L’ego, o Io, dal punto di vista psicologico, rappresenta la
struttura psichica deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia
interna che esterna. Tanto più è organizzato e relativamente stabile, tanto più
siamo in grado di effettuare un opportuno esame di realtà, in quanto ciò che
percepiamo è coerente con la realtà esterna e la relazione che stabiliamo con
essa è corretta. In mancanza di un Ego organizzato saremmo in balia delle forze
impetuose dell'oceano dell'inconscio. E tuttavia esso è una condizione
necessaria ma non sufficiente al benessere dell’uomo. Se così non fosse non
capiremmo altrimenti perché mai chi ha raggiunto l’apice del successo, chi ha
soddisfatto la gran parte dei desideri, che un uomo può soddisfare nel corso
della sua esistenza, possa cadere in una depressione grave e decidere di
suicidarsi. Forse perché se l’Ego è importante e fondamentale per raggiungere i
nostri obiettivi nella vita, esso tuttavia non è in grado di dare un senso
all’insufficienza esistenziale dell’uomo, contrassegnata sempre da un insieme
di possibilità che lo pongono urgentemente di fronte a una scelta assoluta;
senza possibilità alcuna che sia data una seconda possibilità. Essa è presa e data
una volta per tutte.
Ora, se la categoria fondamentale dell’Ego è la razionalità
e la necessità, quella dell’esistente è la possibilità, che può rivelarsi causa
di ogni gioia o, al contrario, causa di ogni sciagura. E poiché la realtà non è
soltanto un processo razionale unico, ma un complesso di infinite possibilità, innanzi
alle possibilità contraddittorie che si aprono al singolo individuo, la paura
di fare la scelta sbagliata, da cui dipende il suo destino, lo pone in una
situazione di perenne instabilità, indecisione tra le alternative possibili, in
cui intravede anche la possibilità della propria fine, del proprio nulla. A
questo sentimento di angoscia, che si trova al fondo di ogni essere umano,
ciascuna persona può dare una risposta autentica ovvero cercare sicurezza in
illusioni.
L’Ego è fragile di fronte al mistero in cui è immersa la
propria esistenza come singolo. Alle domande chi sono, donde vengo, che ci
faccio gettato su questa Terra, non v’è una risposta valida. E allora il
singolo individuo cerca sicurezza in qualcosa: nella religione,
nell’appartenenza a questo o a quel gruppo. Senza rendersi conto che tale soluzione
non è la risposta, allo stesso modo in cui una terapia basata su una diagnosi
sbagliata non porta a guarigione. Alla fine i conflitti e le paure da cui si
fugge sono ancora lì ad attenderci.
Una di queste false sicurezze sono i gruppi di appartenenza;
l’identificazione nei gruppi di appartenenza. E questo non vuol dire abolire le
varie espressioni di cultura e civiltà che si sono strutturate nel corso del
tempo, ma mettere bene in luce quali sono i problemi che sorgono da
un’eccessiva identificazione personale con una cultura, un’idea, una
particolare visione del mondo, che porta necessariamente a una definizione
dell’altro come qualcuno o qualcosa di irrimediabilmente diverso da me.
Prima dell’appartenenza a questo o a quel gruppo,
occorrerebbe realizzare la consapevolezza che ognuno di noi è prima di tutto
umanità. La pericolosità dell’identificazione nei gruppi di appartenenza sta
soprattutto nel fatto che ogni qualvolta ci identifichiamo con un gruppo che
sente di avere la saggezza, che sente di avere una qualche verità in mano, in
realtà ci stiamo dividendo dal resto dell'umanità che ovviamente ha opinioni e
credenze diverse. Basti pensare a quello che è accaduto nel corso della storia,
quando l’appartenenza fanatica ai gruppi ha causato episodi gravissimi di
violenza di intolleranza.
La divisione genera conflitto e questo genera violenza.
Questa è una legge al pari della legge di gravità: dove c'è divisione c'è
conflitto!
Incontrare l’altro come essere umano è qualcosa di completamente
diverso dall’incontrarlo come appartenente a questo o a quel gruppo. Insomma, il
vedere l'altro prima di tutto come essere umano è l’unica modalità per ridurre
e risolvere con successo i conflitti interpersonali. Fermo restando che è ben
difficile trovare una qualche forma di comunicazione con una persona totalmente
fanatica e cieca. Di fronte a certi fanatici religiosi o politici, sorge
perfino il dubbio se questi appartengano ancora al genere umano. Ma, per
fortuna, nella quasi totalità dei casi l'essere umano è complessità per
eccellenza, nel quale i neuroni si ricalibrano e si ricombinano per creare sempre
nuove connessioni; un fanatico, al contrario, ha un modo di vedere e pensare le
cose che tende alla semplicità esagerata e alla semplificazione della realtà. E
questo suo modo d’essere non rende giustizia all’essere umano, perché nulla può
essere semplificato senza essere snaturato.
Comprendere dunque che è il senso di fragilità del nostro
Ego, che abbiamo in comune con gli altri esseri umani e che ci porta, invece
che ad essere solidali, a creare gruppi di appartenenza che entrano in
conflitto gli uni con gli altri, a generare violenza, è il primo passo. Solo
abbattendo i muri e le barriere dell’appartenenza, sarà possibile scoprire una
nuova modalità di stare insieme, non basata sulla competitività, ovvero la
lotta di tutti contro tutti, tanto cara alle imprese di mercato e alla loro organizzazione
del lavoro, ma sulla collaborazione reciproca. E forse scopriremmo che una
società di esseri collaborativi ci renderebbe meno tristi, meno depressi e –
perché no – più felici.