Lo “spread” è ormai un incubo. Da una parte Bruxelles che
non fa sconti all’Italia e dall’altra i media che ripetono come un mantra la
sciagura che presto si abbatterà su di noi se dovessimo continuare a respingere
al mittente le raccomandazioni che il governo si ostina ad ignorare, almeno per
il momento.
La domanda che mi pongo allora è: i media registrano un dato
di fatto che per dovere di cronaca devono divulgare o, al contrario, ingrassano
la nostra paura per piegarci al ricatto della Commissione Europea, cui non
piace la manovra in deficit presentata dall'Italia?
In entrambi i casi l’Europa, questa Europa, allo Stato
democratico di diritto antepone la tirannia della finanza. Anziché combattere le diseguaglianze che
emergono sempre con maggiore forza nei paesi occidentali, mira a subordinare
l’organizzazione politica dello Stato alle esigenze dell’economia di mercato.
Così negando la logica della democrazia, nega anche quella dello stesso liberalismo,
che esige che i diritti civili e politici dell’individuo siano garantiti uber
alles.
In un contesto drammatico come quello attuale, in cui le proteste
anti-austerity dei gilet gialli contro il governo Macron eterodiretto da
Bruxelles rischiano di infiammare le piazze di tutta l’Europa, i tecnocrati
della Commissione Europea dovrebbero fare un passo indietro. E rendersi conto
che la corda troppo tesa delle politiche di rigore economico sin qui adottate si
sono dimostrate non solo fallimentari, ma corrono il rischio di far risorgere
gli antichi e mai sopiti nazionalismi, che porteranno alla deflagrazione dell’intera
Europa.
L’odierno ritorno dei nazionalismi è un fenomeno più comprensibile
se si considera che l’Unione Europea, che nell’immaginario collettivo doveva
essere la terra del latte e del miele, si è di fatto trasformata, dalla crisi
esplosa nel 2008, in matrigna per gran parte dei paesi dell’Eurozona, i cui
popoli, oramai prostrati da una recessione che sembra non avere mai fine, sono
colmi di un senso di sfiducia e di frustrazione, che alimenta l’euroscetticismo.
Lo squilibrato rapporto determinatosi fra rigorismo finanziario e crescita
economica, che ha determinato una crescente disoccupazione e forti sofferenze
sociali, è l’humus sul quale empiti e rigurgiti nazionalistici stanno prendendo
piede. Una politica economica di austerità, declinata in modo da ostacolare
un’effettiva ripresa dell’economia reale, non poteva che produrre questo frutto
avvelenato, che rischia di avvelenare ciò che resta della già logora tela delle
istituzioni democratiche. E contro un tale rischio i tecnocrati di Bruxelles
stanno mostrando tutta la loro ignoranza e chiusura: forti della presunta
superiorità del loro pensiero, che ha strabordato gli originari argini economici
fino a divenire una teoria del tutto, pervasivo e immanente come una religione,
hanno reso la democrazia una parola vuota. E svuotandola, come nella Repubblica
di Weimar, stanno preparando l’avvento di una inedita nuova dittatura fascista.
Come ieri con la Grecia, oggi è la volta dell'Italia,
costretta a passare sotto la grave umiliazione delle forche caudine dei diktat
della Commissione Europea. Lo strumento per castigarla, per aver osato mettere
in discussione i suoi inappellabili dogmi, è lo spread. È innegabile che le
dichiarazioni di certi esponenti “europei” (Moscovici in testa) non abbiano
come effetto quello di far salire lo spread, confidando nel fatto che la
pressione dei mercati finanziari potrebbe indurre un Paese molto indebitato
come il nostro a cedere.
Ma umiliare, mortificare i popoli non è mai un esercizio
privo di conseguenze. A volte i popoli si ribellano e possono scegliere al
purgatorio della vuota e inutile democrazia impostaci da Bruxelles, l’inferno
della ribellione. All’agonia di una morte lenta, il suicidio.
Rebus sic stantibus, ovvero stando così le cose, cosa
dovrebbe fare il Governo italiano? Subire il ricatto e ritirarsi in buon
ordine, ammettendo che, a prescindere dalla volontà dei cittadini registrata
attraverso le elezioni, senza il consenso di Bruxelles non si va da nessuna
parte? Oppure affermare la propria diversa visione di quel che è necessario
fare per uscire dalla crisi, sapendo già che uno “spread” a livelli
insostenibili finirà per far abortire in partenza tale intento? Com’è possibile,
infatti, rilanciare la crescita attraverso la domanda, se i mercati finanziari
fanno quadrato intorno al «partito unico del rigore» che regna ormai,
incontrastato, in Europa?
Se non è questo un vero e proprio ricatto con l’obiettivo di
affermare chi comanda davvero in Europa, mi si dica allora cos’è. All’Italia
non sono state date vie d’uscita diverse dal ritiro della manovra e dal
rispetto delle regole. E questo ricatto, mi pare, viene perseguito in modo
neanche troppo dissimulato da Bruxelles.
Deve allora l’Italia subire l’umiliazione per evitare il
peggio, o affermare il valore prioritario della propria autonomia democratica?
È questa la domanda radicale cui – come cittadini – siamo costretti a dare una
risposta. Se dovessimo ammettere che, chiunque risulti eletto, dovrà attenersi
poi ai dettami della Commissione Europea, dovremmo chiederci a che cosa servono
le elezioni, a che cosa servono i rappresentanti, a che cosa servono i partiti,
a che cosa serve la partecipazione? Se non saranno i rappresentanti eletti a
decidere sulle questioni di fondo, come quelle relative alla composizione delle
entrate e alle destinazioni delle spese dello Stato. Se si sa fin dall’inizio,
a prescindere dalla volontà dei cittadini, lo spettacolo che andrà in scena,
allora questa Europa, già in agonia, decreta la sua fine.