domenica 25 febbraio 2018

IO NON VOTO PERCHÉ


Io non voto perché la democrazia è un corpo agonizzante e straziato; la democrazia non esiste: è un inganno! Gli sviluppi politici successivi al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sono l’ennesima prova dell’inutilità della partecipazione democratica dei cittadini attraverso il voto. Nessun esito elettorale sarà mai in grado di influenzare le scelte e le decisioni politiche, che sono già prese e calano sempre dall’alto verso il basso. Se a qualcosa servono ancora le elezioni, siamo costretti a riconoscere che esse servono soltanto a perpetuare l’inganno di una democrazia, ormai logora e stanca. Dinanzi a una tale evidenza non resta che l’astensionismo consapevole, in cui il non-voto resta l’unica espressione politica; in cui disertare le urne diviene l’unica forma possibile di protesta e di ribellione contro un sistema cachistocratico, che premia solo i peggiori.

Cosa ci saremmo attesi come cittadini di uno stato veramente democratico il giorno successivo a quello delle elezioni referendarie? Non ci saremmo certo attesi (dopo che il 68,48% degli italiani s’erano recati alle urne a votare per il referendum costituzionale e dopo che la vittoria dei No è stata così schiacciante da non lasciare possibilità di appello) l’entrata in scena di un nuovo governo, fotocopia del precedente, guidato da Paolo Gentiloni.

Il governo Gentiloni è stato lo sberleffo, la derisione del potere a quei venti milioni di italiani che hanno votato NO! Un Gentiloni che neppure la decenza gli ha impedito di promuovere Maria Elena Boschi, la madrina della riforma, al ruolo di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio; mentre Anna Finocchiaro, coautrice e relatrice della riforma bocciata, è diventata ministro per i rapporti con il Parlamento. L’unica novità del governo Gentiloni è stata la nomina a Ministro dell’Istruzione della signora Valeria Fedeli, in luogo della Stefania Giannini. Una scelta – quella di Gentiloni – che la dice lunga sulla considerazione che ha del popolo italiano, mettendo a dirigere scuola e università una persona che ha millantato una laurea che non ha. Si dirà poi che anche Benedetto Croce ha fatto il ministro dell’Istruzione senza avere una laurea. Ma questi, a differenza della sig.ra Fedeli, ebbe almeno la decenza di non spacciare per veri titoli che non aveva; e poi già al suo tempo era considerato uno dei più eminenti filosofi. Per il resto, Gentiloni ha confermato i precedenti ministri del governo Renzi, salvo qualche scambio di posti. Insomma, un governo Gentiloni utile per assicurare la continuità nella gestione del potere, ad onta di quei venti milioni di italiani che volevano voltare pagina con l’eredità renziana.

E che dire del “Rosatellum”? Dopo l’aborto dell’Italicum, l’obbrobrio del Rosatellum che, partorito a pochi mesi dal voto a suon di fiducia per impedire al M5S di pretendere incarichi di governo, garantisce non solo l’ingovernabilità, ma consente ancora una volta al partito di Renzi e a quello di Berlusconi di continuare a prendere per i fondelli gli italiani. 

E dire che lo stesso Renzi, con la riforma referendaria e l’Italicum, voleva una legge elettorale che assicurasse governabilità. Non c’è che dire: un cambio di rotta di 180 gradi. 

E che dire della lista dei prossimi aspiranti deputati e senatori? Collegi blindati in cui ci sono gli esponenti politici nominati dai segretari di partito. 

Maria Elena Boschi, caso non solo emblematico ma anche clamoroso, non viene presentata in Toscana, dove le ferite inferte ai risparmiatori dell’ex Banca Etruria sono ancora aperte, ma viene paracadutata non solo nella città di Bolzano, ma, dopo le varie modifiche apportate da Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alle liste, per assicurarle il posto, è comparsa anche nei listini del Lazio, della Lombardia (Cremona) e della Sicilia (il collegio che insiste su Taormina). 

Ecco perché non intendo votare. Sono stanco di essere preso per i fondelli da questi cialtroni. Politici di destra, politici di sinistra, tutti percorrono la stessa strada: blandire il popolo, per poi ingannarlo e tiranneggiarlo. Astenendomi dal voto – per la prima volta – rifiuto di subire oltre l’inganno sin qui consumato; elezioni: trappole in cui questi lestofanti ci attirano per perpetuare da sempre il dominio dei pochi ricchi sulla moltitudine dei poveri.


La verità è che un governo osceno incombe su tutti noi. Un potere che da dietro le quinte si serve di questi lazzaroni per promuovere i suoi biechi interessi. Un potere formato da uomini che nessuno di noi ha eletto; che nessuna votazione democratica ha legittimato. E tuttavia sono più potenti di quelli che noi abbiamo investiti di potere a rappresentarci.

Dietro le colorite e folcloristiche apparenze dei riti e delle cerimonie che accompagnano le campagne elettorali, buone soltanto a distrarre e ad ammaliare gli elettori, si cela il “vero potere” che finisce sempre per attrarre e corrompere quegli stessi politici che noi – poveri illusi – crediamo soddisferanno, una volta giunti al potere, le nostre domande sociali di libertà, eguaglianza, giustizia.

Se la democrazia fosse stata, non dico pienamente realizzata, almeno abbozzata, e non fosse solo un abbaglio, dovremmo chiederci come mai, proprie nelle società a regime democratico, il solco tra ricchi e poveri si allarga sempre di più? Come mai i poveri – che sono la maggioranza – patiscono l’arroganza e l’ingiuria dei ricchi? Come mai le leggi sembrano scritte più a vantaggio dei ricchi che dei poveri? Come mai il sistema di sfruttamento e rapina dei ricchi a danno dei poveri resta impunito, mentre l’affamato che ruba una scatoletta di tonno al supermercato viene processato per direttissima e schiaffato in galera? Forse perché i ricchi sono sempre brave persone, mentre i poveri non lo sono? Bisognerebbe raccontarlo a quei tanti onesti lavoratori che, dalla sera alla mattina, sono stati derubati dei risparmi di una vita da quelle stesse banche cui avevano affidato il loro futuro.



La democrazia è tolleranza e garanzia del diritto di ogni individuo alla libertà, nei limiti più ampi del possibile. Ma come potrà mai esservi vera libertà se ciascuno di noi è già costretto a prostituirsi per un lavoro, spesso sfruttato e mal pagato? Senza tutele, senza diritti ciascun lavoratore è alla mercé dei capricci del suo datore di lavoro. Dalla grande mobilitazione del '68-69, che sembrò annunciare la rivoluzione mondiale degli oppressi contro gli oppressori, siamo via via passati, attraverso un processo lento e graduale, quasi impercettibile, alla massiccia immissione della flessibilità e della precarietà nel mercato del lavoro. E con essa allo smantellamento di tutele e diritti, tanto che oggi la questione del lavoro in Italia come altrove è tornata ad essere una questione di rapporti di forza tra sfruttati e sfruttatori, tra oppressi e oppressori. E la cosa che sconcerta di più è che sembra non si possa fare altro che subire, nonostante la ricchezza mondiale sia cresciuta, e questa si concentra sempre di più nelle mani di pochi. Invece io credo che qualcosa la politica poteva fare e può fare. A condizione però di liberarsi dai ricatti del grande capitalismo e di alzare la testa, opponendosi allo sfruttamento e all’imbarbarimento delle relazioni industriali. Ma se le persone che ci governano facessero questo, come potrebbero domani sperare di occupare un qualche posto di prestigio in una delle tre grandi banche mondiali?


Senza libertà dal bisogno, non potrà mai esservi vera libertà. Come ebbe a dire Delano Roosevelt: senza la libertà dal bisogno tutte le altre sono precarie. E libertà dal bisogno significa soprattutto garantire a tutti un lavoro dignitoso, ovvero un lavoro capace di garantire una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri un’esistenza conforme alla dignità umana. D'altronde è l’art. 36 della Costituzione italiana che dispone che «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».


Io non voterò perché se mi guardo attorno – dopo i tanti anni in cui puntualmente ho compiuto il diritto dovere di votare – non vedo i frutti della democrazia, ma quelli del fascismo; io non vedo intorno a me un edificio di valori degno dell’uomo, ma l’affermazione più bieca del profitto, in nome del quale è lecito usare l’uomo come mezzo e non come fine; io non vedo intorno a me lavoratori che hanno il tempo sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale, ma solo una massa di individui senz’anima sfruttati e mal pagati; io non vedo intorno a me un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa di esistenza, ma vecchi che rovistano nei cassonetti alla ricerca di qualcosa da mangiare o da indossare; non vedo un’assistenza sanitaria che assicura tanto al ricco quanto al povero il diritto alla salute; non ho visto il ricco scendere e il povero salire di un gradino, al contrario vedo che i poveri assoluti aumentano anno dopo anno. 


Ho visto invece governi eletti dal popolo esautorati e sostituiti, senza un gemito, da emissari dei mercati. Ho visto la politica assoggettarsi sempre di più agli imperativi del mercato, dando per scontato l’aumento della diseguaglianza sociale.

Se questa è – come qualcuno si ostina ancora così a chiamarla – la democrazia, allora è pur vero che una vacca può essere un caprone, e viceversa! La realtà però ci dice che non è cambiando nome alla vacca che questa magicamente diventa un caprone: essa resta ancora una vacca. Cosicché se il fascismo lo chiami democrazia, non per questo diventa democrazia. Impacchettare il fascismo nella scatola del parlamento e delle istituzioni democratiche, non lo rende meno fascismo.

Il vero fascismo non è, come vorrebbero farci credere, l’accozzaglia di idioti fanatici che inneggiano a Dio, alla patria, alla famiglia, alla purezza della razza. Si è rivelato sempre molto utile al potere mettere un gruppo contro l’altro: fascisti contro antifascisti, destra contro sinistra, laziali contro romanisti, musulmani contro induisti. Gli inglesi, per esempio, al culmine della loro potenza in India, disponevano di soli 150.000 uomini per controllare tutta l’India. Questo era per loro possibile sfruttando a proprio vantaggio i conflitti tra i gruppi locali: il 90% delle forze usate dagli inglesi per controllare l’India era infatti costituito da indiani. È uno schema tipico degli invasori: utilizzare abilmente le rivalità e le ostilità esistenti per mettere un gruppo contro l’altro, cosicché non intravedano il vero nemico da combattere.  I rappresentanti del vero fascismo indossano abiti di armani ed esercitano il potere in maniera rigorosa dall’alto verso il basso.

Il recente caso Embraco, che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento a Riva di Chieri (Torino) e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia, è un esempio emblematico di autentico e vero fascismo. La decisione di chiudere è partita dal consiglio di amministrazione ai manager, da questi ai manager di grado inferiore e infine è calata come una clava sugli operai.

Uno stato è fascista nella misura in cui è del tutto assente un flusso inverso di capacità decisionale, ovvero quello che dal basso va verso l’alto. Gli idioti fanatici fascisti possono, all’occorrenza, rivelarsi utili a convincere i riottosi, quando non si persuadono con le buone. Ecco perché per i veri detentori del potere è bene tenerli da conto, anziché sbatterli in galera come sarebbe più sensato fare, se fossimo in una vera democrazia.

Uno stato è fascista nella misura in cui rinuncia alla tolleranza e al dialogo; la democrazia, al contrario, è accettazione piena della tolleranza e del dialogo, quali strumenti di progresso sociale. Tolleranza, perché parte dall’assunto che nessuno è depositario di una verità assoluta e, pertanto, tutte le fedi ed opinioni devono essere accolte sullo stesso piano, quando non confliggono con i diritti inalienabili dell’individuo. Dialogo, perché porsi in discussione, manifestare le proprie convinzioni, è il miglior modo per progredire sulla via della conoscenza. Ma dialogo non è sopraffazione: quello dei politici, invitati nei talk show televisivi, è un esempio di sopraffazione e non di dialogo; ciascuno tende a prevaricare sull’altro. Il dialogo, al contrario, implica la disposizione a lasciarsi convincere dall’avversario, quando questi pone tesi autenticamente vere. Il dialogo è più simile ad un ballo che ad un incontro di boxe.

Uno stato fascista è uno stato nel quale un pugno di individui hanno la presunzione di essere i soli depositari di valori assoluti, che vanno imposti, anche con la forza, per l’altrui salvezza. Il neoliberismo è a tutti gli effetti un chiaro esempio di pensiero fascista: nonostante i guasti che ha e sta provocando, continua imperterrito – con la complicità di politici ed intellettuali al servizio – nella sua metodica e sistematica azione di “macelleria sociale”.

Se non si hanno gli occhi foderati di prosciutto, se volgiamo lo sguardo intorno a noi, possiamo veramente dire di assistere all’affermazione della democrazia o piuttosto a quella del fascismo?

Quando i processi di espropriazione del potere democratico dei cittadini risaltano così netti e irrefutabili, non resta allora che l’unica scelta di rinunciare “consapevolmente” a un diritto già spogliato di ogni valenza dalla farsa democratica delle elezioni, utili e vantaggiose solo per dare un effetto legittimante a decisioni, già stabilite altrove. 

domenica 11 febbraio 2018

LUCI ED OMBRE DEL MOVIMENTO 5 STELLE


Non v’è dubbio che nel vetusto e decrepito panorama politico italiano il Movimento 5 Stelle abbia rappresentato – e rappresenti tuttora – una novità, che i politologi fanno ancora fatica a rappresentare e catalogare. Una cosa è altrettanto certa, in un’Italia in cui meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici, il Movimento 5 Stelle, nella figura del suo leader Beppe Grillo, è stato in grado di intercettare il voto dei delusi e degli arrabbiati, tanto di destra quanto di sinistra. Ma l’obiettivo di Grillo di canalizzare la rabbia degli italiani è stato tanto meritorio quanto inconcludente.

Meritorio, perché al Movimento 5 Stelle va il merito di aver svelato la turpe commedia del falso bipolarismo: Pdl e Pd(meno elle), che al pari dei “ladri di Pisa” litigavano di giorno e rubavano insieme di notte. Con il successo nelle politiche del 2013, il Movimento 5 Stelle ha infatti costretto il falso centrosinistra di Renzi a venire allo scoperto: il patto del Nazareno, che siglò l’intesa fra Renzi e Berlusconi in chiave antigrillina, ne è la prova provata. Bisognava impedire in tutti i modi che “i cosacchi abbeverassero i cavalli nelle fontane di S. Pietro”.  Svelando il vero volto del Pd(meno elle), il Movimento 5 Stelle ne ha avviato e determinato la frantumazione, mostrando come centrosinistra e centrodestra sono solo due facce della stessa moneta, perfettamente interscambiabili nel merito delle (contro)riforme da apportare per far piacere ai “poteri forti” d'oltralpe.

Inconcludente, perché una volta entrati in parlamento, avrebbero dovuto capire che per buttare giù un sistema politico, corrotto e marcio fin nel midollo, non era sufficiente sbandierarlo ai quattro venti e mostrarsi refrattari ad ogni alleanza e/o intesa, pur di salvaguardare la propria verginità politica dalle compromissioni. Quel che da movimento era consentito, non lo era più da partito.

I movimenti aggregano persone diverse tra loro – per scopi, ideali, progetti, ecc. – perché perseguono obiettivi parziali. In quanto focalizzati su uno o più temi urgenti, sono contrassegnati da un elevato gradi di partecipazione. E tuttavia le persone che vi aderiscono, temporaneamente accomunate dal medesimo obiettivo, possono anche militare in partiti inconciliabili tra loro. I movimenti si formano per generazione spontanea ogni qual volta una fascia più o meno larga di cittadini o, più in generale, di soggetti sociali avvertono l’urgenza di un problema rimasto per lungo tempo irrisolto dalle istituzioni. Pensiamo ai movimenti e alle campagne divorziste, abortiste; a quelli sorti per il diritto allo studio, a quelli per migliorare le condizioni di vita in fabbrica, quelli per la liberazione della donna, eccetera. Per i movimenti esiste solo la centralità del tema intorno a cui si raccolgono. Ed è questo il motivo per il quale si autoproclamano “a-politici”, se non addirittura “anti-politici”. I movimenti cercano il massimo consenso, senza discriminanti ideologiche o partitiche.

I partiti operano invece su un piano politico affatto diverso: essi hanno per fine la conquista del potere politico e l’affermazione di una certa visione del mondo. I partiti, a differenza dei movimenti, chiedono agli elettori un mandato di rappresentanza pieno, per partecipare a tutte le decisioni di una assemblea elettiva, qual è il Parlamento. E, dovendo esprimere le diverse posizioni da assumere in materia di politica estera, giustizia, economia, ambiente, lavori pubblici, istruzione, ricerca scientifica, devono dotarsi di una propria cultura politica che li rendano chiaramente riconoscibili tra loro. 

Dunque, se lo scopo dei movimenti è quello di aggregare tutti i possibili interessati intorno a una sola tematica, quello dei partiti è invece quello di graduare le domande sociali, in base all’analisi che di volta in volta fanno della situazione reale, ed agirle nelle opportune sedi istituzionali.

Ecco perché dopo il successo elettorale del 2013, le regole del gioco, che valsero per il Movimento 5 Stelle movimento, sarebbero dovute cambiare per il Movimento 5 Stelle partito. Da movimento poteva respingere ogni compromissione con questo o quel partito; da partito non poteva e non doveva chiudersi a riccio, in nome di una pretesa purezza, alla proposta di Bersani – candidato ufficiale della coalizione di centrosinistra risultata vincente alle elezioni del 2013 – principalmente a loro indirizzata, anche se non in maniera esplicita. I voti che Bersani chiedeva al M5S  erano necessari per avere la maggioranza in Senato. La dichiarazione esplicita dei pentastellati di votare i singoli provvedimenti, ma non la fiducia a un governo Bersani, ha di fatto consegnato il Paese a Renzi e alla sua politica di accordi sottobanco con Verdini e Berlusconi.

Nell’attività pratica della politica non v’è quasi mai la scelta tra il bene e il male, piuttosto tra il male e il male minore. Nella Seconda Guerra Mondiale, per sconfiggere la Germania Nazista (il male maggiore), l’America scelse di allearsi con Stalin (il male minore). Ora, su un piano infinitamente minore, per non consegnare il Paese nelle mani di un tanto ambizioso quanto imbelle Renzi e alla sua politica di inciuci con Verdini e Berlusconi (male maggiore), non valeva forse dare la fiducia al nascente governo Bersani (male minore) e ai suoi otto punti programmatici per lo sviluppo, la crescita e il cambiamento? 

Il prezzo pagato dagli italiani per la presunta purezza del M5S è stato enorme, senza peraltro contribuire di una virgola a correggere l’inciviltà che si annida dappertutto nelle istituzioni, in termini di onestà, lealtà, correttezza.

Personalmente ritengo che Beppe Grillo sia un fuoriclasse: lo attesta il crescente successo del movimento da lui fondato; in breve divenuto – in termini relativi – la prima forza politica del Paese. È intelligente quanto basta; sa cogliere esattamente il momento opportuno per lanciare le sue campagne (il V-Day riscosse una così vasta eco da sospendere l’ostracismo dei mass media tradizionali: tutti furono costretti a parlarne); è scaltro, non lo si può imbrogliare, prima degli altri aveva capito il bidone delle azioni di Parmalat; è armato di sufficiente cinismo per affermare senza mezzi termini: «Io non sono più un comico, sono uno psicopatico, urlo, mi sfogo e mi danno i soldi». Tutte qualità meglio ascrivibili ad un consumato politico che ad un comico.

Ebbene, non capisco perché mai di fronte ad un piatto vincente, qual era quello offerto da Bersani all’indomani delle elezioni del 2013, Grillo abbia fatto il ritroso, offrendo al Presidente Napolitano l’occasione propizia per mettere paletti stringenti per la formazione del governo. 

Il Quirinale, subordinando l’incarico - prima volta nella Storia repubblicana - per la formazione del governo all’esistenza di una maggioranza certa ex ante, di fatto mise Bersani nell’impossibilità di dar vita a un suo governo. Sappiamo tutti come andò a finire: l'incarico di formare un governo fu affidato ad Enrico Letta e al suo governo delle “larghe intese”; atto prodromico al successivo governo Renzi, pronto ad insediarsi sulle note dell'ashtag “Enrico stai sereno”.

Se il M5S, votando la fiducia, avesse consentito la nascita del governo Bersani, avrebbe comunque conseguito un consenso, e quindi una vittoria, in termini elettorali. 

Primo scenario: Bersani incassava la fiducia dei pentastellati, ma non attuava gli otto punti programmatici promessi. Il M5S era legittimato a sfiduciare il governo per non aver tenuto fede agli impegni presi. La crisi di governo così apertasi avrebbe reso necessario nuove elezioni e il M5S – per la coerenza, determinatezza e fedeltà dimostrata ai propri elettori – incassava un successo ancora più straripante. 

Secondo scenario: Bersani attuava i suoi otto punti programmatici, ovvero 1) correzione delle politiche europee di austerità, 2) misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro, 3) riforma della politica e della vita pubblica, 4) leggi sulla corruzione, 5) norme sui conflitti di interesse, 6) economia verde e sviluppo sostenibile, 7) nuove norme sui diritti civili, 8) istruzione e ricerca. A leggerli non v’è dubbio che fossero di sinistra e non di destra. 

Se quegli otto punti avessero dettato l’agenda politica dell’azione governativa, i risultati in termini di consenso non avrebbero tardato a manifestarsi. Forse il Pd avrebbe certamente riacquistato la tradizionale connotazione di partito di centrosinistra, riguadagnando i delusi, ma il grosso del consenso elettorale sarebbe andato, anche in questo caso, nella direzione del M5S, vero demiurgo delle riforme.

Beppe Grillo e il suo M5S avrebbero guadagnato, comunque andassero le cose. 

Allora, perché mai un uomo intelligente, opportunista, scaltro e cinico ha buttato via un piatto vincente per la propria causa e quella del Paese intero? 

È questo il rovello che non mi concilia sui veri intenti che il movimento-partito fondato da Beppe Grillo intende perseguire. E poiché la via dell'inferno è lastricata di buone intenzioni, quando penso al M5S e a Beppe Grillo, non posso non rievocare quanto scriveva Antonio Gramsci sulla rivista “L’Ordine Nuovo” del 26 aprile 1921: 

«Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato».

Come faceva osservare Umberto Eco, «Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!”. Ahimè, la vita non è così facile. [Il Fascismo] può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo».

Capisco che questo renda molto nervosi ed ostili i simpatizzanti del M5S, ma non posso fare a meno di chiedermi perché mai un soggetto politico di statura nazionale abbia potuto e voluto permettersi il vezzo di mettere più di 8,5 milioni di voti nel congelatore, solo in nome della coerenza e dell’onestà. 

Ammetto di buon grado che i grillini siano persone oneste e che facciano il loro lavoro – sia pure con qualche ingenuità, del tutto perdonabile di fronte al dilagante degrado culturale e morale – con passione. Ma personalmente ritengo che quella vantata onestà e coerenza sia più ascrivibile a stupidità e incompetenza che all’esigenza di rispondere ai desiderata dei propri elettori. 

Se guardo con sospetto individui del tipo Renzi, Berlusconi, Salvini, ecc., guardo con altrettanto sospetto chi perde tempo prezioso nell’attesa di conseguire una maggioranza assoluta tale da governare da soli, senza scendere a patti con alcuno. Una tale condotta non mi sembra né intelligente né scaltra; tanto più per una forza politica che ha la pretesa di salire al posto di comando. 

Un’Italia al cento per cento grillina, come vorrebbe Grillo, dove in Parlamento siedono soltanto i “cittadini” del Movimento 5 Stelle, sarebbe una iattura non meno dannosa e temibile di quella che se il Parlamento fosse occupato interamente dagli accoliti di Berlusconi o di Renzi o di Salvini. 

Ma Grillo ritiene che la verità possa essere individuata in fretta, con precisione e in maniera rigorosa e universale e che una volta fatto questo (tramite internet) debba essere imposta a tutti. 

La storia è piena di personaggi del genere, convinti assertori della verità, che tanti lutti addussero proprio a quei popoli che li osannarono.

Riconosco al M5S il merito di aver innovato profondamente la politica, sia con l’uso della rete sia attaccando una serie di tabù come la casta ed i suoi privilegi, ma una cosa è sollevare la protesta della gente, solleticarne l’indignazione, altra è “governare”. 

Grillo dice: «Non siamo di destra né di sinistra». 

Ma per quanto sembri superata la distinzione “destra-sinistra”, essa poi non lo è nell’azione governativa in concreto. 

Lo “Statuto dei Lavoratori” del 1970 fu una riforma di sinistra; il “Jobs Act” varato dal governo Renzi per decreto è stata invece una (contro)riforma di destra. La “Riforma Sanitaria” del 1978, che soppresse il sistema mutualistico ed istituì il SSN (Servizio sanitario nazionale), fu una riforma di sinistra; i tagli continui alla sanità pubblica, all’istruzione, alla ricerca, ecc., sono scelte politiche di destra, e non certamente di sinistra. 

Che poi ad attuarle siano governi di centrosinistra, non le rende per questo meno di destra, allo stesso modo in cui un’etichetta prestigiosa apposta sulla bottiglia di un vino scadente non lo rende per questo più pregiato. 

In Italia abbiamo assistito – e assistiamo – allo smantellamento progressivo del diritto del lavoro e dello stato sociale, attuato sia dai governi di centrodestra sia da quelli di centrosinistra, indifferentemente. La funzione del centrosinistra è, dal 1996 in poi, è stata quella di fungere da “vasellina”: quando una (contro)riforma conservatrice del centrodestra non passava, le evidenze empiriche ci hanno mostrato che con il centrosinistra, una volta al governo, quella stessa passava e applicata con più zelo. Per esempio, una parte cospicua delle (contro)riforme che hanno diffuso il precariato nel mercato del lavoro sono – ahimè – imputabili ai governi di centrosinistra.

Dunque, la distinzione destra-sinistra non mi pare – nei fatti – tanto superata. Si dice che la più grande astuzia di satana sia stata quella di far credere che non esiste; così quella di coloro che sostengono che il superamento della contrapposizione destra-sinistra sia un dato di fatto: mentono sapendo di mentire.

I problemi della società contemporanea sono problemi complessi e, in quanto tali, non ammettono, per definizione, soluzioni semplici; occorre pensare in termini di complessità, ma ciò non toglie che quelle soluzioni possano avere connotazioni di destra o di sinistra. È una scelta di campo, così mi piacerebbe sapere prima da quale parte del campo sta il partito cui va il mio voto.

Il Movimento 5 Stello è – a quanto ne so – l’unico partito che ha posto il tema della democrazia diretta, che si è opposto contro il Jobs Act, la buona scuola, l’Italicum, la riforma della Banca d’Italia. È stato determinante nel referendum costituzionale che ha battuto Renzi. È stato l’unico partito che ha avuto il coraggio di mettere in stato d’accusa il capo dello Stato – Giorgio Napolitano – per “Attentato alla Costituzione”, con argomentazioni, a mio parere, condivisibili. 

Nessuna forza di sinistra ha osato tanto; neppure il partito di Vendola (Sel). Ma un partito non può essere solo un fastello di proposte scoordinate, buone per arringare la folla; esige un quadro generale entro il quale le singole proposte sono coordinate e rese compatibili tra loro. Richiede ancora un gruppo dirigente capace di filtrare il sovraccarico di domande sociali, che possano poi essere traducibili per il legislatore. 

Va benissimo la piattaforma Rousseau con la partecipazione degli attivisti (non mi soffermo sui rischi di profilazione del comportamento evidenziati dal garante), ma le decisioni dei singoli parlamentari non possono essere sempre sottoposti agli umori della rete, che come una spada di Damocle incombe sulle loro teste. 

Va bene la partecipazione democratica dei cittadini alla cosa pubblica, che non può e non deve esaurirsi nell’imminenza del giorno delle elezioni, ma neppure è realisticamente pensabile un sistema nel quale le istruzioni degli elettori attraverso la rete dirigano la condotta dei loro rappresentanti, pena la sfiducia e la revoca del mandato. Ma se non è sano per la stessa democrazia che un parlamentare, per ogni parola pronunciata o ogni iniziativa presa, sia sottoposto al giudizio della rete, pure è necessario che questo esprima e realizzi pienamente la volontà dei suoi elettori, senza allontanarsene arbitrariamente. Questo freno è assolutamente necessario sia per mantenerli nell’ambito del loro dovere sia per impedire che facciano del mandato ricevuto oggetto di mercimonio. Emblematico il caso del senatore Sergio De Gregorio, corrotto da Silvio Berlusconi con tre milioni di euro per passare dall’Italia dei valori al centrodestra con l'obiettivo di far cadere il governo Prodi.

La democrazia diretta non è riducibile alla rete, come vorrebbero semplicisticamente far credere Casaleggio Junior e Beppe Grillo, ma un’articolazione più vasta di segmenti della società e di strumenti tipici delle democrazie: sedi istituzionali, strutture statuali di vertice, meccanismi elettorali. Che per poter funzionare in termini partecipativi, e non solo rappresentativi, devono essere dotati di poteri che si armonizzino tra loro senza prevaricarsi. 

È fuor di dubbio che le democrazie democrazie rappresentative, così come noi le conosciamo, devono essere superate a favore di quelle partecipative. È inammissibile che i cittadini vengono presi in considerazione solo all’approssimarsi delle elezioni; trascorse le quali ripiombano immediatamente dopo in un prolungato stato di soggezione. È necessario che la volontà del popolo non si limiti ad esprimere i suoi rappresentanti, ma disponga di strumenti partecipativi tali da impedire che un rappresentante defezionario possa cambiare casacca e posto senza pagare pegno. 

Ma ecco il problema: chi garantirà poi che le scelte politiche espresse attraverso la piattaforma Russeau non siano così abilmente taroccate da spacciare per espressione della maggioranza quella che invece è solo il risultato di un algoritmo del consenso? 

La scoperta inquietante dell’Authority sulla piattaforma Rousseau, quella per intenderci che consente agli attivisti del Movimento 5 Stelle di esprimere le proprie idee, sostenere i propri candidati, proporre disegni di legge, votare leggi proposte dagli altri utenti, mostra tali e tante falle da consentire all’amministratore di sistema di sapere come ciascun utente vota. 

Ora, se sulla base di ogni scelta o preferenza espressa tramite la piattaforma Rousseau è possibile risalire al votante, è assai fondato il rischio che le decisioni della maggioranza siano adattate più agli scopi del gruppo ristretto della Casaleggio Associati che a quelli del popolo della rete. 

Se così fosse oltre che palesare un deficit di democrazia, sarebbe una vera e propria forma di fascismo ed evidente ducismo, tanto più pericolosi proprio perché ammantati di “democrazia diretta”. L’accentramento – intollerabile – non si addice ad un movimento che, a parole, dice di ispirarsi a un’ideale di democrazia partecipativa, nel quale ad ogni processo decisionale hanno diritto di partecipare, su un piano di parità, tutti gli iscritti. 

Insomma, ci sono elementi di ambiguità non del tutto risolti: luci ed ombre, per l'appunto.



Il problema della scarsissima democrazia interna del M5S è stato infatti posto più volte. Molti ex M5S si definiscono “persone ferite dalla mancanza di tutela degli eletti, degli iscritti e dei cittadini attraverso una reale applicazione della legge sui partiti”. Ricordano le espulsioni senza passare da alcuna votazione e senza la possibilità di fare ricorso davanti a una qualsiasi commissione di garanzia. 

Se democrazia diretta deve essere, non si possono fare simile sciocchezze senza apparire oltremodo “ambivalenti”: non si può parlare di partecipazione e concorso degli iscritti alla determinazione della linea politica del movimento-partito e poi epurare i dissidenti. 

In una vera democrazia non c’è posto per individui che si autoproclamano unici detentori della verità e hanno la presunzione di conoscere – solo essi – la via che conduce alla salvezza. Non dovrebbe esserci spazio per persone che, con frasi infelicissime, dicono: “abbiate fiducia in me” e “chi non è d’accordo si faccia un altro partito”!

Salvo Gesù che visse in povertà e si fece inchiodare ad una croce, tutti gli altri sono uomini e perciò fallibili, non angeli “confermati in grazia”.

domenica 28 gennaio 2018

QUANDO LA DEMOCRAZIA È RIDOTTA A FARSA

Come dicevo, quando il gioco a chi le spara più grosse sarà terminato, si tornerà alla normalità. E temi – momentaneamente accantonati – come debito pubblico, tagli alla spesa sociale, pareggio dei conti, aggiustamenti finanziari, torneranno alla ribalta. Questi temi dovrebbero essere più realisticamente nell’agenda politica dei partiti che si candidano con nonchalance alla guida del Paese.

Perché presto – molto presto – lo Stato italiano, con la fine del Quantitative Easing, sarà costretto a pagare interessi maggiori agli investitori, perché acquistino parte del nostro grande debito pubblico, sottraendo così risorse agli investimenti e alle politiche sociali.

Come affrontare il Capo Horn del “ce lo chiede l’Europa” e del “ce lo chiedono i mercati” dovrebbe essere l’argomento cardine sul quale i partiti dovrebbero confrontarsi per riscuotere il voto degli elettori. Le effimere e false promesse elettorali non potranno essere mai mantenute senza l’imprimatur della Commissione Europea. Per la quale se servono per tener buono il popolo e acchiappare i gonzi, i creduloni, facciano pure; promettere il gelato per poi dare l’olio di ricino funziona sempre, in qualsiasi regime. Nessun vitello si lascerebbe trasportare se sapesse che alla fine della corsa c’è il macello e non un pascolo verde!

Le procedure democratiche che dovrebbero garantire la partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali del governo, di fatto esautorano il loro ruolo una volta conclusa la tornata elettorale. E così, la democrazia che dovrebbe essere la rivincita delle masse, da sempre escluse dall’esercizio del potere, diventa solo lo strumento per legittimare il potere e porlo, senza soluzione di continuità, al servizio di una élite politica ed economica: quella che, attraverso metamorfosi e camuffamenti, è passata indenne attraverso secoli di storia.

Siamo così di fronte non ad una democrazia, ma ad una campagna di marketing: allo stesso modo in cui si sfornano merci il cui successo dipende non tanto dalla loro effettiva qualità, quanto dalle strategie di marketing dei pubblicitari, così i singoli leader, e i partiti che fungono da loro macchine elettorali, si dotano di un insieme di princìpi e di programmi per catturare inizialmente l'attenzione di un certo target di elettori e successivamente il loro consenso. Se poi i consumatori scopriranno che le caratteristiche di quei beni, di quelle merci, non corrispondono a quanto presentato negli spot pubblicitari, poco male: l’importante è che la gran massa di gente ci creda e continui a crederci, nonostante la puntuale dimostrazione del contrario. D'altronde l’arte della manipolazione di massa è una “scienza” di sconcertante raffinatezza, che non si limita ad esercitare solo una mera suggestione: essa riesce efficacemente a influenzare comportamenti e modi di essere. Lo sanno molto bene quelle aziende produttrici di beni di consumo, che spendono una quota molto significativa del loro fatturato in pubblicità (che verrà poi ripagato dal consumatore!). Ma il fatto ancora più sconcertante è che l’omologazione del modo di pensare, di sentire, di interi gruppi umani non richiede neppure l’uso della coercizione fisica.

Quando le tante “casalinghe di Voghera” – che assistono in religioso silenzio al salotto televisivo della Barbara d’Urso – credono alle tante bufale raccontate da questo o quell’ospite politico, il loro voto non solo neutralizzerà quello più consapevole di quell’esiguo 15% di persone informate in questo Paese, ma consentirà ai tanti cialtroni e ciarlatani della politica di assurgere a posizioni apicali del potere. È la democrazia, bellezza! Ogni “testa” vale un voto! Cosicché più dei tanti smaccati talk show politici che affollano la rete televisiva, quello della Barbara d’Urso è il più politico di tutti, perché sotto la superficie dell'innocuo intrattenimento televisivo, veicola idee, suggestioni e contenuti nei cervelli dei suoi fruitori.

Berlusconi, Salvini, Renzi, ecc., ottengono più visibilità e consenso frequentando il programmo televisivo della Barbara d’Urso che non quello di Corrado Formigli, “Piazza Pulita”. Hanno capito che il salotto di Barbara D'Urso porta più voti di quanti non ne porti una noiosa tribuna elettorale d’altri tempi, quando c’erano ancora giornalisti “giornalisti” e non giornalisti “impiegati”, che osavano porre pure domande, sulle quali i politici o non erano preparati o trovavano imbarazzanti. Cosa c’è di più bello che vincere facile?! Grazie alle tecniche della pubblicità commerciale e grazie al fatto che nessun intervistatore li metterà mai in difficoltà su questione scomode, è possibile persuadere un più vasto pubblico di (non)cittadini-elettori, più sensibile ai messaggi subliminali del marketing che ad argomentazioni razionali. È raro vedere politici come Berlusconi, Renzi, Salvini, Boschi, ecc. in trasmissioni televisive dove il presentatore o il giornalista fa domande vere. L’ex premier Renzi, per esempio, era noto per chiedere di essere solo lui a parlare nelle trasmissioni e per avere la pretesa di scegliersi anche gli intervistatori.

In modo analogo a quanto avviene nel mondo economico, in cui la produzione delle merci per l’imprenditore è del tutto incidentale rispetto al fine della realizzazione del profitto, così per certi politici persuadere e convincere, con argomentazioni logiche e razionali, della bontà del proprio programma è del tutto secondario rispetto al fine principale di raccattare quanti più voti possibili. È con i voti che si governa, non con la forza delle proprie argomentazioni! E se per raggiungere questo scopo bisogna gabbare i cittadini elettori, si gabbino pure: “il fine giustifica i mezzi”!


Se è questo lo stato delle cose, allora il popolo non decide un bel niente! E il suo destino continuerà ad essere deciso per lui da politici infingardi, che a parole si dichiarano dalla parte del popolo, ma in realtà sono al servizio di chi comanda davvero dietro le quinte: capitalismo industriale e finanziario, che continua a ridere di noi popolo. 

Se non fossimo tanto beoti, non potremmo tollerare oltre di farci trascinare in quella condizione che chi lavora è schiavo, mentre chi sfrutta è libero!

sabato 27 gennaio 2018

LA FARSA DELLE ELEZIONI

Mi piace immaginare che il prossimo 4 marzo (2018), al momento dello scrutinio, nonostante la grande affluenza ai seggi, il numero delle schede bianche superasse l’80%. Sarebbe l’unica scelta politica consapevole per “punire” un’intera classe dirigente che, con bieco disinteresse nei riguardi della dignità dei cittadini, ne offende l’intelligenza con promesse elettorali che sanno di non poter mantenere. E il gioco di “spararle grosse” trova riparo nella consapevolezza che, grazie al Rosatellum, nessuna coalizione otterrà la maggioranza. E quindi sarà facile poi per i partiti recitare il mantra dell’avremmo voluto, ma gli elettori non ci hanno premiato. Salvando ancora una volta la loro faccia di bronzo!

Siamo al mercato delle promesse elettorali. Quelle del centrodestra, secondo stima del Credit Suisse (società leader di mercato a livello mondiale nell'ambito dei servizi finanziari), costerebbero circa 100 miliardi; quella del M5S, basata sulla riduzione delle tasse e il reddito di cittadinanza per famiglie a basso reddito, costerebbe – sempre secondo il Credit Suisse – dai 53 ai 59 miliardi di euro; quelle del centrosinistra si aggirerebbe tra i 18 e i 21 miliardi di euro. Insomma, «tutto va bene, madama la marchesa»! Nella generale euforia da campagna elettorale, l’enorme debito pubblico italiano, che viaggia verso i 2500 miliardi di euro, e gli impegni finanziari stabiliti con l’Unione europea sembrano – al momento – problemi trascurabili. Così al mercato delle promesse elettorali ciascun partito blandisce, corteggia, vezzeggia i potenziali elettori: se uno promette la riduzione delle tasse, l’altro l’abolizione della Legge Fornero; a chi promette l’abolizione del bollo auto, gli fa eco quello che se andrà al governo cancellerà il canone rai, anche se viene dallo stesso pulpito di chi lo ha inserito a forza nella bolletta elettrica; a chi promette la flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica del 23% per tutti i contribuenti, c’è un altro che arringa le folle promettendo di estendere gli 80 euro anche alle famiglie con figli e (sentite, sentite!) aggiunge anche il “bonus bebè” da elargire a tutte le mamme indistintamente, che siano indigenti o miliardarie.

Se questo stato di cose non dovesse presto trasformarsi presto in veleno e penosa schiavitù, potremmo dire che mai nella storia del nostro Paese la classe politica ha dato dimostrazione di tanta verve comica. Beppe Grillo, che è un comico, fa l’uomo politico; Vincenzo De Luca, che è un politico, fa il comico. Il presidente della Regione Campania è meglio di Crozza. Insomma, in Italia i politici fanno ridere più dei comici. E potrebbe anche andarci bene se tutti questi personaggi non decidessero poi del nostro destino, menandoci alla perdizione.

Dopo l’eccitazione della campagna elettorale, la “farsa” lascerà il posto alla “tragedia”; d'altronde già nell'antica Grecia comico e tragico erano le due facce della stessa medaglia. La realtà si parerà di nuovo dinanzi a noi in tutta la sua drammaticità. Finita la festa elettorale, ci si scorderà presto delle promesse fatte in campagna elettorale e si ricomincerà a parlare di “spread”, di banche in crisi, di rischio default, e della necessità di nuove manovre finanziarie – e quindi nuovi tagli e tasse – per rispondere ai diktat della Troika (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), che elargisce prestiti solo alle sue condizioni e non a quelle proposte dai partiti politici, che sovente – per ammansire i propri elettori – fanno i conti senza l’oste: Grecia e Tsipras docent!

Tanto più che la prossima fine del Quantitative Easing potrebbe portare ad un rialzo dei tassi e a un brusco aumento dello Spread, riportando questo indice sotto i riflettori dell'attenzione pubblica. È bene ricordare che non le (non)riforme attuate dal Pd, ma solo la massiccia droga monetaria del QE voluta da Draghi ha fatti sì che il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi si mantenesse al disotto della soglia psicologica dei 150 punti. Dopo anni di calma assoluta (dal marzo 2015), da quando cioè la Bce (a guida Draghi) ha comprato decine di miliardi di titoli pubblici ogni mese, l’indice potrebbe ricominciare a salire, riaprendo scenari simili a quelli del novembre 2011, quando il differenziale di rendimento registrò quota 553 punti.

Dopo il 4 marzo (2018), di fronte all’impossibilità di creare un governo di maggioranza, e stante la resistenza del M5S a scendere sul terreno delle alleanze, Mattarella, dopo il consueto teatrino delle consultazioni, potrebbe conferire il mandato nuovamente a Gentiloni. Perché?

Ma perché ce lo chiede l’Europa! Un Gentiloni è considerato dalla Commissione europea la soluzione migliore possibile. Lo ha detto il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. E ce lo chiedono anche i mercati!

E dunque se le cose stanno così: se le ragioni dei mercati, delle banche, della finanza sono prevalenti, perché ci ostiniamo a tenere in piedi qualcosa che continuiamo a chiamare democrazia? Da una parte si intensificano le misure per coinvolgere i cittadini nella vita pubblica e alleviare le diseguaglianze sociali, dall’altra si subordinano quelle stesse decisioni politiche ai desiderata della finanza internazionale.


Io direi più semplicemente di farla finita con questa farsa delle elezioni: si mobilitano milioni di persone con l’illusione di poter essere artefici del proprio destino, quando la realtà è ben altra.

sabato 30 dicembre 2017

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA

Egregio signor Presidente della Repubblica,

ho appreso che Lei ha autorizzato la traslazione delle spoglie di Re Vittorio Emanuele III da Alessandria d’Egitto in Italia, nel santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo.

Se Emanuele Filiberto si è detto «felice» e la ringrazia per aver reso possibile il rientro della salma del bisnonno in Italia, le dico subito che come italiano mi dissocio dal suo gesto, che offende non solo il ricordo di mio padre, ma quello di tantissimi altri italiani (soldati e civili) che scontarono l’ira dei tedeschi per il tradimento del Re e di Badoglio consumatosi l’8 settembre del 1943.

Badoglio e il Re si mostrarono campioni di doppiezza quel settembre del 1943. Infatti, quell’8 settembre, dopo aver siglato segretamente il 3 settembre l’Armistizio con gli anglo-americani a Cassibile, il re Vittorio Emanuele ricevette a Villa Savoia l’ambasciatore tedesco Rahn, rassicurandolo e ribadendo che l’Italia era “legata alla Germania per la vita e per la morte”.

Ci sarebbero stati gli eccidi di Sant'Anna di Stazzema, di Marzabotto, ed altri lungo le direttrici della ritirata tedesca, se i capi di stato maggiore e il re, dopo aver siglato l’armistizio, non si fossero comportati in modo così indegno e dati alla fuga? 

Non ebbero pudore alcuno a scaricare il popolo e tradire i loro soldati per salvare sé stessi, inaugurando quella che io definisco l’etica di Schettino.

L’etica di Schettino definisce il comportamento di quel comandante che anziché abbandonare la nave per ultimo, dopo aver messo in salvo l’equipaggio, salta per primo nella scialuppa di salvataggio, lasciando tutti gli altri al proprio destino.

Nella Seconda guerra mondiale, mio padre era un giovanissimo soldato (19 anni) del genio distaccato in Grecia, quando la mattina del 9 settembre 1943 truppe tedesche fecero irruzione nella caserma in cui era di stanza, ordinando a lui e agli altri commilitoni di deporre le armi e salire sui camion. 

Furono quindi portati ad un binario ferroviario, dove sostava un convoglio merci. Su quel treno fu ordinato di salire, sotto la minaccia delle armi. I vagoni furono ben presto pieni, ma i soldati tedeschi continuavano a spingere da fuori gli altri perché salissero, stipandoli a colpi di calcio di fucile. E dopo che furono fatti salire tutti sul treno, i soldati sbarrarono le porte dei vagoni, lasciandoli al buio e in una confusione indescrivibile; non capivano cosa stesse accadendo. 

Quindi il treno sussultò e si mise in marcia. Per due giorni e due notti viaggiò, e i soldati italiani, stipati come sardine e senza cibo, segnavano il trascorrere del tempo dalla poca luce del giorno al buio della notte. 

All’alba del terzo giorno il treno si fermò; le porte dei vagoni si aprirono. In basso, i soldati tedeschi ordinarono ai soldati italiani di scendere. Quindi li misero in fila e li condussero nel lager di Buchenwald, dove con la costante minaccia di percosse e di punizioni furono costretti a lavorare come schiavi. Le durezze delle condizioni di vita minarono la resistenza di molti compagni di mio padre, che persero la vita.

Dovette attendere diciannove mesi prima che il campo fosse sgombrato dalle SS per l’arrivo imminente delle truppe americane. Diciannove mesi che rappresentarono un’eternità. 

Solo con gli espedienti, di cui mio padre era capace, riuscì a trovare la forza per sopravvivere a quell’inferno e a non smarrire la sua dignità.

Egli mi raccontava tutto questo nei lunghi viaggio in treno o in auto per smorzare la noia; o – ancora – quando mi vedeva avvilito o afflitto. La sua voce suadente e affabile, quasi ipnotica, raccontava e raccontava. E all’ascolto dei suoi racconti, mi era difficile staccarmi dai luoghi e dalle vicende della sua vita, che diventavano miei. 

Provavo allora un’infinita tenerezza e compassione per quel giovane soldato, gettato nel tritacarne della guerra per l’irresponsabilità e l’arroganza di altri uomini che non hanno mai patito un giorno di fame o di freddo. Uomini – se può valere definirli tali – che per la propria mania di grandezza hanno trascinato un popolo in guerra, senza minimamente tener conto di quale prezzo gli altri avrebbero dovuto pagare per la loro sete di potere e ambizione.

Nella nostra Costituzione lei – signor Presidente – rappresenta l’unità nazionale, e quindi tutti gli italiani. Accogliendo in terra d’Italia l’uomo che più d’ogni altro la tradì, le dico che io non mi sento rappresentato da lei: il dovere di dare testimonianza alla memoria di mio padre me lo impedisce.

Cordiali saluti.


Un cittadino.

martedì 26 dicembre 2017

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

I guru ideologici della dottrina economica che va sotto il nome di “neoliberismo” sono giustamente convinti che la effettiva libertà di mercato, basata sulla libera concorrenza e sulla libera iniziativa, con la sua capacità di assicurare la produzione di beni e di servizi in condizioni vantaggiose, abbia svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del progresso civile e materiale delle società occidentali. Grazie alla “mano invisibile” – metafora creata da Adam Smith – gli individui nel perseguire il proprio interesse personale, senza volerlo generano anche ordine sociale e sviluppo. Esiste insomma una mano invisibile che fa sì che le società e le loro economie tendano spontaneamente ad uno stato di “omeostasi”: gli esseri umani, mossi dai loro impulsi fondamentali, tendono naturalmente al raggiungimento di un relativo stato di equilibrio, in grado di mantenere stabilità sociale.

Quando dicono questo, vedono però soltanto una faccia della medaglia: dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che c’è l’altra faccia. 

Giunti ad un certo grado di sviluppo, non sempre i princìpi dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa, funzionano a vantaggio di tutti. Continuano sì a funzionare, ma nell’esclusivo interesse di pochi a detrimento di molti. Ed è quello che oggi sperimentiamo: la crescente divaricazione tra ricchissimi e sempre più poveri.

A un determinato grado di sviluppo le società crollano sotto il peso delle contraddizioni che via via generano. Cosa vuol dire?

Per rispondere alla domanda, chiediamoci cos’è il pilastro fondamentale di ogni società. Possiamo riconoscerlo nella produzione dei mezzi di sussistenza, che assicurano l’esistenza degli uomini: l’uomo non campa d’aria!

L’uomo ha bisogno di cose fondamentali come il cibo, i vestiti, una casa, eccetera, che ne assicurano la sussistenza. Sulla base di questi bisogni fondamentali, ne sono stati creati, ad arte dall’industria consumistica, altri più voluttuari: beni non necessari, ma comunque diretti alla soddisfazione di particolari bisogni, diciamo psicologici. 

Se compriamo un’automobile per soddisfare il nostro bisogno di mobilità è un conto; ma se acquistiamo una particolare automobile, dal costo inaccessibile per la maggioranza degli individui, è probabile che siamo affetti da “disturbo narcisistico di personalità”. 

Ci riteniamo persone speciali ed uniche; siamo intimamente convinte di possedere qualità superiori, almeno rispetto allo sfigato chi va in giro con una “Panda”. Cosicché il bene non svolge più solo la funzione di soddisfare ad un bisogno necessario, ma è finalizzato ad ottenere considerazione e ammirazione da parte di tutti quelli che nella scala gerarchica nel possesso di beni sono un gradino al di sotto del nostro. 

Da ciò ne deriva la convinzione che più beni materiali possediamo, più il nostro valore personale si accresce. E tutto questo andrebbe anche bene, se restasse confinato nel personale delirio di un mentecatto; non va bene invece quando l’infermità mentale di tali soggetti li porta ad esigere trattamenti di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità. E quando questo non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti. 

Incontriamo tutti i giorni esempi di tali soggetti, che sulla massima dell’invidia sociale traspongono sugli altri la loro follia, ritenendoli tutti invidiosi della loro fortuna; trascurando la circostanza che se uno attende pazientemente il proprio turno o il proprio merito, essere poi scalzati dalla loro prepotenza e dalla loro arroganza, non può che indurre un sentimento di ragionevole e legittima indignazione, e non certo di invidia. Anche se sono disposto ad ammettere che taluni sono veramente mossi da sentimenti di invidia.

Dopo questa breve digressione, torniamo all’uomo che non campa d’aria, ma ha bisogno di beni essenziali per la sua sussistenza. 

I beni è ovvio non si creano da soli: essi vengono prodotti dal lavoro dell’uomo. È altrettanto vero che per produrre tali beni è necessario disporre di mezzi di produzione. Ebbene, poiché la vita umana è un costante divenire, anche il modo di produrre varia e con esso anche l’organizzazione sociale.

Ora, fintantoché le forze produttive materiali della società sono compatibili con l’organizzazione sociale del lavoro, nel senso che sono in grado di assicurare massimamente la sussistenza degli individui di una società, la società tutta intera evolverà, assicurando benessere e prosperità a fasce sempre più larghe di popolazione. Ma quando le forze che tengono uniti interi gruppi di persone, al centro di valori comunemente condivisi, e quelle che invece l’agitano nella direzione di una sua disgregazione prevalgono nel verso di queste ultime, le società collassano, come collassa una stella quando ha esaurito il suo combustibile nucleare.

Il liberismo economico, che fino ad un certo punto ha reso possibile lo sviluppo delle forze produttive e il miglioramento delle condizioni economiche per tanti soggetti, con il crollo finanziario del 2008 – 2009 la crisi del sistema di idee economiche, generalmente compendiato nel termine “neoliberismo”, che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a oggi è stato dominante nel mondo occidentale, appare in tutta la sua evidenza. Il crescente divario nella distribuzione della ricchezza, il crollo dei consumi e la disoccupazione ad esso associato, la drastica riduzione dei servizi sociale e più in generale della spesa pubblica, per salvare il sistema bancario privato dal collasso, mostrano inequivocabilmente i segni della sua senescenza.

Di fronte a quella che appare una crisi irreversibile, continuare a credere che più libertà dei mercati sia il mezzo migliore per fronteggiarla è tanto assurdo quanto l'idea di curare un paziente affetto da cirrosi epatica somministrandogli dosi maggiori di alcool.

L’intrinseca instabilità del capitalismo, dovuta soprattutto al laissez-faire finanziario, impone al contrario l’intervento degli Stati a sostegno della piena occupazione, attraverso politiche espansive di investimenti pubblici.

In pochi sembrano ricordarlo che, quando le contraddizioni sociali giungono a un punto di insanabilità, scoppiano le rivoluzioni, che portano all’assalto del Palazzo d’Inverno, o le guerre.  

I “fanatici” del mercato sembrano disposti a non riconoscere che la crisi del ’29 portò in America al New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione, e in Europa al nazifascismo, che scaraventò l’umanità nella Seconda guerra mondiale.

Non riconoscere che il funzionamento del mercato, lasciato a sé stesso, va incontro a limiti molto seri – che sono la precarizzazione del lavoro, la mancanza di diritti e tutele, la crescente povertà … - è non solo da ciechi, ma anche da irresponsabili. 

Peraltro, se ci trovassimo dinanzi a un vero libero mercato, cuore del liberismo economico, è assai probabile che diverso sarebbe lo scenario politico e sociale attuale. 

La verità è che il “neoliberismo” – quello realmente esistente – sebbene in teoria esalti la libertà dei mercati, nella prassi lo osteggia, tendendo piuttosto a posizioni di oligopolio. Provate a giocare con uno a Poker che ha risorse illimitate – in termini di denaro e di esperienza – e ditemi poi se può valere la regola che un mercato siffatto tende a rendere più omogenea la società e ad attenuarne le disparità.

L’oligopolista può anche permettersi di non confrontare la sua curva dei costi con la curva di domanda, come fa invece chi vende in regime di concorrenza pura. Questa posizione di vantaggio lo mette in condizione di vendere il suo prodotto ad un prezzo decisamente più basso (dumping), col risultato di eliminare il potenziale competitor dal mercato. E una volta eliminatolo, potrà rifarsi tranquillamente delle perdite sostenute durante la fase di dumping, imponendo il suo prezzo, senza più ovviamente temere la concorrenza. 

A lungo andare il predominio delle imprese giganti soppianterà il regime di libera concorrenza, con buona pace del padre fondatore del liberismo classico (Adam Smith).

Quando infine il potere economico di queste poche imprese gigantesche arriva a dimensioni incalcolabili, il potere politico diventa il suo obiettivo successivo. 

La capacità infatti di queste imprese di scegliere su scala mondiale quei paesi con il regime giuridico a loro più favorevole per localizzarvi i propri investimenti, condiziona di fatto le scelte e le decisioni politiche, facendo come ultima vittima la “Democrazia” e con essa la “Giustizia”.


Questo sta accadendo, giorno dopo giorno. E mi meraviglia che tanti altri non avvertano, con la mia stessa intensità, le nubi minacciose che all’orizzonte preannunciano la tempesta perfetta.

sabato 23 dicembre 2017

C’ERA UNA VOLTA IL NATALE

C’era una volta il Natale, e c’era gente di buona volontà. Gente, che quando arrivava Natale, metteva da parte – anche se solo per un giorno – invidia, odio, rancore, astio. E si ricordava – almeno in quel giorno – di essere fatta a immagine e somiglianza di Dio; gente che non guardava la pagliuzza nell’occhio del fratello, ma la trave nel proprio. E anche chi cristiano non era, si faceva avvolgere da quel clima di tradizioni, costumi e valori.

Il magico potere del Natale evocava mondi e ricordi antichi: un bambino deposto sulla greppia in una stalla; un bue e un asinello tenevano calda la mangiatoia in cui il neonato dormiva sereno; i pastori – avvertiti dall’angelo che il Salvatore era nato – in adorazione; gli angeli che cantavano le parole “Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”; la cometa che guidava i Re Magi fino alla capanna di Betlemme.

Gli angeli sono spariti, i pastori hanno deciso di dedicarsi al loro gregge, il bue e l’asinello ci riferiscono sono una bufala (un errore di trascrizione dall’ebraico al greco e da lì in latino), i Re Magi hanno smarrito la cometa. E, non restando neppure il bambin gesù, il Natale è diventato un guscio di lumaca vuoto.

All’ingenua bellezza e al significato profondo, misterioso, della Natività si è sostituita la celebrazione del “consumismo” e del turbocapitalismo che lo rende possibile.  Strade congestionate, traffico intasato per ultimare gli acquisti; carelli della spesa pieni di ogni ben di dio e strabordanti. Mentre la pubblicità s’incarica di fare da grancassa, per invogliare anche gli ultimi riottosi o distratti consumatori a fare acquisti per la grande festa dei soldi che il Natale è diventato.

Spogliato della sua dimensione spirituale, non restano che i panettoni, i cosmetici, i profumi, i viaggi, i cellulari, eccetera, eccetera. Un natale da dieci miliardi di euro! Questa la stima di Codacons.

Dall’attesa del Natale come momento celebrativo della nascita di Gesù, siamo passati alla frenesia del consumismo, della pubblicità, del rumore. Dal Natale povero – Gesù nacque in una stalla e fu deposto in una mangiatoia – siamo passati al natale opulento dei banchetti e degli acquisti, dettati non dal buon gusto o dal cervello, ma dalla tendenza a muoversi “come un branco di pecore”. Persone, senza cervello, che si muovono in blocco verso una direzione, seguendo le altre senza neppure sapere il perché. Proprio come fanno le pecore!

E se l’obiettivo degli spot pubblicitari era quello di trasformare ogni uomo e ogni donna in pecora. Beh, bisogna ammettere che l’obiettivo è stato centrato, con buona pace di quanti ritengono che l’evoluzione dell’uomo tenda verso il miglioramento della specie. 

Quando i futuri paleontologi – altra specie intelligente non umana – studieranno il processo di origine ed evoluzione dall’Homo sapiens all’Homo stultus, tracceranno questi passaggi intermedi: Homo sapiens -> Homo Oeconomicus -> Homo videns -> Homo stultus.

Quando la diffusione sulla Terra di quest’ultima specie sarà massima, allora si estinguerà. Con grande gaudio del Pianeta e di tutte quelle specie animali in via di estinzione, proprio a causa della stupidità umana. Tanto stupida da credere che, continuare a comprare oggetti inutili, nell’illusione, un giorno, di riuscire ad assomigliare ai modelli irreali della televisione possa essere davvero realizzabile. Ah, poveri sciocchi, perennemente insoddisfatti!

Credere che, per essere felici, basti possedere un’automobile bellissima, una casa lussuosa, una donna strafica (per lui), un uomo strafico (per lei), significa non aver capito niente di cosa significa veramente la vita, e soprattutto cosa sia l’essere uomini o donne.

Cosa fa di un uomo, un uomo? Ce lo dice Shakespeare, in una celebre pagina tratta dal “Giulio Cesare”, quando Antonio, dopo aver battuto Bruto, che aveva ucciso il Cesare tiranno in nome della libertà e della costituzione repubblicana, di fronte al suo cadavere, suicidatosi poco prima, esclama: «Gli elementi erano così composti in lui, che la natura potrebbe levarsi e proclamare a tutto il mondo: “Costui fu un uomo!”.

Quel che fa di qualcuno “un uomo” è la tragica grandezza di chi, pur soverchiato da forze gigantesche, combatte pur sapendo di soccombere; di chi, pur lacerato nel dilemma se seguire la corrente o scegliere di rendere la propria vita libera e dunque autentica, sceglie quest’ultima, pur sapendo che il prezzo da pagare è l’incomprensione e la solitudine. 

Quel che fa di un uomo, un uomo, e di una donna, una donna è la scelta della libertà: tutto dipende dalla libertà. Che non consiste nella libertà di decidere dove passeremo l’ultimo dell’anno, o quale viaggio faremo. Ma è libertà da ciò che impedisce alla nostra vita di essere autentica: libertà dalla paura, libertà dalle menzogne, che diciamo a noi stessi e che diciamo agli altri. E ancora libertà da sé stessi; da quell’insostenibile e insopprimibile narcisismo che ci rende finti, attori di noi stessi; come se le nostre azioni venissero sempre preparate e provate; e quindi trasmesse ad un pubblico invisibile, o conservate – come nei selfie – per un attento esame in futuro.

Trovare oggi una persona davvero libera e dunque autentica è assai raro. Sembrano tutti fatti con lo stesso stampo. Chirurgia estetica e plastica, fitness a gogò, perché non ci si può permettere di non apparire in forma; donne con seni e labbra abnormi; uomini iperpompati senza neppure una ruga d’espressione. Insomma, manichini – senz’anima – in vetrina, che di umano hanno veramente ben poco. Nessun valore, nessun ideale per cui battersi, se non l’identità individuale elevata ad unico valore assoluto. Incapaci di relazioni veramente umane, ridotte a solo strumento di autoaffermazione.

L’assenza totale di una cultura del limite, in cui tutto è permesso, tutto è consentito, stanno realizzando la profezia di George Orwell: un potere tanto anonimo e invisibile, quanto pervasivo manipola tutti e riduce l'uomo in schiavitù. Gli esseri umani hanno smesso di pensare e di essere propriamente umani. E se qualcuno osasse porsi delle domande che non avrebbe dovuto porsi, non c’è bisogno di alcuna azione repressiva; ci pensa la società ad ostracizzarlo: è un diverso; non è normale.

Come tanti bidoni aspiratutto, vecchi e giovani succhiano tutta la spazzatura dei programmi televisivi, fino a mandare in pappa il loro cervello.

Il Natale, che reggeva come ultimo baluardo alla deriva consumistica, è capitolato. Gli imperativi commerciali hanno scardinato e stravolto ciò che restava del significato intimo del Natale: l’occasione per ritrovare i propri cari, il momento dell’anno in cui – sia pure per un giorno – l’uomo faceva pace con sé stesso e poneva una tregua ai tanti disappunti della vita quotidiana. 

I preparativi culinari trasmettevano serenità e non l’ansia da prestazione; il presepe era molto semplice; la messa di mezzanotte riscaldava i cuori; i doni erano modesti, ma regalavano tanta felicità.

Se un augurio posso fare a chi mi legge è questo.


Possiate voi vivere quel Natale che io conobbi e non ritroverò mai più. Un Natale rappresentato da un presepe da poveri. Quando con l’animo ingenuo del fanciullo credevo che Gesù nascesse e non finiva mai di nascere e non finiva mai di morire, e non finiva mai di risorgere, nella carne e nel mondo.