Uno dei concetti che resterà indissolubilmente legato a questa lunga, estenuante lotta contro il CoVid19 sarà quello di “distanza sociale”.
Sarebbe stato più appropriato parlare di “distanza fisica”.
E questa sorta di metonimia tradisce – a mio parere – il vero fine che si
prefiggono le misure restrittive sin qui adottate.
L'obiettivo dichiarato di questa sorta di distanziamento è
quello di ridurre la probabilità di contatto tra le persone per ridurre al minimo
la trasmissione della malattia, ma io credo – probabilmente a torto, e voglio
sperarlo – che rientri nelle strategie delle teorie liberiste elaborate da Milton
Friedman e dalla sua Scuola di Chicago: approfitta di uno shock causato da un
evento contingente per attuare poi quelle trasformazioni che con il consenso popolare
sarebbe stato assai difficile realizzare; crea nella popolazione un senso
continuo d’insicurezza e di stress psicologico, e vedrai che qualsiasi
decisione politica ed economica inaccettabile diventerà – come per magia –
accettabile.
Questa pandemia non è più pericolosa delle altre che l’hanno
preceduta: influenza asiatica del 1957; influenza di Hong Kong del 1968; influenza
suina del 2009.
L’unica differenza, rispetto a quella attuale da Covid-19, è
che sono arrivate e passate senza il clamore mediatico riservato invece a quest’ultima.
Insomma, il virus c’è: ma senza la fanfara mediatica, la
propaganda da cinegiornali Luce, la scenografia ridicola delle mascherine anche
all’aperto, i lockdown, le reclusioni in casa, avremmo vissuto questa pandemia
né più né meno come abbiamo vissuto le precedenti.
Il panico, con la formula del nemico invisibile, ha innescato
la proliferazione del virus e non viceversa.
È stato quindi facile convincere milioni, miliardi di
persone ad accettare un insieme di strategie, destinate non a passare, come
molti credono, ma ahimè a divenire il nuovo modo stabile di unire gli individui
tra loro nella società che si sta allestendo per accogliere l’avvento della
quarta rivoluzione industriale.
Fedele al motto gramsciano (“pessimismo dell'intelligenza e
ottimismo della volontà”), dico in conclusione che la mia unica speranza (“solo
la Provvidenza a questo punto potrà salvarci”) è che la tempesta che ha
distrutto i fiori non abbia anche distrutto i semi. E che si reimpari “ad avere
fiducia negli altri”.
Ma questo non accadrà senza una presa di consapevolezza
della popolazione. E, soprattutto, con la conquista da parte delle masse del
coraggio sulla paura.
La paura è da sempre l’arma più potente nelle mani degli
“oppressori”!