Che la giustizia sia roba per ricchi lo sappiamo da sempre;
la riabilitazione di Silvio Berlusconi da parte del Tribunale di Milano ne è l’ennesima
prova. La realtà di come funziona la giustizia, qui da noi, è riflessa dall’impietoso
quadro della popolazione carceraria: strabocca di ladruncoli, piccoli
spacciatori, immigrati irregolari. I benestanti assai raramente finiscono in
carcere; ciò che per gli emarginati è la regola, per i benestanti è l’eccezione.
Per questi l’unica sanzione è la parcella salata del loro dell’avvocato.
Per esempio, per i tanti Stefano Cucchi la loro poco colpa è
sempre un caso da forca; mentre con i politici, banchieri, amministratori
delegati, la giustizia è tanto garantista – oltre ogni limite segnato dalla
decenza e dal buon senso – da indurre molte persone a ritenere che i ricchi (i
potenti) sono per loro natura brave persone; al contrario dei poveri che hanno
inscritto nel loro DNA la natura delinquenziale.
Se vale l’equazione povero-delinquente, e pertanto non ci si
dà molto da fare per offrire anche ai poveri quelle garanzie che con abbondanza
vengono invece offerte ai ricchi, non può esserci parimenti l’equazione ricco-delinquente:
deve esserci allora senz’altro un vulnus, un intento persecutorio, se questi
compare davanti a un giudice. E quel vulnus va trovato, costi quel che costi! Così
nell’ineguagliabile abbondanza di gradi di giudizio ogni processo nasce già
morto. Come Kronos che divorava i suoi figli, la prescrizione divora i processi
a carico dei ricchi che, potendosi permettere di percorrere dal primo all’ultimo
grado di giudizio, non pagano mai fio.
Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la classe dominante
della proposta di riforma della giustizia di abolire l’automatismo del secondo
grado di giudizio, e comunque di interrompere i termini di prescrizione dopo la
sentenza di primo grado. Peraltro, perché mai nel nostro ordinamento giuridico
trova ancora posto il divieto di “reformatio in pejus”, che di fatto è un
incentivo per l’imputato a ricorrere in appello, sapendo che quando l’appello
venga chiesto solo da questo e non anche dal pubblico ministero, la modificazione
della sentenza potrà essere soltanto più favorevole e non sfavorevole per
l’imputato.
Insomma, avremmo bisogno di una significativa riforma della
giustizia che consideri davvero i cittadini uguali dinanzi alla Legge; ma le
uniche riforme fatte sono quelle sulle intercettazioni, per garantire ancora
più impunità ai ricchi, che si sa sono “brave persone” per definizione, e
dunque non possono delinquere.
È in questo solco che si situa l’ordinanza dei giudici del
Tribunale di Milano di far scattare per Silvio Berlusconi, condannato in via
definitiva a 4 anni (di cui 3 abbonati da indulto) per frode fiscale, l'estinzione
anticipata dell’incandidabilità voluta dalla Legge Severino. Così nel miglior spirito
giolittiano (“Le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici”),
ecco sortire il coniglio dal cilindro dei prestigiatori Franco Coppi e Niccolò
Ghedini (il gatto e la volpe). Stabilendo la Legge Severino all’articolo 15 che
“La sentenza di riabilitazione, ai sensi degli articoli 178 e seguenti del
codice penale, è l’unica causa di estinzione anticipata dell’incandidabilità e
ne comporta la cessazione per il periodo di tempo residuo”, è ora possibile –
grazie alla sentenza emessa dal Tribunale di Milano – interrompere gli effetti
della Legge e rendere dunque candidabile Silvio Berlusconi. Che tempismo! Quale
chiaro esempio di doppio binario della giustizia in questo Paese: a seconda
dello stato sociale di chi è portato alla sbarra, la giustizia darà pena o assoluzione!
Se l’istituto della riabilitazione, previsto dall’art. 178
del codice penale, permette alla persona che abbia subito una condanna, e che
abbia manifestato segni di ravvedimento, di ottenere l’estinzione anticipata della
pena e di ogni altro effetto penale della condanna, quale folgore sulla via di
Damasco ha trasformato Silvio Berlusconi da “delinquente naturale” (così
definito nella sentenza di primo grado Tribunale di Milano del 26 ottobre 2012)
in uomo probo?
Un’ultima ragione della difficile associazione tra la
riabilitazione concessa a Silvio Berlusconi e l’autenticità di questa è che normalmente
il destinatario del provvedimento di riabilitazione non dovrebbe avere ancora
carichi pendenti con la giustizia. Sarebbe di cattivo gusto se dopo aver
concesso la riabilitazione dal Tribunale di Milano per il reato di frode
fiscale, risultasse condannato per: 1) corruzione di testimoni nell’inchiesta
Ruby Ter, 2) induzione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria
nel processo escort, 3) finanziamenti illeciti erogati al Movimento Italiani
nel Mondo, 4) corruzione dei due senatori Razzi e Scilipoti dell'IdV per
passare al PdL, 5) concorso in strage nell'inchiesta sui mandanti occulti delle
stragi mafiose del 1993.
Molti dei reati commessi da Berlusconi, pur essendo stati
acclarati, non hanno portato a sentenza solo perché prescritti. Si pensi alla corruzione
di Sergio De Gregori, pagato con 3 milioni di euro per determinare la caduta
del governo Prodi, ma la Corte d’appello non ha potuto far altro che sancire la
prescrizione.
È questo l’uomo onesto e carico di ravvedimento – che allo
scopo di perseguire i suoi fini (non sempre legali) e farla sempre franca non
esita a mentire, corrompere, mettersi dalla parte dei mafiosi, piegare le leggi
ai sui biechi interessi – cui i giudici del Tribunale di Milano hanno conferito
la riabilitazione, convinti, come lo sono, che sia stato privato di un diritto illegittimamente.