L’epidemiologo di fama mondiale, Pierluigi Lopalco, afferma
che senza
le misure restrittive in atto il Covid-19 avrebbe fatto milioni di morti.
Una tale asserzione è priva di fondamento scientifico: nessuno può fare una
simile affermazione, tanto meno un epidemiologo di fama mondiale, che da uomo di
scienza dovrebbe attenersi ai fatti. Per poter dire che in assenza di misure restrittive
il numero dei decessi sarebbe stato di milioni di morti, dovremmo disporre di
un secondo campione in tutto simile a quello attuale sul quale però le misure
restrittive non sono state applicate. Se dal confronto dei dati risulta che nel
campione con misure restrittive i decessi sono risultati inferiori a quello senza
misure restrittive, potremmo ragionevolmente concludere che sì, i provvedimenti
restrittivi hanno funzionato. In assenza di un campione di comparazione è
ragionare sul nulla.
Il Giappone – per esempio – non ha adottato alcun provvedimento
restrittivo, eppure su una popolazione di circa 127 milioni di abitanti (più di
due volte quella italiana), con un’età media molto elevata sovrapponibile a
quella italiana, il numero dei contagiati al 22/03/2020 è di appena 1055 casi,
con 232 ricoveri e 35 decessi dall’inizio dell’epidemia (20 gennaio 2020).
Come lo spiega il professor Lopalco?
Allo stato attuale delle cose, sempreché i dati messi a
disposizione dall’ISS su Internet siano affidabili, nulla fa pensare che ci
sarebbe stato lo scenario di milioni di morti da Covid-19.
Vero è che il numero delle vittime in Italia è altissimo, ma
al momento l'identikit delle persone decedute a causa dell'epidemia ha un’età
compresa tra gli 80 e gli 89 anni, la maggioranza dei quali con una o più patologie
preesistenti. I morti con meno di cinquant’anni erano tutti soggetti con diabete
grave, ipertensione e altre importanti patologie.
Peraltro paragonare la nuova epidemia da coronavirus alla “spagnola”
è, a mio modesto avviso, come voler paragonare la minaccia di un gatto a quella
di un giaguaro: il Covid-19 aggredisce soggetti defedati in età avanzata, la
spagnola colpiva soprattutto vigorosi giovani tra i 18 e i 30 anni, che la mattina
accusavano sintomi influenzali, dopo breve tempo diventavano cianotici e
tossendo espettoravano muco venato di sangue. Dopo 24 ore dalla comparsa dei sintomi
erano già cadaveri ammonticchiati nell’obitorio.
Nel nostro paese, l’epidemia “spagnola” dopo 10-11 mesi di
flagello causò la morte di 600.000 persone; uno dei tassi di mortalità più alti
d’Europa. Ma a quel tempo – in pieno conflitto bellico – si pensò bene di praticare
un’attenta censura per evitare di distrarre troppo i soldati dall’ammazzare
altri soldati. Tutto il contrario di oggi.
Il tasso di letalità nel caso di COVID-19 si aggira intorno
al 2,3%; ma potrebbe essere sovrastimato perché generalmente riferito solo ai
casi con comorbilità (quindi con altre patologie in atto, in cui il virus
potrebbe solo aver avuto effetto additivo e non causale). Se si escludono, pertanto,
i casi con patologie concomitanti, il tasso di letalità si attesterebbe in un
range compreso tra lo 0,3% e l’1% (dato ISS). Il tasso di letalità della
spagnola era maggiore del 2,5%, aggravato dal fatto che nel 1918 non si disponeva
ancora di antibiotici per contrastare le sovrainfezioni batteriche.
Ecco perché non è appropriato paragonare l’attuale epidemia
con quella che tra il 1918 e il 1920 fece 500 milioni di ammalati e 50-100
milioni di morti.
Infine, una postilla.
Il governo ha emanato provvedimenti che limitano fortemente
i diritti garantiti dalla nostra Costituzione, perché mai non ha ritenuto egualmente
opportuno emanare un decreto che obbliga le cliniche private dislocate su tutto
il territorio nazionale a mettere a disposizione tutti i posti letti, il personale
medico e paramedico per far fronte all’emergenza sanitaria da Covid-19? Pur non
disponendo di centri di terapia intensiva, potrebbero servire almeno per
dislocare i pazienti in via di guarigione dalle strutture ospedaliere pubbliche,
che sono al collasso.