sabato 21 dicembre 2019

LA SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE, UN CAPPIO AL COLLO SOPRATTUTTO PER I POVERACCI?


Qualcuno sostiene che la sospensione della prescrizione sarà un cappio al collo soprattutto per i poveracci; i ricchi, che hanno mezzi e denari, la faranno sempre franca.


Che la giustizia sia “roba da ricchi” è un fatto facilmente verificabile consultando i dati statistici della popolazione carceraria, che impietosamente mostrano la realtà del meccanismo repressivo: la maggioranza è costituita prevalentemente da ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari; la minoranza da qualche omicida; quindi, fanalino di coda, stupratori, mafiosi o camorristi. Di colletti bianchi la percentuale è tanto esigua da trascurarne il dato; con le patrie galere costoro hanno poco a che fare. E se dovessimo partire dalle statistiche giudiziarie dovremmo concludere che l’Italia è un paese felice in materia di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata.


Ma noi sappiamo che le cose non stanno affatto così! E dunque, perché questo accade? Una spiegazione potrebbe essere che le leggi che i magistrati devono applicare sono improntate ad una scala di valori distorta, che porta ad infierire sui più deboli, lasciando impuniti bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori.


Cosa sappiamo della prescrizione? Sappiamo che la prescrizione è un istituto giuridico che prevede l'estinzione di un diritto, di una pena, di un reato, quando sia trascorso un determinato lasso di tempo senza che il titolare di un diritto o lo Stato si siano attivati per esercitare le prerogative che la legge gli conferisce. Sappiamo anche che la prescrizione ha una diversa valenza in campo civile e in quello penale.


In campo civile, se il titolare di un credito compie un atto di esercizio del diritto (ad es. messa in mora del debitore), la prescrizione s’interrompe e inizia daccapo a decorrere dal giorno della notifica della messa in mora. Lo sanno i malcapitati destinatari di cartelle esattoriali emesse dall’Agenzia delle Entrate, che hanno omesso di pagare l’imposta del bollo auto. Questa imposta si prescrive al terzo anno successivo a quello di scadenza del pagamento. Ma se l’agente di riscossione, il giorno precedente lo spirare del periodo di prescrizione, invia un atto di notifica il termine si interrompe e inizia a decorrere dal giorno successivo per altri tre anni, facendo di noi eterni debitori nei confronti dello Stato.

In campo penale le cose invece stanno diversamente: con l’ultima modifica strutturale del 2005, la prescrizione, fatte salve proroghe e casi particolari, è pari al massimo della pena che il giudice può infliggere. Così, per esempio, il reato di corruzione, sanzionato al massimo con 6 anni di carcere, si prescrive, per l’appunto, in 6 anni. Ma il fatto più sconcertante è che se il reato è stato consumato, la prescrizione si inizia a contare dal giorno della sua consumazione e non dal giorno del rinvio a giudizio, con la conseguenza che la stragrande maggioranza delle prescrizioni si verifica nella fase delle indagini preliminari. E nel caso si giunga al processo, questo è celebrato a vuoto: il responsabile di fatti illeciti può dormire tra due guanciali, tanto sa di non doverne rispondere. L’azione penale che in Italia è obbligatoria avrà costretto giudici, cancellieri, avvocati di parte civile a celebrare una pantomima, sapendo che la vittima del reato, dopo avere coltivato aspettative, resterà senza soddisfazione.


Ora, se rapine, furti e fatti analoghi sono prontamente segnalati e quindi parte immediatamente la ricerca del colpevole, i reati dei colletti bianchi sono complessi da scovare, perché la condotta è più sofisticata e spesso manca la persona offesa che sporga denuncia.


Peraltro, per i primi sussiste il rito accelerato: si può arrestare in flagranza. Per esempio, il pensionato affamato che ruba una bistecca al supermercato viene arrestato in poche ore e portato dai carabinieri o dalla polizia davanti al giudice, che procede immediatamente per direttissima. In questo caso la sentenza viene emessa, se non subito, entro qualche mese. E il pensionato sconterà il suo anno di carcere. Per i reati dei colletti bianchi le cose vanno diversamente. Per esempio, gli illeciti fiscali vengono generalmente segnalati alla giustizia dall’Agenzia delle entrate, che però non riesce a controllare le dichiarazioni dei contribuenti in tempo reale, con la conseguenza che i fatti vengono a conoscenza del pubblico ministero solo a distanza di anni. E quando l’azione penale viene finalmente esercitata, seguono le ulteriori indagini per reperire prove a carico dell’imputato – e pare che le banche non sono sempre solerti nel trasmettere la documentazione richiesta; se poi ci sono fondi neri all’estero le cose si complicano esponenzialmente –, con la conseguenza che il tempo a disposizione per concludere il processo senza che i termini di prescrizioni lo brucino è veramente una manciata di ore!

Dunque qual è la ratio di questa doppia valenza della prescrizione in ambito civile e in quello penale? Perché un rinvio a giudizio non dovrebbe almeno riazzerare i tempi di prescrizione, come succede invece in ambito civile?  Forse per lasciare che la prescrizione resti uno strumento ad uso dei potenti per sfuggire alla giustizia?

mercoledì 6 novembre 2019

PERCHÉ L’ITALIA È UN PAESE DI COGLIONI


Che l’Italia sia un paese di coglioni, senza morale né dignità, lo dimostra come la stragrande maggioranza della popolazione di fronte ai tanti casi di corruzione, frodi fiscali, scandali politici e giudiziari, malasanità, ecc. ecc., non abbia mai alcun moto di ribellione: guarda e gira la testa.


Non parliamo poi dell’aumento scandaloso delle bollette della luce, del gas, dell’acqua. L’italiano medio si lamenta, ma poi mette la coda tra le gambe e paga. In Toscana i cittadini pagano le tariffe dell’acqua più alte d’Italia e nessuno osa contestarle. A Firenze la spesa media annua nel 2018 per famiglia è stata di 710 euro (fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi e tariffe, 2019).

Certo con un uso più consapevole e razionale dell’acqua si spenderebbe meno, ma il problema è: a fronte di che cosa i cittadini pagano sempre più caro l’uso dell’acqua?

Forse a fronte di un servizio migliore rispetto al passato? Direi di no, l’acqua che esce dal rubinetto di casa è la stessa degli anni in cui le tariffe erano decisamente più basse. Forse a fronte degli investimenti per migliorare le reti acquedottistiche in Toscana, peraltro realizzate in cemento-amianto? Direi di no, la rete idrica a Firenze registra una dispersione idrica superiore al 40 per cento, più alta dunque della già pessima media nazionale.

Dei fiorentini, chi non ricorda, nel maggio del 2016, l’enorme voragine apertasi sul Lungarno di Firenze per la rottura di un grosso tubo dell'acqua? Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, parlò di “Una ferita grave”, perché “Un danno di quella natura non si crea nel giro di due ore … Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità”. Quindi chiese che Publiacqua, la società che gestisce l’acquedotto di Firenze e di altri 46 comuni della Toscana, gli fornisse una relazione dettagliata nel giro di 24 ore.

Come andò a finire? Andò a finire come vanno a finire tutte le cose in Italia: Publiacqua si autoassolse e non se ne parlò più.

Ora, passiamo pure sul fatto che nessuna testa è rotolata giù, ma almeno ci si sarebbe atteso che Publiacqua, dopo il fatto, si affannasse almeno a rinnovare i tubi e spendesse fino all’ultimo centesimo possibile per la manutenzione degli impianti, non foss’altro per scongiurare il ripetersi di un tale disastro.  

Sebbene Publiacqua nel 2016 avesse incassato con le bollette 216 milioni di euro, il 12,4% in più rispetto al precedente anno, neppure un centesimo è finito in investimenti per la manutenzione degli impianti. E dunque dove sono finiti i soldi?

La gran parte del maxiutile di quasi 30 milioni di euro è andato nelle tasche dei soci sotto forma di dividendi. E, poiché il 40% delle azioni di Publiacqua appartiene ad una società privata, Acque Blu Fiorentine, di cui fanno parte anche Caltagirone, tramite l’Acea, e la multinazionale Suez, possiamo ben dire che tutti noi – coglioni – paghiamo tariffe più alte non per migliorare i servizi e le reti acquedottistiche, ma per ingrossare le tasche di Caltagirone e di una multinazionale.

Ma, il referendum sull’acqua del 2011, che registrò un vero record di partecipazione, non doveva sancire la fine del sistema privatistico dell’acqua? Se il 54% dei cittadini si è espresso in favore dell’acqua come bene pubblico, come mai i cittadini, pagando la bolletta dell’acqua, continuano a foraggiare i profitti dei privati?





lunedì 4 novembre 2019

LA RADICE DELLA DISUGUAGLIANZA STA NELLA MENTE DEGLI OPPRESSI


Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”? 

Italiani che dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti, che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i poveri si nutrivano di latte e miele.

Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i meridionali accettavano per “fame”.

Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre la precisazione: “non si affitta a meridionali”.  Avere sulla carta d’identità o sulla patente la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore, nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.

Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.

Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie, che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste diseguaglianza e ingiustizie alimentano.

Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –, occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.

Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione; finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra miserabili. 

Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht, mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E, giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri di godere di tanti incredibili vantaggi.

domenica 3 novembre 2019

L’IMPORTANZA DI UNA VERITÀ CONDIVISA


Oggi gli standard obiettivi condivisi per la verità sono scomparsi. Da ciò ne consegue che i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto ai fatti emotivi. Questo è tanto più vero in politica: mancano i fatti e la comunicazione politica fa presa soprattutto sul lato emotivo delle persone nel formare l’opinione pubblica.

I dittatori della storia hanno sempre avuto un gran da fare per sopprimere la verità. Con l’avvento dei mass media questo non è più necessario. Mentre la verità può essere svuotata di qualsiasi significato, la menzogna parimenti può essere rivestita di qualsiasi verità pronta a soddisfare chiunque la tiri dalla sua parte. La manipolazione dell’opinione pubblica ha raggiunto una potenza di fuoco che non ha precedenti nella storia dell’umanità: falsi profili sui social network per manipolare scelte e comportamenti; un esercito di algoritmi opportunamente escogitati per prevedere i nostri bisogni e le nostre prossime mosse meglio di noi; foto e video contraffatti che possono farci scambiare comuni cimiteri con campi di sterminio; ecc. ecc.

L’opinione pubblica sempre più confusa, frammentata e mutevole, si chiude allora in una sorta di “autarchia culturale”, che finisce per abbracciare una concezione del bene e del male che cede ai personali pregiudizi e assai difficilmente si mostra disponibile a confrontarsi con altre concezioni del bene e del male.

Dato il pluralismo irriducibile delle loro concezioni del bene e del male che via via si stanno formando nelle società, su quale stabile società potranno contare le generazioni future, dal momento che ciascuno si sente portatore di un senso di giustizia e di una propria idea del bene?

LA SOTTOCULTURA DELL’INDIFFERENZA DELL’INDIVIDUALISMO EGOISTICO


Posti dinanzi al male compiuto da altri non abbiamo difficoltà alcuna ad esecrarlo: siamo consci del male. Chi non condanna i tanti genocidi e stermini perpetrati nella storia? Sulla Shoah sappiamo tutti quanto basta; celebriamo il giorno della memoria per commemorare le vittime dell'Olocausto. Sul genocidio degli armeni sappiamo meno, anche se non fu meno grave della Shoah per ferocia e dimensioni. E stando alle notizie di cronaca, un progetto simile la Turchia ha intenzione di ripeterlo nei confronti della popolazione curda, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto nel nordest della Siria che allontani dal confine turco le milizie curde, e con esse il popolo curdo; mettendoci al loro posto i 2 milioni di rifugiati siriani che attualmente si trovano in Turchia.  


Insomma, il Novecento è stato un secolo di “genocidi e stermini di massa” che continuano ancora oggi nel totale disinteresse di quanti, pur commuovendosi alla visione del film “Schindler's List”, non fanno assolutamente nulla per fermare gli innumerevoli orrori che sulla Terra possano perpetuarsi in modi così insopportabili.

Eppure, a giudicare dai tanti che accorrono alle presentazioni di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che ci mostra un nuovo modo di fare società e che esorta a non farsi ingannare dall’egoismo e dall’odio, si stenta poi a comprendere l’inerzia di fronte al male e all’orrore che quotidianamente si compie.

Se non fosse che costoro smessi i panni dell’impegno civico, non dissimili da quei cattolici che si battono il petto la domenica mattina a messa per poi tornare con rinnovata lena a trasgredire i dettami dei vangeli, il giorno dopo, imboccano le vecchie e rassicuranti scorciatoie che legittimano – in modi diretti o indiretti – ogni sorta di interessi egoistici, sui quali in definitiva si fonda la nostra esistenza, svuotata di senso, perché appiattita in un consumismo velleitario senza gioia e senza scopo.

Senza alcuna pretesa di giudicare, mi limito a constatare che se la paralisi mentale di cui un numero sempre maggiore di individui sembra affetto e che si accompagna ad una passiva accettazione dell’esistente e che rappresenta il brodo della subcultura della mentalità comune, sarà assai illusorio credere che in un tale contesto possa trovarsi poi una ragionevole quantità di individui disposta a rischiare la propria “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” per degli sconosciuti.

martedì 22 ottobre 2019

QUANDO LA VIOLENZA È FINE A SÉ STESSA


A San Severo soggetti incappucciati hanno aperto i bocchettoni dei silos pieni di vino, provocando la fuoriuscita di 25mila ettolitri di vino sparsi nelle campagne circostanti. Il danno si aggirerebbe intorno al milione di euro. E, secondo l'assessore all'Agricoltura Felice Carrabba, questo atto minerà l’economia non solo della stessa cooperativa sociale ma dell’intera comunità sanseverese.

Dinanzi ad un tale turpe gesto la rabbia ci porterebbe ad invocare la forza e la determinazione di un uomo solo al comando, investito di pieni poteri per porre fine al dilagare di tanta gratuita violenza.

Se da una parte sono convinto che di fronte a tali nefandi episodi la risposta dello stato deve essere rapida ed efficace, assicurando i colpevoli ai rigori della legge senza alcuna clemenza; dall’altra sono pure dell’avviso che la repressione da sola non basta.

Sono parimenti convinto che non esista un uomo investito di tanto potere che non debordi poi – proprio per effetto di tanto potere – verso la follia, salvo che un nuovo Gesù non venga a salvarci, scendendo di nuovo fra noi. Ma visto che fine gli abbiamo fatto fare, ne dubito voglia riprovarci.  

Più che un uomo solo al comando, c’è bisogno della famiglia, della scuola, per imparare ad essere cittadini, buoni cittadini. La famiglia e la scuola sono fondamentali per dare alle generazioni future una società pacificata. Una paideia secondo il modello di Platone – filosofo greco del IV secolo a.c. – che impegna tutto l’uomo, in un processo continuo, per realizzare pienamente sé stesso come soggetto autonomo, consapevole di sé e in armonia col mondo.

Sembra una banalità, ma non è così: senza un uomo nuovo, che aspiri ad un ideale di perfezione morale, culturale e di civiltà, non esiste possibilità alcuna di uscire dalla barbarie in cui stiamo cadendo. Se non correremo ai ripari, quando la barbarie avrà infettato la maggior parte di noi (esseri umani), nulla ci salverà dalla violenza, che dilagherà per le strade proprio come il vino uscito dai silos.

Quando si fa danno solo per il piacere di far danno, siamo di fronte ad un fenomeno grave: l’abiezione dell’essere umano, un totale stato di bassezza morale che non conosce più confini al dolore che può infliggere ad altri uomini. Nel nome di un dio barbaro si libera dalla voragine interiore del proprio essere tutta la violenza di cui si è capaci.

Perché la violenza ci appartiene. È in noi! Abita nelle profonde viscere di ciascuno di noi, non foss’altro perché è dalla brutalità della natura che scaturisce. Non è forse vero che veniamo dallo stato di natura? E che cos’è lo stato di natura se non carne e sangue di cui la vita si nutre per generare altra vita?

Ora, se questa brutalità naturale da cui proveniamo, che è inscritta in noi, non è educata al culto del bello, del sacro, del santo, ecco che basta un niente per farla esplodere dal fondo sub umano in cui riposa come fuoco sotto la cenere.

Adolescenti che uccidono i genitori, ragazzi che per divertimento azionano la leva di emergenza del bus e pestano a sangue l’autista per averli rimproverati, il mobbing tra le persone all’unico fine di infliggere gratuita sofferenza a chi ne è fatto oggetto; ragazzi che cospargono di benzina un clochard solo per il gusto sadico di vederlo morire tra atroci sofferenze. Non mi dilungo oltre perché la cronaca è piena di fatti del genere. Sono tutti segnali di un disagio sociale che non è contenibile con il solo strumento repressivo. E, in questa prospettiva di violenza senza nessuno scopo, senza alcuna ascendenza ideologica o teologica, dovremmo sul serio porci la domanda donde deriva tutto questo.

Io credo ci sia una risposta. E questa risposta è il nichilismo che infetta le nostre anime, e soprattutto quelle dei giovani.

Ma che cosa significa nichilismo? Significa che ci muoviamo in un mondo senza sapere il perché lavoriamo,  ci sposiamo, mettiamo al mondo figli, ci separiamo, divorziamo, formiamo altre coppie. Non afferiamo più il senso delle cose in sé: perché obbedire a leggi che non sentiamo appartenerci? Manca la risposta ai tanti perché della nostra esistenza che si consuma senza senso. Mancano i valori per i quali un tempo l’esistenza si caricava di senso. E il tragico non sta nel non avere più quei valori, quanto nel fatto che i valori scaduti non sono stati soppiantati da nuovi. La rivoluzione francese, per esempio, abbatté i valori della monarchia e fondò quelli della libertà, uguaglianza, fratellanza.

Nietzsche nella formula “Dio è morto” condensa l’essenza del nichilismo e la decadenza del nostro mondo occidentale. E cosa vuol dire che “Dio è morto”? Vuol dire che il suo posto è stato occupato dal denaro, quale generatore simbolico di ogni valore. E quando il denaro è il motore di ogni valore, quale valenza assegnare poi a valori come l’onestà, l’amicizia, la lealtà, il coraggio, la fede, la passione, che non generano alcun utile sul piano pratico?

Martin Heidegger negli anni cinquanta lo aveva intravisto il nichilismo: «Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia».

Insomma, se la famiglia e la scuola hanno da sempre rappresentato la fucina in cui si forgiano i nuovi valori, quale stima potrà mai riscuotere dal figlio quel padre che, pur lavorando come uno schiavo, non guadagna abbastanza per assicurare alla propria famiglia un’esistenza decorosa, quando bancarottieri, spacciatori e criminali di ogni risma pascono allegramente dei frutti dei loro traffici illeciti? Quale rispetto potrà mai esigere un insegnante quando le sue formule del sapere non servono affatto ai giovani per dischiudere le porte del merito?

E dunque: che cosa resta ai giovani se vogliono sopravvivere in questo orribile nulla dell’utile, se non prendere atto che le cose stanno così, e seguire l’esempio dei personaggi della serie televisiva “Gomorra”, in cui violenza e cinismo sono i veri tratti distintivi di un uomo, un vero uomo?

Possiamo tentare di eludere in modi diversi questi fatti, riducendoli a episodi di ordinaria criminalità, incidenti di percorso lungo la via maestra della civilizzazione. In realtà questo stato di cose prepara un mondo di orrore e disumanità; e non prenderne atto è il segno di una cecità pericolosa e suicida.

mercoledì 2 ottobre 2019

IL COSTO DELLA CORRUZIONE IN ITALIA


Ogni anno a causa della corruzione in Italia si registra un calo del PIL di quasi 237 miliardi di euro. La sua incidenza sul Pil è di circa il 13%.

Per avere un’idea del significato di questo dato, dobbiamo raffrontarlo con i costi sostenuti dallo Stato per le politiche sociali.

Si scopre allora che il costo della corruzione è 12 volte superiore all'intero bilancio per i disoccupati (circa 19,7 miliardi di euro); corrisponde a 1,6 volte l'importo del bilancio sanitario del Paese (148 miliardi di euro) e più dell'intero bilancio speso per la cura degli anziani (227 miliardi di euro); è più di 12 volte superiore all'intero bilancio annuale della polizia (19,4 miliardi di euro); è quasi 77 volte il budget per i vigili del fuoco (3 miliardi di euro).

Il governo spende per le abitazioni circa 701 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza abitativa che alimenta l’odioso e crescente fenomeno dell’occupazione abusiva, che scatena una vera e propria guerra tra poveri. Con il denaro perso a causa della corruzione, il budget potrebbe essere di 337 volte superiore a quello che lo Stato mette a disposizione per la costruzione di alloggi popolari.

Con il denaro perso ogni anno sempre a causa della corruzione, l'Italia potrebbe più che triplicare la spesa pubblica per l'istruzione (il bilancio per l'istruzione è pari a 66 miliardi di euro), e gliene resterebbero nel cassetto altri 39 miliardi.

Questo è l’impatto della corruzione sulle politiche sociali. Sul piano individuale invece, se la quantità di denaro perso a causa della corruzione fosse distribuita uniformemente tra tutti gli italiani, ciascuno riceverebbe un bonus annuo di 3.903 euro.

Insomma, con quello che viene sottratto alla comunità a causa della corruzione si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali.

Questi dati sono contenuti in uno studio pubblicato dal gruppo dei Verdi europei basato sulle analisi condotte dalla RAND Corporation, un istituto di ricerca non profit statunitense creato per sviluppare analisi e ricerche prevalentemente economiche.

E c’è ancora qualcuno che si ostina a credere che l’emergenza nel nostro Paese è quella dei migranti. Come dire che l’emergenza in Sicilia non è la mafia, ma il traffico! Come ebbe a dire qualcuno.