Non v’è dubbio che nel vetusto e decrepito panorama politico
italiano il Movimento 5 Stelle abbia rappresentato – e rappresenti tuttora – una
novità, che i politologi fanno ancora fatica a rappresentare e catalogare. Una
cosa è altrettanto certa, in un’Italia in cui meno del 4% degli elettori si
dichiarano soddisfatti dei partiti politici, il Movimento 5 Stelle, nella
figura del suo leader Beppe Grillo, è stato in grado di intercettare il voto
dei delusi e degli arrabbiati, tanto di destra quanto di sinistra. Ma l’obiettivo
di Grillo di canalizzare la rabbia degli italiani è stato tanto meritorio
quanto inconcludente.
Meritorio, perché al Movimento 5 Stelle va il merito di aver
svelato la turpe commedia del falso bipolarismo: Pdl e Pd(meno elle), che al pari
dei “ladri di Pisa” litigavano di giorno e rubavano insieme di notte. Con il
successo nelle politiche del 2013, il Movimento 5 Stelle ha infatti costretto il falso
centrosinistra di Renzi a venire allo scoperto: il patto del Nazareno, che siglò
l’intesa fra Renzi e Berlusconi in chiave antigrillina, ne è la prova provata. Bisognava impedire
in tutti i modi che “i cosacchi abbeverassero i cavalli nelle fontane di S.
Pietro”. Svelando il vero volto del Pd(meno elle), il Movimento 5 Stelle ne ha
avviato e determinato la frantumazione, mostrando come centrosinistra e centrodestra
sono solo due facce della stessa moneta, perfettamente interscambiabili nel
merito delle (contro)riforme da apportare per far piacere ai “poteri forti” d'oltralpe.
Inconcludente, perché una volta entrati in parlamento, avrebbero
dovuto capire che per buttare giù un sistema politico, corrotto e marcio fin
nel midollo, non era sufficiente sbandierarlo ai quattro venti e mostrarsi
refrattari ad ogni alleanza e/o intesa, pur di salvaguardare la propria
verginità politica dalle compromissioni. Quel che da movimento era consentito,
non lo era più da partito.
I movimenti aggregano persone diverse tra loro – per scopi,
ideali, progetti, ecc. – perché perseguono obiettivi parziali. In quanto focalizzati
su uno o più temi urgenti, sono contrassegnati da un elevato gradi di
partecipazione. E tuttavia le persone che vi aderiscono, temporaneamente
accomunate dal medesimo obiettivo, possono anche militare in partiti
inconciliabili tra loro. I movimenti si formano per generazione spontanea ogni
qual volta una fascia più o meno larga di cittadini o, più in generale, di
soggetti sociali avvertono l’urgenza di un problema rimasto per lungo tempo irrisolto
dalle istituzioni. Pensiamo ai movimenti e alle campagne divorziste, abortiste;
a quelli sorti per il diritto allo studio, a quelli per migliorare le condizioni di vita
in fabbrica, quelli per la liberazione della donna, eccetera. Per i movimenti esiste
solo la centralità del tema intorno a cui si raccolgono. Ed è questo il motivo
per il quale si autoproclamano “a-politici”, se non addirittura
“anti-politici”. I movimenti cercano il massimo consenso, senza discriminanti
ideologiche o partitiche.
I partiti operano invece su un piano politico affatto
diverso: essi hanno per fine la conquista del potere politico e l’affermazione
di una certa visione del mondo. I partiti, a differenza dei movimenti, chiedono
agli elettori un mandato di rappresentanza pieno, per partecipare a tutte le
decisioni di una assemblea elettiva, qual è il Parlamento. E, dovendo esprimere
le diverse posizioni da assumere in materia di politica estera, giustizia,
economia, ambiente, lavori pubblici, istruzione, ricerca scientifica, devono
dotarsi di una propria cultura politica che li rendano chiaramente
riconoscibili tra loro.
Dunque, se lo scopo dei movimenti è quello di aggregare
tutti i possibili interessati intorno a una sola tematica, quello dei partiti è invece quello di graduare le domande sociali, in base all’analisi che di volta in volta fanno della
situazione reale, ed agirle nelle opportune sedi istituzionali.
Ecco perché dopo il successo elettorale del 2013, le regole
del gioco, che valsero per il Movimento 5 Stelle movimento, sarebbero dovute
cambiare per il Movimento 5 Stelle partito. Da movimento poteva respingere ogni
compromissione con questo o quel partito; da partito non poteva e non doveva
chiudersi a riccio, in nome di una pretesa purezza, alla proposta di Bersani – candidato
ufficiale della coalizione di centrosinistra risultata vincente alle elezioni
del 2013 – principalmente a loro indirizzata, anche se non in
maniera esplicita. I voti che Bersani chiedeva al M5S erano necessari per avere la maggioranza in
Senato. La dichiarazione esplicita dei pentastellati di votare i singoli
provvedimenti, ma non la fiducia a un governo Bersani, ha di fatto consegnato
il Paese a Renzi e alla sua politica di accordi sottobanco con Verdini e
Berlusconi.
Nell’attività pratica della politica non v’è quasi mai la
scelta tra il bene e il male, piuttosto tra il male e il male minore. Nella
Seconda Guerra Mondiale, per sconfiggere la Germania Nazista (il male
maggiore), l’America scelse di allearsi con Stalin (il male minore). Ora, su un
piano infinitamente minore, per non consegnare il Paese nelle mani di un tanto
ambizioso quanto imbelle Renzi e alla sua politica di inciuci con Verdini e
Berlusconi (male maggiore), non valeva forse dare la fiducia al nascente governo Bersani
(male minore) e ai suoi otto punti programmatici per lo sviluppo, la crescita e
il cambiamento?
Il prezzo pagato dagli italiani per la presunta purezza del M5S
è stato enorme, senza peraltro contribuire di una virgola a correggere
l’inciviltà che si annida dappertutto nelle istituzioni, in termini di onestà,
lealtà, correttezza.
Personalmente ritengo che Beppe Grillo sia un fuoriclasse:
lo attesta il crescente successo del movimento da lui fondato; in breve
divenuto – in termini relativi – la prima forza politica del Paese. È
intelligente quanto basta; sa cogliere esattamente il momento opportuno per
lanciare le sue campagne (il V-Day riscosse una così vasta eco da sospendere
l’ostracismo dei mass media tradizionali: tutti furono costretti a parlarne); è
scaltro, non lo si può imbrogliare, prima degli altri aveva capito il bidone
delle azioni di Parmalat; è armato di sufficiente cinismo per affermare senza
mezzi termini: «Io non sono più un comico, sono uno psicopatico, urlo, mi sfogo
e mi danno i soldi». Tutte qualità meglio ascrivibili ad un consumato politico
che ad un comico.
Ebbene, non capisco perché mai di fronte ad un piatto
vincente, qual era quello offerto da Bersani all’indomani delle elezioni del 2013, Grillo abbia
fatto il ritroso, offrendo al Presidente Napolitano l’occasione propizia per mettere
paletti stringenti per la formazione del governo.
Il Quirinale, subordinando l’incarico - prima volta nella Storia repubblicana - per la formazione del governo all’esistenza di una maggioranza certa ex ante,
di fatto mise Bersani nell’impossibilità di dar vita a un suo governo. Sappiamo
tutti come andò a finire: l'incarico di formare un governo fu affidato
ad Enrico Letta e al suo governo delle “larghe intese”; atto prodromico al
successivo governo Renzi, pronto ad insediarsi sulle note dell'ashtag “Enrico stai sereno”.
Se il M5S, votando la fiducia, avesse consentito la nascita
del governo Bersani, avrebbe comunque conseguito un consenso, e quindi una vittoria, in termini
elettorali.
Primo scenario: Bersani incassava la fiducia dei pentastellati, ma
non attuava gli otto punti programmatici promessi. Il M5S era legittimato a
sfiduciare il governo per non aver tenuto fede agli impegni presi. La crisi di
governo così apertasi avrebbe reso necessario nuove elezioni e il M5S – per la
coerenza, determinatezza e fedeltà dimostrata ai propri elettori – incassava un
successo ancora più straripante.
Secondo scenario: Bersani attuava i suoi otto
punti programmatici, ovvero 1) correzione delle politiche europee di austerità,
2) misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro, 3) riforma della politica e
della vita pubblica, 4) leggi sulla corruzione, 5) norme sui conflitti di
interesse, 6) economia verde e sviluppo sostenibile, 7) nuove norme sui diritti
civili, 8) istruzione e ricerca. A leggerli non v’è dubbio che fossero di
sinistra e non di destra.
Se quegli otto punti avessero dettato l’agenda
politica dell’azione governativa, i risultati in termini di consenso non
avrebbero tardato a manifestarsi. Forse il Pd avrebbe certamente riacquistato la
tradizionale connotazione di partito di centrosinistra, riguadagnando i delusi,
ma il grosso del consenso elettorale sarebbe andato, anche in questo caso,
nella direzione del M5S, vero demiurgo delle riforme.
Beppe Grillo e il suo M5S avrebbero guadagnato, comunque
andassero le cose.
Allora, perché mai un uomo intelligente, opportunista, scaltro e
cinico ha buttato via un piatto vincente per la propria causa e quella del
Paese intero?
È questo il rovello che non mi concilia sui veri intenti che il
movimento-partito fondato da Beppe Grillo intende perseguire. E poiché la via
dell'inferno è lastricata di buone intenzioni, quando penso al M5S e a Beppe
Grillo, non posso non rievocare quanto scriveva Antonio Gramsci sulla rivista
“L’Ordine Nuovo” del 26 aprile 1921:
«Il fascismo si è presentato come
l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una
moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e
nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il
fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la
psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati
ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato
bene ordinato e amministrato».
Come faceva osservare Umberto Eco, «Sarebbe così confortevole, per
noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “voglio
riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle
piazze italiane!”. Ahimè, la vita non è così facile. [Il Fascismo] può ancora
tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di
puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte
del mondo».
Capisco che questo renda molto nervosi ed ostili i
simpatizzanti del M5S, ma non posso fare a meno di chiedermi perché mai un soggetto
politico di statura nazionale abbia potuto e voluto permettersi il vezzo di
mettere più di 8,5 milioni di voti nel congelatore, solo in nome della coerenza
e dell’onestà.
Ammetto di buon grado che i grillini siano persone oneste e che
facciano il loro lavoro – sia pure con qualche ingenuità, del tutto perdonabile
di fronte al dilagante degrado culturale e morale – con passione. Ma personalmente
ritengo che quella vantata onestà e coerenza sia più ascrivibile a stupidità e
incompetenza che all’esigenza di rispondere ai desiderata dei propri elettori.
Se guardo con sospetto individui del tipo Renzi, Berlusconi, Salvini, ecc.,
guardo con altrettanto sospetto chi perde tempo prezioso nell’attesa di conseguire
una maggioranza assoluta tale da governare da soli, senza scendere a patti con
alcuno. Una tale condotta non mi sembra né intelligente né scaltra; tanto più
per una forza politica che ha la pretesa di salire al posto di comando.
Un’Italia
al cento per cento grillina, come vorrebbe Grillo, dove in Parlamento siedono
soltanto i “cittadini” del Movimento 5 Stelle, sarebbe una iattura non meno
dannosa e temibile di quella che se il Parlamento fosse occupato interamente
dagli accoliti di Berlusconi o di Renzi o di Salvini.
Ma Grillo ritiene che la
verità possa essere individuata in fretta, con precisione e in maniera rigorosa
e universale e che una volta fatto questo (tramite internet) debba essere
imposta a tutti.
La storia è piena di personaggi del genere, convinti assertori
della verità, che tanti lutti addussero proprio a quei popoli che li
osannarono.
Riconosco al M5S il merito di aver innovato profondamente la
politica, sia con l’uso della rete sia attaccando una serie di tabù come la
casta ed i suoi privilegi, ma una cosa è sollevare la protesta della gente,
solleticarne l’indignazione, altra è “governare”.
Grillo dice: «Non siamo di
destra né di sinistra».
Ma per quanto sembri superata la distinzione
“destra-sinistra”, essa poi non lo è nell’azione governativa in concreto.
Lo
“Statuto dei Lavoratori” del 1970 fu una riforma di sinistra; il “Jobs Act”
varato dal governo Renzi per decreto è stata invece una (contro)riforma di destra. La
“Riforma Sanitaria” del 1978, che soppresse il sistema mutualistico ed istituì
il SSN (Servizio sanitario nazionale), fu una riforma di sinistra; i tagli
continui alla sanità pubblica, all’istruzione, alla ricerca, ecc., sono scelte
politiche di destra, e non certamente di sinistra.
Che poi ad attuarle siano
governi di centrosinistra, non le rende per questo meno di destra, allo
stesso modo in cui un’etichetta prestigiosa apposta sulla bottiglia di un vino
scadente non lo rende per questo più pregiato.
In Italia abbiamo assistito – e
assistiamo – allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro e dello
stato sociale, attuato sia dai governi di centrodestra sia da quelli di
centrosinistra, indifferentemente. La funzione del centrosinistra è, dal 1996 in poi, è stata quella di
fungere da “vasellina”: quando una (contro)riforma conservatrice del centrodestra
non passava, le evidenze empiriche ci hanno mostrato che con il centrosinistra, una volta al
governo, quella stessa passava e applicata con più zelo. Per esempio, una parte
cospicua delle (contro)riforme che hanno diffuso il precariato nel mercato del
lavoro sono – ahimè – imputabili ai governi di centrosinistra.
Dunque, la distinzione destra-sinistra non mi pare – nei
fatti – tanto superata. Si dice che la più grande astuzia di satana sia stata quella
di far credere che non esiste; così quella di coloro che sostengono che il superamento della
contrapposizione destra-sinistra sia un dato di fatto: mentono sapendo di mentire.
I problemi della società contemporanea sono problemi
complessi e, in quanto tali, non ammettono, per definizione, soluzioni semplici;
occorre pensare in termini di complessità, ma ciò non toglie che quelle
soluzioni possano avere connotazioni di destra o di sinistra. È una scelta di
campo, così mi piacerebbe sapere prima da quale parte del campo sta il partito
cui va il mio voto.
Il Movimento 5 Stello è – a quanto ne so – l’unico partito
che ha posto il tema della democrazia diretta, che si è opposto contro il Jobs
Act, la buona scuola, l’Italicum, la riforma della Banca d’Italia. È stato
determinante nel referendum costituzionale che ha battuto Renzi. È stato
l’unico partito che ha avuto il coraggio di mettere in stato d’accusa il capo
dello Stato – Giorgio Napolitano – per “Attentato alla Costituzione”, con
argomentazioni, a mio parere, condivisibili.
Nessuna forza di sinistra ha osato
tanto; neppure il partito di Vendola (Sel). Ma un partito non può essere solo un
fastello di proposte scoordinate, buone per arringare la folla; esige un quadro
generale entro il quale le singole proposte sono coordinate e rese compatibili
tra loro. Richiede ancora un gruppo dirigente capace di filtrare il
sovraccarico di domande sociali, che possano poi essere traducibili per il
legislatore.
Va benissimo la piattaforma Rousseau con la partecipazione degli
attivisti (non mi soffermo sui rischi di profilazione del comportamento
evidenziati dal garante), ma le decisioni dei singoli parlamentari non possono
essere sempre sottoposti agli umori della rete, che come una spada di Damocle
incombe sulle loro teste.
Va bene la partecipazione democratica dei cittadini
alla cosa pubblica, che non può e non deve esaurirsi nell’imminenza del giorno
delle elezioni, ma neppure è realisticamente pensabile un sistema nel quale le
istruzioni degli elettori attraverso la rete dirigano la condotta dei loro
rappresentanti, pena la sfiducia e la revoca del mandato. Ma se non è sano per
la stessa democrazia che un parlamentare, per ogni parola pronunciata o ogni
iniziativa presa, sia sottoposto al giudizio della rete, pure è necessario che
questo esprima e realizzi pienamente la volontà dei suoi elettori, senza
allontanarsene arbitrariamente. Questo freno è assolutamente necessario sia per
mantenerli nell’ambito del loro dovere sia per impedire che facciano del
mandato ricevuto oggetto di mercimonio. Emblematico il caso del senatore Sergio
De Gregorio, corrotto da Silvio Berlusconi con tre milioni di euro per passare
dall’Italia dei valori al centrodestra con l'obiettivo di far cadere il governo
Prodi.
La democrazia diretta non è riducibile alla rete, come vorrebbero
semplicisticamente far credere Casaleggio Junior e Beppe Grillo, ma un’articolazione
più vasta di segmenti della società e di strumenti tipici delle democrazie: sedi
istituzionali, strutture statuali di vertice, meccanismi elettorali. Che per
poter funzionare in termini partecipativi, e non solo rappresentativi, devono
essere dotati di poteri che si armonizzino tra loro senza prevaricarsi.
È fuor di dubbio che le democrazie democrazie rappresentative, così come noi le conosciamo, devono essere superate a favore di quelle partecipative. È inammissibile che i cittadini vengono
presi in considerazione solo all’approssimarsi delle elezioni; trascorse le
quali ripiombano immediatamente dopo in un prolungato stato di soggezione. È necessario che la volontà del popolo non si limiti ad esprimere
i suoi rappresentanti, ma disponga di strumenti partecipativi tali da impedire
che un rappresentante defezionario possa cambiare casacca e posto senza pagare
pegno.
Ma ecco il problema: chi garantirà poi che le scelte politiche espresse attraverso la piattaforma Russeau non siano così abilmente taroccate da spacciare per espressione della
maggioranza quella che invece è solo il risultato di un algoritmo del consenso?
La scoperta inquietante dell’Authority sulla piattaforma Rousseau, quella per
intenderci che consente agli attivisti del Movimento 5 Stelle di esprimere le proprie
idee, sostenere i propri candidati, proporre disegni di legge, votare leggi
proposte dagli altri utenti, mostra tali e tante falle da consentire
all’amministratore di sistema di sapere come ciascun utente vota.
Ora, se sulla
base di ogni scelta o preferenza espressa tramite la piattaforma Rousseau è
possibile risalire al votante, è assai fondato il rischio che le decisioni
della maggioranza siano adattate più agli scopi del gruppo ristretto della Casaleggio
Associati che a quelli del popolo della rete.
Se così fosse oltre che palesare un deficit di democrazia, sarebbe una
vera e propria forma di fascismo ed evidente ducismo, tanto più pericolosi proprio
perché ammantati di “democrazia diretta”. L’accentramento – intollerabile – non
si addice ad un movimento che, a parole, dice di ispirarsi a un’ideale di
democrazia partecipativa, nel quale ad ogni processo decisionale hanno diritto
di partecipare, su un piano di parità, tutti gli iscritti.
Insomma, ci sono elementi di ambiguità non del tutto risolti: luci ed ombre, per l'appunto.
Il problema della scarsissima democrazia interna del M5S è
stato infatti posto più volte. Molti ex M5S si definiscono “persone ferite dalla
mancanza di tutela degli eletti, degli iscritti e dei cittadini attraverso una
reale applicazione della legge sui partiti”. Ricordano le espulsioni senza
passare da alcuna votazione e senza la possibilità di fare ricorso davanti a una
qualsiasi commissione di garanzia.
Se democrazia diretta deve essere, non si
possono fare simile sciocchezze senza apparire oltremodo “ambivalenti”: non si può
parlare di partecipazione e concorso degli iscritti alla determinazione della
linea politica del movimento-partito e poi epurare i dissidenti.
In una vera
democrazia non c’è posto per individui che si autoproclamano unici detentori
della verità e hanno la presunzione di conoscere – solo essi – la via che conduce
alla salvezza. Non dovrebbe esserci spazio per persone che, con frasi
infelicissime, dicono: “abbiate fiducia in me” e “chi non è d’accordo si faccia
un altro partito”!
Salvo Gesù che visse in povertà e si fece inchiodare ad una
croce, tutti gli altri sono uomini e perciò fallibili, non angeli “confermati
in grazia”.