lunedì 25 aprile 2016

LA RESISTENZA TRADITA

Il 25 aprile è il giorno in cui si festeggia in Italia la Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. Quel giorno il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione della popolazione contro le forze di occupazione nazifasciste. Le forze partigiane attive nel Nord Italia attaccarono i presidi fascisti e tedeschi imponendo loro la resa e la ritirata dalle città di Torino e Milano. È chiaro che la liberazione non avvenne in quel solo giorno, avvenne poco meno di un anno dopo, il 22 aprile 1946.

Ma la data del 25 aprile 1945 ha assunto un significato simbolico: la natura umana non poteva non ribellarsi all'apparato di forza e di violenza della dittatura nazifascista, riaffermando la fiducia in una società rispettosa dei diritti e delle libertà umane. 

Così la scelta del 25 aprile, come “festa della liberazione”, rappresenta la vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l'occupazione nazista e vuole segnare lo spartiacque della civiltà contro la forma più elaborata di cultura della persecuzione, la Shoah.

Da quella immane tragedia prenderà forma e vita la nostra Costituzione, quale baluardo contro le forze oppressive e inumane della dittatura e a memoria di quanti soffrirono e morirono per affermare i principi in essa contenuti.

È triste constatare che oggi molti giovani ignorino cosa si festeggi, annoverando il 25 aprile ad una ricorrenza festiva come tante altre. Eppure erano altrettanto giovani quelli che settantuno anni fa accettarono liberamente la morte per far trionfare una causa veramente giusta, fondata sulla libertà, sulla giustizia, sulla democrazia.


A coloro che non sanno che cosa si festeggi il 25 aprile e comunque lo festeggiano perché è l’occasione per una gita al mare o in montagna, dico che sono responsabili della morte di quei giovani – altrettanto giovani e pieni di voglia di vivere – per non averne raccolto l’eredità e continuato a lottare con tutte le loro forze per l’affermazione di un mondo veramente migliore.

domenica 24 aprile 2016

ITALIA IN LETARGO

Lo scorso 17 aprile si è svolto in Italia il referendum abrogativo sulla durata delle trivellazioni in mare. Hanno votato il 32,15% degli italiani aventi diritto al voto. Non avendo raggiunto il quorum necessario del 50% più uno dei votanti il referendum non ha avuto validità.

Si è detto e si dice che il referendum è fallito principalmente per la strategia utilizzata dal Partito Democratico, principale partito di governo italiano, che ha invitato i cittadini a non partecipare al voto, non condividendo l'opportunità di questa consultazione. Il Premier – Matteo Renzi – incassa la vittoria e dice di festeggiare a nome degli operai, ma a stappare lo champagne non sono stati gli operai, ancora una volta gabbati, ma i signori delle piattaforme.

La domanda referendaria non riguardava lo smantellamento delle piattaforme petrolifere entro le 12 miglia nautiche dalla costa con conseguente perdita di posti di lavoro; il referendum chiedeva agli elettori di abolire la norma che permette di prorogare le concessioni per estrarre gas e petrolio in mare senza limite temporale fino all’esaurimento del giacimento.

Le compagnie petrolifero ringraziano quanti non sono andati a votare, facendo fallire così il quorum referendario, perché grazie a loro, col prolungamento delle concessioni, potranno rinviare sine die lo smantellamento di quasi la metà delle piattaforme esistenti classificate “non eroganti” o comunque “non operative”: bonificare quei 35 impianti gli sarebbe costato almeno 800 milioni di euro.

Il fallimento del referendum non è stato soltanto la sconfitta della democrazia nel nostro Paese; è più in generale la prova della scarsa partecipazione, attenzione e sensibilità della maggioranza degli italiani sui temi ambientali e sul futuro del pianeta.

L’esito della consultazione conferma che la maggioranza assoluta degli italiani è negletta, incapace di informarsi e quindi prendere decisioni conseguenti. Insomma, non è matura per la democrazia! La triste verità è che troppi italiani si disinteressano della vita politica di questo Paese e vogliono essere infatuati dall’imbonitore di turno. 

Dal 1994, anno dell'ascesa politica di Berlusconi, è stata la maggioranza dei cittadini italiani a mantenere inalterato il suo potere politico. E sempre questa maggioranza consente oggi a Renzi e alla sua squadra di sparare le più grosse cazzate che siano mai state dette, senza pagare pegno, innalzandolo pure a salvatore di questo malandato Paese. 

Quando poi il conto dei governi inetti e corrotti è bello salato, si destano dal lungo letargo invernale per maledire proprio quella classe politica che loro hanno mandato e mantenuto al potere. Ma intanto il danno è fatto, ma il conto tocca pagarlo a tutti.

Votare a questo referendum, indipendentemente dalla scelta di voto, sarebbe servito almeno a dare un segnale che gli italiani sono meglio di quanto i politici credono. 

In Italia i politici credono nel grande spirito di sopportazione del popolo italiano e così possono fare tranquillamente i loro comodi; dormono sogni tranquilli, tanto gli italiani sono incapaci di qualsiasi forma di ribellione a un potere sempre più arrogante e sempre più corrotto. 

Stanno intossicando il nostro futuro e quello dei nostri figli, ma la maggioranza degli italiani, quel 70% che non ha votato, resta in un “letargo esistenziale collettivo”, dove prevale il “giorno per giorno”. Per i quali l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale prevalgono sui valori collettivi e l’unità di interessi. È a questo profondo letargo esistenziale, fatto di abulia, vigliaccheria, indifferenza, che corrisponde la classe politica che abbiamo.


Fosse per questa maggioranza di italiani, con i quali faccio fatica a identificarmi e mi vergogno di appartenere, saremmo ancora sotto il giogo nazifascista e non ci sarebbe nessun 25 aprile da festeggiare. Per fortuna esiste ancora quel 32% cui mi onoro di appartenere. 

lunedì 11 aprile 2016

QUALE ITALIA VUOLE IL ROTTAMATORE?

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito! Anziché riflettere sul fatto che l’inchiesta di Potenza fa emergere un rapporto incestuoso tra le lobby del petrolio e chi fa le leggi, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pone l’accento sulla privacy: “pensate se registrassero le vostre telefonate”.

Certo, a nessuno farebbe piacere che le proprie conversazioni telefoniche fossero intercettate e pubblicate. Ma omette di dire che in Italia devono esservi gravi indizi di reato e l'assoluta indispensabilità dell'intercettazione per il proseguimento delle indagini perché possano essere autorizzate dal PM dopo l’autorizzazione del GIP. Questa grave omissione è in palese “malafede”, atteso che da un laureato in giurisprudenza non si dà che dimentichi l’abc del nostro ordinamento giuridico.

Renzi dunque inganna consapevolmente gli italiani volendo far loro credere che la loro privacy sia costantemente violata e sottoposta al controllo incessante della magistratura per scopi inconfessabili. Non siamo nella Berlino est di prima del crollo del Muro, quando la Stasi spiava le attività dei propri concittadini, al fine di impedire attività antigovernative.

In Italia le intercettazione telefoniche, a differenza di quello che avviene in molti altri paesi, godono di pochissimo potere discrezionale: non possono essere predisposte dalle forze dell'ordine (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Postale, etc.), ma solo dal Magistrato Inquirente, sotto il controllo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), giudice terzo rispetto alle indagini. Quindi, una volta esaurite le indagini, il Magistrato Inquirente presenta le sue tesi al Giudice per l'Udienza Preliminare (GUP), che decide se rinviare l'imputato a giudizio o se archiviare il caso. E solo nel caso in cui la tesi del Procuratore sia considerata abbastanza solida, il caso approderà in tribunale.

In altri termini, in Italia non si possono fare intercettazioni “a caso”: queste possono essere predisposte solo quando esiste il fondato sospetto che una persona possa utilizzare il telefono, la posta elettronica o altri mezzi di comunicazione per portare a termine reati talmente gravi da giustificare un tale strumento probatorio. Tra questi rientrano, oltre ai delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo, l’associazione a delinquere e quella di stampo mafioso.

Dunque, Renzi, quando grida al complotto, mente sapendo di mentire!

In un Paese che certo non brilla per senso di moralità e responsabilità che dovrebbe accompagnare chiunque ricopra cariche pubbliche, qualunque riforma della legge sulle intercettazioni tradisce il vero intento di non voler combattere nei fatti la corruzione e il malaffare. È scoraggiante constatare come puntualmente, quando le inchieste riguardano i “potenti”, il tema delle intercettazioni telefoniche ritorna al centro del dibattito pubblico.

Basti ricordare che le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi tempi, da Mafia Capitale allo scandalo Mose, non sarebbero state possibili senza lo strumento insostituibile delle intercettazione. Con il bavaglio sulle intercettazioni, la vicenda emersa dall’inchiesta della Procura di Potenza sarebbe rimasta lettera morta. L’ex ministro Guido sarebbe rimasta al suo posto; il suo ex compagno Gemelli l’avrebbe fatta franca; Tempa Rossa libera di continuare ad inquinare.

È dunque questa l’Italia che vuole il rottamatore? Quella dei ladri di polli che vanno in galera, mentre imprenditori mazzettari, faccendieri e politici corrotti la fanno franca?

Per uno che voleva rottamare la vecchia politica, deciso a farne una volta per tutte tabula rasa, non c’è che dire: il rottamatore è stato rottamato!

Che fine ha fatto quel giovane di belle speranze che dalla sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica? Che fine ha fatto quel giovane che si diceva nauseato dagli scandali? Che fine ha fatto quel giovane che prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco politico?

Non diversamente da colui che l’ha preceduto, Renzi, anziché interrogarsi sul disastro etico che l’inchiesta sta mettendo in luce, si scaglia invece contro la Procura di Potenza, rea di aver fatto solo il proprio lavoro, che è quello appunto di controllare che la legge sia rispettata.

E poiché l’inchiesta della Procura di Potenza mette in imbarazzo il suo governo, mostrandolo come un coacervo di lobby fameliche, da abile imbroglione, sposta la questione sul tavolo del rispetto della privacy e invoca un “equilibrio migliore” sulle intercettazioni, facendo intendere che il problema non è che i magistrati abbiano evidenziato, per l’ennesima volta, il vero cancro di questo Paese: esecrabile è che si siano avvalsi delle intercettazioni per farlo emergere. Derivando questo ragionamento, dovremmo concludere che i medici che si avvalgano della Tac per rilevare il tumore sono spregevoli, in quanto violando la parte più intima e interna di un essere umano, ne oltraggiano la sacralità del corpo.

È proprio grazie al lavoro sapiente e “ingrato” di una parte della magistratura, se una nazione martoriata dalla corruzione può ancora dirsi fondata sul diritto. In un Paese in cui la corruzione è uno dei reati più diffusi, quei magistrati – ingiustamente accusati di intenti persecutori – se si mostrassero più docili al potere avrebbero senz’altro vita più facile e mille modi per far carriera e arricchirsi. Ma questi non si fanno intimidire, vanno avanti, e hanno pure la sfrontataggine di stuzzicare il “potere”!

Il buon senso dovrebbe indurci a riflettere che se lo fanno o sono degli idioti o sono animati dal senso del dovere che impone loro la legge. A costoro che, nel mare della putredine morale in cui è inabissato questo Paese, agiscono secondo un senso etico, dovrebbe essere innalzato un cippo monumentale a mostrarne il coraggio e la resistenza. Ma no! Il presidente del Consiglio si fa scherno del loro lavoro: “Ci sono indagini a Potenza con la cadenza delle Olimpiadi e non si è mai arrivati a sentenza. Un paese civile è un paese che va a sentenza”.

Trascura di dire – asino o furbacchione? – che se le indagini non vanno a sentenza non è affatto colpa dei Pm, che fanno le indagini, quanto dei tribunali e delle corti d’appello, che quando si tratta di celebrare i processi che coinvolgono gli eccellentissimi e i potenti ci vanno con i piedi di piombo, attenti a non pestare i piedi di questo o quello. È quanto accadde a Luigi De Magistris con l’inchiesta “Toghe lucane”.

Le indagini partirono dalle presunte “interferenze” che un gruppo di magistrati avrebbe esercitato su Henry John Woodcock, all’epoca Pm di Potenza, che indagava sugli intrecci tra politici e criminalità lucana, ma non giunsero mai a dibattimento, perché, ancora prima che iniziasse, fu cacciato da Catanzaro e trasferito a Napoli. La ragione? Gli indagati erano persone “eccellenti”: l’ex sottosegretario del governo Prodi, nonché ex governatore lucano, Filippo Bubbico (Pd); l’ex membro del Csm, nonché ex senatore di An, Nicola Buccico; l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano; l’ex procuratore aggiunto Gaetano Bonomi; l’ex Pm della DDA (direzione distrettuale antimafia) Felicia Genovese; l’ex presidente del tribunale di Matera Iside Granese; il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco. Secondo l’ipotesi accusatoria di De Magistris, tutti questi facevano parte di un “comitato d’affari” finalizzato alla tutela d’interessi personali e di gruppi, mediante corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio.

Renzi, come già Berlusconi prima di lui, dice che ci sono intercettazioni “che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta”. Anche qui omette di aggiungere che le conversazioni tra l’ex ministro Guidi e il suo ex compagno non riguardavano questioni attinenti la loro vita privata, ma il ruolo della Guidi nello sblocco dei lavori di costruzione dell’impianto Tempa Rossa, gestito dalla società francese Total, al fine di favorire gli interessi commerciali di Gianluca Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi.

Tutti i contenuti di carattere privato che non hanno a che fare con l’inchiesta sono stati espunti, salvo quelli che è difficile separare dalle possibili notizie di reato.

Quella di Renzi è dunque una polemica esclusivamente strumentale: nessuna revisione della legge sulle intercettazioni cancella i fatti emersi dall’inchiesta di Potenza. 

Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito il silenzio, così nessuno avrebbe saputo delle laboriose attività della coppia Guidi-Gemelli; nessuno avrebbe disturbato la ministra Boschi e i suoi preziosi emendamenti; i petrolieri avrebbero continuato a fare tranquillamente i loro comodi. E, della crescita dei tumori in Lucania, per effetto anche dell’inquinamento prodotto dagli scarti delle perforazioni, nessuno avrebbe mai parlato.


domenica 3 aprile 2016

È stata solo una telefonata inopportuna?

Secondo il presidente del Consiglio quella della Guidi è stata solo una “telefonata inopportuna”, ma la norma è “sacrosanta”. Il ministro Maria Elena Boschi, responsabile dei rapporti col Parlamento, attaccata dalle opposizioni per il suo ruolo nella vicenda, si dice pronta a rifirmare quell’emendamento: Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti posti di lavoro nel Mezzogiorno.

A Matteo Renzi e al ministro Boschi va riconosciuto comunque un evidente talento naturale: quello di mutare, sia pure solo sul piano dell’immagine, una cocente sconfitta in vittoria! Non facciamola tanto puzzolente, in fondo cosa è accaduto? Il ministro Guidi è stata pizzicata a fare una “semplice” telefonata, nel corso della quale traspariva l’intento di favorire il fidanzato nei suoi affari. Eh, allora? Come direbbe Crozza: “Che Paese arido che siamo, una non può fare nemmeno un regalino al fidanzato, che si deve poi dimettere!”.

Insomma, per Matteo Renzi e la Boschi, colpevole è solo la telefonata, non l’emendamento inquinato dal conflitto di interessi. Poi Matteo Renzi ci rassicura: in Italia le cose son cambiate, perché in altre occasione altri personaggi (Cancellieri) hanno disinvoltamente evitato di rassegnare le dimissioni. E ancora, vogliamo dirla proprio tutta: il provvedimento è un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro. Una cosa sacrosanta!

Ecco alla prova dei fatti il Renzi svelto, furbo, agile, imbroglione, che altera il quadro della realtà, trasformando un fatto torbido in prova di trasparenza.

Il fatto torbido scaturisce dall’inchiesta della procura di Potenza che tocca, colpisce e travolge interessi economici e politici in tutta Italia. Due i filoni d'inchiesta al vaglio degli inquirenti: il primo sul Centro Olio in Val d'Agri a Viggiano dell'Eni, l'altro sull'impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa, nell'alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata.

Le conseguenze politiche, che hanno costretto il ministro alle dimissioni, vengono tutte dal filone Tempa Rossa, nel quale è indagato appunto il compagno del ministro Guidi e riguarda l'affidamento di appalti e lavori per l’infrastrutturazione del giacimento “Tempa Rossa” della Total.

Gemelli, infatti, interessato ai subappalti per le sue aziende, sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico, ha ottenuto commesse dalla Total, in barba alla trasparenza. Insomma, il classico “do ut des”: da una parte Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total rilascia alle aziende di Gemelli le qualifiche necessarie per la progettazione e l’esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa, dall’altra Gianluca Gemelli, forte del suo rapporto con il ministro Guidi, promette un emendamento a favore dell’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa.

Ecco perché a Gianluca Gemelli viene contestato il reato di “traffico di influenze illecite”. Tale reato punisce infatti chi “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all'omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”.

Ma cosa stabilisce l’emendamento e perché sarebbe stato di estremo interesse per la Total proprio in relazione al progetto Tempa Rossa?

Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa – la cui concessione è appannaggio di Total (al 50%), Shell e Mitsui – ha una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, ma per lo stoccaggio e la raffinazione è necessario trasportarlo a Taranto. Ed è qui che cominciano i problemi!

Gli ambientalisti temono un aumento dell’inquinamento, il potenziamento degli impianti di raffineria comporta un aumento delle emissioni diffuse pari al 12%; gli esponenti politici locali di Sel premono sul governatore Nichi Vendola perché riveda la posizione della Regione Puglia favorevole al progetto; c’è il Comune di Taranto che, dopo un primo parere positivo, cambia idea e vieta il potenziamento della raffineria Eni, terminale di esportazione del giacimento petrolifero di Tempa Rossa; c’è infine la cittadinanza, stanca di pagare per un modello di sviluppo economico un tributo troppo alto in termini di salute e di ambiente. 

E arriviamo al gioco delle tre carte. Di fronte a tali e tanti ostacoli l’emendamento marchetta uscito dalla porta dello Sblocca Italia, rientra dalla finestra della Legge di Stabilità, con lo strumento della mozione di fiducia. E cosa prevede l’emendamento?

L’emendamento prevede che “l’autorizzazione unica per le opere strategiche” valga anche “per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali” anche lontano dal giacimento. E nel caso in cui gli enti locali si oppongano, vale quanto previsto dallo Sblocca Italia sulle opere strategiche: su queste alla fine decide il governo, il quale in deroga alle procedure di valutazione ambientale e alle ineludibili intese con le Regioni, stabilite dal Titolo V della Costituzione, procede alla realizzazione delle medesime. Così il 19 dicembre 2015 giunge il via libera definitivo ai lavori a Taranto.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi difendono ora a spada tratta il progetto Tempa Rossa, a loro dire un “progetto strategico per il Paese”. Mostrano il dito e nascondono la luna: sminuiscono agli occhi degli italiani la vera ragione dell’inchiesta: quella di disastro ambientale. 

Gli inquirenti della procura di Potenza, infatti, hanno portato alla luce un sistema illecito di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle attività estrattive in Val d'Agri, i cui rivoli lambiscono come sempre anche esponenti della politica e delle istituzioni, in un intreccio perverso di affari e di favori reciproci.  

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, illustrando infatti i particolari dell'inchiesta, ha mostrato come per risparmiare denaro il “club dei furbetti” ha avvelenato un territorio con meccanismi truffaldini. Secondo l'accusa, «rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi. E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico». Gli inquirenti ipotizzano peraltro «manomissioni» delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge, al fine di «non allarmarli».

Maria Elena Boschi si dice dunque pronta a “rifirmare” l’emendamento incriminato domani stesso. Sarebbe interessante sapere se lei, il ministro Guidi, il premier Matteo Renzi si mostrerebbero parimenti disposti ad andare ad abitare al quartiere Tamburi a Taranto o in Basilicata, dove, sebbene il lavoro manchi come prima, l’incidenza delle malattie legate all’attività estrattiva è aumentata esponenzialmente.

Se questo è il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica, ridateci allora quelli della Prima o della Seconda Repubblica che almeno rispetto a questi non si sentivano dei dell’Olimpo intoccabili e cui ogni capriccio è consentito.

martedì 29 marzo 2016

Breve riflessione sull'attentato a Bruxelles

“Siamo in guerra”, ha dichiarato il primo ministro francese, Manuel Vals. E il nostro presidente del consiglio gli ha fatto eco: “Non è il momento delle colombe”. Mi domando su quale pianeta abbiano vissuto sinora questi due personaggi. Certamente non sul pianeta Terra. Se fossero di questo pianeta saprebbero che in realtà sono anni che l’Europa, al fianco degli Stati Uniti, è in guerra in Afghanistan, in Iraq, in Libia.

Nell’ottobre del 2001, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre, le truppe occidentali hanno invaso l’Afghanistan, giustificando tale attacco con lo scopo di distruggere Al Qaeda e catturare Osama bin Laden. Quindi nel marzo 2003 la coalizione multinazionale, sempre guidata dagli Stati Uniti d'America, ha invaso l’Iraq con l’obiettivo di abbattere il regime di Saddam Hussein, responsabile – secondo l’amministrazione Bush – di dotarsi di armi di distruzione di massa e di appoggiare il terrorismo islamista. Infine, il 19 marzo 2011 sempre la Nato ha scatenato una guerra contro la Libia col pretesto di salvare il paese dalla follia omicida di un dittatore che stava soffocando nel sangue una “rivoluzione” popolare spontanea.

Come si è scoperto in seguito, gli obiettivi dissimulati di queste guerra in realtà non hanno avuto nulla che giustificasse una guerra difensiva contro una minaccia potenzialmente distruttiva e globale, tantomeno sono risultate utili a garantire la sicurezza occidentale dagli attacchi terroristici, ancor meno il loro intento era umanitario: sono migliaia le vittime innocenti delle cosiddette “guerre umanitarie” portate avanti dalle potenze occidentali.

I nostri media fanno molto scalpore, e giustamente per le vittime del terrorismo, ma poco dicono dei morti innocenti fatti dalle armi delle potenze occidentali. Eufemisticamente li chiamano “danni collaterali”, facendo intendere che i nostri morti sono più morti degli altri; i nostri bambini, più bambini degli altri. Li chiamano opportunamente danni collaterali per aggirare gli articoli 51 e 57 della Convenzione di Ginevra che proibisce l’uso dei bombardamenti a tappeto e obbliga le forze belligeranti a risparmiare le popolazioni e gli obiettivi civili. Il termine “danno collaterale” è l’escamotage per controbattere alle accuse di violazioni del diritto umanitario. 

Così tra menzogne e ipocrisia tacciono il fatto che le superpotenze stanno combattendo in realtà il “mostro” creato da loro stessi. Se si vuole continuare ad imporre i propri disegni ai popoli e servire i propri interessi, non c’è poi da meravigliarsi se questo atteggiamento arrogante delle potenze occidentali genera come unica risposta quella terroristica: la malapianta del fondamentalismo islamico l’hanno innaffiata e coltivata per anni proprio le potenze occidentali nell’esclusivo interesse di sparute minoranze, costituite dai grandi trust finanziari e commerciali, e non certamente di quello dei popoli.

Ai popoli occidentali spetta il compito di sostenere gli enormi costi della sicurezza a solo vantaggio degli interessi di pochi. Tutto questo – come fa osservare Noam Chomsky – grazie a un sistema di propaganda perfetto che si regge su due pilastri. Mentre il primo sforna fiction, soap, reality show e sport per distrarre gli interessi della gente dai problemi reali, il secondo, sapientemente, indirizza le opinioni di lettori e spettatori. 

Il pluralismo dell’informazione e della libertà di stampa è una bufala colossale; in realtà, giornali radio televisione, sono delle mega macchine di indottrinamento al servizio di potentissimi e occulti poteri finanziari.

In questo sta l’ipocrisia dell’Occidente: da una parte si fa portatore di idee quali la libertà, la democrazia, l’uguaglianza economica, il rispetto della dignità di ciascun uomo; dall’altra agisce calpestando proprio quei valori di cui si fa antesignano. Metaforicamente non è dissimile da colui che di giorno partecipa al family day, facendosi custode dei valori tradizionali e religiosi della famiglia, e di notte insidia procaci e giovanissime fanciulle alla ricerca proprio di quei piaceri che di giorno condanna.

Gandhi sosteneva, con serena umiltà, di non avere nulla di nuovo da insegnare agli uomini, poiché la verità è antica come le montagne. Non occorre essere professore della Harvard University per comprendere che per evitare il ripetersi di nuovi attentati terroristici, bisognerebbe innanzitutto chiudere il rubinetto che alimenta il reclutamento di nuovi terroristi. 

Questo lo si fa curando ed eliminando le sacche di povertà nelle periferie delle metropoli europee; combattendo le disuguaglianze, la disoccupazione, la precarietà, la povertà, il razzismo; distribuendo più equamente e diversamente le risorse economiche, soprattutto a vantaggio delle aree più deboli economicamente; fermando le guerre, in Siria e in Medio Oriente; aprendo e non innalzando frontiere a quanti scappano da condizioni di vita infernali; definendo politiche di accoglienza comuni.


Ma è assai più probabile che la risposta andrà nella solita direzione, quella opposta: controlli ancora più stretti, sospensione dei diritti costituzionalmente garantiti, misure d’emergenza rafforzate, frontiere ancora più chiuse, caccia agli stranieri, più militari nelle strade, intensificazione dei bombardamenti, aumento del budget per scopi bellici. Senza riflettere che questo è proprio il risultato atteso e sperato dai terroristi. 

lunedì 29 febbraio 2016

Ahi serva Italia!

L’atto del governo n. 256 contiene una norma che, violando il codice civile, recepisce una direttiva Ue del 2014, secondo la quale se uno non ha pagato sette rate del mutuo, la banca può prendersi casa o capannone senza passare da un giudice. 

Viola di fatto il codice civile, in quanto aggira l’articolo 2744 che vieta il “patto commissorio”, che preveda il passaggio automatico di un bene al creditore in caso di mancato pagamento delle rate. Peraltro, la norma varrà anche per i contratti già in essere.

Dunque, dopo il decreto “Salva Banche”, ecco il secondo regalo di Matteo Renzi al sistema bancario italiano che, in questo modo, potrà prendersi le case di chi è in ritardo col mutuo senza troppe complicazioni, e cioè senza passare dal giudice.

Incredibile?

No, incredibile è che nonostante l’ennesimo schiaffo a coloro che la crisi non l’hanno provocata, ma che ne pagano il conto, nessun sentimento d’indignazione prevale nel Paese.

In modo del tutto vergognoso è stato abolito de facto l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, a tutto vantaggio della confindustria, e nessuna protesta s’è levata né da parte dei lavoratori né da parte dei cittadini. È stato innalzato il tetto del contante, incentivando così l’evasione, e gli italiani dormono o stanno programmando o prenotando le prossime vacanze.

Le proiezioni sui bilanci INPS non sono rassicuranti: 12,8 miliardi di esercizio negativo nel 2014, 6,8 miliardi il deficit complessivo del 2015. Quindi secondo le previsioni, l’INPS passerà da un attivo di 18,5 miliardi del 2014 a un rosso intenso per 56,6 miliardi nel 2023. E tutto questo grazie alla ricongiunzione dei contributi previdenziali da INPDAP (ente previdenziale dei dipendenti della pubblica amministrazione) a INPS. Il buco delle gestioni pensionistiche del settore privato dell’INPS non c’era, ma da quando l’onere della spesa pensionistica previdenziale degli ex INPDAP è stata scaricata sull’INPS, il finanziamento del disavanzo di questa componente di spesa pubblica, di fatto, avviene attraverso i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti e autonomi privati. Ma gli italiani restano fiduciosi che continueranno a riscuotere le loro pensioni, malgrado i conti in rosso.

In una notte sono stati polverizzati i risparmi di una vita di sacrificio, ma per gli italiani è ancora “cos ‘e niente”. Il padre della Boschi, vice presidente della Banca Etruria, sapeva del buco di 3 miliardi, sei volte il patrimonio netto della Banca, ma ha consentito che le obbligazioni subordinate venissero ancora sbolognate agli ignari e incolpevoli risparmiatori, che il governo Renzi ha fatto passare per “speculatori”. Ma il ministro Boschi ha detto alle due Camere del Parlamento che suo padre è una persona perbene e che Banca Etruria non ha ricevuto favoritismi dal suo governo. Ora, poiché il padre del ministro Boschi è stato indagato o coindagato per turbativa d'asta, estorsione, dichiarazione infedele, omesso versamento dei contributi, mi domando se questa è una persona “perbene”, chi sono i mascalzoni?

Mentre i figli di milioni di italiani sono ormai già costretti ad emigrare se vogliono trovare un lavoro, parimenti la rassegnazione e l’indifferenza di altrettanti italiani incoraggiano una classe politica inetta e corrotta a perseverare.

A Taranto i livelli di diossina, potente cancerogeno, sono 40 volte superiore ai limiti; il governo sapeva, ma il ministero dell’Ambiente ha taciuto!

Da fuori, l’Italia è vista come un paese in decadenza e declino. Ma solo noi italiani non ce ne accorgiamo. Aspettiamo fiduciosi la luce in fondo al tunnel, come estragone e vladimiro in "Aspettando Godot".

A conclusione, l’ossatura su cui si regge il potere in Italia è segnata, innanzitutto dal "servilismo", dalla "pochezza d’animo", dall’"ambiguità"  del suo popolo, e che sicuramente non si consoliderebbe se non ci fosse l’ossequio e la cieca riverenza alla cricca politica e al governo dei quaquaraquà. 

Ci lamentiamo ma poi ci adattiamo senza scarti alle norme.


Continuare a incolpare il potere, che ci lusinga per meglio opprimerci o che ci invoglia per meglio sfruttarci, è un alibi infantile. Nessun potere, almeno fino ad oggi, ci minaccia o ci ricatta con la violenza per giustificare tanta acquiescenza e indifferenza. Né peraltro possiamo continuare ad addossare la colpa di tanta apatica rassegnazione alla magia dei manipolatori occulti: la realtà, la verità è squadernata sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di guardare. 

lunedì 15 febbraio 2016

SULLE UNIONI CIVILI

L’acceso dibattito sul decreto Cirinnà che intende regolamentare le unioni civili, comprese quelle omosessuali è dominato da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Quando sembra che il nostro paese cerca una volta tanto concretamente di mettersi al passo con l'Europa e il resto dell'Occidente attraverso le Unioni Civili, ecco venir fuori, puntualmente, il rigurgito di un oscurantismo clericale, segno di arretratezza culturale e civile.

Se c’è una religiosità che è ricerca dell’essenza spirituale dell’uomo, che superando i confini del corpo tende a creare un punto di unione tra Dio e l’uomo, c’è anche una religiosità che crea e alimenta il pregiudizio. La prima si basa su una dimensione interiore e dice: «non giudicare, se non vuoi essere giudicato», «chi è senza colpa, scagli la prima pietra». Essa promuove i valori della tolleranza e dell’altruismo. La seconda alimenta invece divisioni, odio, intolleranze ed è legata soprattutto ad una dimensione esteriore e strumentale: la religione è un mezzo per raggiungere altri scopi. Questo orientamento costituisce il lato oscuro della religione, legato – come dicevo – a pregiudizi e intolleranza, in cui le verità dogmatiche sono accettate in modo acritico.

L'omofobia, ossia l'ostilità nei confronti delle persone omosessuali e il desiderio o di cancellarli dalla scena pubblica o di mantenerli in una posizione di inferiorità, è un esempio di “pregiudizio religioso” e non certo di “pensiero critico”, inteso come capacità di riflessione propria dell’uomo pensante che non scende a patti con il senso comune, ma si cala nel cuore delle cose e le osserva senza pregiudizio.

Di fronte a questioni ben più gravi che investono il mondo intero, alcuni saccenti professoroni, politici e uomini di governo non hanno di meglio da fare che pensare alle “unioni civili”. E questo loro atteggiamento mi ricorda tanto i teologi bizantini che mentre dibattevano tra di loro sul sesso degli angeli, i Turchi di Maometto II si apprestavano ad espugnare Costantinopoli per porre fine all'Impero romano d'Oriente.

Stendiamo pure un velo pietoso su quella gente – fondamentalmente ottusa, incolta, ignorante – facile preda di retori e demagoghi, usata spesso per altri fini dalla politica, che difende a spada tratta la famiglia tradizionale, contro il rischio di una degenerazione dei costumi. Scendono in piazza contro la corruzione dei costumi, dei matrimoni gay e tacciono bellamente sulla corruzione dei politici e delle personalità pubbliche, quasi che la prima sia più molesta della seconda. Ma come giudicare quegli accademici, quei politici, quegli uomini di governo che bocciano senza se e senza ma il Ddl firmato e sostenuto dalla senatrice Monica Cirinnà? O sono l’espressione dello scadimento culturale e politico che da vent’anni avvolge la vita pubblica del nostro Paese, o sono in perfetta malafede: tertium non datur!

Il fenomeno della convivenza “more uxorio” non solo è diffuso, ma in costante crescita. Il testo del Ddl per le unioni civili, il cosiddetto decreto Cirinnà, vuole semplicemente fornire un “cappello giuridico” alle unioni di fatto, entro il quale sia consentito formalizzare una relazione fra individui, legati da vincoli affettivi ed economici, non vincolati dal matrimonio o impossibilitati a contrarlo. È semplicemente un atto che comporta il riconoscimento da parte dell'ordinamento giuridico delle coppie di fatto, col fine di stabilirne i diritti e i doveri. Pertanto non è finalizzato solo ed esclusivamente alle coppie gay, potendo riguardare sia le coppie di sesso diverso (eterosessuali) sia le coppie dello stesso sesso (omosessuali).

Dunque a chi nuoce? Certamente non nuoce a chi vuole contrarre il tradizionale matrimonio. Consente a chi sceglie la convivenza, quale misura alternativa al matrimonio, di veder riconosciuti specifici diritti e doveri in parte analoghi a quelli del matrimonio. Il Ddl non è – ripeto – rivolto solo alle coppie dello stesso sesso, ma anche alle convivenze formate da uomo e donna.

L’estensione dei diritti è una questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e di civiltà, che non merita certamente un’alzata di scudi. Al contrario, è l’abolizione di un diritto che dovrebbe mobilitare tutti i cittadini ed opporvisi. Non mi pare di aver visto o sentito un’uguale mobilitazione contro l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori!

Il riferimento alla Oriana Fallaci, che inveì contro Zapatero, reo di aver esteso il matrimonio ai gay e alle lesbiche, per avvalorare una tesi è il più fragile degli argomenti: tradisce la debolezza e la confusione del ragionamento. Quando il principio di autorità della Chiesa si scontrava con i dati sperimentali di Galileo, esso si appellava alla superiore autorità di Aristotele per confutarne le argomentazioni.

Oriana Fallaci sosteneva che “un essere umano nasce da due individui di sesso diverso” e, “che ci piaccia o no”, “su questo pianeta la vita funziona così”. Questo è un fatto inopinabile. Ma trarre da questo fatto la conseguenza logica che l’adozione di un bambino da parte di una coppia gay è qualcosa di “mostruosamente sbagliato” è un ardito passaggio logico che non fa onore all'intelligenza della compianta defunta.

L’affermazione della Oriana Fallaci sulle adozioni gay è dunque un’opinione – semmai condivisibile da molti –, ma non contiene alcun elemento per stabilire che le cose stiano realmente così. Educarsi al pensiero critico significa innanzitutto distinguere un’opinione da un fatto.

Prendersi cura del bambino, sia in senso affettivo che normativo, non ha niente a che vedere con la funzione biologica della procreazione. La genitorialità è una funzione assai più complessa e non ha niente a che vedere con la fecondazione di un ovulo da parte di uno spermatozoo. L’essere genitori biologici non garantisce affatto della capacità poi di essere in grado di aiutare il figlio nel suo lungo percorso di crescita.

Nella specie umana genitori lo si diventa, con lo sforzo e la fatica quotidiana di capire i propri figli, imparando a dosare amore, buon senso e logica. È una complessità che non è possibile confinare solo nell’evento biologico della nascita.

Peraltro, dal punto di vista scientifico non vi sono prove che i figli di coppie dello stesso sesso presentino particolari svantaggi rispetto a quelli di coppie eterosessuali. Uno studio condotto da Jimi Adams, professore associato presso il Dipartimento di Salute e studi comportamentali al CU Denver College of Liberal Arts and Sciences, e Ryan Light, del Dipartimento di Sociologia dell'Università dell'Oregon,  pubblicato nella rivista Social Science Research ha  concluso che non sussistono differenze significative tra figli di genitori omosessuali e quelli di genitori eterosessuali. La comunità scientifica internazionale ha raggiunto l’unanimità sul principio che non esiste un effetto negativo delle famiglie omosessuali sui figli.

L’Associazione Americana di Pediatria e quella di Sociologia hanno affermato che «se un bambino viene cresciuto da genitori dello stesso sesso o di sesso opposto non ha nessun effetto sul benessere del bambino». E pertanto le decisioni dei giudici circa la competenza genitoriale dovrebbero essere prese «senza tener conto del sesso o dell’orientamento sessuale dei genitori».

Infine, sull’abusato concetto di “contro natura” occorre subito dire che si tratta di una contraddizione in termini, poiché ciò che esiste non può in alcun modo essere “contro natura”, altrimenti non esisterebbe affatto. Hegel, filosofo tedesco che tanta influenza ha avuto sul pensiero contemporaneo, diceva: «ciò che è ha il diritto di essere» e dunque l’uomo non può arrogarsi il diritto di stabilire cosa può esistere e cosa non può. La convinzione che esistano cose “contro natura” e cose “secondo natura” è un punto di vista molto parziale che serve ad avallare solo atteggiamenti pregiudiziali; il “contro natura” è solo una “credenza” che non trova nessuna applicabilità nel “sapere” vero.


A dire il vero, la storia della civiltà è contrassegnata dal superamento degli ostacoli posti dai seguaci del “contro natura”. Sin dagli albori della civiltà l’uomo ha trasformato e soggiogato la natura ai suoi fini. Questo è stato fatto “contro natura” o “secondo natura”?