del comandante di entrare nella cabina di pilotaggio bloccata dal copilota; la drammatica simulazione degli ultimi otto minuti dell’A320 prima dello schianto; i precedenti di piloti suicidi; la malattia nascosta di Lubitz, improvvisamente riemersa dopo una banale crisi di coppia; ecc. ecc. Ma siamo destinati a non sapere mai la ragione vera che ha spinto un brillante pilota di 27 anni a precipitare l’aereo, con il suo carico di vite umane a bordo, contro una parete rocciosa.

Televisione, stampa, talk show, come un branco di squali impazziti dall'odore del sangue, alimentano morbosamente l’ambivalente gioco di fascinazione e repulsione intorno alle rappresentazioni della morte, dissezionando nei minimi dettagli tutta la vicenda anche di quegli aspetti affatto trascurabili, nel tentativo di far assaporare, almeno in parte, un po’ di quella realtà altrimenti percepita solo attraverso lo schermo televisivo.

In quest’orgia ditirambica della spettacolarizzazione della tragedia, ciò che prevale non è la pietà o la compassione, ma solo “voyeurismo”. La morte, che richiederebbe grande rispetto e soprattutto capacità di fare silenzio, diventa spettacolo, fiction.

L’occhio onnipresente delle telecamere, con l’utilizzo di esperti, piegati alle esigenze rappresentative proprie dei media, non è informare, ma sedurre lo spettatore per alzare lo share televisivo, secondo le logiche proprie del consumo, rendendo impossibile una rappresentazione pietosa, partecipe e catartica della sofferenza umana.

Questa amplificazione esagerata della vicenda ha come esito la banalizzazione del dolore; quei ragazzi che hanno perso la vita, perdendo quell'identità personale, che li caratterizzava e li individuava, divengono funzionali alle sole logiche di marketing aziendale per vendere spazi pubblicitari.

Di essi non si parla. Le vittime restano sempre sullo sfondo. Tutti vogliono sapere invece di Andreas Lubitz, conoscerne il passato nei minimi particolari. Come abbia, con freddezza e lucidità, potuto mettere in atto un gesto che ha causato lo schianto dell’aereo con 150 persone bordo contro una montagna francese.

Forse questa smania di sapere risponde al desiderio di esorcizzare quella parte buia che alberga in ognuno di noi; allontanarla da se stessi per rendersi immuni da quella tentazione. Una forma di “riscatto catartico” con cui liberarsi da una probabile “contaminazione”; per rinforzare forse il convincimento che noi non saremmo mai capaci di commettere simili gesti malvagi e crudeli.

La verità che si vuole tacere è che siamo tutti, chi più chi meno, indirizzati verso la “follia”, perché il male è nelle viscere della nostra società che lo partorisce perché è fredda, anonima. Quando il valore centrale di una società si basa sulla continua espansione del consumo, è necessario mantenerla sempre su di giri. Perché solo attraverso quest’atteggiamento psicologico di euforia si possono convincere milioni di persone a spendere sempre di più, consumare sempre di più, lavorare sempre di più, per possedere cose di cui non hanno veramente bisogno. Se le masse non diventano maniache ed euforiche i consumi ristagnano, le borse non salgono, il sistema si ferma. I meccanismi d'azione e gli effetti della nostra società, improntati sulla necessità di continuare a sviluppare i consumi, sono molto simili a quelli della cocaina; per provare l'eccitazione iniziale occorre sempre aumentare la dose. E siccome questa condizione non può durare in eterno, si produce una progressiva diminuzione della stimolazione euforizzante, una contrazione della durata degli effetti, una caduta verticale della sensazione di benessere con conseguente malessere e depressione.

Dietro il falso senso umanitario che il nostro sistema ostenta si cela una strana mescolanza di insensibilità, indifferenza e moralismo. Come potremmo altrimenti assistere quotidianamente alle guerre, alle carestie, alle epidemie, alle catastrofi e coniugarle, con inerzia e naturalezza, con il lusso, l’effimero, la raffinatezza, il benessere esasperato dell’altra metà del mondo?

La verità ancora è che la nostra società e la cultura che la rappresenta è superficiale. È programmata per dare un’immagine di sé gaudente, ludica, stupidamente euforica, arrogantemente dimentica dell’angoscia del soffrire, del morire, dove l’ottimismo è d’obbligo. E se non condividi i suoi stili e modelli di vita, se non dimostri di essere sensibile alle tentazioni del continuo rinnovamento offerto dal mercato dei consumi, se non dimostri d’essere un vincente, sei bocciato, fuori posto.

Una faccia contratta dal dolore, un corpo smunto che parla di miseria sono una macchia sopra l’immagine limpida che la società occidentale vuole dare di se stessa. I reietti guastano l’armonia della vita e avvelenano il buonumore e perciò vanno allontanati dalla vista degli illusi: non abbiano a prendere consapevolezza che possa giungere anche il loro turno di finire nella discarica.

Puoi metterli dove vuoi, lontani e segregati dalla vista dei gaudenti, ma l’esalazione dei miasmi tossici dei cumuli di rifiuti umani appesta l’anima di un’umanità oramai disgregata dall’ipocrisia, cui rimane l’unica possibilità: il gesto della psicolabilità, l’escamotage farisaico del chiudere finalmente gli occhi alla realtà per non vedere. E sebbene il nostro mondo sia strapieno di beni, di merci e di ricchezza come non mai, esso è desolatamente povero di relazioni e di progetti di convivenza.

Così assorbiti dall'imperatività di massimizzare la nostra personale esistenza, non abbiamo né il tempo né la voglia per percepire un'altra realtà, spesso dolorosa, che è appena fuori dallo spazio angusto del nostro ottuso egoismo.

Dice Zygmunt Bauman: «In queste condizioni, pensare a lungo termine è chiaramente fuori questione. E quando non c'è pensiero a lungo termine, quando non ci si può aspettare di rivedersi, è difficile provare un senso di destino condiviso, un sentimento di fratellanza, un'esigenza di far fronte comune, marciare fianco a fianco o procedere tutti allo stesso passo. La solidarietà ha poche probabilità di germogliare e di mettere radici […] Se i legami [fra le persone] possono essere lacerati in qualsiasi momento, sembra sciocco investire tempo e risorse per accrescerne la forza e dedicare un sovrappiù di sforzo a proteggerli dall'usura».

Dinanzi a questo modo di stare nell’esistenza – gracile e cinico – la reazione è un’orgia d’identità, un’ipertrofia dell’io, che si estrinseca soprattutto nell’assenza d’interesse per l’altro da sé. In questo eccesso di autoaffermazione scompaiono le relazioni e rimangono in piedi soltanto dei “noi”, arroccati nella difesa dei propri interessi, dei propri patrimoni, dei propri privilegi.

Gli altri sono solo oggetti, strumenti del proprio capriccio sfrenato, illimitato e spudorato, finalizzati al godimento rivolto autisticamente al sé stesso del soggetto. La tendenza della pulsione narcisistica a volere tutto, a godere di tutto, illimitatamente, non più arginata sfocia nel nichilismo, per cui non ad altri soggetti il soggetto deve rispondere, ma solo a se stesso, dato che i sistemi di valore e di riconoscimento condivisi sono appunto stati distrutti dalla superiore volontà del proprio “io”.

Quando i valori perdono la loro pretesa di assoluto e solo il singolo soggetto diviene il consumatore-fruitore ora di questo ora di quel valore, la sua volontà libera si trasforma in indomabile volontà di essere, di persistere, di venir riconosciuti e confermati. È questa “indomabile volontà” che farà dire ad Andreas Lubitz e agli altri come lui: “Un giorno farò qualcosa che cambierà completamente il sistema, e tutti conosceranno il mio nome e se lo ricorderanno”.

Il rischio di cadere nell’impersonalità e nell’anonimato, per una carriera stroncata da una malattia agli occhi, gli ha fatto più paura della morte stessa. Avrebbe potuto porre fine ai suoi giorni impiccandosi, avvelenandosi, con un colpo di rivoltella, ma nessuno di questi gesti lo avrebbe consegnato alla storia; essa sola capace di unificare la propria volontà con l'essere eterno nel mondo.

Il mito, tipicamente impregnato nella cultura tedesca, del superuomo glielo ha impedito. A una fine banale e ovvia ha preferito l'eternità presente nell'attimo precedente lo schianto contro la montagna, dimostrando al mondo intero di essere un superuomo che affronta la morte e la distruzione di sé e degli altri a viso aperto e senza paura.

La soluzione dunque non sta nell'aumentare a dismisura i controlli, ma nell'introdurre la cultura dell’accettazione della propria e altrui fragilità e debolezza contro il principio della performance, tanto cara alla cultura neoliberista, secondo la quale per vivere bisogna lavorare e per lavorare bisogna essere sempre al massimo nelle proprie performance, altrimenti si rischia di essere scavalcati o sostituiti da qualcuno che realizza quelle stesse performance in un modo migliore.

Come sostiene Vittorino Andreoli, “non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità: tracce sincere della nostra umanità, che di volta in volta ci aiutano nell'affrontare le difficoltà, nel rispondere alle esigenze degli altri con partecipazione, aprendoci – quando serve – al loro dolore”.

Si sarebbe evitato il dramma se Andreas Lubitz avesse pensato se stesso come essere umano, accettando le fragilità proprie di noi esseri umani, di non poter sempre essere un vincente, di poter essere lasciato da una ragazza, di poter accettare di non essere all'altezza del lavoro di pilota?

domenica 22 febbraio 2015

DA OGGI IL MOBBING E' LEGALE

Con la parola “mobbing” si intende una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di superiori e, talvolta, colleghi. La vittima di queste vere e proprie persecuzioni si vede emarginata, calunniata, criticata. Gli vengono affidati compiti dequalificanti o demansionati. Viene spostata da un ufficio all’altro o viene sistematicamente messa in ridicolo di fronte ai colleghi, ai clienti, ecc. E quando questi atteggiamenti non bastano a indurre la vittima alle dimissioni volontarie, si arriva anche al sabotaggio del lavoro allo scopo di motivarne il licenziamento.
Il termine venne coniato dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento aggressivo tra individui della stessa specie, con l'obbiettivo di escludere un membro del gruppo.  E sebbene in Italia, al contrario di quanto previsto in Germania, non esista una legislazione specifica in materia di mobbing, la Sentenza n. 359 del 19 dicembre 2003 della Corte Costituzionale  ha ribadito che se gli atti singolarmente presi possono risultare “anche leciti, legittimi o irrilevanti dal punto di vista giuridico”, tuttavia quando dalla complessiva condotta, attuata con molestie e finalità persecutorie, tali da rendere penosa per il lavoratore la prosecuzione del rapporto di lavoro, scaturiscono “disturbi di vario tipo e, a volte, patologie psicotiche, complessivamente indicati come sindrome da stress postraumatico”, allora si configura il fatto illecito del “mobbing” con rilevanza non solo civile ma anche penale.
Dal 20 febbraio 2015 la seconda parte del Jobs Act è stata approvata, rendendo di fatto tutti i lavoratori non solo più licenziabili a fronte di un esiguo risarcimento, ma anche più ricattabili. Il primo comma dell’art. 1 della Costituzione è stato riscritto: la Repubblica italiana non è più fondata sul lavoro degli uomini, ma sul lavoro degli schiavi. Alla dignità umana del lavoro si è preferito l’interesse delle Imprese di poter disporre degli uomini a loro capriccio e piacimento. Peraltro, nel decreto legislativo di attuazione del Jobs Act è stata inserita una postilla che modifica anche l'articolo 13 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impediva il demansionamento e che recita: «Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto». Questa modifica non si applica solo ai lavoratori che saranno assunti dal primo marzo, ma a tutti. In sostanza, è retroattiva. E permette a qualunque azienda di modificare in peggio in modo unilaterale le mansioni del dipendente, in caso di «modifica degli assetti organizzativi», che ovviamente può autodichiarare l'azienda stessa. In altre parole, per esempio, un dipendente con la qualifica di quadro, impiegato o qualunque altra funzione, potrà essere messo a fare le fotocopie. Consiglio la visione del film “Mi piace lavorare” di Francesca Comencini, in cui la protagonista subisce dai superiori – con la complicità dei colleghi, simili a un branco di iene che abbandona l'animale ammalato – una serie di demansionamenti, sopraffazioni, umiliazioni, mortificazioni allo scopo di spingerla ad abbandonare il posto di lavoro. Viene spodestata, senza una motivazione valida, della sua scrivania, del suo computer. La gincana che la fa passare da un compito all'altro, finisce nel corridoio accanto alla fotocopiatrice col compito di fare da guardia, per poi naufragare nelle sale dei magazzini dove deve controllare il lavoro - tempi e pause - dei magazzinieri. È la goccia che fa traboccare il vaso: sola e vicinissima alla depressione decide di rivolgersi al sindacato e racconta quello che ha subito. Il film si conclude con la protagonista che fa causa all'azienda e vince. Ma oggi con l’introduzione del jobs act chi potrebbe sperare nello stesso lieto fine? Fino a oggi l'articolo 13 impediva, nella più parte dei casi, che il demansionamento celasse un “mobbing”; quando avveniva, c'era la possibilità di ricorrere al magistrato. Con la postilla, dal prossimo primo marzo, il mobbing è di fatto legalizzato.

Il confine tra l’attività lavorativa degli uomini liberi e quella degli schiavi sta fondamentalmente nel fatto che i primi sono depositari di diritti e contribuiscono all'emancipazione civile e sociale di un paese, i secondi sono semplici erogatori di energie, fisiche ed intellettuali, privi però delle caratteristiche proprie dell’uomo e di qualunque dimensione etica. Sono soltanto oggetti da cui estrarre profitto e l’unica loro dimensione è quella di essere di proprietà di qualcuno che può disporre a piacimento delle loro energie e del loro corpo in cambio di denaro.

Il mondo è diviso tra ricchi e poveri non solo perché i primi possono permettersi quello che agli altri esseri umani è negato, ma anche perché in cuor loro fantasticano un chimerico dominio sul resto del genere umano. E il loro appetito non sarà pago sino a quando non l’avranno reso del tutto in schiavitù, alla completa mercé dei loro capricci.

E come non poteva l'ok definitivo ai primi decreti del jobs act suscitare gli applausi dalla destra? il Jobs Act l’avrebbe potuto tranquillamente scrivere un ministro del passato governo Berlusconi. Non a caso Maurizio Sacconi è uno dei più entusiasti della riforma. Renzi, incurante dei dissensi all'interno del suo stesso partito e del parere contrario dei sindacati, condivide la sua passione riformatrice con Marchionne e Berlusconi, e continua nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti (vedi l’uso delle telecamere per controllare i lavoratori).

Non c’è dubbio, siamo tornati agli anni '50, quando, in un mondo del lavoro privo di regole e tutele, “si lavorava per mangiare” e non avanzava molto tempo per attività diverse da quelle lavorative. Oggi si riafferma il principio che il lavoro non è più un diritto fondamentale della persona, ma una conquista individuale per la quale si deve essere disposti ad accettare qualsiasi condizione. E se ti capita la sventura di avere un bel culetto che piace al tuo “padrone” devi anche accettare la possibilità di fartelo “mettere nel culo”, se vuoi conservare il tuo “jobs act” a tutele crescenti.

Entrare nel mondo del lavoro è diventato per i giovani un vero e proprio “cursus honorum” infernale. Il jobs act prevede tutele crescenti ai lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato, con facoltà dell’imprenditore di licenziare il dipendente a fronte della corresponsione di un’indennità crescente in ragione di una mensilità per anno di servizio, con il minimo di due e il massimo di sei.

La tutela dell’art. 18 del defunto “Statuto dei lavoratori”, cioè il reintegro, resta solo per i casi di licenziamenti nulli e discriminatori e intimati in forma orale. Ma dire che “comunque” la tutela del licenziamento discriminatorio verrà mantenuta è un inganno. Perché se il divieto di licenziamento discriminatorio risponde a un principio giuridico fondamentale imprescindibile, pena la nullità dello stesso jobs act, è anche vero che la rilevanza pratica è molto scarsa.

Come si potrà riconoscere quando la causa del licenziamento sia imputabile a violazione di norme fondamentali (come quelle a tutela della maternità e della paternità, degli orientamenti sessuali, della religione, delle opinioni politiche, dell’attività sindacale e così via) e quando derivante da una effettiva e provata situazione economica o organizzativa dell’azienda che lo giustifichi? Ovvio che nella lettera di licenziamento il datore di lavoro non scriverà mai che la causa del licenziamento è ascrivibile ai motivi per i quali la tutela dell’art. 18 resta in vigore. Peraltro anche quando fosse riconoscibile la matrice discriminatoria, sarà complicatissima dimostrarla per due motivi principali: 1) spetta al lavoratore o alla lavoratrice l’onere della prova, ovvero dimostrare che il motivo del licenziamento è discriminatorio; 2) deve dimostrare che sussiste da parte del datore di lavoro l’elemento intenzionale (per es.: mi ha licenziata perché ho rifiutato di fargli una “pipa”).

Esempio n. 1: la signora Gianna si è appena sposata e confida alle sue colleghe che sta felicemente aspettando un bambino. Giulia, una collega, nella speranza di ottenere un vantaggio lavorativo, spiffera tutto al datore di lavoro. Qualche settimana dopo, la povera Gianna riceve la lettera di licenziamento.
 
Esempio n. 2: Carlo è un bel giovanotto cui le donne danno la caccia. Da poco ha trovato impiego in un’agenzia di assicurazioni. L’Agente – titolare dell’agenzia – lo invita spesso a cena fuori e comincia a riempirlo di doni. Carlo è piuttosto imbarazzato dell’insolito comportamento del suo datore di lavoro e sospetta che il suo capo abbia inclinazioni omosessuali. Ben presto i suoi sospetti divengono certezze e si vede – con notevole imbarazzo – costretto a respingere le avance del suo capo. Qualche settimana dopo l’accaduto, al rientro a casa trova nella cassetta della posta la lettera di licenziamento.

Potrei elencare altri innumerevoli esempi, Luisa che deve occuparsi dei figli, Alberto che viene colpito da una malattia grave, Luca che è un omosessuale, Maria che deve prendersi cura della mamma anziana, Mamadu che è di pelle nera, ecc. ecc., ma credo di aver reso l’idea.

Ebbene, sia Gianna, sia Carlo potranno pure impugnare il licenziamento, ma perché venga riconosciuto come discriminatorio, dovranno essere in grado di dimostrare che il motivo stesso della discriminazione ha avuto “rilevanza determinante”. Questo significa che se il datore di lavoro riuscirà a dimostrare invece la validità di un’altra ragione posta formalmente a fondamento del licenziamento (per esempio che per esigenze aziendali doveva sopprimere un posto che risultava in esubero e dopotutto facile in un Paese nel quale il “falso in bilancio” non è reato) questa seconda ragione prevarrà comunque sui profili discriminatori contestati. La motivazione discriminatoria alla base del licenziamento, passerà in secondo ordine e Gianna e Carlo oltre al danno subiranno anche la beffa.

E cosa accadrà se dopo tre anni di rinnovi non arriva la fatidica stabilizzazione? E ancora cosa dovrebbe far propendere una azienda per l'assunzione stabile dopo i 3 anni, se può prendere un altro lavoratore a tre anni con le medesime condizioni?

La verità è che i nuovi lavoratori saranno sempre come i “Soldati” della poesia di Ungaretti: “Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”. Per anni e anni resteranno precari. E se al termine dei tre anni canonici si verrà licenziati, si potrà sempre essere riassunti con il voucher, il cui tetto di applicabilità è stato elevato da 5mila a 7mila euro l’anno, o con il “contratto Poletti”, rinnovabile continuativamente fino a 36 mesi, nel corso dei quali un lavoratore potrà essere preso e mollato diverse volte, senza causale. E poi magari un contratto a somministrazione, e poi ancora uno a tutela crescente. E così, come in una porta girevole all’infinito, il gioco ricomincia daccapo.

Se non fosse tragedia per taluni sarebbe farsa, che oltretutto difficilmente consentirà di maturare diritti a una indennità di disoccupazione decente, tra un rinnovo e l’altro. Per  le donne, peraltro, la possibilità di fare contratti brevi, rinnovabili più volte, consentirà ai datori di lavoro di ignorare del tutto legalmente la norma sul divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto. Pertanto, non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione. Basterà fare loro sistematicamente contratti brevi, non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza. Con l’ulteriore conseguenza negativa che molte donne non riusciranno a maturare il diritto alla indennità di maternità piena. E faranno fatica a iscrivere il bambino all’asilo nido, dato che non potranno dimostrare di avere un contratto di lavoro almeno annuale.

Dunque, Renzi non poteva fare regalo migliore alla Confindustria, che da oggi potrà trattare lavoratori e lavoratrici come limoni che, dopo averne estratto il succo, si gettano via. E come se non bastasse, ciliegina sulla torta: la Confindustria ringrazia anche per il via libera ai licenziamenti collettivi. Esistono già oggi, ma richiedono, per essere ammissibili, una procedura dettagliata, incluso un preaccordo sindacale. Avere esteso la riforma anche a questi licenziamenti significa che le imprese potranno ridurre l’organico anche senza accordo sindacale.

È davvero un grosso cambiamento. Da oggi in poi, grazie a Renzi, saremo tutti più felici e sfruttati.

martedì 10 febbraio 2015

LA CREDULITÀ UMANA, A VOLTE, È SCONFINATA

Non v’è dubbio che tutto ciò che riguarda la salute è meritevole della nostra attenzione, ma sul web si moltiplicano non solo gli impostori che annunciano prodigiosi rimedi per dimagrire senza sacrifici, per guarire dai mali più gravi con mezzi semplici, economici e disponibili a tutti, ma anche quelli che in buona o malafede mettono in giro bufale.
L’ultima mi viene segnalata dal mio amico Marco.
Al link http://www.medicinenon.it/la-causa-primaria-del-cancro-fu-scoperta-nel-1931-da-un-premio-nobel, l’autore dell’articolo – Luciano Gianazza – scrive che la causa principale del cancro è stata ufficialmente scoperta dal medico e fisiologo tedesco Otto Heinrich Warburg; insignito per questa sua scoperta del premio nobel per la medicina nel 1931.
Dunque, per l’autore dell’articolo, la causa primaria del cancro era già conosciuta. E questo fatto è stato deliberatamente nascosto dall'industria farmaceutica per moltiplicare i propri profitti.
Che le aziende farmaceutiche abbiano più a cuore il loro portafoglio della salute e dell’interesse del genere umano è un fatto. Non sempre l’elevato costo dei farmaci è giustificato; sono costi talmente speculativi da creare problemi di sostenibilità economica da parte dei sistemi sanitari, con la conseguenza di limitare l’accesso alle terapie da parte dei malati dei paesi poveri. Si veda quanto sta accadendo in Grecia, dove ammalarsi è diventato un lusso: oggi lo stato ellenico offre assistenza sanitaria solo a chi ha ancora la fortuna di avere un impiego e può pagarsi l’assistenza medica attraverso un sistema assicurativo e al contributo dei propri datori di lavoro.
Il recente scandalo Avastin-Lucentis depone in tal senso. La breve storia: due multinazionali del farmaco – Roche e Novartis – hanno fatto “cartello” per favorire il farmaco più caro (Lucentis) per la cura della maculopatia senile, rispetto a quello più economico, Avastin. Un accordo che è costato al nostro Servizio sanitario nazionale 1,2 miliardi di euro.
I tumori aggressivi sono caratterizzati rispetto a quelli meno aggressivi dalla loro capacità di produrre fattori che stimolano la formazione di vasi sanguigni, che gli assicurano il cibo e l'ossigeno dei quali necessitano. Nel 2004 gli scienziati della multinazionale Roche misero a punto una molecola antitumorale, il bevacizumab, in grado appunto di bloccare la serie di reazioni che porta alla formazione di un vaso sanguigno. Il tumore, privato di ossigeno e nutriente, cessa di accrescersi e muore. La molecola fu quindi brevettata e messa in commercio con il nome di Avastin.
Più tardi la Novartis sintetizzò una molecola molto simile, il ranibizumab, destinata al trattamento della forma “umida” della degenerazione maculare senile o maculopatia senile. La nuova molecola fu brevettata dalla Novartis con il nome di Lucentis.
La maculopatia senile di tipo umido è caratterizzata dalla neoformazione di vasi sanguigni sottoretinici, che si formano appunto sotto la macula, la parte centrale della retina. Purtroppo questi neovasi sottoretinici sono particolarmente fragili, che basta uno starnuto per romperli. La fuoriuscita di liquido e sangue causano quindi il progressivo distacco della retina con conseguente perdita della visione centrale.
Alcuni oculisti, prima ancora che la Novartis mettesse in commercio il Lucentis, pensarono che il bevacizumab, quale inibitore della formazione di nuovi vasi sanguigni, poteva risultare utile anche per curare la degenerazione maculare senile. I risultati confortarono le aspettative.
Lucentis e Avastin sono sostanzialmente identici; l’unica differenza è che il primo è molto più caro. Un’iniezione di Lucentis (quello sviluppato più tardi) costa circa 900 euro, mentre l’Avastin – il prodotto originale, che può essere utilizzato anche nella lotta al tumore – costa intorno ai 35 euro.
Secondo l’Antitrust italiana, Novartis e Roche si accordarono per scoraggiare l’utilizzo del più economico Avastin nella cura delle degenerazione della vista e per incentivare l’uso del più costoso Lucentis. Inoltre, nessuna delle due società ha mai fatto richiesta, né in Europa né negli Stati Uniti, affinché l’Avastin venisse ufficialmente riconosciuto come farmaco adatto a curare anche la degenerazione della vista.
Questo breve excursus, teso a dimostrare come la politica delle aziende farmaceutiche quasi mai è al servizio dell’uomo, vuole sgombrare il campo dal sospetto che voglia parteggiare in qualche modo a favore dell’operato delle aziende farmaceutiche. Quasi sempre guidate da ignobili affaristi senza scrupoli, disposti a speculare sulla paura e sulla salute delle persone, pur di aumentare i loro profitti. E solo una presa di coscienza collettiva potrà proteggerci da incidenti simili, sempre nella speranza che il popolo sarà un giorno in grado di selezionare governanti un po’ più competenti e oculati.
Ma torniamo al nostro scienziato tedesco Otto Heinrich Warburg. Non è esatto dire che ha ricevuto il Premio Nobel per la scoperta della causa prima del cancro. Il premio Nobel gli fu conferito per i suoi studi sulla biochimica dei processi di ossidoriduzione alla base della respirazione cellulare e sul ruolo dell'enzima respiratorio citocromo ossidasi, inizialmente detto fermento di Warburg. Avvalendosi di tecniche manometriche – rivoluzionarie per l’epoca – chiarì l’insieme di reazioni che portano alla demolizione delle molecole di glucosio per ricavare energia.
La respirazione cellulare è altrettanto essenziale quanto la respirazione polmonare, di cui è l’espressione a livello cellulare. La citocromo ossidasi è invece l’enzima che interviene nella fase terminale della catena respiratoria. Il cianuro – per esempio – è un potentissimo veleno con azione estremamente rapida in quanto blocca la catena respiratoria e quindi la respirazione cellulare con l’immediata caduta della produzione di ATP; questa colpisce molto rapidamente le cellule nervose, in particolare quelle del sistema nervoso centrale, che prima delle altre vanno incontro a morte. Come il cianuro, anche il monossido di carbonio (CO) si combina con la citocromo ossidasi, inattivandola e bloccando sia l’intera catena respiratoria sia la produzione di ATP. Da qui la morte.
Dunque Otto Heinrich Warburg non scoprì la causa prima del cancro, suppose più semplicemente che un’alterazione dei processi ossido riduttivi, coinvolti nella respirazione cellulare, potesse essere una plausibile spiegazione nella genesi dei tumori. D'altronde oggi è abbastanza noto che il danno ossidativo da radicali liberi può essere alla base di diverse patologie, tra le quali il cancro. Da qui l’invito dei medici a consumare più frutta e verdura che aiutano l'organismo a contrastare i radicali liberi e quindi a prevenire l'invecchiamento e a mantenere i tessuti sani. Tutto qui.
Purtroppo la genesi dei tumori è un po’ più complicata. Il cancro rappresenta uno dei più gravi problemi della medicina e della biologia; le ricerche per determinarne le cause, lo sviluppo e i mezzi di cura costituiscono una delle attività scientifiche più complesse dei tempi moderni.
La proliferazione incontrollata delle cellule dipende fondamentalmente dall'alterazione dei geni. Tale alterazione può essere provocata da fattori ereditari o genetici, da sostanze esogene dette cancerogene, da virus. In tutti i casi il meccanismo generale di origine è il medesimo: un danno al patrimonio genetico. Quando il delicato equilibrio all'interno della cellula è compromesso, la cellula comincia a riprodursi senza freni e vengono meno anche i processi con cui le cellule danneggiate vanno incontro a una morte programmata, detta apoptosi.
A complicare ulteriormente le cose ci si mette anche il sistema immunitario. Il nostro corpo, infatti, produce ogni giorno migliaia di cellule tumorali. Ogni santo giorno per tutti i giorni della nostra vita. Già agli inizi del 1900, Paul Ehrlich postulò che cellule maligne si formino frequentemente nel corso della vita. Quando una cellula normale si trasforma in una tumorale marca la membrana plasmatica con un antigene, che nella maggior parte dei casi evoca una risposta anticorpale sufficiente ad eliminare gli elementi neoplastici. Perché mai questa sorveglianza immunologica ad un certo punto viene meno? Cosa accade al nostro sistema immunitario che gli impedisce di riconoscere tempestivamente i cloni cellulari maligni non appena emergono, in modo da distruggerli prima che la massa tumorale possa raggiungere dimensioni critiche?
Pensare che la chiave per combattere il cancro dipenda dal monitoraggio del sottile equilibrio acido-basico del nostro organismo è come credere che la causa primaria del vaiolo siano le pustole. Queste sono solo la manifestazione della malattia e non la causa. Così l’alterazione dell’equilibrio acido base non è la causa bensì la conseguenza del tumore.
Negli stadi precoci della progressione del tumore, l'ossigeno comincia a scarseggiare e l'organismo deve in qualche modo adeguarsi alla nuova situazione. In condizioni anaerobiche, lo fa forzando la glicolisi  attraverso la fermentazione lattica, nella quale l’acido piruvico, che funge da ossidante finale, viene ridotto ad acido lattico. L’accumulo di questo determina un abbassamento del pH intracellulare che diviene così acido.
È dunque questo processo a comportare l’acidificazione delle cellule tumorali e non l’acidosi del sangue, come vuole invece sostenere l’autore dell’articolo, confondendo evidentemente l’effetto con la causa. Peraltro, affermare che il “cancro non è altro che un meccanismo di difesa che hanno alcune cellule del corpo per sopravvivere in un ambiente acido e privo di ossigeno” è come affermare che l’anoressia è il meccanismo di difesa approntato da alcuni soggetti alla mancanza di cibo o che la disoccupazione è un meccanismo di difesa alla mancanza di posti di lavoro. Questo è un modo di argomentare contrario ai principi più elementari della logica, che esige la capacità del soggetto pensante di distinguere innanzitutto i ragionamenti corretti da quelli scorretti. E un ragionamento è corretto quando porta a conclusioni in accordo sia con le premesse di partenza sia con i dati di realtà.
Sino a quando la maggioranza degli uomini non imparerà ad adottare validi schemi di ragionamento, ci saranno sempre imbonitori, ciarlatani, fabbricatori di bufale capaci di convincere la maggior parte di loro della giustezza delle loro tesi irreali per poi menarli in perdizione.
Concludo con una citazione di Antonio Gramsci: «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (...) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia».

domenica 25 gennaio 2015

COME SI SMONTA UNA REPUBBLICA

Tappeto rosso in piazza della Signoria a Firenze per accogliere Angela Merkel che, dopo aver ringraziato il sindaco Nardella e il presidente del Consiglio Matteo Renzi per la «meravigliosa accoglienza», si è detta «tranquillizzata» dal percorso di riforme in corso in Italia e ha esortato a continuare sulla medesima strada: «il piano di riforme di Matteo Renzi è molto ambizioso e molto importante, un processo lungo che sono sicura porterà dei risultati».
Quali sono le importante riforme messe in campo da Renzi? Me ne vengono in mente tre: la riforma del lavoro, quella del senato e quella della legge elettorale. Dubito che queste riforme servano a favorire lo sviluppo economico e a invertire i dati sulla disoccupazione e sul debito pubblico di cui nessuno parla più, quasi che magicamente si sia fermato.
Sul fronte dell’occupazione, a novembre 2014 il tasso di disoccupazione ha raggiunto quota 13,4%, in aumento; quello giovanile è davvero allarmante: nella fascia di età tra i 15-24 anni il dato sale al 43,9%, in rialzo di 0,6 punti percentuali su ottobre.
Il debito pubblico in Italia – nonostante i tagli alla sanità, all’istruzione e alla cultura – non accenna a diminuire, ma cresce. Dal novembre 2011 in poi, con l’inaugurazione del “regime di austerità”, l’andamento della spesa pubblica italiana non ha accennato a deflettere verso il basso. Il governo Monti, in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, ha generato un aumento di 128.904 miliardi, pari a circa 7,5 miliardi di aumento medio mensile: il peggior risultato rispetto a tutti i governi che l’hanno preceduto dal 1996. Al termine della “cura Monti” ciascun cittadino italiano, facendo pari a 59,6 milioni la popolazione complessiva, ha visto incrementare il proprio debito verso lo Stato di 2.163 euro. Pertanto, il debito a carico di ciascun cittadino italiano, al termine del governo Monti, è salito a 34.250 euro (neonati compresi).
Sempre sul fronte del debito pubblico, le cose sono andate meglio dopo? No. Il governo Letta, partito a fine aprile 2013, con un debito di 2.041,293 miliardi di euro, verso fine febbraio 2014 mette a segno un nuovo record, spostando l’asticella all’importo di 2.089,462 miliardi di euro, con un aumento dunque in 9 mesi di oltre 48 miliardi. Alla fine del governo Letta, il debito a carico di ciascun cittadino italiano è stato pari a 35.058 euro.
È il 22 febbraio 2014 quando a palazzo Chigi lo scettro passa a Matteo Renzi. Pensavamo che dopo Berlusconi ci saremmo liberati una volta per sempre dai leader piazzisti e venditori di tappeti: un’illusione troppo breve. Renzi da subito ci stupisce con i suoi “effetti speciali” (slide, twitter, ecc.), alimentando nei cittadini aspettative all’insegna del cambiamento: “il nuovo che avanza”, il “rottamatore”. Gli italiani, come già accaduto con Berlusconi, gli credono: “Renzi farà un sacco di cose”. Nell’attesa conferenza stampa del 12 marzo il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si presenta armato di slide da “televendita” e annuncia le sue misure: scuola, lavoro, riduzione delle tasse per 10 miliardi di euro, tagli alla spesa pubblica attraverso la spending review, scure sugli stipendi di dirigenti e manager pubblici, con un tetto di 240000 euro, riforma della giustizia, trasparenza sulle nomine e sulle spese della pubblica amministrazione, basta auto blu, i sottosegretari andranno a piedi.
Dopo il mercato delle promesse, il consuntivo di Matteo Renzi è molti proclami e parole, pochi fatti, salvo i mitici “80 euro” venduti come panacea di tutti i mali del paese ma in realtà mero provvedimento per una propaganda elettorale dal grande effetto, consentendo al Pd, quindi a Renzi, di ottenere il 40,8% dei voti sul territorio nazionale. Achille Lauro per diventare sindaco di Napoli regalò ai potenziali elettori una scarpa con la promessa di dare anche la seconda se fosse stato eletto; Berlusconi con la promessa della eliminazione dell'ICI e della social card vinse le elezioni del 2008. Renzi con i soldi dei contribuenti italiani ha siglato il suo successo elettorale. Questo accade in Italia, perché pare che la maggioranza degli italiani non abbiano la capacità di distinguere la verità dalla menzogna e di riconoscere gli onesti dai disonesti. Gli italiani ci cascano sempre; l'esperienza non li vaccina.
Il potere si serve della menzogna, delle omissioni, della disinformazione per raggiungere il suo scopo. Tanto più la realtà è falsificata dal capo, tanto più le masse sono disposte a credergli. E sei un capo proprio nella misura in cui riesci a far loro bere di tutto. Più è grande la menzogna, più verrà creduta: la verità fa male perché obbliga a interrogarsi, a fare una scelta e quindi ad assumersi le proprie responsabilità. Non ci sono scappatoie dinanzi alla propria coscienza che ci sbatte in faccia la voce imperiosa della verità. Di fronte ad essa ci sentiamo nudi, a disagio. È più facile allora disfarcene in favore di un qualunque Uomo della Provvidenza che si faccia carico della nostra inettitudine, della nostra viltà.
Siamo così bombardati da falsità e bugie che stentiamo a riconoscere la realtà che si svela davanti ai nostri occhi. E quando una voce libera ci prova, nel mezzo dell’ipocrisia dilagante, diventa essa stessa bugia, proprio perché è diversa dalla verità confezionata dal potere per le masse, che sono state vaccinate per ripudiare tutto ciò che non è conforme al sistema.
Ci siamo talmente assuefatti alla corruzione che possiamo persino giustificarla e tollerarla, quando addirittura esaltare certi comportamenti, perché probabilmente è quello che faremmo noi se ne avessimo l’occasione. Qualche ventennio fa assistemmo tutti al lancio delle monetine contro Craxi al grido di “Ladro”, “Vergogna” e “Bettino vuoi pure queste”. Oggi invece che i miasmi della corruzione lambiscono ogni settore della vita civile, sociale ed economica del nostro Paese nessun grido d’indignazione si leva. Corrotti, corruttori, evasori fiscali, frodatori, criminali non si vergognano più di niente, mancando dei più elementari criteri morali o valori di riferimento.
Anche con Renzi il debito pubblico italiano ha incontrato pochi ostacoli. Dal giorno del suo insediamento, il 22 febbraio 2014, il debito pubblico è salito con un ritmo che non si registrava dal 1994: + 141,20 euro pro capite ogni mese, con un totale di circa 36mila euro a testa. Ma la Merkel promuove la politica di Renzi.
Dobbiamo allora ragionevolmente dedurre che la riforma del Senato e la nuova legge elettorale, che di fatto vanificherà il voto dei cittadini e consegnerà il Paese all’arbitraria oligarchia del governo e del suo capo, siano le riforme tanto auspicate dalla Germania? Di Pietro direbbe che c’azzeccano le riforme istituzionali con le misure urgenti che invece avrebbe dovuto essere adottate per contenere l’alto debito pubblico e la disoccupazione crescente?
Perché Renzi ha dedicato un anno alle riforme istituzionali, trascurando le vere emergenze, quelle dell'economia e del lavoro? Forse perché le lobby di potere occulto, che gli dettano la lista delle cose da fare, sono interessate soprattutto a cancellare i diritti democratici garantiti dalla Costituzione. È comprensibile che ai fascisti e ai padroni la nostra Costituzione non piaccia: non è tollerabile l’uguaglianza dei cittadini in tema di diritti e di giustizia. Meno comprensibile che gli elettori del Pd – un tempo più scaltri ad annusare il pericolo – non si siano ancora accorti che il loro partito, con i voti di Berlusconi, intende smontare la Repubblica, consegnandola al potere padronale del capo dell’esecutivo. Insomma riforma della Costituzione in chiave P2 che prevede lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento all’esecutivo.
Il fatto poi che pochissimi lo dicano non significa necessariamente che sia meno vero: Renzi è un usurpatore; l’attuale Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum, è occupato da una casta soggetti non legittimati dal popolo.
Renzi occupa la poltrona di premier abusivamente, in quanto non è passato dalle urne per chiedere il consenso. La sua investitura al potere non deriva dal popolo ma da Giorgio Napolitano. Se il Parlamento, come eminenti giuristi hanno dichiarato, non è “delegittimato” – in quanto neppure a Dio è concesso di cambiare il passato –, non è neppure legittimato a intervenire sulla Costituzione. Insomma, prendiamo atto che i figli nati da uno stupro non siano meno legittimi di quelli nati da un rapporto consensuale, ma questo non elimina il fatto che i primi siano l’esito di una violenza e i secondi di amore. Il fatto che Giorgio Napolitiano abbia sempre rifiutato l'interpretazione dell'illegittimità del Parlamento non ripristina di per se la verità, allo stesso modo che l’oste che dichiari vino l’acqua non trasforma di fatto l’acqua in vino. Il comportamento posto in essere da Giorgio Napolitano nel corso della sua presidenza si è rivelato spesso poco attento e sensibile al dettato costituzionale.
Ho sentito e sento spesso dire che Giorgio Napolitano ha salvato l’Italia dall’ingovernabilità e dallo tsunami dei mercati finanziari, ma il dovere del Presidente della Repubblica non è quello di scegliere questo o quel leader che piaccia o meno all’opposizione e non è neppure quello di anteporre alla fiducia del Parlamento quella della Banca Centrale o del Fondo Monetario. Il dovere del Presidente della Repubblica è quello di essere innanzitutto garante della Costituzione. Piero Calamandrei definì il presidente della Repubblica «vox Constitutionis». L’art. 1 della Costituzione stabilisce che la sovranità in Italia deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e non affidata alla singola arbitrarietà di questa o quella figura istituzionale ancorché scaturita e giustificata dall’opportunità del momento storico. In particolare, i poteri e i limiti del Presidente della Repubblica sono chiaramente e rigidamente codificati nella Costituzione. E se l’ossequio alla Costituzione impone il ricorso alle urne, il dovere del Presidente è quello di indire nuove elezioni e non quello di stabilire l’indirizzo politico del Paese con la scelta di questo o quel leader.
Se in “democrazia” nessun potente è al di sopra della legge, guardando quel che accade, il dubbio che la “democrazia” abbia veramente attecchito nel nostro Paese è molto forte. Tutti si riempiono la bocca con la parola “democrazia”, dai partiti agli organi di stampa, dal presidente del Consiglio ai sottosegretari, dai portaborse agli uscieri comunali, dai magistrati ai poliziotti, ecc. ecc., poi però nessuno di questi degni signori si prende la briga di vigilare non solo sulla costituzionalità degli atti di governo, ma anche sull'obbedienza delle varie forze politiche alle regole liberali e democratiche del giuoco, e quindi a intervenire prontamente contro chi le infrange in difesa proprio dei principi democratici. Quali siano è presto detto: sovranità della legge, trasparenza, libertà di opinione e di informazione. Senza questi principi democratici, nemmeno il diritto di voto è dotato di senso democratico. Quando la maggioranza della stampa e dei mass media è concentrata nelle mani di una élite dominante, capace di formare e plasmare le opinioni e gli atteggiamenti della collettività, com’è possibile l’onesta misurazione del consenso e del dissenso?
Dunque, secondo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, questo governo e questo Parlamento hanno mandato a modificare la Costituzione. Domanda: può un Parlamento illegittimo cambiare la Costituzione?
Sic stantibus rebus, la risposta – suggeritami dal buon senso e dalla logica – è no. Un Parlamento formato da una legge incostituzionale è esso stesso incostituzionale per derivazione e tutto può fare tranne che modificare la Costituzione, perché a distanza anch’essa potrebbe essere dichiarata incostituzionale. Un albero sorto su un terreno inquinato è esso stesso inquinato e lo saranno anche i suoi frutti. Dunque, nel pasticciaccio della situazione italiana è impossibile varare la riforma del Senato proprio in quanto riforma costituzionale da parte di un Parlamento incostituzionale. Peraltro tralasciando questo dettaglio, niente affatto trascurabile, lo stesso disegno di legge è ad altissimo rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale.
Il Senato è su base elettiva ed è previsto dalla nostra Costituzione secondo un sistema bicamerale perfetto: ambedue le camere che formano il Parlamento hanno identici poteri. I disegni di legge approvati da uno dei due rami del parlamento, devono passare all'altro per essere approvati in via definitiva; in caso contrario il testo dovrà ritornare nuovamente al ramo del parlamento che lo ha esaminato per la prima volta. Non v’è dubbio che il procedimento legislativo con il sistema del bicameralismo perfetto è più complicato e lento, in quanto – in via teorica – ciascuno dei due rami del parlamento può continuare ad apportare modifiche al testo votato dall'altro ramo, allungando indefinitamente i tempi dell'approvazione della legge. Ma la riforma voluta da Renzi comporta uno sfregio delle garanzie democratiche, con l’obiettivo di dare al presidente del Consiglio “poteri padronali”, toglie voce a ogni opinione minoritaria. Un Senato di nominati, con la sola funzione essenziale di partecipare alle riforme costituzionali, unito ad uno spropositato premio di maggioranza – previsto dall’Italicum – finirebbe per sopraffare le attuali minoranze interne e le opposizioni esterne.  Sarebbe questa una gravissima limitazione della rappresentanza e quindi della democrazia.
Ecco perché non è possibile giudicare separatamente riforma del Senato e legge elettorale: l’una non può vivere senza l’altra.  La prima rafforza gli effetti della seconda nell’ottica di creare tutti i presupposti per una “svolta autoritaria” dell’esecutivo, che è un vecchio sogno della Loggia P2. La riforma del Senato voluta da Renzi consiste sostanzialmente nella trasformazione dall’attuale bicameralismo perfetto in un sostanziale monocameralismo su base maggioritaria. Insomma, un nuovo regime politico non molto dissimile da quello fascista. Tutto il potere all’esecutivo, un parlamento asservito al diktat del duce, le minoranze relegate al ruolo di comparse.
La posta in gioco è alta. Stiamo assistendo allo smontaggio sistematico della nostra Repubblica in chiave autoritaria con la complicità di quelli che un tempo sembravano i più fedeli assertori delle garanzie democratiche e dei principi costituzionali. È tempo di lanciare l’allarme!

sabato 10 gennaio 2015

L’IMPOVERIMENTO DELL’ESISTENZA UMANA E LA NECESSITÀ DI UN NEMICO 

Vediamo crescere ogni giorno di più il disagio dei giovani, dei vecchi, delle famiglie, dei lavoratori; il sintomo di un malessere generale permea ormai ogni aspetto della nostra società "occidentale". Un fenomeno questo che dovrebbe indurci a interrogarci su che cosa si basi la nostra società e su quali siano le cause delle paure che ci portano a rinchiuderci in noi stessi, ma troviamo più sensato scaricare sulla figura del nemico tutto il nostro malessere esistenziale profondo.

Per esempio, i problemi dei più giovani sono il segno più visibile della crisi della cultura occidentale fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica, ma non vogliamo dircelo: ammetterlo significherebbe ammettere il fallimento dei valori sui quali è stata fondata la nostra società dominata dal modello consumistico del mercato, dove la nuova religione del dio denaro si è sostituita a Dio.
 
La nuova religione del capitalismo ha fatto strame dei diritti, della democrazia, della solidarietà; ha plasmato intere generazioni a collettività informi, dentro cui il senso di vulnerabilità sperimentato dal singolo è deriso e sottaciuto da una implicita spinta all'essere forti e sempre all'altezza: vietato essere timidi, vietato essere poeti! Al motto «è utile solo ciò che produce profitto» uccide quanto di più umano v’è nell’uomo, dimenticando o ignorando che eliminando la gratuità e l’inutile, difficilmente l’homo sapiens potrà rendere più umana l’umanità.

Il 7 gennaio scorso due uomini armati di fucili da guerra sono entrati nella redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi, e hanno aperto il fuoco uccidendo dodici persone e ferendone undici, quattro in modo grave, dopo che il giornale aveva pubblicato una vignetta satirica su Maometto. 

L'opinione della maggioranza delle testate giornalistiche e televisive è che colpendo la redazione del settimanale satirico francese, i terroristi islamici hanno voluto attaccare i diritti e le libertà dei paesi democratici.
 
C’è qualcosa che non torna, devo aver perso qualche passaggio. Prima ancora dei terroristi, a mettere in ginocchio il sistema della tutela dei diritti democratici è stato il sistema finanziario e capitalistico che, allo scopo di massimizzare il valore estraibile dagli esseri umani, ci sta facendo arretrare tutti al tempo dei padroni delle “ferriere”.

Un documento di qualche mese fa della JP Morgan, una delle maggiori banche d’affari del mondo, affermò impunemente che le Carte fondamentali dei paesi del Sud Europa “mostrano una forte influenza delle idee socialiste” e impediscono di prendere i provvedimenti necessari, come eliminare le tutele dei lavoratori e “la licenza di protestare”. Ogni riferimento alla “Costituzione italiana” è puramente casuale.
 
Non ricordo o non so di alcun uomo politico, nessuna importante testata giornalistica o televisiva che abbia puntato l’indice contro un attacco così palese e sfrontato ai diritti e alle libertà dei paesi democratici da parte di un'importante istituzione bancaria e finanziaria che in fatto di affari non ha certo brillato per oculatezza e lungimiranza. Non credo proprio che un gruppetto di rampanti fighetti, che tra un cocktail party, una tartina ed una gita in yacht, farfugliano di costi del lavoro e di salari e che quando le cose van bene portano i loro guadagni nei paradisi fiscali e quando le cose van male spalmano le loro perdite sulla collettività, abbiano il diritto di parlare di democrazia e diritti. Essi guardano solo ai loro interessi e tutto il resto è relativo. 

La JP Morgan, già salvata dal fallimento negli anni 80, poco dopo lo scoppio della crisi ha ricevuto ben 25 miliardi di dollari dal governo americano. Quindi ha fatto tremare i mercati ammettendo una perdita di due miliardi di dollari causata dai traffici con gli strumenti derivati, sebbene molti analisti finanziari sospettino che le perdite reali nascoste nei suoi bilanci fossero molto più elevate. 

Ci si aspetterebbe che quei rampanti fighetti fossero almeno cacciati a calci nel culo, se non schiaffati in galera. No! Al contrario, ancora una volta, questi veri “terroristi”, hanno potuto contare sul sostegno della politica, che alacremente lavora perché i loro sogni diventino realtà.

Dicevo della necessità del nemico per dare un senso al nostro disagio esistenziale. Ebbene, cosa può esserci di più provvidenziale, in tempi difficili di depressione economica, dell'avere un nemico? 

La storia insegna che la figura del nemico è stata sempre funzionale a distrarre il popolo dalle colpe e dai problemi reali. 

Si comincia con i media che, in accordo con i governi, offrono un'immagine stereotipata, semplificata e negativa delle altre persone e degli altri gruppi, al fine di favorire nell'opinione pubblica il rafforzamento del noi (in chiave straordinariamente positiva) contrapposto a loro (in chiave fortemente negativa). 

Così, ancor prima di comprendere le ragioni da cui scaturisce il “terrorismo”, lo si condanna tout court, lo si connota di ogni negatività. E nel gioco dell’esclusione e dell’inclusione anziché favorire la pace si prepara la guerra dell’uno contro l’altro. Per combattere le attività terroristiche nel territorio si giustificano la violenza e si sovvertono la costituzione e i diritti. E se si osa criticarne i metodi, allora vuol dire che sei dalla parte dei terroristi e perciò senza neanche un mandato puoi essere messo sotto sorveglianza. Il mantenimento dell’ordine e della sicurezza divengono prevalenti alla libertà d’espressione e d’opinione.

E quando gli apparati dello stato e della polizia si focalizzeranno alla tutela degli interessi di un gruppo a scapito dell’altro, in nome della sopravvivenza della propria civiltà non esisterà limite umano alla violenza e alla degenerazione, perché tutto rientrerà nella disumanità dell’organizzazione posta in essere proprio per estirpare quel male, da cui neppure il gruppo tutelato sarà risparmiato, giacché quella stessa logica organizzativa per perpetuarsi non potrà che necessariamente produrre valori disumani.   

mercoledì 7 gennaio 2015

LA GUERRA INFINITA

Dopo l’Afghanistan fu la volta dell’Iraq. Molti avevano visto lungo e pronosticato che quelle avventure belliche avrebbero ben presto mostrato la nostra idiozia. Il rimedio si è rivelato peggiore del male che voleva estirpare: le guerre giustificate al fine di debellare il terrorismo internazionale lo hanno in realtà incubato e reso più virulento di prima. 

Allo stato delle cose è assai difficile sostenere che il coinvolgimento americano in Iraq, Afghanistan, Yemen, Libia, Siria o Ucraina abbia prodotto la “pace”. E tuttavia a dispetto dell’evidenza vari funzionari e pappagalli nazionali continuano ancora ad affermare che in qualche modo si sono evitati pericoli (completamente costruiti) peggiori, come le armi di distruzione di massa irachene.

Quello che in realtà hanno provocato è una guerra infinita finanziata da un debito galoppante che sta portando tutti alla rovina economica.

Appariva sempre più chiaro che tali scelte si sarebbero rivelate, presto o tardi, come un boomerang sui paesi occidentali. E nonostante tutto sono state portate avanti con stupida e pervicace ostinazione.

Dunque, sono veramente stupidi coloro che sono sul ponte di comando o, più verosimilmente, distillando paura, stanno approntando un nuovo ordine mondiale, complice l'ignoranza dei più, nel quale in nome della sicurezza si possa tranquillamente rinunciare alle libertà democratiche?