domenica 13 maggio 2018

LA PREPOTENZA E L’ASTUZIA VINCONO SEMPRE

Che la giustizia sia roba per ricchi lo sappiamo da sempre; la riabilitazione di Silvio Berlusconi da parte del Tribunale di Milano ne è l’ennesima prova. La realtà di come funziona la giustizia, qui da noi, è riflessa dall’impietoso quadro della popolazione carceraria: strabocca di ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari. I benestanti assai raramente finiscono in carcere; ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione. Per questi l’unica sanzione è la parcella salata del loro dell’avvocato.

Per esempio, per i tanti Stefano Cucchi la loro poco colpa è sempre un caso da forca; mentre con i politici, banchieri, amministratori delegati, la giustizia è tanto garantista – oltre ogni limite segnato dalla decenza e dal buon senso – da indurre molte persone a ritenere che i ricchi (i potenti) sono per loro natura brave persone; al contrario dei poveri che hanno inscritto nel loro DNA la natura delinquenziale.

Se vale l’equazione povero-delinquente, e pertanto non ci si dà molto da fare per offrire anche ai poveri quelle garanzie che con abbondanza vengono invece offerte ai ricchi, non può esserci parimenti l’equazione ricco-delinquente: deve esserci allora senz’altro un vulnus, un intento persecutorio, se questi compare davanti a un giudice. E quel vulnus va trovato, costi quel che costi! Così nell’ineguagliabile abbondanza di gradi di giudizio ogni processo nasce già morto. Come Kronos che divorava i suoi figli, la prescrizione divora i processi a carico dei ricchi che, potendosi permettere di percorrere dal primo all’ultimo grado di giudizio, non pagano mai fio.

Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la classe dominante della proposta di riforma della giustizia di abolire l’automatismo del secondo grado di giudizio, e comunque di interrompere i termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Peraltro, perché mai nel nostro ordinamento giuridico trova ancora posto il divieto di “reformatio in pejus”, che di fatto è un incentivo per l’imputato a ricorrere in appello, sapendo che quando l’appello venga chiesto solo da questo e non anche dal pubblico ministero, la modificazione della sentenza potrà essere soltanto più favorevole e non sfavorevole per l’imputato.

Insomma, avremmo bisogno di una significativa riforma della giustizia che consideri davvero i cittadini uguali dinanzi alla Legge; ma le uniche riforme fatte sono quelle sulle intercettazioni, per garantire ancora più impunità ai ricchi, che si sa sono “brave persone” per definizione, e dunque non possono delinquere.

È in questo solco che si situa l’ordinanza dei giudici del Tribunale di Milano di far scattare per Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva a 4 anni (di cui 3 abbonati da indulto) per frode fiscale, l'estinzione anticipata dell’incandidabilità voluta dalla Legge Severino. Così nel miglior spirito giolittiano (“Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici”), ecco sortire il coniglio dal cilindro dei prestigiatori Franco Coppi e Niccolò Ghedini (il gatto e la volpe). Stabilendo la Legge Severino all’articolo 15 che “La sentenza di riabilitazione, ai sensi degli articoli 178 e seguenti del codice penale, è l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità e ne comporta la cessazione per il periodo di tempo residuo”, è ora possibile – grazie alla sentenza emessa dal Tribunale di Milano – interrompere gli effetti della Legge e rendere dunque candidabile Silvio Berlusconi. Che tempismo! Quale chiaro esempio di doppio binario della giustizia in questo Paese: a seconda dello stato sociale di chi è portato alla sbarra, la giustizia darà pena o assoluzione!

Se l’istituto della riabilitazione, previsto dall’art. 178 del codice penale, permette alla persona che abbia subito una condanna, e che abbia manifestato segni di ravvedimento, di ottenere l’estinzione anticipata della pena e di ogni altro effetto penale della condanna, quale folgore sulla via di Damasco ha trasformato Silvio Berlusconi da “delinquente naturale” (così definito nella sentenza di primo grado Tribunale di Milano del 26 ottobre 2012) in uomo probo?

Un’ultima ragione della difficile associazione tra la riabilitazione concessa a Silvio Berlusconi e l’autenticità di questa è che normalmente il destinatario del provvedimento di riabilitazione non dovrebbe avere ancora carichi pendenti con la giustizia. Sarebbe di cattivo gusto se dopo aver concesso la riabilitazione dal Tribunale di Milano per il reato di frode fiscale, risultasse condannato per: 1) corruzione di testimoni nell’inchiesta Ruby Ter, 2) induzione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria nel processo escort, 3) finanziamenti illeciti erogati al Movimento Italiani nel Mondo, 4) corruzione dei due senatori Razzi e Scilipoti dell'IdV per passare al PdL, 5) concorso in strage nell'inchiesta sui mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993.

Molti dei reati commessi da Berlusconi, pur essendo stati acclarati, non hanno portato a sentenza solo perché prescritti. Si pensi alla corruzione di Sergio De Gregori, pagato con 3 milioni di euro per determinare la caduta del governo Prodi, ma la Corte d’appello non ha potuto far altro che sancire la prescrizione.

È questo l’uomo onesto e carico di ravvedimento – che allo scopo di perseguire i suoi fini (non sempre legali) e farla sempre franca non esita a mentire, corrompere, mettersi dalla parte dei mafiosi, piegare le leggi ai sui biechi interessi – cui i giudici del Tribunale di Milano hanno conferito la riabilitazione, convinti, come lo sono, che sia stato privato di un diritto illegittimamente.

La mia opinione è che se questa è giustizia, allora essa è gestita malvagiamente e beffardamente a danno dei poveri per la maggior gloria dei ricchi.

domenica 6 maggio 2018

TRUMP, UNA TENDENZA GIÀ PRESENTE IN TUTTE LE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI


Se non sono cretini, il popolo, inteso come massa e non come collettività, non li vota: Donald Trump ne è il più eloquente esempio. La categoria di cretino veniva un tempo usata per indicare gli individui con un quoziente intellettivo di poco superiore a quello di imbecille. Se questo aveva un QI compreso tra 26 e 50, il cretino si posizionava tra 51 e 70. Dunque il cretino non è messo poi così male. Ma i problemi cominciano quando soggetti del genere sono chiamati dal popolo a governarne le sorti.

Come definire altrimenti chi non solo insiste per armare e addestrare gli insegnanti – per evitare il ripetersi di stragi come quella del liceo di Parkland, in Florida, dove un ex studente ha fatto fuoco all’impazzata, provocando 17 morti e decine di feriti –, ma ripete il suo mantra sul diritto all’autodifesa e sulla libertà di detenere armi prendendo perfino spunto dalla tragedia del Bataclan, dove tre terroristi hanno fatto irruzione e sparato sulla folla, affermando che “se le vittime del Bataclan fossero state armate ci sarebbero stati meno morti”.

Al suo esordio sembrava un cretino, e il guaio per tutti noi è che lo è sul serio. Ha già dato prova della sua cretinaggine quando ha affermato che il riscaldamento globale è una bufala partorita dalle menti degli ecologisti senza nessun supporto scientifico, e che il concetto di riscaldamento globale è stato creato dai cinesi per colpire la produzione degli Stati Uniti ("The concept of global warming was created by and for the Chinese in order to make U.S. manufacturing non-competitive"). Dunque, per Trump il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici non sono le sfide fondamentali con cui deve fare i conti oggi l’umanità, ma fake news. E questo nonostante sia oramai opinione comune nella comunità scientifica che siamo entrati in una nuova era geologica: quella dell’Antropocene, in cui la mano dell’uomo sta modificando così radicalmente il clima terrestre e il pianeta da rendere insostenibile la vita umana organizzata secondo modalità per noi tollerabili.

E non parliamo poi del rischio reale di un conflitto nucleare, se Donald Trump dovesse decidere di tirare troppo la corda con la Corea del Nord e l’Iran. Siamo sopravvissuti al rischio nucleare della Guerra Fredda tra blocco americano e blocco sovietico. Ma, sopravvivremo all’era Trump?

È opinione condivisa che il cambiamento climatico e la guerra nucleare siano i due rischi maggiori con cui la civiltà umana deve confrontarsi oggi. Il paradosso è che per risolvere problemi così complessi avremmo bisogno di leader politici dotati di abilità intellettive e competenze tecniche, coniugate alla difficile arte dell'autocontrollo, quando si dispone di un potere immenso. E invece – quasi dappertutto – ci ritroviamo una leadership mediocre e narcisista, che manca completamente di coraggio e di forza. La cui unica preoccupazione è solo il potere fine a sé stesso e il controllo su tutti gli altri, per nascondere a sè stessi e agli altri la propria vulnerabilità e soprattutto la propria mediocrità.

Bisogna ammettere, con una certa amarezza, che questi soggetti non ce li manda Dio per castigarci dei nostri peccati, ma è il popolo a scremarli – per chissà quale fine masochistico – non tra i migliori, ma tra i mediocri, anzi tra i peggiori.

martedì 1 maggio 2018

PRIMO MAGGIO: CHE COSA C’È DA FESTEGGIARE?


Ci si può chiedere se abbia ancora senso festeggiare il I° maggio. Se si valuta il diritto del lavoro in senso attuale, vale a dire di protezione, difesa del lavoratore e della sua dignità, direi di NO.

Il I° maggio del 1886 i sindacati americani decisero di indire per il primo Maggio '86 uno sciopero generale, per rivendicare migliori e più umane condizioni di lavoro. Nella sola città di Chicago riunì oltre 50.000 lavoratori. La protesta operaia andò avanti per tre giorni, quando il 4 maggio la polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti. Undici persone persero la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il massacro di Haymarket, dal nome della piazza nella quale si tenne la manifestazione. Tre anni più tardi, a Parigi, nel corso del congresso fondativo della Seconda internazionale socialista, si decise di proclamare, in ricordo del massacro dell'Haymarket square, il primo maggio come Festa internazionale dei lavoratori.

Non c’è pagina della storia che non riveli come la conquista dei diritti da parte degli oppressi e degli sfruttati sia sempre passata attraverso il sacrificio del sangue, per la feroce repressione posta puntualmente in atto dalle classi dominanti per impedirne l’emancipazione e la conquista della libertà. Gli straccioni nel mondo devono restare straccioni, per il capriccio e il sollazzo di quei pochi che vantano un chimerico dominio sul resto dell’umanità e che alacremente lavorano per impedire che la situazione concreta di ingiustizia non arrivi a essere chiaramente percepita dalla coscienza di coloro che la subiscono.

La precarizzazione di ogni forma di lavoro riflette i nuovi rapporti di forza oggi esistenti: da una parte gli sfruttati, dall’altra gli sfruttatori; da una parte gli oppressi, dall’altra gli oppressori. E la narrazione della crisi economica – pur in presenza di un costante aumento del Pil mondiale – è stata opportunamente assoldata per giustificare e imporre antidemocraticamente dosi massicce di flessibilità del mercato del lavoro, intesa soprattutto come flessione verso il basso dei salari e libertà di licenziamento.

Dovrebbero infatti spiegarci i sapientoni, che dall’alto impongono pesanti fardelli, e che loro stessi non sarebbero in grado di portare, perché mai aziende che fatturano centinaia di milioni di euro l’anno, e i cui manager sono pagati come nababbi, devono poi pagare i lavoratori con una miseria, senza riconoscergli alcun diritto, né ferie, né malattia? E che dire del sistema delle cooperative, che forniscono a grandi e medie imprese lavoratori, cui vengono non solo negati i contratti collettivi nazionali, ma l’intera organizzazione del lavoro rasenta spesso la schiavitù? E che dire dei lavoratori in affitto, anche per qualche ora? Che se fanno felici imprese e agenzie, scaricano però sui lavoratori condizioni sociali di disagio che spesso sfociano in vere e proprie malattie. 

Sono ormai ampiamente dimostrati e documentati i casi di malattie mentali (depressioni) correlate al lavoro discontinuo e flessibile; vi è poi una stretta correlazione tra tipologia di impiego precario e malattie cardiovascolari. Se almeno questo fosse compensato sul piano economico, ma no! 

I lavoratori in affitto non sono solo precari, ma anche poveri: difficilmente superano la soglia di povertà e, secondo i dati Inps, lavorano mediamente 118 giorni l’anno per una retribuzione media annuale di 8.364 euro, ovvero 8 euro lordi l’ora. E se alla gravosità delle condizioni di lavoro, aggiungiamo il numero inaccettabile di infortuni nei luoghi di lavoro, così come la carenza dei servizi sociali, dagli asili per l’infanzia ai trasporti pubblici, la difficoltà di reperire alloggi ad affitti ragionevoli – in conseguenza del fatto che l’Italia spende lo 0% del Pil in diritto alla casa, offrendo il destro ai tanti proprietari di case di speculare e arricchirsi sui bisogni degli altri – il quadro è completo.  

Il mantra è: abbattere il costo del lavoro!

Se poi la Dichiarazione Universale dei Diritti umani recita all’art. 23 che “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto a eguale retribuzione per eguale lavoro. Ogni individuo che lavora ha diritto a una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana e integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale”. Se la nostra Costituzione all’art. 1 dice che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” e all’art. 36 rafforza questo concetto affermando che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

A quanto pare sono queste solo farneticazioni di visionari convinti che una società democraticamente all’avanguardia ed economicamente più equa fosse realizzabile. Ma i visionari – proprio perché tali – pongono traguardi ambiziosi alle generazioni successive che dovrebbero farsene carico, dimenticando spesso che se esiste un lato nobile dell’uomo, coesiste pure una natura fondamentalmente egoistica, che cerca di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei suoi desideri.

Ai nostri giorni le condizioni di vita e di lavoro conquistate dalle generazioni precedenti sono state cancellate. Così in questa ricorrenza, che vede i lavoratori sempre più umiliati e degradati a merce, mentre segna il trionfo del capitalismo padronale, non c’è nulla da festeggiare. Nella situazione che è venuta nel corso degli anni determinandosi, anche per la colpevole quiescenza dei lavoratori, che nulla hanno fatto per impedire che questo accadesse, è più utile prendere consapevolezza che dalla condizione di oppressione e sfruttamento si esce soltanto diventando una forza capace di catalizzare il proprio rifiuto verso chi li vuole “addomesticare” alla propria disumanizzazione.   

Chi sostiene che la lotta di classe è un triste relitto d’un sistema comunista per sempre morto e sepolto, non tiene in alcun conto l’esperienza di vita in cui sono costretti miliardi di precari, migranti, operai. Il modo in cui è andato sviluppandosi l’attuale sistema economico mondiale dovrebbe indurci a sostenere senza ombra di dubbio che nessun miglioramento è possibile nell'ambito del cosiddetto regime capitalistico. La lotta di classe non l’hanno mai cessata i capitalisti. Far credere a tutti gli altri che fosse cessata è stato simile al peggior inganno del diavolo che è quello di persuaderci che egli non esiste. Warren Buffett il terzo uomo più ricco al mondo ebbe a dire: “La lotta di classe esiste da venti anni e la mia classe l'ha vinta”.

C’è poco da fare, le cose stanno così: o consentiremo il perpetuarsi dei dogmi disegualitari, condannando noi stessi e i nostri figli, o, prendendo consapevolezza che dietro la falsa generosità dell’attuale ordine sociale si cela un sistema profondamente ingiusto, ritrovare la perduta solidarietà con quanti realmente lavorano e trasformano il mondo: uomini e popoli che lottano per l’affermazione della propria umanità contro l’oppressione e lo sfruttamento.

mercoledì 25 aprile 2018

25 APRILE, LA MEMORIA CHE DIVIDE


Settantatré anni fa l’Italia veniva liberata dal giogo nazifascista. Da quell’8 settembre del 1943, in cui il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio dette l’annuncio radiofonico dell’armistizio con gli anglo-americani, al 25 aprile 1945 c’è tutta la storia della Resistenza italiana; la storia di uomini che, combattendo, sognarono e provarono a rifare un paese dalle macerie del fascismo. Senza sapere se avrebbero mai assistito alla realizzazione del loro sogno, gettarono i loro cuori oltre l’ostacolo. Rispondendo all'appello del futuro presidente della Repubblica e membro del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia, Sandro Pertini, spianarono la strada alla democratizzazione della Penisola che, di lì a poco, sarebbe sfociata nel referendum del 2 giugno 1946, che segna la nascita della Repubblica Italiana.

Due anni di lotta armata che videro contrapposti italiani contro italiani: da una parte i combattenti partigiani, dall’altra i fascisti di Salò. Ed oggi in pieno revisionismo storico si tende a dire che la storia della Resistenza sbandierata dai vincitori nasconda troppe menzogne; si tenderebbe – per esempio – a tacere delle efferatezze commesse dai partigiani rossi, che molto spesso si rivelarono essere ladri e briganti sotto mentite spoglie. E che in fondo se onoriamo i partigiani che si batterono e anche morirono per un'idea di libertà, dovremmo pure onorare i ragazzi che, in nome di altri valori, l'onore e la lealtà, andarono a morire per Salò.

Sono disposto ad ammettere che la narrazione giunta sino a noi sia stata enfatizzata e che in essa vi sono anche molte leggende da sfatare. È possibile che vi siano stati autentici atti criminali compiuti da ambo le parti; ma in una guerra, e per di più in una “guerra civile”, non v’è posto per la pietà; la violenza della guerra tracima ogni umana pietà. Le guerre non andrebbero mai iniziate; essa rende tutti malvagi. Come abbiamo visto nel Kosovo, in Bosnia, in Ruanda, in Palestina, in Sudan, in Siria, nello Yemen e in molte altre parti del mondo, l’odio può diffondersi in un lampo e il popolare invito ad amare il prossimo cede il passo alla discordia. La velocità con cui gli esseri umani si trasformano in spietati ed implacabili assassini è sconcertante.

Pertanto, a mio avviso, il problema non è se i partigiani furono più o meno buoni dei loro avversari fascisti: la guerra spinge sempre gli avversari nel vortice distruttivo della violenza senza fondo. La questione dirimente è rappresentata dalla storia: l’unica in grado di conferire un senso giusto alla violenza ed al furore degli uni contro gli altri. E a separare gli uni dagli altri c’è sempre l'oppressione e la schiavitù che una parte vuole imporre all’altra, e contro cui questa trova di tanto in tanto la forza e il coraggio di ribellarsi. E allora la questione si riduce a scegliere se stare dalla parte giusta o da quella sbagliata.

Come ricorda Calvino, dietro il più idealista combattente delle Brigate nere c'erano le stanze di tortura, le deportazioni, i campi di concentramento, le camere a gas e i crematori; mentre dietro il partigiano più ladro e più ignaro c'era un grande movimento di uomini e donne in lotta per una società pacifica, democratica e, per quanto possibile, giusta.

domenica 22 aprile 2018

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA CI FU

Il giudice Alfredo Montalto della Corte di assise di Palermo nella sentenza conferma la tesi principale dell'accusa: 26 anni fa, parti dello Stato trattarono con la mafia per far cessare la serie di attentati con ordigni esplosivi da parte di Cosa Nostra nel biennio 1992-1994.

Quel che è acclarato dalla sentenza è che non solo la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma pure gli attori che l’hanno conclusa: i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e Totò Riina; tre alti ufficiali dei carabinieri Mori, De Donno e Subranni; il trade union Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia. Ma la novità della sentenza non sta tanto nell’aver dissipato ogni dubbio sul fatto che la Trattativa ci fu, quanto l’aver mostrato che, mentre i giudici Falcone e Borsellino saltavano in aria, pezzi dello Stato brigavano per cercare di soddisfare le richieste avanzate dai boss mafiosi. Dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, come la politica sia stata – da sempre – la cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e il governo.

Ha ragione il pm Di Matteo quando afferma che “Cosa Nostra non verrà sconfitta fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trova nella politica la disponibilità al compromesso”. Come potremmo altrimenti spiegare il radicamento della mafia, di tutte le mafie, sul territorio italiano senza partire dal presupposto che perché questo sia possibile non si può non dare per certo l’esistenza di rapporti privilegiati con le istituzioni, che quando serve sono capaci di offrire protezione e impunità. Senza il rapporto con la politica, le lobby di potere, le logge più o meno deviate della massoneria, il sostegno di professionisti senza scrupoli, le mafie sarebbero già state sconfitte da tempo.

La politica celebra le vittime, racconta la mafia, ma non ne denuncia tutte le forme di collusione.  Se si riuscisse ad accettare questa amara realtà e trovare la forza di reagire, forse si potrebbe chiudere il cerchio. Ma ci vorrebbe coraggio, coerenza e determinazione per combatterla sul serio.

Per esempio, se ora sono noti i rapporti tra Marcello Dell’Utri e Berlusconi, amici da una vita. Se Marcello Dell’Utri è stato il braccio destro di Berlusconi negli affari fin dagli anni Settanta, prima nell’edilizia e poi nella pubblicità televisiva. Se è ancora Dell’Utri ad aver creato e organizzato, tra il 1993 e il 1994, Forza Italia, il partito-azienda con cui Berlusconi ha conquistato anche il potere politico. Come possiamo non credere che Berlusconi non abbia fornito dall’esterno un sostegno consapevole, determinato, stabile, rilevante all’organizzazione criminale di Cosa nostra?

Di fronte a questi fatti, come possiamo non provare scandalo dinanzi all’ennesima discesa in campo di Berlusconi. Alla luce della recente sentenza, come possiamo non aver storto la bocca di nausea nel sapere che Sergio Mattarella ha ricevuto Silvio Berlusconi, come rappresentante di Forza Italia, nel giro di consultazioni per la formazione del nuovo governo? Come possiamo ancora permettere che un “delinquente naturale” – così lo ha definito il Tribunale di Milano – possa avere un qualsiasi titolo per esprimere un parere o prendere decisioni sull’assetto politico dell’Italia?

Un popolo che è capace di dimenticare gli errori e le malefatte del recente passato è l’opposto di un popolo di cittadini.

domenica 15 aprile 2018

IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE


Gli Stati Uniti sono un pessimo esempio di stato di diritto e di democrazia: nell'opposizione fra gli ideali e la pratica quotidiana, v’è l'essenza stessa dell'America. 

Quando lo stato delle cose è a loro vantaggio o non tocca i loro interessi vale lo “stato di diritto”; quando invece gli interessi di un’oligarchia al potere, legata a sua volta a coloro che detengono le redini finanziare non solo degli Stati Uniti, ma del mondo intero, sono minacciati, ecco che lo stato di diritto viene sospeso in nome del maggior interesse della Nazione e del Popolo. Quanto poi l’interesse del Popolo – ovvero delle masse – sia salvaguardato è assai discutibile; niente affatto contestabile, se per interesse del popolo s’intende quello di un’esigua parte, ovvero quello dello 0,01%.

Come i primi missionari s’impegnarono a diffondere la religione cristiana “urbi et orbi”, gli americani si sentono investiti della stessa missione divina a propagare nel mondo i grandi principi dell'american way of life. E sono tanto arroganti nel considerare il loro stile di vita tanto eccellente da non poter neppure concepire che ve ne possa essere anche un altro, oltre il loro. 

Così se qualche stato o paese non è disposto a farlo proprio, la colpa non sta in loro, ma nella caparbietà di quei paesi “canaglia” che si ostinano a non capire. 

In nome della pretesa supremazia dei loro valori, esercitano un potere praticamente illimitato in qualsiasi parte del globo, eliminando impunemente chiunque osi metterla in discussione. 

La storia delle intromissioni degli Stati Uniti nella politica degli altri paesi dal 1945 a oggi mostra molte verità inquietanti: il ruolo della CIA nel rovesciare governi democraticamente eletti o destabilizzare intere aree del pianeta per giustificare poi l’intervento militare in difesa dei “diritti umani” ed il ritorno alla “democrazia”; l’appoggio a regimi dittatoriali per assicurare gli interessi delle grandi corporation americane; la creazione del terrorismo come strategia di conquista globale; il ricorso alla tortura in operazioni antiterroristiche illegali.

Così come la minaccia indiana gravante sui pionieri serviva da pretesto all'intervento della cavalleria, l’uso delle armi chimiche da parte di Assad è stato il pretesto per Donald Trump per far scattare, nella notte fra venerdì e sabato, la rappresaglia militare contro il regime siriano di Bashar al-Assad.

Premesso che a tutt’ora non sono state trovate tracce degli agenti chimici che sarebbero stati utilizzati nell’attacco, mi chiedo: in un Paese dilaniato da una guerra che dura da sette anni di guerra, in cui migliaia di civili sono sotto assedio, ridotti alla fame e privi di cure mediche, fa veramente una grossa differenza essere uccisi dalle bombe o dal gas? Perché mai la morte provocata da una bomba che lacera le carni, strappando gambe e braccia, dovrebbe essere più pietosa di quella procurata dall’uso di armi chimiche?

Dietro l’apparenza delle parole e del fervore umanitario, si cela spesso il più tetro dei cinismi: la guerra in Siria, secondo l’osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus), ha prodotto mezzo milione di vittime e undici milioni sono gli sfollati, i rifugiati, i profughi. Ma ormai nessuno fa più caso a questa autentica tragedia umana, salvo quando i media accendono i loro riflettori per condannare il presunto attacco con armi chimiche sulla città di Douma. E nonostante vi siano dubbi sull’attendibilità delle fonti e sul fatto che l’uso di armi chimiche in questa fase sia poco sensato per il regime di Assad, si danno per vangelo le dichiarazioni di Trump, Macron e May.

Ora, se da una parte non esistono dubbi sulla crudeltà e sulle politiche senza scrupoli di Assad, dall’altra l’adesione più piena al diritto e alla legalità imporrebbero prudenza nel valutare la veridicità del fatto, soprattutto quando quel fatto, il presunto attacco con armi chimiche, diventa il casus belli per un intervento armato. 

Ma Trump, Macron e la May non hanno dubbi: hanno le prove!

Anche Bush e Blair avevano le prove incontrovertibili sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein; senonché, per parte inglese, abbiamo dovuto attendere la conclusione dell’indagine di Chilcot, iniziata nel 2009 e voluta dall’ex premier Gordon Brown, per sapere che le affermazioni di Blair erano senza fondamento e pretestuose per giustificare la sudditanza alla follia americana e del suo presidente.

Le decisioni dell’ex premier inglese e del suo caro amico Georges W. Bush procurano non solo migliaia di morti tra la popolazione civile (si stima 150.000 ma i dati non sono aggiornati dal 2009), ma favorirono anche la nascita dell’Isis, la cui violenza terroristica non si è abbattuta sulla scelleratezza dei due sicari (Bush e Blair), ma continua ad abbattersi su inermi civili.

Ora, visti i precedenti, chi ci dice che questa volta il trio Trump, Macron, May siano davvero in possesso di prove certe, inconfutabili, e non soltanto di bufale – montate ad arte – per sortire l’effetto desiderato?

Se esaminiamo le fonti della notizia relativa all’attacco chimico, scopriamo che la prima comunicazione relativa all’attacco chimico non è stata fornita da un osservatorio neutrale, ma dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), che ha il proprio quartier generale nel Regno Unito e che – secondo gli scettici – ha stretti legame con le forze anti-governative siriane. Dunque, parte in causa.

Peraltro, che interessa avrebbe avuto Assad a bombardare con armi chimiche la città siriana di Douma, proprio quando le milizie del gruppo fondamentalista “Jaish al-Islam” avevano deciso di arrendersi e contrattato col governo siriano l’uscita dalla città in cambio della vita dei civili tenuti in ostaggio? 

Un bombardamento sulla città con armi chimiche – dodici ore dopo l’accordo – non ha proprio senso né dal punto di vista tattico né strategico: Assad non ne approfitta per aprire un fronte contro l’esercito turco che ha invaso il nord della Siria, dove un attacco chimico – sia pure in barba alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche – si sarebbe rivelato forse utile e giustificato dall’invasione turca. No, Assad, da cretino dei cretini, ordina un attacco chimico inutile contro dei civili, sapendo che questa mossa accrescerà non solo la sua impopolarità agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, ma gli costerà anche la conseguente reazione di Trump.

Le cose non stanno affatto in piedi. Lo scenario attuale ricorda piuttosto quello delineatosi con la Seconda Guerra del Golfo: la “pistola fumante” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con cui gli Usa giustificarono agli occhi del mondo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

D’altronde per oltre settant'anni gli Stati Uniti sono riusciti così abilmente a convincere gran parte del mondo che loro sono i buoni e chiunque si metta contro i loro interesse è perciò stesso nemico dei principi della democrazia e della civiltà, che i fatti consumatisi in Guatemala, Cuba, Cile, Nicaragua – e si potrebbero citare altrettante circostanze, nelle quali boicottaggi economici e finanziari, embarghi, finanziamento di oppositori politici, controllo dei mass media locali, militarizzazione di gruppi radicali, hanno destabilizzato interi paesi e regimi in funzione degli interessi americani –, nonostante sia ormai acclarata la loro piena e totale responsabilità dei crimini ivi commessi, non hanno abbastanza voce per svegliare dal letargo mentale i cittadini americani ed europei.

La maggior parte delle guerre che si combattono oggi nel mondo – quelle che contano più massacri – sono sponsorizzate dagli Stati Uniti e motivate dalla salvaguardia dei biechi interessi dell’alta finanza e delle grandi corporations (Standard Oil, General Motors, Ford, IBM, Coca Cola, Du Pont, Union Carbide, Westinghouse, General Electric, Goodrich, Singer, Kodak, ITT, J. P. Morgan ecc.). E la guerra, ieri come oggi, è certamente l’affare più remunerativo che si possa immaginare. Per esempio, se Assad, nel 2009 Assad non avesse opposto un netto rifiuto alla proposta del Qatar di far transitare in Siria il suo gasdotto verso la Turchia, i tre leader del mondo occidentale (Trump, Macron, May) lo rappresenterebbero come un carnefice che uccide e affama il suo popolo o, al contrario, come uno statista illuminato, col quale collaborare e cooperare?


Aveva ragione Nietzsche quando affermò che nella storia non ci sono fatti ma solo interpretazioni. 




sabato 7 aprile 2018

PROVE DI IMMATURITÀ DEL PD


Se il PD vuole evitare la totale disintegrazione farebbe bene ad accettare l’invito che il leader M5S Luigi Di Maio gli rivolge: sotterrare l’ascia di guerra e far prevalere il senso di responsabilità nei confronti del Paese. È fuor di dubbio che le parole di Luigi Di Maio dimostrano che il M5S, prigioniero di un’eterna adolescenza, sta conquistando una maturità che gli andrebbe riconosciuta.

In un’intervista a “La Repubblica”, il leader M5S ha dichiarato: “Io non sto rinnegando le nostre idee né le critiche che in più momenti abbiamo espresso anche aspramente nei confronti del Pd, e che anche il Pd non ci ha risparmiato … [ma] se rimaniamo ognuno sulle proprie posizioni non si va da nessuna parte”.

Queste parole dovrebbero indurre i dirigenti del PD ad una seria riflessione: l’unica alternativa possibile al diniego del PD è un governo Lega-M5S! E non mi pare che il reggente del PD – Maurizio Martina – si affanni troppo per evitarla: “La nostra linea è quella. Adesso centrodestra e Cinquestelle devono dire chiaramente al Paese, alle altre forze politiche e al Parlamento cosa intendono fare. Devono esplicitare il loro tentativo di intesa. Noi restiamo fedeli e coerenti all’impostazione data dal primo minuto”.

Questa assenza di disponibilità al dialogo, giustificabile solo con un pragmatismo che impone un tale atteggiamento (e di cui il PD dovrà poi dar conto ai suoi stessi militanti e alla Nazione), costringerà i Cinque Stelle a passare al negozio successivo: un governo con Salvini, ma senza Silvio Berlusconi. E se anche questa via fosse sbarrata non resterà che il ricorso a nuove elezioni.

Risulta pertanto difficile spiegare la logica del PD, se non con quella del “muoia Sansone con tutti i filistei”. Ma, forse, la verità è che la metamorfosi del PD da partito delle masse a partito dei benestanti e dei benpensanti è davvero completa. 

Lo dimostrano i flussi elettorali: dove una volta regnava la sinistra, ora si affermano i grillini che – nonostante le luci e ombre – almeno sono stati capaci di intercettare il malcontento di quanti sono nauseati di clientele, voti di scambio e corruzione; di quanti vivono sulla loro pelle le contraddizioni delle politiche d’austerity, che hanno determinato un crollo dei redditi delle classi medie e dei livelli occupazionali dei lavoratori con l’avallo peraltro dei tradizionali partiti di sinistra che queste politiche hanno reso possibile; di quanti stanchi di una sinistra al governo che ha scelto – autolesionisticamente – di abbracciare l’ideologia unica del neoliberismo, che si sta rivelando, sempre più chiaramente, favorevole per i pochi, ma punitiva per i molti.

L’ideale della sinistra è stato sempre quello della “giustizia sociale”, e la vicinanza al disagio e al dramma sociale le era connaturato. La sua missione, liberare i propri simili dalle catene loro imposte dai privilegi di razza, di ceto, di classe. Ma dopo il crollo del Muro, sembra ormai chiaro, la sua marcia ha preso una direzione diversa, e per dirla con le parole di Paolo Virzì nel film “Caterina va in città”: «I comunisti sono quelli coi soldi, i fascisti sono quelli che stanno in mezzo alla gente».

Cinque anni fa il M5S perse una grande occasione per cambiare veramente l’Italia, ma se oggi la sinistra nel suo complesso non saprà sviluppare un dialogo con i grillini, nel tentativo di dare un governo credibile, il crescente divario tra i partiti politici e le reali necessità e aspettative dei cittadini rischia di consegnare il Paese alle derive di ultradestra, e allora i miasmi del razzismo si respireranno ovunque. Riflettano bene quelli del PD: l’ideologia chiamata a legittimarlo e a consacrarlo è già pronta.