domenica 25 novembre 2018

I PADRONI DELLA CRISI

Mentre i mass media tutti i giorni lanciano segnali di allarme da “spread”, Bankitalia ci ricorda che il contenzioso con Bruxelles in queste ultime settimane è costato qualcosa come 85 miliardi di ricchezza finanziaria. E ammonisce: serve arrivare subito a un'intesa, per evitare conseguenze pesanti per l’Italia.


Lo “spread” è ormai un incubo. Da una parte Bruxelles che non fa sconti all’Italia e dall’altra i media che ripetono come un mantra la sciagura che presto si abbatterà su di noi se dovessimo continuare a respingere al mittente le raccomandazioni che il governo si ostina ad ignorare, almeno per il momento.

La domanda che mi pongo allora è: i media registrano un dato di fatto che per dovere di cronaca devono divulgare o, al contrario, ingrassano la nostra paura per piegarci al ricatto della Commissione Europea, cui non piace la manovra in deficit presentata dall'Italia?

In entrambi i casi l’Europa, questa Europa, allo Stato democratico di diritto antepone la tirannia della finanza.  Anziché combattere le diseguaglianze che emergono sempre con maggiore forza nei paesi occidentali, mira a subordinare l’organizzazione politica dello Stato alle esigenze dell’economia di mercato. Così negando la logica della democrazia, nega anche quella dello stesso liberalismo, che esige che i diritti civili e politici dell’individuo siano garantiti uber alles.

In un contesto drammatico come quello attuale, in cui le proteste anti-austerity dei gilet gialli contro il governo Macron eterodiretto da Bruxelles rischiano di infiammare le piazze di tutta l’Europa, i tecnocrati della Commissione Europea dovrebbero fare un passo indietro. E rendersi conto che la corda troppo tesa delle politiche di rigore economico sin qui adottate si sono dimostrate non solo fallimentari, ma corrono il rischio di far risorgere gli antichi e mai sopiti nazionalismi, che porteranno alla deflagrazione dell’intera Europa.

L’odierno ritorno dei nazionalismi è un fenomeno più comprensibile se si considera che l’Unione Europea, che nell’immaginario collettivo doveva essere la terra del latte e del miele, si è di fatto trasformata, dalla crisi esplosa nel 2008, in matrigna per gran parte dei paesi dell’Eurozona, i cui popoli, oramai prostrati da una recessione che sembra non avere mai fine, sono colmi di un senso di sfiducia e di frustrazione, che alimenta l’euroscetticismo. Lo squilibrato rapporto determinatosi fra rigorismo finanziario e crescita economica, che ha determinato una crescente disoccupazione e forti sofferenze sociali, è l’humus sul quale empiti e rigurgiti nazionalistici stanno prendendo piede. Una politica economica di austerità, declinata in modo da ostacolare un’effettiva ripresa dell’economia reale, non poteva che produrre questo frutto avvelenato, che rischia di avvelenare ciò che resta della già logora tela delle istituzioni democratiche. E contro un tale rischio i tecnocrati di Bruxelles stanno mostrando tutta la loro ignoranza e chiusura: forti della presunta superiorità del loro pensiero, che ha strabordato gli originari argini economici fino a divenire una teoria del tutto, pervasivo e immanente come una religione, hanno reso la democrazia una parola vuota. E svuotandola, come nella Repubblica di Weimar, stanno preparando l’avvento di una inedita nuova dittatura fascista.

Come ieri con la Grecia, oggi è la volta dell'Italia, costretta a passare sotto la grave umiliazione delle forche caudine dei diktat della Commissione Europea. Lo strumento per castigarla, per aver osato mettere in discussione i suoi inappellabili dogmi, è lo spread. È innegabile che le dichiarazioni di certi esponenti “europei” (Moscovici in testa) non abbiano come effetto quello di far salire lo spread, confidando nel fatto che la pressione dei mercati finanziari potrebbe indurre un Paese molto indebitato come il nostro a cedere.

Ma umiliare, mortificare i popoli non è mai un esercizio privo di conseguenze. A volte i popoli si ribellano e possono scegliere al purgatorio della vuota e inutile democrazia impostaci da Bruxelles, l’inferno della ribellione. All’agonia di una morte lenta, il suicidio.

Rebus sic stantibus, ovvero stando così le cose, cosa dovrebbe fare il Governo italiano? Subire il ricatto e ritirarsi in buon ordine, ammettendo che, a prescindere dalla volontà dei cittadini registrata attraverso le elezioni, senza il consenso di Bruxelles non si va da nessuna parte? Oppure affermare la propria diversa visione di quel che è necessario fare per uscire dalla crisi, sapendo già che uno “spread” a livelli insostenibili finirà per far abortire in partenza tale intento? Com’è possibile, infatti, rilanciare la crescita attraverso la domanda, se i mercati finanziari fanno quadrato intorno al «partito unico del rigore» che regna ormai, incontrastato, in Europa?

Se non è questo un vero e proprio ricatto con l’obiettivo di affermare chi comanda davvero in Europa, mi si dica allora cos’è. All’Italia non sono state date vie d’uscita diverse dal ritiro della manovra e dal rispetto delle regole. E questo ricatto, mi pare, viene perseguito in modo neanche troppo dissimulato da Bruxelles.

Deve allora l’Italia subire l’umiliazione per evitare il peggio, o affermare il valore prioritario della propria autonomia democratica? È questa la domanda radicale cui – come cittadini – siamo costretti a dare una risposta. Se dovessimo ammettere che, chiunque risulti eletto, dovrà attenersi poi ai dettami della Commissione Europea, dovremmo chiederci a che cosa servono le elezioni, a che cosa servono i rappresentanti, a che cosa servono i partiti, a che cosa serve la partecipazione? Se non saranno i rappresentanti eletti a decidere sulle questioni di fondo, come quelle relative alla composizione delle entrate e alle destinazioni delle spese dello Stato. Se si sa fin dall’inizio, a prescindere dalla volontà dei cittadini, lo spettacolo che andrà in scena, allora questa Europa, già in agonia, decreta la sua fine.

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