lunedì 24 febbraio 2020

L'EMERGENZA CORONAVIRUS


Vengo subito al tema, e cioè all’emergenza “coronavirus”, e se l’allarmismo posto in essere dai mass media trova una sua qualche giustificazione. La risposta è no: è la classica tempesta in un bicchier d’acqua, di cui dovrebbero rispondere con senso di responsabilità quei giornalisti, che pur di fare notizia non si rendono pienamente conto del danno che non il virus ma essi stanno facendo.


Quel che vedo è “follia”; vere e proprie scene di isteria collettiva, in cui è assai difficile stabilire la linea di confine tra la psicosi (volontariamente o involontariamente) indotta e il reale pericolo rappresentato da questo virus. È dall’isteria collettiva che dovremmo, prima ancora che dal virus, difenderci. Perché se per i virus, grazie al progresso tecnologico, si potranno approntare validi rimedi, contro l’imbecillità umana non mi consta sia stato ancora inventato un rimedio altrettanto efficace.

L’imbecillità è una cosa seria; non dovremmo sottovalutarla. Specie quando gli imbecilli sono in posizioni apicali dell’organizzazione sociale, e ce ne accorgiamo perché i conti non tornano nell’economia, nella società e nella storia. Senza una fuga consapevole dall’imbecillità anche coloro che resistono sono destinati, prima o poi, ad essere risucchiati dal suo vortice. Un esempio di imbecillità è, per esempio, il divieto di fumo, disposto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, sotto le pensiline in prossimità delle fermate degli autobus. Con tutti i problemi di inquinamento che ha la città di Milano vuoi vedere che bisogna cominciare proprio dal fumo di sigarette per contenerli? La crociata anti-fumo è diventata talmente una religione che chiunque s’azzardi a chiedere ragione di una tale demenziale imbecillità è bollato come eretico dai fanatici salutisti. Il grande attore comico Redd Foxx avrebbe così sentenziato: “I fanatici salutisti si sentiranno stupidi un giorno, mentre giacciono in ospedale morendo di niente”.

Allo stato attuale delle cose è più pericolosa l’epidemia di ignoranza e razzismo verso le persone di origine asiatica che quella da coronavirus. Sempre al momento, la diffusione e i rischi legati al contagio sono appena più seri di quelli legati ad una normale influenza. I morti per influenza sono decisamente più alti rispetto a quelli per coronavirus; all’ottava settimana della sorveglianza stagionale di influenza la mortalità per influenza è stata di 217 decessi, mentre quella provocata da coronavirus di 6 decessi, e le vittime sono tutti soggetti di oltre 80 anni. Possiamo quindi dire che l’influenza stagionale è più pericolosa del nuovo coronavirus (ora chiamato SARS-CoV-2, che causa la malattia ribattezzata dall’Oms COVID-19).

Al presente, la minaccia rappresentata dal coronavirus Sars-Cov-2 è più potenziale che reale, e interessa più gli epidemiologi che si aspettano una pandemia simile all’influenza spagnola, che imperversò dal 1918 al 1920, provocando il decesso di 50-100 milioni di persone. Sulle prime la “spagnola” si presentò come una forma influenzale che durava pochi giorni senza conseguenze di sorta. Venne, infatti, chiamata “influenza dei tre giorni” e indicata semplicemente come uno strano morbo. Quindi, nell’estate del 1918 l'influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnandosi con gravissime complicazioni a livello polmonare che furono responsabili della maggior parte dei decessi.

Quello che rende temibile un virus è il “salto di specie”; virus che normalmente infettano altri animali e che di tanto in tanto effettuano il salto di specie infettando anche l’uomo. In questi casi, diversamente dalla normale influenza stagionale, dove l’infezione causa solo moderati sintomi respiratori nella maggior parte della popolazione, la malattia causata dal virus mutante segue invece un percorso clinico particolarmente aggressivo, con rapido deterioramento e alto tasso di mortalità.

I coronavirus sono in genere virus che colpiscono l’uomo provocando il comune raffreddore; il coronavirus denominato SARS-CoV-2 è invece un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell'uomo, prima di essere segnalato a Wuhan (Cina), lo scorso dicembre. Da qui le precauzioni che sono state giustamente prese per arginarne la diffusione.

Ma da queste valide considerazioni all’allarmismo generato c’è un abisso: allo stato attuale delle cose, su una popolazione di circa 60 milioni di individui, il numero di 229 contagiati è pari allo 0,00000382 dei casi; mentre il numero dei decessi è dello 0,000000117. In entrambi i casi si tratta di numeri tendenti allo zero. Se dinanzi a questi numeri si è creata una vera e propria psicosi collettiva, credo che qualcosa non funzioni nella comunicazione e, a giudicare dall’allarmismo suscitato, c’è da chiedersi: nel caso di una pandemia simile alla spagnola, saremo veramente in grado di fronteggiarla senza far collassare il nostro attuale sistema di vita?

Come se già non bastasse la scarsa consapevolezza tra le masse riguardo al virus, c’è pane anche per i complottisti. Secondo alcuni il coronavirus potrebbe avere collegamenti con il programma di guerra biologica cinese; il coronavirus sarebbe sfuggito da un laboratorio a causa di un qualche errore umano. La Cina ha ovviamente negato di avere armi biologiche offensive, ma un rapporto del Dipartimento di Stato dell'anno scorso ha rivelato sospetti di lavori segreti di guerra biologica. Secondo altri il nuovo virus fa parte di una cospirazione degli Stati Uniti per diffondere armi germinali finalizzate a destabilizzare il primato commerciale della Cina. Sia nel primo sia nel secondo caso è assai remota la possibilità che una delle due nazioni ci dica come stanno davvero le cose. Sono pertanto ipotesi che non possono essere al momento né confermate né smentite. La risposta invece alla domanda se l’uomo disponga oggi di una tecnologia in grado di fabbricare virus letali in laboratorio è affermativa: in laboratorio possono essere creati virus bioingegnerizzati in grado di infettare l’essere umano. E questo dovrebbe farci riflettere sull’importanza di far funzionare le meningi piuttosto che abbandonarci a comportamenti isterici.

Se tutti non ci sforzeremo di pensare bene, sarà crisi davvero.

lunedì 23 dicembre 2019

LETTERINA DI NATALE


Ha ancora senso oggi festeggiare il “Natale”? Qualcuno avverte ancora quello “spirito buono” che, almeno nei giorni precedenti e seguenti, la gente si sforzava di mostrare? Come fa a ripetersi ancora questa ricorrenza che ha più l’aspetto di una bolgia infernale – code nel traffico, gente nervosa e frenetica per ultimare gli acquisti, chili di troppo accumulati durante interminabili tavolate, stress, soldi che se ne vanno – che quello tipico del Natale, quale esperienza mistica?

Il Natale che ci riportava nella dimensione del mito e del rito non esiste più.

Al rito collettivo che ravvivava la speranza di un’umanità migliore, la possibilità di un’esistenza più autentica, si è sostituito il culto del materialismo consumistico, in cui si può vivere con disinvoltura la propria abbondanza e lo spreco che ne deriva, senza curarsi affatto di quella parte di umanità tormentata dalla fame, dalla guerra, dalla violenza.

Negozi addobbati due mesi prima, panettoni che non appena passerà Natale, verranno rimpiazzati da colombe pasquali, ci fanno credere che in questo mondo la miseria e la crudeltà siano finite. 

La crudeltà e la miseria non sono finite; è il nostro sguardo culturale a non vederle più.

Ripiegati sul nostro insano egoismo, attraversiamo la nostra vita quotidiana con indifferenza, mentre lo show planetario della crudeltà va in onda.

In fondo la tragedia che non ci riguarda non c’interessa.

Si racconta che: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e s’imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada; e lo vide, ma passò oltre dal lato opposto» (Luca 10, 30-31).

Elie Wiesel, scrittore rumeno, ebreo sopravvissuto all’olocausto, ci dice che l’indifferenza è il male peggiore che l’essere umano possa incontrare nel corso della sua esistenza: «Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli. Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza».

Ma noi simili a “sepolcri imbiancati”, per l'esterno belli a vedersi, ma dentro pieni di ogni putridume, farisaicamente continuiamo a celebrare il Natale!

domenica 22 dicembre 2019

PERCHÉ TANTO CLAMORE SULLA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE?


È ovvio che sulla sospensione della prescrizione ci siano due diversi modi di vedere. E quando i portatori di queste due visioni sono intellettualmente onesti, ossia non motivati da interessi particolari e personali, è giusto valutare secondo coscienza e conoscenza.


Per taluni (Sabino Cassese) la sospensione della prescrizione è un istituto di garanzia, che comporta l’essere giudicati per quello che si è e non per la propria storia. La sospensione della prescrizione cozzerebbe contro due principi costituzionali: il primo, quello di ragionevolezza, che ammette che il passato nel trascorrere fa sì che quello che si era ieri non è quello che si è oggi; il secondo, quello della rieducazione del condannato previsto dall’art. 27 della Costituzione, che sancisce il principio del finalismo rieducativo della pena, la cui giustificazione etica e logica non può essere applicata solo per il condannato ma anche per l’accusato.

Per i sostenitori della sospensione della prescrizione, lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio favorirebbe una maggiore celerità dei processi, giacché non esisterebbe più l’interesse da parte del condannato in primo grado di allungare i tempi processuale nell’attesa che il sopraggiungere della prescrizione estingua il reato, e di conseguenza la pena da scontare.

Ora, quando parliamo di diritto e di giustizia in senso lato, non c’è dubbio che possiamo senz’altro trovare convincente la tesi sostenuta dal prof. Sabino Cassese, se non altro sul piano umanistico. Così come possiamo trovare sul piano dottrinario e filosofico valida la concezione secondo la quale il sacerdote, nel mondo cattolico, è il ministro di Dio incaricato di annunciare il vangelo, seguendo i dettami del Cristo con sacrificio fisico e morale della propria persona a benefico dell’umanità intera. Bene, ma cosa ne facciamo di quei ministri che con l’abito talare insidiano i bambini? Ne occultiamo l’esistenza perché non possiamo ammettere che nel seno di santa madre chiesa s’annidi la cupidigia e la lussuria?

La politica si muove e deve muoversi nel mondo reale, che è altra cosa dall’esposizione incomparabilmente bella dei massimi princìpi enunciati dal prof. Cassese.

Perché bisogna cambiare la prescrizione? Perché è diventato uno strumento nelle mani dei “furbi” per sottrarsi ai rigori della legge. La prescrizione in Italia è diventata un tema altamente politicizzato grazie a Berlusconi e ai suoi epigoni. Quando le leggi accusate di essere “ad personam”, per favorire Berlusconi e i suoi alleati, non bastavano per sfuggire al maglio della legge, ecco che si ricorreva alla progressiva riduzione dei tempi di prescrizione, per sterilizzare i processi che lo riguardavano.

È dunque questo uno stato di diritto? Uno stato di giustizia, che tratta alcuni come figli e il resto come figliastri, a seconda che si faccia parte o meno dell'executive club?

E poi non capisco perché lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio venga agitato come “populismo giudiziario”. In Francia, Spagna e Germania la prescrizione si interrompe con qualsiasi atto giudiziario, tipo l'avviso di fine indagini. In Germania per i reati commessi dai parlamentari la prescrizione viene conteggiata non dal momento in cui è avvenuto il reato ma da quando inizia il processo.

Se poi consideriamo il Regno Unito e gli Stati Uniti, i fautori del no alla sospensione della prescrizione si straccerebbero le vesti. In questi Paesi la prescrizione degli illeciti penali semplicemente non esiste! Puoi aver commesso un reato vent’anni fa, se ci sono sufficienti evidenze di prova, il reato può essere ancora perseguito. I tempi della giustizia civile e penale sono resi ragionevoli e cogenti da altre norme (per esempio, non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato), ma che non hanno nulla a che vedere con la prescrizione dei reati

Sono forse questi paesi incivili e barbari, che non tengono in alcun conto dei diritti dei propri cittadini in termini di garanzie dinanzi alla legge?

Perché dunque in Italia tanto clamore intorno allo stop alla prescrizione, che scatterebbe peraltro solo dopo il primo grado di giudizio?

sabato 21 dicembre 2019

LA SOSPENSIONE DELLA PRESCRIZIONE, UN CAPPIO AL COLLO SOPRATTUTTO PER I POVERACCI?


Qualcuno sostiene che la sospensione della prescrizione sarà un cappio al collo soprattutto per i poveracci; i ricchi, che hanno mezzi e denari, la faranno sempre franca.


Che la giustizia sia “roba da ricchi” è un fatto facilmente verificabile consultando i dati statistici della popolazione carceraria, che impietosamente mostrano la realtà del meccanismo repressivo: la maggioranza è costituita prevalentemente da ladruncoli, piccoli spacciatori, immigrati irregolari; la minoranza da qualche omicida; quindi, fanalino di coda, stupratori, mafiosi o camorristi. Di colletti bianchi la percentuale è tanto esigua da trascurarne il dato; con le patrie galere costoro hanno poco a che fare. E se dovessimo partire dalle statistiche giudiziarie dovremmo concludere che l’Italia è un paese felice in materia di corruzione, evasione fiscale e criminalità organizzata.


Ma noi sappiamo che le cose non stanno affatto così! E dunque, perché questo accade? Una spiegazione potrebbe essere che le leggi che i magistrati devono applicare sono improntate ad una scala di valori distorta, che porta ad infierire sui più deboli, lasciando impuniti bancarottieri, evasori fiscali, corrotti e corruttori.


Cosa sappiamo della prescrizione? Sappiamo che la prescrizione è un istituto giuridico che prevede l'estinzione di un diritto, di una pena, di un reato, quando sia trascorso un determinato lasso di tempo senza che il titolare di un diritto o lo Stato si siano attivati per esercitare le prerogative che la legge gli conferisce. Sappiamo anche che la prescrizione ha una diversa valenza in campo civile e in quello penale.


In campo civile, se il titolare di un credito compie un atto di esercizio del diritto (ad es. messa in mora del debitore), la prescrizione s’interrompe e inizia daccapo a decorrere dal giorno della notifica della messa in mora. Lo sanno i malcapitati destinatari di cartelle esattoriali emesse dall’Agenzia delle Entrate, che hanno omesso di pagare l’imposta del bollo auto. Questa imposta si prescrive al terzo anno successivo a quello di scadenza del pagamento. Ma se l’agente di riscossione, il giorno precedente lo spirare del periodo di prescrizione, invia un atto di notifica il termine si interrompe e inizia a decorrere dal giorno successivo per altri tre anni, facendo di noi eterni debitori nei confronti dello Stato.

In campo penale le cose invece stanno diversamente: con l’ultima modifica strutturale del 2005, la prescrizione, fatte salve proroghe e casi particolari, è pari al massimo della pena che il giudice può infliggere. Così, per esempio, il reato di corruzione, sanzionato al massimo con 6 anni di carcere, si prescrive, per l’appunto, in 6 anni. Ma il fatto più sconcertante è che se il reato è stato consumato, la prescrizione si inizia a contare dal giorno della sua consumazione e non dal giorno del rinvio a giudizio, con la conseguenza che la stragrande maggioranza delle prescrizioni si verifica nella fase delle indagini preliminari. E nel caso si giunga al processo, questo è celebrato a vuoto: il responsabile di fatti illeciti può dormire tra due guanciali, tanto sa di non doverne rispondere. L’azione penale che in Italia è obbligatoria avrà costretto giudici, cancellieri, avvocati di parte civile a celebrare una pantomima, sapendo che la vittima del reato, dopo avere coltivato aspettative, resterà senza soddisfazione.


Ora, se rapine, furti e fatti analoghi sono prontamente segnalati e quindi parte immediatamente la ricerca del colpevole, i reati dei colletti bianchi sono complessi da scovare, perché la condotta è più sofisticata e spesso manca la persona offesa che sporga denuncia.


Peraltro, per i primi sussiste il rito accelerato: si può arrestare in flagranza. Per esempio, il pensionato affamato che ruba una bistecca al supermercato viene arrestato in poche ore e portato dai carabinieri o dalla polizia davanti al giudice, che procede immediatamente per direttissima. In questo caso la sentenza viene emessa, se non subito, entro qualche mese. E il pensionato sconterà il suo anno di carcere. Per i reati dei colletti bianchi le cose vanno diversamente. Per esempio, gli illeciti fiscali vengono generalmente segnalati alla giustizia dall’Agenzia delle entrate, che però non riesce a controllare le dichiarazioni dei contribuenti in tempo reale, con la conseguenza che i fatti vengono a conoscenza del pubblico ministero solo a distanza di anni. E quando l’azione penale viene finalmente esercitata, seguono le ulteriori indagini per reperire prove a carico dell’imputato – e pare che le banche non sono sempre solerti nel trasmettere la documentazione richiesta; se poi ci sono fondi neri all’estero le cose si complicano esponenzialmente –, con la conseguenza che il tempo a disposizione per concludere il processo senza che i termini di prescrizioni lo brucino è veramente una manciata di ore!

Dunque qual è la ratio di questa doppia valenza della prescrizione in ambito civile e in quello penale? Perché un rinvio a giudizio non dovrebbe almeno riazzerare i tempi di prescrizione, come succede invece in ambito civile?  Forse per lasciare che la prescrizione resti uno strumento ad uso dei potenti per sfuggire alla giustizia?

mercoledì 6 novembre 2019

PERCHÉ L’ITALIA È UN PAESE DI COGLIONI


Che l’Italia sia un paese di coglioni, senza morale né dignità, lo dimostra come la stragrande maggioranza della popolazione di fronte ai tanti casi di corruzione, frodi fiscali, scandali politici e giudiziari, malasanità, ecc. ecc., non abbia mai alcun moto di ribellione: guarda e gira la testa.


Non parliamo poi dell’aumento scandaloso delle bollette della luce, del gas, dell’acqua. L’italiano medio si lamenta, ma poi mette la coda tra le gambe e paga. In Toscana i cittadini pagano le tariffe dell’acqua più alte d’Italia e nessuno osa contestarle. A Firenze la spesa media annua nel 2018 per famiglia è stata di 710 euro (fonte: Cittadinanzattiva – Osservatorio prezzi e tariffe, 2019).

Certo con un uso più consapevole e razionale dell’acqua si spenderebbe meno, ma il problema è: a fronte di che cosa i cittadini pagano sempre più caro l’uso dell’acqua?

Forse a fronte di un servizio migliore rispetto al passato? Direi di no, l’acqua che esce dal rubinetto di casa è la stessa degli anni in cui le tariffe erano decisamente più basse. Forse a fronte degli investimenti per migliorare le reti acquedottistiche in Toscana, peraltro realizzate in cemento-amianto? Direi di no, la rete idrica a Firenze registra una dispersione idrica superiore al 40 per cento, più alta dunque della già pessima media nazionale.

Dei fiorentini, chi non ricorda, nel maggio del 2016, l’enorme voragine apertasi sul Lungarno di Firenze per la rottura di un grosso tubo dell'acqua? Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, parlò di “Una ferita grave”, perché “Un danno di quella natura non si crea nel giro di due ore … Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità”. Quindi chiese che Publiacqua, la società che gestisce l’acquedotto di Firenze e di altri 46 comuni della Toscana, gli fornisse una relazione dettagliata nel giro di 24 ore.

Come andò a finire? Andò a finire come vanno a finire tutte le cose in Italia: Publiacqua si autoassolse e non se ne parlò più.

Ora, passiamo pure sul fatto che nessuna testa è rotolata giù, ma almeno ci si sarebbe atteso che Publiacqua, dopo il fatto, si affannasse almeno a rinnovare i tubi e spendesse fino all’ultimo centesimo possibile per la manutenzione degli impianti, non foss’altro per scongiurare il ripetersi di un tale disastro.  

Sebbene Publiacqua nel 2016 avesse incassato con le bollette 216 milioni di euro, il 12,4% in più rispetto al precedente anno, neppure un centesimo è finito in investimenti per la manutenzione degli impianti. E dunque dove sono finiti i soldi?

La gran parte del maxiutile di quasi 30 milioni di euro è andato nelle tasche dei soci sotto forma di dividendi. E, poiché il 40% delle azioni di Publiacqua appartiene ad una società privata, Acque Blu Fiorentine, di cui fanno parte anche Caltagirone, tramite l’Acea, e la multinazionale Suez, possiamo ben dire che tutti noi – coglioni – paghiamo tariffe più alte non per migliorare i servizi e le reti acquedottistiche, ma per ingrossare le tasche di Caltagirone e di una multinazionale.

Ma, il referendum sull’acqua del 2011, che registrò un vero record di partecipazione, non doveva sancire la fine del sistema privatistico dell’acqua? Se il 54% dei cittadini si è espresso in favore dell’acqua come bene pubblico, come mai i cittadini, pagando la bolletta dell’acqua, continuano a foraggiare i profitti dei privati?





lunedì 4 novembre 2019

LA RADICE DELLA DISUGUAGLIANZA STA NELLA MENTE DEGLI OPPRESSI


Molti pensano veramente che se lo stato non si occupasse – e lasciamo perdere il modo in cui se ne occupa – dei migranti, ci sarebbero allora risorse da destinare agli italiani che “dormono sotto i ponti”? 

Italiani che dormono sotto i ponti c’erano, ci sono, ci saranno. Non mi risulta, infatti, che ci sia stata – nella storia del nostro Paese – un’età dell’oro in cui i poveri si nutrivano di latte e miele.

Quanto sia pretestuosa e falsa questa fanfaluca che i migranti drenerebbero risorse, che altrimenti potrebbe essere destinate agli italiani indigenti, trova conferma nel fatto che, prima dei migranti extracomunitari, gli extracomunitari erano i meridionali. E come gli attuali migranti questi erano visti dagli italiani del nord come straccioni che rubavano il lavoro che loro non erano disposti a fare alle condizioni che i meridionali accettavano per “fame”.

Io, che sono meridionale, ricordo ancora come nei negozi campeggiava un cartello bene in vista che diceva: “non si fa credito ai meridionali”, perché reputati dalla maggioranza del popolo del nord come ladri e delinquenti, per natura. Ricordo ancora che sugli annunci degli appartamenti in affitto – pubblicati anche da giornali di rilevanza nazionale – c’era sempre la precisazione: “non si affitta a meridionali”.  Avere sulla carta d’identità o sulla patente la provenienza meridionale era come un marchio d’infamia, che destava nell’albergatore, nel controllore, nella gente in generale, il sospetto e la diffidenza.

Quando gli extracomunitari erano i “meridionali” non è storia lontana. Basta andare con la memoria agli anni ’90, prima che cominciasse il grande esodo dall’Albania, dai Paesi dell’Est, in seguito alla deflagrazione dell’ex Unione Sovietica. E quindi dai Paesi del Nord Africa. E quando questi hanno occupato il posto che era riservato ai “meridionali”: questi hanno cessato di esserlo, mentre loro lo sono diventati.

Insomma, quello che voglio dire è che c’è sempre stato bisogno nella storia di identificare un popolo, un’etnia, contro cui canalizzare la rabbia e la frustrazione derivante dalle tante disuguaglianze e ingiustizie, che altrimenti si scaglierebbero verso quelli – i veri autori – che queste diseguaglianza e ingiustizie alimentano.

Piuttosto che fomentare la guerra fra miserabili – accettando supinamente la vulgata del dispotismo paterno secondo il quale lo stato è generoso con gli extra comunitari, mentre è avaro con i suoi figli (gli italiani) –, occorrerebbe piuttosto una “pedagogia degli oppressi”, che insegni a questi che dalla miseria dell’indigenza si esce tutti o nessuno.

Marx disse: “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. E aveva ragione: finché gli “oppressi” non prenderanno coscienza che solo uniti riusciranno a spezzare le catene di un potere che li vuole schiavi, umili e deboli; finché gli “oppressi” continueranno a pensare di loro in termini di fragilità; finché non si ribelleranno alla loro condizione di sottomissione; finché non cancelleranno la loro “paura della libertà”; finché non smetteranno di considerare lo stato come una sorta di padre padrone che dispensa secondo la sua bontà premi o castighi, ma come un’associazioni di uomini liberi capaci di trasformare la realtà sociale dell’oppressione; fino ad allora disuguaglianza e ingiustizia continueranno imperiture ad esistere e alimentare la guerra fra miserabili. 

Una guerra tanto utile ai “tanti pochi Briatore” che potranno così tranquilli e rilassati vedere il mare che sfila sotto lo scafo del loro yacht, mentre i raggi del sole accarezzano il loro corpo di vegliardo o di giovane. E, giunta la sera, volgere lo sguardo verso il cielo stellato, pensando a quanto sono stolti gli oppressi che sputano sangue per permettere a pochi puttanieri di godere di tanti incredibili vantaggi.

domenica 3 novembre 2019

L’IMPORTANZA DI UNA VERITÀ CONDIVISA


Oggi gli standard obiettivi condivisi per la verità sono scomparsi. Da ciò ne consegue che i fatti oggettivi passano in secondo piano rispetto ai fatti emotivi. Questo è tanto più vero in politica: mancano i fatti e la comunicazione politica fa presa soprattutto sul lato emotivo delle persone nel formare l’opinione pubblica.

I dittatori della storia hanno sempre avuto un gran da fare per sopprimere la verità. Con l’avvento dei mass media questo non è più necessario. Mentre la verità può essere svuotata di qualsiasi significato, la menzogna parimenti può essere rivestita di qualsiasi verità pronta a soddisfare chiunque la tiri dalla sua parte. La manipolazione dell’opinione pubblica ha raggiunto una potenza di fuoco che non ha precedenti nella storia dell’umanità: falsi profili sui social network per manipolare scelte e comportamenti; un esercito di algoritmi opportunamente escogitati per prevedere i nostri bisogni e le nostre prossime mosse meglio di noi; foto e video contraffatti che possono farci scambiare comuni cimiteri con campi di sterminio; ecc. ecc.

L’opinione pubblica sempre più confusa, frammentata e mutevole, si chiude allora in una sorta di “autarchia culturale”, che finisce per abbracciare una concezione del bene e del male che cede ai personali pregiudizi e assai difficilmente si mostra disponibile a confrontarsi con altre concezioni del bene e del male.

Dato il pluralismo irriducibile delle loro concezioni del bene e del male che via via si stanno formando nelle società, su quale stabile società potranno contare le generazioni future, dal momento che ciascuno si sente portatore di un senso di giustizia e di una propria idea del bene?