domenica 11 giugno 2017

LA FALSA SICUREZZA DELL’APPARTENENZA

L’ego, o Io, dal punto di vista psicologico, rappresenta la struttura psichica deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Tanto più è organizzato e relativamente stabile, tanto più siamo in grado di effettuare un opportuno esame di realtà, in quanto ciò che percepiamo è coerente con la realtà esterna e la relazione che stabiliamo con essa è corretta. In mancanza di un Ego organizzato saremmo in balia delle forze impetuose dell'oceano dell'inconscio. E tuttavia esso è una condizione necessaria ma non sufficiente al benessere dell’uomo. Se così non fosse non capiremmo altrimenti perché mai chi ha raggiunto l’apice del successo, chi ha soddisfatto la gran parte dei desideri, che un uomo può soddisfare nel corso della sua esistenza, possa cadere in una depressione grave e decidere di suicidarsi. Forse perché se l’Ego è importante e fondamentale per raggiungere i nostri obiettivi nella vita, esso tuttavia non è in grado di dare un senso all’insufficienza esistenziale dell’uomo, contrassegnata sempre da un insieme di possibilità che lo pongono urgentemente di fronte a una scelta assoluta; senza possibilità alcuna che sia data una seconda possibilità. Essa è presa e data una volta per tutte.

Ora, se la categoria fondamentale dell’Ego è la razionalità e la necessità, quella dell’esistente è la possibilità, che può rivelarsi causa di ogni gioia o, al contrario, causa di ogni sciagura. E poiché la realtà non è soltanto un processo razionale unico, ma un complesso di infinite possibilità, innanzi alle possibilità contraddittorie che si aprono al singolo individuo, la paura di fare la scelta sbagliata, da cui dipende il suo destino, lo pone in una situazione di perenne instabilità, indecisione tra le alternative possibili, in cui intravede anche la possibilità della propria fine, del proprio nulla. A questo sentimento di angoscia, che si trova al fondo di ogni essere umano, ciascuna persona può dare una risposta autentica ovvero cercare sicurezza in illusioni.

L’Ego è fragile di fronte al mistero in cui è immersa la propria esistenza come singolo. Alle domande chi sono, donde vengo, che ci faccio gettato su questa Terra, non v’è una risposta valida. E allora il singolo individuo cerca sicurezza in qualcosa: nella religione, nell’appartenenza a questo o a quel gruppo. Senza rendersi conto che tale soluzione non è la risposta, allo stesso modo in cui una terapia basata su una diagnosi sbagliata non porta a guarigione. Alla fine i conflitti e le paure da cui si fugge sono ancora lì ad attenderci.

Una di queste false sicurezze sono i gruppi di appartenenza; l’identificazione nei gruppi di appartenenza. E questo non vuol dire abolire le varie espressioni di cultura e civiltà che si sono strutturate nel corso del tempo, ma mettere bene in luce quali sono i problemi che sorgono da un’eccessiva identificazione personale con una cultura, un’idea, una particolare visione del mondo, che porta necessariamente a una definizione dell’altro come qualcuno o qualcosa di irrimediabilmente diverso da me.

Prima dell’appartenenza a questo o a quel gruppo, occorrerebbe realizzare la consapevolezza che ognuno di noi è prima di tutto umanità. La pericolosità dell’identificazione nei gruppi di appartenenza sta soprattutto nel fatto che ogni qualvolta ci identifichiamo con un gruppo che sente di avere la saggezza, che sente di avere una qualche verità in mano, in realtà ci stiamo dividendo dal resto dell'umanità che ovviamente ha opinioni e credenze diverse. Basti pensare a quello che è accaduto nel corso della storia, quando l’appartenenza fanatica ai gruppi ha causato episodi gravissimi di violenza di intolleranza.

La divisione genera conflitto e questo genera violenza. Questa è una legge al pari della legge di gravità: dove c'è divisione c'è conflitto!

Incontrare l’altro come essere umano è qualcosa di completamente diverso dall’incontrarlo come appartenente a questo o a quel gruppo. Insomma, il vedere l'altro prima di tutto come essere umano è l’unica modalità per ridurre e risolvere con successo i conflitti interpersonali. Fermo restando che è ben difficile trovare una qualche forma di comunicazione con una persona totalmente fanatica e cieca. Di fronte a certi fanatici religiosi o politici, sorge perfino il dubbio se questi appartengano ancora al genere umano. Ma, per fortuna, nella quasi totalità dei casi l'essere umano è complessità per eccellenza, nel quale i neuroni si ricalibrano e si ricombinano per creare sempre nuove connessioni; un fanatico, al contrario, ha un modo di vedere e pensare le cose che tende alla semplicità esagerata e alla semplificazione della realtà. E questo suo modo d’essere non rende giustizia all’essere umano, perché nulla può essere semplificato senza essere snaturato.


Comprendere dunque che è il senso di fragilità del nostro Ego, che abbiamo in comune con gli altri esseri umani e che ci porta, invece che ad essere solidali, a creare gruppi di appartenenza che entrano in conflitto gli uni con gli altri, a generare violenza, è il primo passo. Solo abbattendo i muri e le barriere dell’appartenenza, sarà possibile scoprire una nuova modalità di stare insieme, non basata sulla competitività, ovvero la lotta di tutti contro tutti, tanto cara alle imprese di mercato e alla loro organizzazione del lavoro, ma sulla collaborazione reciproca. E forse scopriremmo che una società di esseri collaborativi ci renderebbe meno tristi, meno depressi e – perché no – più felici.

domenica 4 giugno 2017

LA SEDUZIONE DEL GRANDE INQUISITORE

Il cardine di ogni rivoluzione nella storia è stato sempre abbattere i tiranni in nome della libertà. Se aprissimo gli occhi, se strappassimo il velo di illusione che ci impedisce di scorgere la realtà, scopriremmo allora che pochi di noi sono veramente liberi da qualsiasi genere di autorità, vuoi politica, religiosa, psicologica, sociale. E nella misura in cui tolleriamo questo stato di cose, nella misura in cui ci consegniamo spontaneamente nelle braccia del “Grande Inquisitore”, dobbiamo concludere che la grande maggioranza degli uomini non vuole la libertà e tantomeno è disposta a lottare per essa. Al pesante fardello della libertà, preferiscono la levigata e confortevole falsa sicurezza ispirata dal “Grande Inquisitore”.

Il “Grande Inquisitore” è il potere così come noi lo conosciamo. È l’uomo che appartiene ai più alti gradi gerarchici della chiesa, dello stato, dell’economia e della finanza, e che si presenta alla maggioranza degli uomini come unico depositario e dispensatore del messaggio della salvezza: “se crederete in me, se farete tutto quello che io vi dico di fare … avrete la salvezza”. Sa perfettamente che si tratta di una menzogna, ma sarà stato comunque capace di regalare agli uomini quell’illusoria sicurezza di cui hanno bisogno, invece della libertà, fatta di angoscia, incertezza, tormento.

Il film distopico Matrix è un vero compendio del modo di agire del “Grande Inquisitore”, del potere declinato in tutte le sue più svariate forme. L’intero genere umano è soggiogato da un super computer, che si avvale dell’energia prodotta dai corpi per sopravvivere. A questo scopo gli uomini sono incatenati alle macchine, ma non hanno alcuna percezione di questa loro condizione, perché le immagini virtuali che il super computer invia ai loro cervelli li rinvia a una realtà fittizia, artificiale dentro la quale ciascuno conserva la sensazione di condurre un’esistenza normale. Ma gli amici, gli amori, le case, le strade non sono altro che immagini virtuali sapientemente generate nei loro cervelli dal super computer. Il mondo intero è solo un software (Matrix per l’appunto) destinato a perpetrare l’inganno ordito dalle macchine al solo scopo di mantenersi in vita.

Il protagonista Neo appartiene a quella élite di uomini – i migliori – che vuole la verità: cerca la verità. Vuole uscire dalla zona grigia dove abita la grande maggioranza degli uomini e si avventura nel territorio incerto delle domande. Da qualche tempo Neo vive assillato da interrogativi cui non riesce a dare risposte che lo soddisfino. È come se avvertisse che in quella realtà che lo circonda c’è qualcosa che non quadra. Verrà quindi contattato da Morpheus, quello che noi definiremmo un terrorista ricercato dalle autorità, che gli svelerà il dramma che affligge l’intera umanità.

Morpheus: Ti interessa sapere di che si tratta, che cos'è? Matrix è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per nasconderti la verità.

Neo: Quale verità?

Morpheus: Che tu sei uno schiavo. Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente. Nessuno di noi è in grado purtroppo di descrivere Matrix agli altri. Dovrai scoprire con i tuoi occhi che cos'è. È la tua ultima occasione: se rinunci, non ne avrai altre. Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo. Niente di più.


Come dimostra il film, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. Significativa a tale riguardo la scena al ristorante con l'Agente Smith in cui Cypher, uno dei ribelli, nel tradire i propri compagni dice: “Vede, io so che questa bistecca non esiste. So che quando la infilerò in bocca Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni sa che cosa ho capito? Che l'ignoranza è un bene.”

domenica 21 maggio 2017

IL MORBILLO NON È LA NUOVA PESTE!

Mi consta che nell’ordinamento giuridico italiano un decreto legge è un atto normativo, avente forza di legge, la cui adozione da parte del Governo è giustificata solo quando ricorrono casi straordinari di necessità e urgenza. Nonostante che gli articoli 72 e 77 della Costituzione siano assai chiari in materia di emanazione dei decreti leggi, la prassi ormai invalsa dal 1996 è quella di bypassare i tempi parlamentari ricorrendo allo strumento del decreto legge. Voluto dai Padri costituenti per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, l’uso sempre più frequente di tale strumento configura un abuso nei confronti dell’ufficio parlamentare. Dai primi anni ’90 a oggi, il numero dei decreti legge si è così esponenzialmente accresciuto, tanto da superare quello delle leggi approvate dal Parlamento.

Una prima sentenza, la n. 360 del 1996, della Corte costituzionale ha tentato di arginare tale fenomeno, ribadendo che l'abuso dello strumento normativo del decreto legge, impiegato fuori dei presupposti di necessità e di urgenza, è incostituzionale in quanto vizio in procedendo. Quindi le due recenti sentenze della Corte costituzionale (220 del 2013 e 22 del 2012) in tema di limiti all'utilizzo dei decreti leggi da parte del Governo (soprattutto quando si tratti di riforme ordinamentali). Ma a quanto pare anche le pronunce della Corte costituzionale sono divenute “grida manzoniane”: tanto altisonanti, quanto inefficaci!

Qualche giorno fa il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, ha approvato un decreto legge contenente misure urgenti in materia di prevenzione vaccinale. Il decreto reintroduce l'obbligatorietà delle vaccinazioni a scuola.
I bambini da 0 a sei anni che non siano stati vaccinati non potranno accedere ad asili nido e scuole materne; per quelli dai 6 ai 16 anni, i genitori dovranno presentare alla scuola il certificato di vaccinazione, in mancanza del quale il dirigente scolastico ha l’obbligo di segnalazione alla Asl, la quale contatterà la famiglia e darà un arco di tempo entro il quale effettuare la vaccinazione al proprio figlio. Se non lo farà andrà incontro a multe pesanti, fino a 7.500 euro e non solo: chi continuerà a violare l'obbligo sarà segnalato dalla ASL al Tribunale dei Minorenni per la sospensione della potestà genitoriale. Tali misure entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico.

Dunque, se partiamo dal presupposto che l’adozione di un decreto legge è solo giustificata dall’urgenza e dalla necessità di un provvedimento per fronteggiare un’emergenza; se consideriamo il conto salato delle sanzioni da una parte e la sospensione della patria potestà dall’altra. Dobbiamo concludere allora che in Italia è in atto un’epidemia di proporzioni bibliche e nessuno ce l’ha ancora detto?

Nel linguaggio medico scientifico si parla di epidemia quando ci troviamo in presenza di una malattia che colpisce un numero di individui (casi) significativamente superiore a quanto ci si sarebbe atteso in quella zona e in quel periodo di tempo. Per esempio, sebbene si parli di epidemia influenzale, tutti sanno che ogni anno, durante i mesi invernali, si verificano casi di influenza nell'uomo. Pertanto, in base alla definizione sopra riportata (“in quella zona e in quel periodo di tempo”), non è esatto parlare di epidemia: l’influenza si ripete in maniera simile ogni anno, e quindi non è affatto inaspettata.

Per quanto riguarda il morbillo, siamo davvero in presenza di un’epidemia in Italia?

Secondo un comunicato del Ministero della Salute pubblicato il 16 marzo scorso, dall’inizio dell’anno nel nostro Paese si sono registrati oltre 700 casi di morbillo; nello stesso periodo dello scorso anno i casi erano stati 220: l’aumento è stato quindi di «oltre il 230 per cento»! È dunque in corso un’epidemia?

Per la definizione data di epidemia, dovremmo concludere che sì, è in atto un’epidemia di morbillo. Ma proseguendo nella lettura del comunicato del Ministero della Salute si legge che: la maggior parte dei casi è concentrata in sole quattro regioni (Piemonte, Lazio, Lombardia e Toscana); più della metà dei casi rientra nella fascia d’età 15-39 anni.

Secondo alcuni autori, quando un evento morboso si verifica in una area geografica molto limitata e colpisce una particolare fascia di età, è più esatto parlare di “focolaio”; così, nonostante l’aumento del numero dei casi, il termine “epidemia” non è corretto. 

In Italia il virus è sempre circolato; in passato, quando nessuno si vaccinava, era usuale contrarlo da bambini, quando la malattia è molto meno pericolosa. Se consideriamo che gli anticorpi indotti dalla vaccinazione diminuiscono con il passare del tempo, fino a diventare non più dosabili e facendo perdere la protezione. È stato calcolato infatti che il declino degli anticorpi antimorbillo dopo vaccinazione sia del 5,6% ogni anno, con un tempo di dimezzamento (emivita) di 12 anni. Ne consegue che l’aumento nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 39 anni ricalca quanto si registra in Paesi con programmi vaccinali non obbligatori.

Peraltro, il sistema nazionale di sorveglianza del morbillo, istituito a partire dal gennaio 2014, dimostra come l’andamento dei casi sia piuttosto variabile. Dal 2013 al 2015 il trend era decrescente: ci sono stati infatti 2.258 casi nel 2013, 1.696 nel 2014 e soli 258 nel 2015; quindi la curva è salita nel 2016, con 862 casi segnalati. Sino a giungere all’aumento del 2017, quando confrontato con i dati dello stesso periodo del 2016. Se l’andamento dovesse conservare la stessa variabilità, potremmo ragionevolmente attenderci nei prossimi anni una flessione dei casi, che per l’introduzione del decreto legge sarebbe attribuito falsamente al programma di vaccinazione obbligatoria.

Per concludere, sull’opportunità delle coperture vaccinali in età pediatrica non voglio esprimere alcun parere definitivo: vi sono alcuni eminenti scienziati che insistono sull’importanza di vaccinare, ma ve ne sono altri – altrettanto autorevoli – che sollevano da tempo numerosi dubbi e fondate perplessità sulle vaccinazioni pediatriche. 

Poiché la questione a quanto pare non è ancora chiusa, ritengo che una revisione delle conoscenze si imponga; un confronto aperto e chiaro, che vada oltre i dogmi e i pregiudizi, sia necessario. Soprattutto per diradare il sospetto che certe prese di posizione inamovibili possano essere guidate, più che dalla tutela della salute dei cittadini, da interessi economici molto potenti.

Quello che voglio dire è che il morbillo non è la peste e il diritto alla libertà di scelta individuale sul tema delle vaccinazioni non può essere calpestato in nome di un’emergenza che emergenza non è! Una maggiore scientificità e trasparenza, una migliore informazione e chiarezza, credo siano il modo migliore per ottenere consenso. Credo che i genitori, prima del governo, siano i primi responsabili della salute dei loro figli. E nessun metodo coercitivo può tagliare il nodo gordiano, decidendo d'imperio sulla reale necessità e beneficio di ciascun vaccino pediatrico. Questo nel rispetto della Costituzione Italiana, per garantire la vera tutela della salute. 


martedì 16 maggio 2017

NON DIRE BUGIE, BABBO!

Collodi, autore del celeberrimo Pinocchio, sosteneva che esistono due tipi di bugie: quelle dal naso lungo e quelle dalle gambe corte. Le prime sono le più veniali: si manifestano subito, tutte le volte che si raccontano frottole, il naso si allunga; le seconde sono le più gravi: non si manifestano subito, ma poiché hanno le “gambe corte”, presto o tardi saltano fuori. La nostra classe politica fa uso della menzogna del secondo tipo, confidando soprattutto nella scarsa memoria e nell’imbecillità dei suoi elettori. Ma poiché Voltaire diceva che: «Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute; ma se vi manca la prima, tutto è finito». Allora, viva gli imbecilli!

Bene, l’ex premier – Matteo Renzi – sostiene che l’inchiesta Consip sia una bufala diretta a screditarne l’immagine e a colpire un onest’uomo come il suo papà: tutto casa e chiesa. Tutta un’invenzione di Woodcock e del NOE (Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri). Insomma la solita “macchina del fango” messa in moto per delegittimare e ledere l'onore e la credibilità di probi e onesti individui, quali loro sono.

Ma ad usare un minimo d’intelletto, e ad onor del vero, si deve pur riconoscere che a trascinare il papà di Renzi nella cloaca “Consip” non sono state le invenzioni dei Pm ma le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Consip dal 2015 e renziano di ferro, Luigi Marroni, che lo scorso 20 dicembre ha dichiarato a quegli stessi Pm napoletani quanto segue: «Carlo Russo mi ha chiesto di intervenire sui commissari di gara per conto del babbo di Matteo e del parlamentare di Ala. Mi dissero che loro erano "arbitri" del mio destino professionale».

Come se non bastasse – come una ciliegia tira l’altra – dalla cloaca aperta dell’inchiesta Consip, esalano altri fetentissimi miasmi che coinvolgono anche il Consiglio di Stato, cuore della giustizia amministrativa, sulle presunte compravendite di sentenze nella giustizia amministrativa. Insomma, un vero e proprio supermarket dove le sentenze si acquistavano e si vendevano ad uso e consumo di faccendieri, politici conniventi, giudici e professionisti che, dentro ai tribunali e al Consiglio di Stato, sembra facessero il bello e il cattivo tempo.

Personalmente vorrei non credere che nel Paese in cui vivo, quanti dovrebbero essere i garanti delle istituzioni democratiche, quanti dovrebbero con il loro esempio mostrarci le virtù civili e democratiche, sono in realtà quanto di peggio la natura abbia mai prodotto: uomini che recano sdegno al genere umano, le cui uniche caratteristiche sono avidità, cupidigia, rapacità, della cui dignità di persone hanno fatto strame.

Dicevo, vorrei non credere che l’abiezione di quanti dovrebbero rappresentare degnamente questo nostro umiliato Paese, arrivi a tanto. E tuttavia non si può far torto alla ragione, fingendo che tutto questo letamaio non esista e trascorrendo le giornate come se il fetore non ammorbasse l’aria. Il mio naso non si è abituato e non si abituerà mai al miasma pestilenziale.

Nel libro di Marco Lillo “Di padre in figlio” è riportata un’intercettazione del 02/03/2017 in cui Matteo esorta il padre Tiziano a non mentire sui suoi rapporti con l’ad di Consip Marroni (perché “non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje”) e sull’incontro sempre negato con l’imprenditore Romeo (“non ti credo.. non è credibile che non ricordi di aver incontrato uno come Romeo ... devi dire se hai incontrato Romeo una o più volte e riferire tutto quello che vi siete detti”). Quindi lo istruisce su cosa dire e non dire ai pm (“non dire che c’era mamma altrimenti interrogano anche lei”).

Dio, che desolazione! 

"Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!".

giovedì 11 maggio 2017

LA FEDELTÀ, LA DISCIPLINA E L’ONORE VERSO LO STATO!

In una democrazia compiuta e civile, i politici e le figure istituzionali, lambite solo dal sospetto che certe loro azioni o certi loro comportamenti non siano del tutto in sintonia col ruolo che rivestono, si dimettono; in una democrazia compiuta e civile, i cittadini-elettori non sopportano che coloro che li rappresentano nelle più alte cariche dello stato e, più in generale, nelle istituzioni pubbliche offrano diuturnamente uno spettacolo deprimente e miserevole: prima si incazzano e quando ne hanno la possibilità non li votano.

Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, i cittadini-elettori dimenticano presto e sopportano tutto: la corruzione, il malaffare, l'evasione fiscale, le mafie e le camorre. Senza neppure un gemito! Nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, una parte cospicua della classe politica e istituzionale non ritiene evidentemente di adempiere al proprio ruolo con “disciplina ed onore”, come dispone l’art. 54 della nostra Costituzione. Giurano fedeltà alla Costituzione, ma poi la disattendono nei fatti.

I Padri costituzionali non a caso usarono la parola “onore” in luogo di “virtù”. Già Tocqueville aveva colto questo punto, mettendo in evidenza che, mentre “la virtù vive per se stessa e si accontenta della propria testimonianza”, l’onore è un “valore aggiunto” alla virtù. Esso gode del riconoscimento pubblico, essendo il premio di una virtù costante, la ricompensa data dal giudizio e dal favore dei cittadini a chi è degno della carica e insignito di quella.

L’onore pertanto non si trova negli angusti spazi del diritto penale: comportamenti moralmente censurabili, non sempre costituiscono reato, ma nondimeno sono disdicevoli e disonorevoli. Il comportamento di alcuni contribuenti che, pur nel rispetto alla lettera della normativa fiscale, si sottraggono agli obblighi fiscali a danno della collettività, sebbene non penalmente perseguibile resta tuttavia ignobile. Il comportamento di alcune alte cariche dello stato sebbene penalmente non rilevante o non perseguibile, resta tuttavia disonorevole.

Il comportamento della Boschi, Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, è – per esempio – in contrasto con il dettato dell’art. 54 della Costituzione, pur avendo giurato fedeltà ad essa. Se è sacrosanto il diritto di difendersi secondo le garanzie previste dalla legge, non è verosimile che di fronte alla conferma dell’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che ammette l’ingerenza della Boschi sull’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, continui a proclamare semplicemente che è tutto falso, mentre proprio la Unicredit conferma l’avvenuta apertura di un’istruttoria per valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria, l’istituto di cui il padre Pierluigi era vicepresidente. Irritante poi che Pd e governo facciano quadrato attorno alla Boschi, dimenticando le centinaia di migliaia di risparmiatori, che si sono visti azzerare i loro risparmi dalla notte al giorno, per l’incuria di quelle stesse figure istituzionali preposte a tutelari, come la Costituzione all’art. 47 dispone, ma preoccupate solo di coprire le difficoltà degli “amici” e degli “amici degli amici”.

In una democrazia matura e civile, una tale figura istituzionale rassegnerebbe immediatamente le dimissioni; in una democrazia matura e civile, i cittadini-elettori, trascurando ogni altra cosa, esigerebbero le dimissioni e mostrerebbero sdegno. Ma nella Repubblica italiana, «laica, democratica, antifascista», nata dalla Resistenza, lo sdegno è passione difficile! 

giovedì 4 maggio 2017

ALITALIA È LA FOTOGRAFIA DI COME FUNZIONA L'ITALIA

Alitalia è l’emblema di come una società fondata sui vizi privati non può produrre politici abili che amministrino accortamente nell’interesse generale i beni pubblici. Sembra che l’Italia, prima ancora che essere fondata sul lavoro, come recita l’art. 1 della Costituzione, sia fondata sulla fregatura. Fottere è l'attività che riesce meglio a una buona parte di italiani; gran parte dei politici, nonché amici e parenti che essi rappresentano, appartengono a questa categoria di italiani.

Quello che in altri paesi civili è considerato un disvalore, in Italia è un tratto distintivo – assunto come carattere positivo – da tutti gli altri che sono i “fessi”. Poiché nessuno vuol essere “fesso”, ciascuno farà a gara per essere più furbo dell’altro. E così ci sarà sempre uno più furbo dell’altro e un fesso più fesso dell’altro. Poiché, come dicevo, la furbizia nel nostro Paese è un valore, accade che i furbi anziché essere messi all’indice dalla generale esecrazione popolare, sono fatti al contrario oggetto di stima e di ammirazione. Si dice infatti di uno “in gamba” che è un “gran furbo”, non certo una brava persona: generosa, colta, intelligente, sensibile. Il “gran furbo” è un soggetto da imitare; la “brava persona”, se con le sue qualità non ha fatto quattrini o raggiunto una condizione economica ideale o una posizione di successo, è un “fessacchiotto” che al massimo suscita un sentimento di compassione mista a pietà.

Ora, dal momento che – come disse Aristotele circa 2500 anni fa – ogni popolo ha i governanti che si merita, noi abbiamo quelli che meritiamo, avendo un tale culto per la “furbizia”. E la furbizia piace anche se di cognome fa Berlusconi, Matteo Renzi, Luca Lotti, Augusto Minzolini, Calisto Tanzi, Sergio Cragnotti, Boschi, ecc. ecc. … E l’elenco sarebbe così lungo e tedioso da riempire un’intera enciclopedia. Quando i furbi polverizzano i risparmi di migliaia di famiglie, noi: zitti e muti! Quando i furbi cancellano il nostro futuro e quello dei nostri figli, in nome di una finta democrazia, noi anziché indignarci e ribellarci, come sarebbe giusto, comprimiamo la rabbia, salvo veicolarla – per una sorta di rivalsa – verso chi è più sventurato di noi; verso gli immigrati – per esempio – funesta cagion d’ogni male che flagella il nostro “bel Paese”!

La gestione diretta di Alitalia da parte dello Stato è stata un autentico disastro, al cui esito hanno partecipato – indistintamente – tutte le forze sociali e politiche. Nonostante il fiume di denaro pubblico finora profuso – si calcola che, tra il 1974 e il 2014, Alitalia sia costata 7,4 miliardi di soldi pubblici –, l’attuale governo Gentiloni si appresta a varare l’ennesimo salvataggio con un decreto ad hoc per il finanziamento ponte di 600 milioni di euro.

Questo vuol dire che, ancora una volta, a pagare sarà “Pantalone”, senza peraltro che nessuno faccia i nomi dei responsabili e soprattutto ci spieghi com’è stato possibile che una montagna di denaro non sia bastata a impedirne il collasso. Noi cittadini, solo pagare e zitti!

Che fine hanno fatto poi i cosiddetti “capitani coraggiosi”, cui non solo è stata data un’azienda ad un prezzo decisamente inferiore a quello offerto Air France-Klm, ma anche depurata dai debiti, scaricati sulle spalle della collettività (4 miliardi di euro)?

Malgrado le condizioni estremamente favorevoli che sono state loro accordate non solo non hanno risanato la Compagnia aerea, ma l’hanno anche “schettinamente” abbandonata: quando a rischio erano i loro soldi, anziché investire fino all’ultimo euro nella loro azienda per salvarla, molto più astutamente hanno chiesto l’intervento dello Stato. 

Se questi sono i “patrioti”, i “coraggiosi”, i grandi manager, come sarà il resto dell’imprenditoria italiana?  A quanto pare, agli imprenditori italiani piace “vincere facile”! E con una tale imprenditoria qualcuno pensa addirittura che la nostra economia si riprenderebbe uscendo dall’euro? Ma non diciamo cazzate!

I venti cavalieri che hanno privatizzato l'Alitalia, dopo aver preso la polpa, lasciando i debiti ai contribuenti italiani, hanno dato il colpo di grazia a un'azienda che veniva già da decenni di scorrerie e saccheggi. 

E, come se non bastasse,  dobbiamo risorbirci pure le rodomontate colossali di Matteo Renzi che, dopo aver vinto le primarie del Pd, torna di nuovo alla carica e ci dice che con lui Alitalia risorgerà “più bella e più superba che pria”. Come ha già fatto con la vicenda della Banca Etruria e quella del Monte dei Paschi di Siena? 

Se Dio rendesse muti tutti quelli che sparano menzogne e cazzate, mi raserei il capo, indosserei un saio e farei l’asceta, pur di non sentirli più.

martedì 2 maggio 2017

AL PRIMO MAGGIO GLI HAN FATTO LA FESTA

Ma ha ancora senso festeggiare il Primo maggio come festa dei lavoratori? Francamente non capisco cosa ci fosse da festeggiare: il lavoro che non c’è o quello che, quando c’è, è sempre più sfruttato, precario, mal pagato e senza diritti?

Sempre più patetiche le manifestazioni del Primo maggio: i soliti discorsi pronunciati dalle alte cariche dello Stato e dai sindacati nel ribadire i valori del lavoro e della democrazia. Quasi che tutte le riforme del lavoro che si sono succedute dal pacchetto Treu sino al Jobs act di Matteo Renzi si siano materializzate da sole per generazione spontanea.

Qualcuno le ha volute; non le hanno volute certo i lavoratori, ai quali sono state imposte obtorto collo con la promessa di rilanciare l'economia produttiva e i livelli di occupazione nel Paese. Il rilancio dell’economia non c’è stato e neppure l’occupazione: la disoccupazione in Italia è passata dal 6,9% del 2009 al 12% del dicembre 2016. E nonostante i tanto annunciati successi del Jobs Act, le statistiche fotografano una realtà diversa: il precariato continua a crescere e ha raggiunto ormai il suo massimo storico.

Il quadro è sotto gli occhi di tutti, a condizione di non averli foderati di prosciutto: il numero di “lavoratori poveri” aumenta sempre di più, già perché anche chi ha un lavoro resta povero; le diseguaglianze crescono; chi perde il lavoro dopo i 55 anni incontra serie difficoltà a trovarne un altro. Siamo già in una emergenza sociale, ma i nostri politici pare non se ne siano ancora accorti.

Se continua così, presto le condizioni di lavoro non saranno assai dissimili da quelle tratteggiate dal grande Steinbeck in “Furore” che descrive le migliaia e migliaia di americani, in penosa marcia verso la California, alla ricerca di un lavoro sfruttato e mal pagato, in cui ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d'infamia”.

Cosa sarà dei nostri giovani che, sperimentando lunghi periodi di disoccupazione, rischiano di rimanere svantaggiati per il resto della loro vita?

Doveva essere chiaro a tutti che lo spostamento di reddito dal lavoro ai profitti e alle rendite, avrebbe presto o tardi contribuito alla contrazione della domanda interna: quanto a consumi quotidiani, dagli alimentari ai trasporti, chi è ricco non potrà mai eguagliare la domanda di duecento, trecento o mille lavoratori. Doveva essere chiaro a tutti che aumentare le disuguaglianze tra gli stessi lavoratori avrebbe contribuito a creare conflitti generazionali inediti: anziani meglio tutelati e più ricchi contro giovani sempre meno tutelati e più poveri. Doveva essere chiaro a tutti che la facoltà conferita alle imprese di regolare mediante accordi sindacali locali sia il salario sia altre condizioni del rapporto di lavoro, avrebbe avuto come generale conseguenza un’ulteriore riduzione dei salari reali e con essi la contrazione della domanda interna.

In Italia coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Il salario netto mensile medio  di un lavoratore italiano è pari a circa 1.300 euro. Con un tale salario, una famiglia monoreddito può contare di arrivare a fine mese solo attraverso una contrazione della spesa e uno spostamento dei consumi alimentari verso beni a qualità inferiore.


Cosa c’era dunque da festeggiare ieri: la cancellazione dell’art. 18; le nuove norme sui licenziamenti contenute nel Jobs Act; la precarizzazione crescente; i nuovi salari da poveri; la spietata competizione tra lavoratori per la conservazione del posto di lavoro; la disumanizzazione del lavoro che rende sempre  più simili gli uomini a ingranaggi di una macchina; l’espansione dello sfruttamento che rischia di riportare i nuovi lavoratori a quella condizione di schiavitù dalla quale sembravano essersi emancipati?