domenica 25 marzo 2018

UOMINI E TOPI


Secondo Aristotele, l'uomo è «animale naturalmente sociale»: egli tende per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. L’essere umano è pertanto davvero tale solo se ha la facoltà di agire politicamente in mezzo agli altri, altrimenti è puro metabolismo, biologia, animalità.

Si può discutere quanto questo sia vero, ma una cosa è certa – e l’esperienza ci conforta – l’impossibilità dell’agire sociale ci rende meno umani, più disumani. Basta vedere il comportamento di alcuni nel traffico, alla guida del proprio veicolo: sollecitazioni e pulsioni barbariche emergono dalla personalità profonda di ciascuno di noi.

L’agire sociale è qualcosa di affatto diverso dal semplice agire: non ogni specie di contatto tra gli uomini riveste carattere sociale. I comportamenti legati alla cosiddetta “road rage”, traducibile con “rabbia al volante”, in cui ciascuno comunica all’altro la propria rabbia (suonare con insistenza il clacson, tagliare la strada, invadere la corsia opposta, sparare gli abbaglianti, ecc.), non sono atti forniti di senso sociale; sono piuttosto atteggiamenti orientati e conseguenti al comportamento di altri individui. L’agire sociale è la serie di atti scelti tra varie alternative possibili, posti in essere sulla base di un progetto comune concepito in precedenza, al fine di conseguire uno scopo più gradito; una società nella quale non è il diritto del più forte a prevalere, ma la forza del diritto, in cui norme e valori valgono “erga omnes”.

Cosa accadrà allora in una società nella quale la partecipazione e l’azione politica viene sempre più percepita come impossibile, non perché proibita ma perché ineffettuale, priva di concretezza, senza risultato?

Accadrà quello che accade: l’individuo, privato di quel minimo di partecipazione, si esprimerà nell’imitazione gregaria, nell’accettazione acritica dello status quo. E i sintomi di una tale malattia sociale sono la pigrizia, la viltà, l’inerzia dei cittadini, che, incapaci di trasformare lo stato di cose esistente in altro, sfogano rabbia e frustrazione su quello che socialmente è considerato il più debole, il più privo di difesa, l’attore sociale incapace di rappresaglia.

Quando il comportamento degli uomini è più simile a quello dei topi che a quello degli umani.

Henri Laborit – medico, biologo e filosofo francese – dal 1958 al 1983 condusse interessanti esperimenti sui topi; tre topi, chiusi ciascuno in una gabbia, erano sottoposti a delle scariche elettriche in modo casuale. Al primo topo veniva data la possibilità di uscire dalla gabbia; al secondo topo non veniva offerta questa possibilità, ma gli veniva affiancato un altro topo più debole sul quale sfogare rabbia e frustrazione; al terzo entrambe le alternative erano precluse.

L’esperimento venne condotto ripetutamente sulle povere bestie per saggiarne la capacità di adattamento. Al termine, i topi furono sottoposti a controllo.

Il topo rinchiuso nella gabbia con l’uscita di fuga non manifestò alcun sintomo; nessun sintomo neppure per quello rinchiuso nella seconda gabbia, giacché poteva sfogare sul topo più debole la propria rabbia e frustrazione. Al terzo – quello rinchiuso nella gabbia senza possibilità di fuga e senza essere affiancato da un suo simile più debole – vennero diagnosticate ulcere molto gravi allo stomaco, perdita di pelo, ipertensione arteriosa e altissimi livelli di cortisolo: l’impossibilità di agire lo faceva ammalare.

L’esperimento ci dovrebbe far riflettere sull’impostura del potere, sempre abile nel trattare gli uomini come topi, avendo cura di tracciare nel corso della storia un gruppo socialmente più debole, sul quale far convergere la rabbia e la frustrazione dei cittadini-topi, la cui inerzia, pigrizia e viltà impedisce loro di identificare la cagione dei loro veri mali.

sabato 24 marzo 2018

SE NON È ZUPPA, È PAN BAGNATO


Un nobile desiderio dovrebbe ardere in ciascun uomo: contribuire alla promozione della verità e della libertà. Ciascuno di noi dovrebbe chiedersi se è degno per un autentico cittadino sopportare l’insopportabile, o prendere – consapevolmente e radicalmente – distanza da una realtà politica che, se da un lato ha modificato certamente il quadro della politica, portando al potere una nuova classe politica, dall’altro non riesce a trasformare e rinnovare in modo rivoluzionario la dimensione del politico.

Dopo il solito teatrino politico, la montagna ha partorito il topolino: Roberto Fico eletto presidente della Camera e Maria Elisabetta Alberti Casellati proclamata presidente del Senato.

Stendiamo un velo pietoso su Roberto Fico, il cui background va dall’aver fatto il tour operator, quindi l’impiegato in un call center; quindi il responsabile della comunicazione per una società di ristorazione e, infine, importatore di tessuti dal Marocco.  C’è da sperare che, durante il periodo in cui si è arrabattato tra mille lavori, abbia avuto il tempo di maturare la cultura politica necessaria per rivestire la terza carica dello Stato. Ma, non mettiamo limiti alla provvidenza e stiamo a guardare.

I pretoriani – istituiti dall’imperatore Augusto – erano un corpo di soldati scelti che formavano la guardia ufficiale degli imperatori romani. Ebbene, Alberta Casellati – prima donna presidente del Senato – è considerata la pretoriana di Berlusconi; non capisco pertanto perché la bocciatura di Paolo Romani e l’elezione di Casellati venga letta dalla maggior parte dei giornalisti come la vittoria di Salvini su Berlusconi: se non è zuppa, è pan bagnato.

Maria Elisabetta Alberti Casellati ha difeso senza se e senza ma il capo assoluto – Berlusconi – da ogni accusa; nel 2013, quando 150 parlamentari Pdl “marciarono” sul tribunale di Milano, dove si celebrava il processo Ruby, la Casellati era uno di questi; è stata sostenitrice e collaboratrice fattiva delle leggi ad personam per il Cavaliere. 

Una tra queste il DDL sul processo breve che, dopo aver cancellato una montagna di processi in nome della tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, guarda caso ha cancellato anche quelli riguardanti Mills e Mediaset. 

Il processo Mills riguardava l’avvocato inglese omonimo, condannato dal tribunale di Milano per aver ricevuto 600.000 dollari da Silvio Berlusconi in cambio di due false testimonianze rese nei due processi in cui era imputato lo stesso Berlusconi. 

Quello Mediaset riguardava il reato di frode fiscale: Berlusconi avrebbe intascato fondi neri per 280 milioni di euro, a seguito della compravendita di diritti tv negoziati all’estero con il produttore Frank Agrama, senza pagare le tasse e commettendo frode nei confronti degli azionisti. 

Alberta Casellati è la stessa che nel 2011, nello studio di La7 della trasmissione «Otto e mezzo» condotta da Lilly Gruber, fu accusata da Marco Travaglio di familismo e clientelismo per aver piazzato a capo della segreteria del dicastero della Salute la figlia Ludovica.

Insomma, una campionessa di coerente rispetto della legalità e del dettato dell’art. 54 della Costituzione, che vorrebbe che i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche adempiano al loro dovere con disciplina ed onore.

In questa deriva silenziosa ma inarrestabile di ambiguità del pensiero, mi piacerebbe che almeno l’indignazione dei cittadini nei confronti di atteggiamenti eticamente dubbi fosse meno prona e accomodante.

sabato 17 marzo 2018

L’INSOSTENIBILE IRRESPONSABILITÀ DEL PD


Se tutti fossero d’accordo su tutto sarebbe terribile, ma l’impostazione del PD dopo il risultato elettorale del 4 marzo (2018) è a dir poco preconcetta, stupida e irresponsabile.

La Direzione del PD, incarnazione del verbo di Renzi, dice: “Staremo all’opposizione”. Questa dichiarazione è un indicatore della generale stupidità degli uomini del PD, che sembrano ignorare il fatto, che non è un dettaglio, che attualmente il Pd è al governo con Gentiloni, e la maggioranza dei ministri che compongono il suo governo è di estrazione PD.

Forse intendono dire che andranno all’opposizione quando l’attuale governo Gentiloni rimetterà il suo mandato all’improbabile nuovo governo che si formerà dalle ceneri della Seconda Repubblica. Ma l’uso improprio dell’espressione “staremo all’opposizione” mostra quanto la stupidità stia crescendo in modo esponenziale nelle file del PD.

Dopo il crollo alle urne, senza fare un’approfondita analisi degli errori commessi, a partire dall'incapacità di dialogare con le parti sociali, i dirigenti del PD dicono: gli elettori ci hanno mandato all’opposizione. Ma una tale affermazione è delirante, come la pastella magica di “Mio cugino Vincenzo”. Pensare che gli elettori abbiano votato PD con il preciso intento di mandarlo all’opposizione e non, come sarebbe più logico attendersi, sperare che restasse al governo, significa fare dell’effetto la causa e della causa l’effetto.

Gli elettori votano nell’attesa che il partito da loro votato rappresenti e promuova i loro interessi, non certo che si trinceri nella torre d'avorio delle sue verità e prese di posizioni. Al di fuori di ogni posizione pregiudiziale, vive costantemente nell’attesa che l’azione politica migliori il loro benessere e quello dei loro figli. Pertanto, non si dà e non si darà mai che gli elettori votino un partito prefigurandosi che questo vada all’opposizione. Se da un lato l’opposizione è una condizioni rifiutata, rifiutata perché si vuole essere al governo per concretizzare e rinsaldare il patto con i propri elettori, dall’altro è una condizione accettata solo perché imposta dal numero di voti presi.

Ho detto della stupidità, parlerò ora dell’irresponsabilità.

Annunciare, come ha fatto il PD, un’opposizione preconcetta, senza prima avviare con il partito che ha conseguito in termini relativi il maggior numero di consensi, è da irresponsabili perché da una parte significa aprire la porta all’ultradestra, dall’altra moltiplicare le conseguenze nefaste della nuova legge elettorale che non garantisce coalizioni stabili in Parlamento.

Il PD che ha voluto il Rosatellum è assai simile all’apprendista stregone, che evoca i fantasmi e poi non sa come governarli. Con faciloneria e troppa sicurezza ha creato l’impasse post elettorale, e poi se ne tira fuori, lasciando agli altri il compito infelice di sbrogliare la matassa.

In una democrazia parlamentare garantire la governabilità, come possibilità di governare, è un atto di responsabilità che attiene tutti i partiti. Chiamarsi pregiudizialmente fuori è da irresponsabili, e lo è soprattutto per un partito che ama ancora definirsi di sinistra. Rifiutare il proprio apporto al M5S equivale ancora una volta a costruire un'autostrada per le destre.

Cosa spinga il PD a perpetuare una tale politica autolesionistica resta un mistero, se non si esclude l'unica spiegazione possibile: Renzi è stato l’unico vero grande “rottamatore della sinistra italiana”. Licio Gelli, dall’inferno può alzarsi e dire: “di tutti tu sei il prediletto, e in te mi sono compiaciuto”.

domenica 25 febbraio 2018

IO NON VOTO PERCHÉ


Io non voto perché la democrazia è un corpo agonizzante e straziato; la democrazia non esiste: è un inganno! Gli sviluppi politici successivi al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sono l’ennesima prova dell’inutilità della partecipazione democratica dei cittadini attraverso il voto. Nessun esito elettorale sarà mai in grado di influenzare le scelte e le decisioni politiche, che sono già prese e calano sempre dall’alto verso il basso. Se a qualcosa servono ancora le elezioni, siamo costretti a riconoscere che esse servono soltanto a perpetuare l’inganno di una democrazia, ormai logora e stanca. Dinanzi a una tale evidenza non resta che l’astensionismo consapevole, in cui il non-voto resta l’unica espressione politica; in cui disertare le urne diviene l’unica forma possibile di protesta e di ribellione contro un sistema cachistocratico, che premia solo i peggiori.

Cosa ci saremmo attesi come cittadini di uno stato veramente democratico il giorno successivo a quello delle elezioni referendarie? Non ci saremmo certo attesi (dopo che il 68,48% degli italiani s’erano recati alle urne a votare per il referendum costituzionale e dopo che la vittoria dei No è stata così schiacciante da non lasciare possibilità di appello) l’entrata in scena di un nuovo governo, fotocopia del precedente, guidato da Paolo Gentiloni.

Il governo Gentiloni è stato lo sberleffo, la derisione del potere a quei venti milioni di italiani che hanno votato NO! Un Gentiloni che neppure la decenza gli ha impedito di promuovere Maria Elena Boschi, la madrina della riforma, al ruolo di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio; mentre Anna Finocchiaro, coautrice e relatrice della riforma bocciata, è diventata ministro per i rapporti con il Parlamento. L’unica novità del governo Gentiloni è stata la nomina a Ministro dell’Istruzione della signora Valeria Fedeli, in luogo della Stefania Giannini. Una scelta – quella di Gentiloni – che la dice lunga sulla considerazione che ha del popolo italiano, mettendo a dirigere scuola e università una persona che ha millantato una laurea che non ha. Si dirà poi che anche Benedetto Croce ha fatto il ministro dell’Istruzione senza avere una laurea. Ma questi, a differenza della sig.ra Fedeli, ebbe almeno la decenza di non spacciare per veri titoli che non aveva; e poi già al suo tempo era considerato uno dei più eminenti filosofi. Per il resto, Gentiloni ha confermato i precedenti ministri del governo Renzi, salvo qualche scambio di posti. Insomma, un governo Gentiloni utile per assicurare la continuità nella gestione del potere, ad onta di quei venti milioni di italiani che volevano voltare pagina con l’eredità renziana.

E che dire del “Rosatellum”? Dopo l’aborto dell’Italicum, l’obbrobrio del Rosatellum che, partorito a pochi mesi dal voto a suon di fiducia per impedire al M5S di pretendere incarichi di governo, garantisce non solo l’ingovernabilità, ma consente ancora una volta al partito di Renzi e a quello di Berlusconi di continuare a prendere per i fondelli gli italiani. 

E dire che lo stesso Renzi, con la riforma referendaria e l’Italicum, voleva una legge elettorale che assicurasse governabilità. Non c’è che dire: un cambio di rotta di 180 gradi. 

E che dire della lista dei prossimi aspiranti deputati e senatori? Collegi blindati in cui ci sono gli esponenti politici nominati dai segretari di partito. 

Maria Elena Boschi, caso non solo emblematico ma anche clamoroso, non viene presentata in Toscana, dove le ferite inferte ai risparmiatori dell’ex Banca Etruria sono ancora aperte, ma viene paracadutata non solo nella città di Bolzano, ma, dopo le varie modifiche apportate da Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alle liste, per assicurarle il posto, è comparsa anche nei listini del Lazio, della Lombardia (Cremona) e della Sicilia (il collegio che insiste su Taormina). 

Ecco perché non intendo votare. Sono stanco di essere preso per i fondelli da questi cialtroni. Politici di destra, politici di sinistra, tutti percorrono la stessa strada: blandire il popolo, per poi ingannarlo e tiranneggiarlo. Astenendomi dal voto – per la prima volta – rifiuto di subire oltre l’inganno sin qui consumato; elezioni: trappole in cui questi lestofanti ci attirano per perpetuare da sempre il dominio dei pochi ricchi sulla moltitudine dei poveri.


La verità è che un governo osceno incombe su tutti noi. Un potere che da dietro le quinte si serve di questi lazzaroni per promuovere i suoi biechi interessi. Un potere formato da uomini che nessuno di noi ha eletto; che nessuna votazione democratica ha legittimato. E tuttavia sono più potenti di quelli che noi abbiamo investiti di potere a rappresentarci.

Dietro le colorite e folcloristiche apparenze dei riti e delle cerimonie che accompagnano le campagne elettorali, buone soltanto a distrarre e ad ammaliare gli elettori, si cela il “vero potere” che finisce sempre per attrarre e corrompere quegli stessi politici che noi – poveri illusi – crediamo soddisferanno, una volta giunti al potere, le nostre domande sociali di libertà, eguaglianza, giustizia.

Se la democrazia fosse stata, non dico pienamente realizzata, almeno abbozzata, e non fosse solo un abbaglio, dovremmo chiederci come mai, proprie nelle società a regime democratico, il solco tra ricchi e poveri si allarga sempre di più? Come mai i poveri – che sono la maggioranza – patiscono l’arroganza e l’ingiuria dei ricchi? Come mai le leggi sembrano scritte più a vantaggio dei ricchi che dei poveri? Come mai il sistema di sfruttamento e rapina dei ricchi a danno dei poveri resta impunito, mentre l’affamato che ruba una scatoletta di tonno al supermercato viene processato per direttissima e schiaffato in galera? Forse perché i ricchi sono sempre brave persone, mentre i poveri non lo sono? Bisognerebbe raccontarlo a quei tanti onesti lavoratori che, dalla sera alla mattina, sono stati derubati dei risparmi di una vita da quelle stesse banche cui avevano affidato il loro futuro.



La democrazia è tolleranza e garanzia del diritto di ogni individuo alla libertà, nei limiti più ampi del possibile. Ma come potrà mai esservi vera libertà se ciascuno di noi è già costretto a prostituirsi per un lavoro, spesso sfruttato e mal pagato? Senza tutele, senza diritti ciascun lavoratore è alla mercé dei capricci del suo datore di lavoro. Dalla grande mobilitazione del '68-69, che sembrò annunciare la rivoluzione mondiale degli oppressi contro gli oppressori, siamo via via passati, attraverso un processo lento e graduale, quasi impercettibile, alla massiccia immissione della flessibilità e della precarietà nel mercato del lavoro. E con essa allo smantellamento di tutele e diritti, tanto che oggi la questione del lavoro in Italia come altrove è tornata ad essere una questione di rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori, tra oppressi e oppressori. E la cosa che sconcerta di più è che sembra non si possa fare altro che subire, nonostante la ricchezza mondiale sia cresciuta, e questa si concentra sempre di più nelle mani di pochi. Invece io credo che qualcosa la politica poteva fare e può fare. A condizione però di liberarsi dai ricatti del grande capitalismo e di alzare la testa, opponendosi allo sfruttamento e all’imbarbarimento delle relazioni industriali. Ma se le persone che ci governano facessero questo, come potrebbero domani sperare di occupare un qualche posto di prestigio in una delle tre grandi banche mondiali?


Senza libertà dal bisogno, non potrà mai esservi vera libertà. Come ebbe a dire Delano Roosevelt: senza la libertà dal bisogno tutte le altre sono precarie. E libertà dal bisogno significa soprattutto garantire a tutti un lavoro dignitoso, ovvero un lavoro capace di garantire una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri un’esistenza conforme alla dignità umana. D'altronde è l’art. 36 della Costituzione italiana che dispone che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».


Io non voterò perché se mi guardo attorno – dopo i tanti anni in cui puntualmente ho compiuto il diritto dovere di votare – non vedo i frutti della democrazia, ma quelli del fascismo; io non vedo intorno a me un edificio di valori degno dell’uomo, ma l’affermazione più bieca del profitto, in nome del quale è lecito usare l’uomo come mezzo e non come fine; io non vedo intorno a me lavoratori che hanno il tempo sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, ma solo una massa di individui senz’anima sfruttati e mal pagati; io non vedo intorno a me un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa di esistenza, ma vecchi che rovistano nei cassonetti alla ricerca di qualcosa da mangiare o da indossare; non vedo un’assistenza sanitaria che assicura tanto al ricco quanto al povero il diritto alla salute; non ho visto il ricco scendere e il povero salire di un gradino, al contrario vedo che i poveri assoluti aumentano anno dopo anno. 


Ho visto invece governi eletti dal popolo esautorati e sostituiti, senza un gemito, da emissari dei mercati. Ho visto la politica assoggettarsi sempre di più agli imperativi del mercato, dando per scontato l’aumento della diseguaglianza sociale.

Se questa è – come qualcuno si ostina ancora così a chiamarla – la democrazia, allora è pur vero che una vacca può essere un caprone, e viceversa! La realtà però ci dice che non è cambiando nome alla vacca che questa magicamente diventa un caprone: essa resta ancora una vacca. Cosicché se il fascismo lo chiami democrazia, non per questo diventa democrazia. Impacchettare il fascismo nella scatola del parlamento e delle istituzioni democratiche, non lo rende meno fascismo.

Il vero fascismo non è, come vorrebbero farci credere, l’accozzaglia di idioti fanatici che inneggiano a Dio, alla patria, alla famiglia, alla purezza della razza. Si è rivelato sempre molto utile al potere mettere un gruppo contro l’altro: fascisti contro antifascisti, destra contro sinistra, laziali contro romanisti, musulmani contro induisti. Gli inglesi, per esempio, al culmine della loro potenza in India, disponevano di soli 150.000 uomini per controllare tutta l’India. Questo era per loro possibile sfruttando a proprio vantaggio i conflitti tra i gruppi locali: il 90% delle forze usate dagli inglesi per controllare l’India era infatti costituito da indiani. È uno schema tipico degli invasori: utilizzare abilmente le rivalità e le ostilità esistenti per mettere un gruppo contro l’altro, cosicché non intravedano il vero nemico da combattere.  I rappresentanti del vero fascismo indossano abiti di armani ed esercitano il potere in maniera rigorosa dall’alto verso il basso.

Il recente caso Embraco, che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia, è un esempio emblematico di autentico e vero fascismo. La decisione di chiudere è partita dal consiglio di amministrazione ai manager, da questi ai manager di grado inferiore e infine è calata come una clava sugli operai.

Uno stato è fascista nella misura in cui è del tutto assente un flusso inverso di capacità decisionale, ovvero quello che dal basso va verso l’alto. Gli idioti fanatici fascisti possono, all’occorrenza, rivelarsi utili a convincere i riottosi, quando non si persuadono con le buone. Ecco perché per i veri detentori del potere è bene tenerli da conto, anziché sbatterli in galera come sarebbe più sensato fare, se fossimo in una vera democrazia.

Uno stato è fascista nella misura in cui rinuncia alla tolleranza e al dialogo; la democrazia, al contrario, è accettazione piena della tolleranza e del dialogo, quali strumenti di progresso sociale. Tolleranza, perché parte dall’assunto che nessuno è depositario di una verità assoluta e, pertanto, tutte le fedi ed opinioni devono essere accolte sullo stesso piano, quando non confliggono con i diritti inalienabili dell’individuo. Dialogo, perché porsi in discussione, manifestare le proprie convinzioni, è il miglior modo per progredire sulla via della conoscenza. Ma dialogo non è sopraffazione: quello dei politici, invitati nei talk show televisivi, è un esempio di sopraffazione e non di dialogo; ciascuno tende a prevaricare sull’altro. Il dialogo, al contrario, implica la disposizione a lasciarsi convincere dall’avversario, quando questi pone tesi autenticamente vere. Il dialogo è più simile ad un ballo che ad un incontro di boxe.

Uno stato fascista è uno stato nel quale un pugno di individui hanno la presunzione di essere i soli depositari di valori assoluti, che vanno imposti, anche con la forza, per l’altrui salvezza. Il neoliberismo è a tutti gli effetti un chiaro esempio di pensiero fascista: nonostante i guasti che ha e sta provocando, continua imperterrito – con la complicità di politici ed intellettuali al servizio – nella sua metodica e sistematica azione di “macelleria sociale”.

Se non si hanno gli occhi foderati di prosciutto, se volgiamo lo sguardo intorno a noi, possiamo veramente dire di assistere all’affermazione della democrazia o piuttosto a quella del fascismo?

Quando i processi di espropriazione del potere democratico dei cittadini risaltano così netti e irrefutabili, non resta allora che l’unica scelta di rinunciare “consapevolmente” a un diritto già spogliato di ogni valenza dalla farsa democratica delle elezioni, utili e vantaggiose solo per dare un effetto legittimante a decisioni, già stabilite altrove. 

domenica 11 febbraio 2018

LUCI ED OMBRE DEL MOVIMENTO 5 STELLE


Non v’è dubbio che nel vetusto e decrepito panorama politico italiano il Movimento 5 Stelle abbia rappresentato – e rappresenti tuttora – una novità, che i politologi fanno ancora fatica a rappresentare e catalogare. Una cosa è altrettanto certa, in un’Italia in cui meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici, il Movimento 5 Stelle, nella figura del suo leader Beppe Grillo, è stato in grado di intercettare il voto dei delusi e degli arrabbiati, tanto di destra quanto di sinistra. Ma l’obiettivo di Grillo di canalizzare la rabbia degli italiani è stato tanto meritorio quanto inconcludente.

Meritorio, perché al Movimento 5 Stelle va il merito di aver svelato la turpe commedia del falso bipolarismo: Pdl e Pd(meno elle), che al pari dei “ladri di Pisa” litigavano di giorno e rubavano insieme di notte. Con il successo nelle politiche del 2013, il Movimento 5 Stelle ha infatti costretto il falso centrosinistra di Renzi a venire allo scoperto: il patto del Nazareno, che siglò l’intesa fra Renzi e Berlusconi in chiave antigrillina, ne è la prova provata. Bisognava impedire in tutti i modi che “i cosacchi abbeverassero i cavalli nelle fontane di S. Pietro”.  Svelando il vero volto del Pd(meno elle), il Movimento 5 Stelle ne ha avviato e determinato la frantumazione, mostrando come centrosinistra e centrodestra sono solo due facce della stessa moneta, perfettamente interscambiabili nel merito delle (contro)riforme da apportare per far piacere ai “poteri forti” d'oltralpe.

Inconcludente, perché una volta entrati in parlamento, avrebbero dovuto capire che per buttare giù un sistema politico, corrotto e marcio fin nel midollo, non era sufficiente sbandierarlo ai quattro venti e mostrarsi refrattari ad ogni alleanza e/o intesa, pur di salvaguardare la propria verginità politica dalle compromissioni. Quel che da movimento era consentito, non lo era più da partito.

I movimenti aggregano persone diverse tra loro – per scopi, ideali, progetti, ecc. – perché perseguono obiettivi parziali. In quanto focalizzati su uno o più temi urgenti, sono contrassegnati da un elevato gradi di partecipazione. E tuttavia le persone che vi aderiscono, temporaneamente accomunate dal medesimo obiettivo, possono anche militare in partiti inconciliabili tra loro. I movimenti si formano per generazione spontanea ogni qual volta una fascia più o meno larga di cittadini o, più in generale, di soggetti sociali avvertono l’urgenza di un problema rimasto per lungo tempo irrisolto dalle istituzioni. Pensiamo ai movimenti e alle campagne divorziste, abortiste; a quelli sorti per il diritto allo studio, a quelli per migliorare le condizioni di vita in fabbrica, quelli per la liberazione della donna, eccetera. Per i movimenti esiste solo la centralità del tema intorno a cui si raccolgono. Ed è questo il motivo per il quale si autoproclamano “a-politici”, se non addirittura “anti-politici”. I movimenti cercano il massimo consenso, senza discriminanti ideologiche o partitiche.

I partiti operano invece su un piano politico affatto diverso: essi hanno per fine la conquista del potere politico e l’affermazione di una certa visione del mondo. I partiti, a differenza dei movimenti, chiedono agli elettori un mandato di rappresentanza pieno, per partecipare a tutte le decisioni di una assemblea elettiva, qual è il Parlamento. E, dovendo esprimere le diverse posizioni da assumere in materia di politica estera, giustizia, economia, ambiente, lavori pubblici, istruzione, ricerca scientifica, devono dotarsi di una propria cultura politica che li rendano chiaramente riconoscibili tra loro. 

Dunque, se lo scopo dei movimenti è quello di aggregare tutti i possibili interessati intorno a una sola tematica, quello dei partiti è invece quello di graduare le domande sociali, in base all’analisi che di volta in volta fanno della situazione reale, ed agirle nelle opportune sedi istituzionali.

Ecco perché dopo il successo elettorale del 2013, le regole del gioco, che valsero per il Movimento 5 Stelle movimento, sarebbero dovute cambiare per il Movimento 5 Stelle partito. Da movimento poteva respingere ogni compromissione con questo o quel partito; da partito non poteva e non doveva chiudersi a riccio, in nome di una pretesa purezza, alla proposta di Bersani – candidato ufficiale della coalizione di centrosinistra risultata vincente alle elezioni del 2013 – principalmente a loro indirizzata, anche se non in maniera esplicita. I voti che Bersani chiedeva al M5S  erano necessari per avere la maggioranza in Senato. La dichiarazione esplicita dei pentastellati di votare i singoli provvedimenti, ma non la fiducia a un governo Bersani, ha di fatto consegnato il Paese a Renzi e alla sua politica di accordi sottobanco con Verdini e Berlusconi.

Nell’attività pratica della politica non v’è quasi mai la scelta tra il bene e il male, piuttosto tra il male e il male minore. Nella Seconda Guerra Mondiale, per sconfiggere la Germania Nazista (il male maggiore), l’America scelse di allearsi con Stalin (il male minore). Ora, su un piano infinitamente minore, per non consegnare il Paese nelle mani di un tanto ambizioso quanto imbelle Renzi e alla sua politica di inciuci con Verdini e Berlusconi (male maggiore), non valeva forse dare la fiducia al nascente governo Bersani (male minore) e ai suoi otto punti programmatici per lo sviluppo, la crescita e il cambiamento? 

Il prezzo pagato dagli italiani per la presunta purezza del M5S è stato enorme, senza peraltro contribuire di una virgola a correggere l’inciviltà che si annida dappertutto nelle istituzioni, in termini di onestà, lealtà, correttezza.

Personalmente ritengo che Beppe Grillo sia un fuoriclasse: lo attesta il crescente successo del movimento da lui fondato; in breve divenuto – in termini relativi – la prima forza politica del Paese. È intelligente quanto basta; sa cogliere esattamente il momento opportuno per lanciare le sue campagne (il V-Day riscosse una così vasta eco da sospendere l’ostracismo dei mass media tradizionali: tutti furono costretti a parlarne); è scaltro, non lo si può imbrogliare, prima degli altri aveva capito il bidone delle azioni di Parmalat; è armato di sufficiente cinismo per affermare senza mezzi termini: «Io non sono più un comico, sono uno psicopatico, urlo, mi sfogo e mi danno i soldi». Tutte qualità meglio ascrivibili ad un consumato politico che ad un comico.

Ebbene, non capisco perché mai di fronte ad un piatto vincente, qual era quello offerto da Bersani all’indomani delle elezioni del 2013, Grillo abbia fatto il ritroso, offrendo al Presidente Napolitano l’occasione propizia per mettere paletti stringenti per la formazione del governo. 

Il Quirinale, subordinando l’incarico - prima volta nella Storia repubblicana - per la formazione del governo all’esistenza di una maggioranza certa ex ante, di fatto mise Bersani nell’impossibilità di dar vita a un suo governo. Sappiamo tutti come andò a finire: l'incarico di formare un governo fu affidato ad Enrico Letta e al suo governo delle “larghe intese”; atto prodromico al successivo governo Renzi, pronto ad insediarsi sulle note dell'ashtag “Enrico stai sereno”.

Se il M5S, votando la fiducia, avesse consentito la nascita del governo Bersani, avrebbe comunque conseguito un consenso, e quindi una vittoria, in termini elettorali. 

Primo scenario: Bersani incassava la fiducia dei pentastellati, ma non attuava gli otto punti programmatici promessi. Il M5S era legittimato a sfiduciare il governo per non aver tenuto fede agli impegni presi. La crisi di governo così apertasi avrebbe reso necessario nuove elezioni e il M5S – per la coerenza, determinatezza e fedeltà dimostrata ai propri elettori – incassava un successo ancora più straripante. 

Secondo scenario: Bersani attuava i suoi otto punti programmatici, ovvero 1) correzione delle politiche europee di austerità, 2) misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro, 3) riforma della politica e della vita pubblica, 4) leggi sulla corruzione, 5) norme sui conflitti di interesse, 6) economia verde e sviluppo sostenibile, 7) nuove norme sui diritti civili, 8) istruzione e ricerca. A leggerli non v’è dubbio che fossero di sinistra e non di destra. 

Se quegli otto punti avessero dettato l’agenda politica dell’azione governativa, i risultati in termini di consenso non avrebbero tardato a manifestarsi. Forse il Pd avrebbe certamente riacquistato la tradizionale connotazione di partito di centrosinistra, riguadagnando i delusi, ma il grosso del consenso elettorale sarebbe andato, anche in questo caso, nella direzione del M5S, vero demiurgo delle riforme.

Beppe Grillo e il suo M5S avrebbero guadagnato, comunque andassero le cose. 

Allora, perché mai un uomo intelligente, opportunista, scaltro e cinico ha buttato via un piatto vincente per la propria causa e quella del Paese intero? 

È questo il rovello che non mi concilia sui veri intenti che il movimento-partito fondato da Beppe Grillo intende perseguire. E poiché la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni, quando penso al M5S e a Beppe Grillo, non posso non rievocare quanto scriveva Antonio Gramsci sulla rivista “L’Ordine Nuovo” del 26 aprile 1921: 

«Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato».

Come faceva osservare Umberto Eco, «Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!”. Ahimè, la vita non è così facile. [Il Fascismo] può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo».

Capisco che questo renda molto nervosi ed ostili i simpatizzanti del M5S, ma non posso fare a meno di chiedermi perché mai un soggetto politico di statura nazionale abbia potuto e voluto permettersi il vezzo di mettere più di 8,5 milioni di voti nel congelatore, solo in nome della coerenza e dell’onestà. 

Ammetto di buon grado che i grillini siano persone oneste e che facciano il loro lavoro – sia pure con qualche ingenuità, del tutto perdonabile di fronte al dilagante degrado culturale e morale – con passione. Ma personalmente ritengo che quella vantata onestà e coerenza sia più ascrivibile a stupidità e incompetenza che all’esigenza di rispondere ai desiderata dei propri elettori. 

Se guardo con sospetto individui del tipo Renzi, Berlusconi, Salvini, ecc., guardo con altrettanto sospetto chi perde tempo prezioso nell’attesa di conseguire una maggioranza assoluta tale da governare da soli, senza scendere a patti con alcuno. Una tale condotta non mi sembra né intelligente né scaltra; tanto più per una forza politica che ha la pretesa di salire al posto di comando. 

Un’Italia al cento per cento grillina, come vorrebbe Grillo, dove in Parlamento siedono soltanto i “cittadini” del Movimento 5 Stelle, sarebbe una iattura non meno dannosa e temibile di quella che se il Parlamento fosse occupato interamente dagli accoliti di Berlusconi o di Renzi o di Salvini. 

Ma Grillo ritiene che la verità possa essere individuata in fretta, con precisione e in maniera rigorosa e universale e che una volta fatto questo (tramite internet) debba essere imposta a tutti. 

La storia è piena di personaggi del genere, convinti assertori della verità, che tanti lutti addussero proprio a quei popoli che li osannarono.

Riconosco al M5S il merito di aver innovato profondamente la politica, sia con l’uso della rete sia attaccando una serie di tabù come la casta ed i suoi privilegi, ma una cosa è sollevare la protesta della gente, solleticarne l’indignazione, altra è “governare”. 

Grillo dice: «Non siamo di destra né di sinistra». 

Ma per quanto sembri superata la distinzione “destra-sinistra”, essa poi non lo è nell’azione governativa in concreto. 

Lo “Statuto dei Lavoratori” del 1970 fu una riforma di sinistra; il “Jobs Act” varato dal governo Renzi per decreto è stata invece una (contro)riforma di destra. La “Riforma Sanitaria” del 1978, che soppresse il sistema mutualistico ed istituì il SSN (Servizio sanitario nazionale), fu una riforma di sinistra; i tagli continui alla sanità pubblica, all’istruzione, alla ricerca, ecc., sono scelte politiche di destra, e non certamente di sinistra. 

Che poi ad attuarle siano governi di centrosinistra, non le rende per questo meno di destra, allo stesso modo in cui un’etichetta prestigiosa apposta sulla bottiglia di un vino scadente non lo rende per questo più pregiato. 

In Italia abbiamo assistito – e assistiamo – allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro e dello stato sociale, attuato sia dai governi di centrodestra sia da quelli di centrosinistra, indifferentemente. La funzione del centrosinistra è, dal 1996 in poi, è stata quella di fungere da “vasellina”: quando una (contro)riforma conservatrice del centrodestra non passava, le evidenze empiriche ci hanno mostrato che con il centrosinistra, una volta al governo, quella stessa passava e applicata con più zelo. Per esempio, una parte cospicua delle (contro)riforme che hanno diffuso il precariato nel mercato del lavoro sono – ahimè – imputabili ai governi di centrosinistra.

Dunque, la distinzione destra-sinistra non mi pare – nei fatti – tanto superata. Si dice che la più grande astuzia di satana sia stata quella di far credere che non esiste; così quella di coloro che sostengono che il superamento della contrapposizione destra-sinistra sia un dato di fatto: mentono sapendo di mentire.

I problemi della società contemporanea sono problemi complessi e, in quanto tali, non ammettono, per definizione, soluzioni semplici; occorre pensare in termini di complessità, ma ciò non toglie che quelle soluzioni possano avere connotazioni di destra o di sinistra. È una scelta di campo, così mi piacerebbe sapere prima da quale parte del campo sta il partito cui va il mio voto.

Il Movimento 5 Stello è – a quanto ne so – l’unico partito che ha posto il tema della democrazia diretta, che si è opposto contro il Jobs Act, la buona scuola, l’Italicum, la riforma della Banca d’Italia. È stato determinante nel referendum costituzionale che ha battuto Renzi. È stato l’unico partito che ha avuto il coraggio di mettere in stato d’accusa il capo dello Stato – Giorgio Napolitano – per “Attentato alla Costituzione”, con argomentazioni, a mio parere, condivisibili. 

Nessuna forza di sinistra ha osato tanto; neppure il partito di Vendola (Sel). Ma un partito non può essere solo un fastello di proposte scoordinate, buone per arringare la folla; esige un quadro generale entro il quale le singole proposte sono coordinate e rese compatibili tra loro. Richiede ancora un gruppo dirigente capace di filtrare il sovraccarico di domande sociali, che possano poi essere traducibili per il legislatore. 

Va benissimo la piattaforma Rousseau con la partecipazione degli attivisti (non mi soffermo sui rischi di profilazione del comportamento evidenziati dal garante), ma le decisioni dei singoli parlamentari non possono essere sempre sottoposti agli umori della rete, che come una spada di Damocle incombe sulle loro teste. 

Va bene la partecipazione democratica dei cittadini alla cosa pubblica, che non può e non deve esaurirsi nell’imminenza del giorno delle elezioni, ma neppure è realisticamente pensabile un sistema nel quale le istruzioni degli elettori attraverso la rete dirigano la condotta dei loro rappresentanti, pena la sfiducia e la revoca del mandato. Ma se non è sano per la stessa democrazia che un parlamentare, per ogni parola pronunciata o ogni iniziativa presa, sia sottoposto al giudizio della rete, pure è necessario che questo esprima e realizzi pienamente la volontà dei suoi elettori, senza allontanarsene arbitrariamente. Questo freno è assolutamente necessario sia per mantenerli nell’ambito del loro dovere sia per impedire che facciano del mandato ricevuto oggetto di mercimonio. Emblematico il caso del senatore Sergio De Gregorio, corrotto da Silvio Berlusconi con tre milioni di euro per passare dall’Italia dei valori al centrodestra con l'obiettivo di far cadere il governo Prodi.

La democrazia diretta non è riducibile alla rete, come vorrebbero semplicisticamente far credere Casaleggio Junior e Beppe Grillo, ma un’articolazione più vasta di segmenti della società e di strumenti tipici delle democrazie: sedi istituzionali, strutture statuali di vertice, meccanismi elettorali. Che per poter funzionare in termini partecipativi, e non solo rappresentativi, devono essere dotati di poteri che si armonizzino tra loro senza prevaricarsi. 

È fuor di dubbio che le democrazie democrazie rappresentative, così come noi le conosciamo, devono essere superate a favore di quelle partecipative. È inammissibile che i cittadini vengono presi in considerazione solo all’approssimarsi delle elezioni; trascorse le quali ripiombano immediatamente dopo in un prolungato stato di soggezione. È necessario che la volontà del popolo non si limiti ad esprimere i suoi rappresentanti, ma disponga di strumenti partecipativi tali da impedire che un rappresentante defezionario possa cambiare casacca e posto senza pagare pegno. 

Ma ecco il problema: chi garantirà poi che le scelte politiche espresse attraverso la piattaforma Russeau non siano così abilmente taroccate da spacciare per espressione della maggioranza quella che invece è solo il risultato di un algoritmo del consenso? 

La scoperta inquietante dell’Authority sulla piattaforma Rousseau, quella per intenderci che consente agli attivisti del Movimento 5 Stelle di esprimere le proprie idee, sostenere i propri candidati, proporre disegni di legge, votare leggi proposte dagli altri utenti, mostra tali e tante falle da consentire all’amministratore di sistema di sapere come ciascun utente vota. 

Ora, se sulla base di ogni scelta o preferenza espressa tramite la piattaforma Rousseau è possibile risalire al votante, è assai fondato il rischio che le decisioni della maggioranza siano adattate più agli scopi del gruppo ristretto della Casaleggio Associati che a quelli del popolo della rete. 

Se così fosse oltre che palesare un deficit di democrazia, sarebbe una vera e propria forma di fascismo ed evidente ducismo, tanto più pericolosi proprio perché ammantati di “democrazia diretta”. L’accentramento – intollerabile – non si addice ad un movimento che, a parole, dice di ispirarsi a un’ideale di democrazia partecipativa, nel quale ad ogni processo decisionale hanno diritto di partecipare, su un piano di parità, tutti gli iscritti. 

Insomma, ci sono elementi di ambiguità non del tutto risolti: luci ed ombre, per l'appunto.



Il problema della scarsissima democrazia interna del M5S è stato infatti posto più volte. Molti ex M5S si definiscono “persone ferite dalla mancanza di tutela degli eletti, degli iscritti e dei cittadini attraverso una reale applicazione della legge sui partiti”. Ricordano le espulsioni senza passare da alcuna votazione e senza la possibilità di fare ricorso davanti a una qualsiasi commissione di garanzia. 

Se democrazia diretta deve essere, non si possono fare simile sciocchezze senza apparire oltremodo “ambivalenti”: non si può parlare di partecipazione e concorso degli iscritti alla determinazione della linea politica del movimento-partito e poi epurare i dissidenti. 

In una vera democrazia non c’è posto per individui che si autoproclamano unici detentori della verità e hanno la presunzione di conoscere – solo essi – la via che conduce alla salvezza. Non dovrebbe esserci spazio per persone che, con frasi infelicissime, dicono: “abbiate fiducia in me” e “chi non è d’accordo si faccia un altro partito”!

Salvo Gesù che visse in povertà e si fece inchiodare ad una croce, tutti gli altri sono uomini e perciò fallibili, non angeli “confermati in grazia”.

domenica 28 gennaio 2018

QUANDO LA DEMOCRAZIA È RIDOTTA A FARSA

Come dicevo, quando il gioco a chi le spara più grosse sarà terminato, si tornerà alla normalità. E temi – momentaneamente accantonati – come debito pubblico, tagli alla spesa sociale, pareggio dei conti, aggiustamenti finanziari, torneranno alla ribalta. Questi temi dovrebbero essere più realisticamente nell’agenda politica dei partiti che si candidano con nonchalance alla guida del Paese.

Perché presto – molto presto – lo Stato italiano, con la fine del Quantitative Easing, sarà costretto a pagare interessi maggiori agli investitori, perché acquistino parte del nostro grande debito pubblico, sottraendo così risorse agli investimenti e alle politiche sociali.

Come affrontare il Capo Horn del “ce lo chiede l’Europa” e del “ce lo chiedono i mercati” dovrebbe essere l’argomento cardine sul quale i partiti dovrebbero confrontarsi per riscuotere il voto degli elettori. Le effimere e false promesse elettorali non potranno essere mai mantenute senza l’imprimatur della Commissione Europea. Per la quale se servono per tener buono il popolo e acchiappare i gonzi, i creduloni, facciano pure; promettere il gelato per poi dare l’olio di ricino funziona sempre, in qualsiasi regime. Nessun vitello si lascerebbe trasportare se sapesse che alla fine della corsa c’è il macello e non un pascolo verde!

Le procedure democratiche che dovrebbero garantire la partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali del governo, di fatto esautorano il loro ruolo una volta conclusa la tornata elettorale. E così, la democrazia che dovrebbe essere la rivincita delle masse, da sempre escluse dall’esercizio del potere, diventa solo lo strumento per legittimare il potere e porlo, senza soluzione di continuità, al servizio di una élite politica ed economica: quella che, attraverso metamorfosi e camuffamenti, è passata indenne attraverso secoli di storia.

Siamo così di fronte non ad una democrazia, ma ad una campagna di marketing: allo stesso modo in cui si sfornano merci il cui successo dipende non tanto dalla loro effettiva qualità, quanto dalle strategie di marketing dei pubblicitari, così i singoli leader, e i partiti che fungono da loro macchine elettorali, si dotano di un insieme di princìpi e di programmi per catturare inizialmente l'attenzione di un certo target di elettori e successivamente il loro consenso. Se poi i consumatori scopriranno che le caratteristiche di quei beni, di quelle merci, non corrispondono a quanto presentato negli spot pubblicitari, poco male: l’importante è che la gran massa di gente ci creda e continui a crederci, nonostante la puntuale dimostrazione del contrario. D'altronde l’arte della manipolazione di massa è una “scienza” di sconcertante raffinatezza, che non si limita ad esercitare solo una mera suggestione: essa riesce efficacemente a influenzare comportamenti e modi di essere. Lo sanno molto bene quelle aziende produttrici di beni di consumo, che spendono una quota molto significativa del loro fatturato in pubblicità (che verrà poi ripagato dal consumatore!). Ma il fatto ancora più sconcertante è che l’omologazione del modo di pensare, di sentire, di interi gruppi umani non richiede neppure l’uso della coercizione fisica.

Quando le tante “casalinghe di Voghera” – che assistono in religioso silenzio al salotto televisivo della Barbara d’Urso – credono alle tante bufale raccontate da questo o quell’ospite politico, il loro voto non solo neutralizzerà quello più consapevole di quell’esiguo 15% di persone informate in questo Paese, ma consentirà ai tanti cialtroni e ciarlatani della politica di assurgere a posizioni apicali del potere. È la democrazia, bellezza! Ogni “testa” vale un voto! Cosicché più dei tanti smaccati talk show politici che affollano la rete televisiva, quello della Barbara d’Urso è il più politico di tutti, perché sotto la superficie dell'innocuo intrattenimento televisivo, veicola idee, suggestioni e contenuti nei cervelli dei suoi fruitori.

Berlusconi, Salvini, Renzi, ecc., ottengono più visibilità e consenso frequentando il programmo televisivo della Barbara d’Urso che non quello di Corrado Formigli, “Piazza Pulita”. Hanno capito che il salotto di Barbara D'Urso porta più voti di quanti non ne porti una noiosa tribuna elettorale d’altri tempi, quando c’erano ancora giornalisti “giornalisti” e non giornalisti “impiegati”, che osavano porre pure domande, sulle quali i politici o non erano preparati o trovavano imbarazzanti. Cosa c’è di più bello che vincere facile?! Grazie alle tecniche della pubblicità commerciale e grazie al fatto che nessun intervistatore li metterà mai in difficoltà su questione scomode, è possibile persuadere un più vasto pubblico di (non)cittadini-elettori, più sensibile ai messaggi subliminali del marketing che ad argomentazioni razionali. È raro vedere politici come Berlusconi, Renzi, Salvini, Boschi, ecc. in trasmissioni televisive dove il presentatore o il giornalista fa domande vere. L’ex premier Renzi, per esempio, era noto per chiedere di essere solo lui a parlare nelle trasmissioni e per avere la pretesa di scegliersi anche gli intervistatori.

In modo analogo a quanto avviene nel mondo economico, in cui la produzione delle merci per l’imprenditore è del tutto incidentale rispetto al fine della realizzazione del profitto, così per certi politici persuadere e convincere, con argomentazioni logiche e razionali, della bontà del proprio programma è del tutto secondario rispetto al fine principale di raccattare quanti più voti possibili. È con i voti che si governa, non con la forza delle proprie argomentazioni! E se per raggiungere questo scopo bisogna gabbare i cittadini elettori, si gabbino pure: “il fine giustifica i mezzi”!


Se è questo lo stato delle cose, allora il popolo non decide un bel niente! E il suo destino continuerà ad essere deciso per lui da politici infingardi, che a parole si dichiarano dalla parte del popolo, ma in realtà sono al servizio di chi comanda davvero dietro le quinte: capitalismo industriale e finanziario, che continua a ridere di noi popolo. 

Se non fossimo tanto beoti, non potremmo tollerare oltre di farci trascinare in quella condizione che chi lavora è schiavo, mentre chi sfrutta è libero!

sabato 27 gennaio 2018

LA FARSA DELLE ELEZIONI

Mi piace immaginare che il prossimo 4 marzo (2018), al momento dello scrutinio, nonostante la grande affluenza ai seggi, il numero delle schede bianche superasse l’80%. Sarebbe l’unica scelta politica consapevole per “punire” un’intera classe dirigente che, con bieco disinteresse nei riguardi della dignità dei cittadini, ne offende l’intelligenza con promesse elettorali che sanno di non poter mantenere. E il gioco di “spararle grosse” trova riparo nella consapevolezza che, grazie al Rosatellum, nessuna coalizione otterrà la maggioranza. E quindi sarà facile poi per i partiti recitare il mantra dell’avremmo voluto, ma gli elettori non ci hanno premiato. Salvando ancora una volta la loro faccia di bronzo!

Siamo al mercato delle promesse elettorali. Quelle del centrodestra, secondo stima del Credit Suisse (società leader di mercato a livello mondiale nell'ambito dei servizi finanziari), costerebbero circa 100 miliardi; quella del M5S, basata sulla riduzione delle tasse e il reddito di cittadinanza per famiglie a basso reddito, costerebbe – sempre secondo il Credit Suisse – dai 53 ai 59 miliardi di euro; quelle del centrosinistra si aggirerebbe tra i 18 e i 21 miliardi di euro. Insomma, «tutto va bene, madama la marchesa»! Nella generale euforia da campagna elettorale, l’enorme debito pubblico italiano, che viaggia verso i 2500 miliardi di euro, e gli impegni finanziari stabiliti con l’Unione europea sembrano – al momento – problemi trascurabili. Così al mercato delle promesse elettorali ciascun partito blandisce, corteggia, vezzeggia i potenziali elettori: se uno promette la riduzione delle tasse, l’altro l’abolizione della Legge Fornero; a chi promette l’abolizione del bollo auto, gli fa eco quello che se andrà al governo cancellerà il canone rai, anche se viene dallo stesso pulpito di chi lo ha inserito a forza nella bolletta elettrica; a chi promette la flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica del 23% per tutti i contribuenti, c’è un altro che arringa le folle promettendo di estendere gli 80 euro anche alle famiglie con figli e (sentite, sentite!) aggiunge anche il “bonus bebè” da elargire a tutte le mamme indistintamente, che siano indigenti o miliardarie.

Se questo stato di cose non dovesse presto trasformarsi presto in veleno e penosa schiavitù, potremmo dire che mai nella storia del nostro Paese la classe politica ha dato dimostrazione di tanta verve comica. Beppe Grillo, che è un comico, fa l’uomo politico; Vincenzo De Luca, che è un politico, fa il comico. Il presidente della Regione Campania è meglio di Crozza. Insomma, in Italia i politici fanno ridere più dei comici. E potrebbe anche andarci bene se tutti questi personaggi non decidessero poi del nostro destino, menandoci alla perdizione.

Dopo l’eccitazione della campagna elettorale, la “farsa” lascerà il posto alla “tragedia”; d'altronde già nell'antica Grecia comico e tragico erano le due facce della stessa medaglia. La realtà si parerà di nuovo dinanzi a noi in tutta la sua drammaticità. Finita la festa elettorale, ci si scorderà presto delle promesse fatte in campagna elettorale e si ricomincerà a parlare di “spread”, di banche in crisi, di rischio default, e della necessità di nuove manovre finanziarie – e quindi nuovi tagli e tasse – per rispondere ai diktat della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), che elargisce prestiti solo alle sue condizioni e non a quelle proposte dai partiti politici, che sovente – per ammansire i propri elettori – fanno i conti senza l’oste: Grecia e Tsipras docent!

Tanto più che la prossima fine del Quantitative Easing potrebbe portare ad un rialzo dei tassi e a un brusco aumento dello Spread, riportando questo indice sotto i riflettori dell'attenzione pubblica. È bene ricordare che non le (non)riforme attuate dal Pd, ma solo la massiccia droga monetaria del QE voluta da Draghi ha fatti sì che il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi si mantenesse al disotto della soglia psicologica dei 150 punti. Dopo anni di calma assoluta (dal marzo 2015), da quando cioè la Bce (a guida Draghi) ha comprato decine di miliardi di titoli pubblici ogni mese, l’indice potrebbe ricominciare a salire, riaprendo scenari simili a quelli del novembre 2011, quando il differenziale di rendimento registrò quota 553 punti.

Dopo il 4 marzo (2018), di fronte all’impossibilità di creare un governo di maggioranza, e stante la resistenza del M5S a scendere sul terreno delle alleanze, Mattarella, dopo il consueto teatrino delle consultazioni, potrebbe conferire il mandato nuovamente a Gentiloni. Perché?

Ma perché ce lo chiede l’Europa! Un Gentiloni è considerato dalla Commissione europea la soluzione migliore possibile. Lo ha detto il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. E ce lo chiedono anche i mercati!

E dunque se le cose stanno così: se le ragioni dei mercati, delle banche, della finanza sono prevalenti, perché ci ostiniamo a tenere in piedi qualcosa che continuiamo a chiamare democrazia? Da una parte si intensificano le misure per coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e alleviare le diseguaglianze sociali, dall’altra si subordinano quelle stesse decisioni politiche ai desiderata della finanza internazionale.


Io direi più semplicemente di farla finita con questa farsa delle elezioni: si mobilitano milioni di persone con l’illusione di poter essere artefici del proprio destino, quando la realtà è ben altra.