lunedì 11 aprile 2016

QUALE ITALIA VUOLE IL ROTTAMATORE?

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito! Anziché riflettere sul fatto che l’inchiesta di Potenza fa emergere un rapporto incestuoso tra le lobby del petrolio e chi fa le leggi, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, pone l’accento sulla privacy: “pensate se registrassero le vostre telefonate”.

Certo, a nessuno farebbe piacere che le proprie conversazioni telefoniche fossero intercettate e pubblicate. Ma omette di dire che in Italia devono esservi gravi indizi di reato e l'assoluta indispensabilità dell'intercettazione per il proseguimento delle indagini perché possano essere autorizzate dal PM dopo l’autorizzazione del GIP. Questa grave omissione è in palese “malafede”, atteso che da un laureato in giurisprudenza non si dà che dimentichi l’abc del nostro ordinamento giuridico.

Renzi dunque inganna consapevolmente gli italiani volendo far loro credere che la loro privacy sia costantemente violata e sottoposta al controllo incessante della magistratura per scopi inconfessabili. Non siamo nella Berlino est di prima del crollo del Muro, quando la Stasi spiava le attività dei propri concittadini, al fine di impedire attività antigovernative.

In Italia le intercettazione telefoniche, a differenza di quello che avviene in molti altri paesi, godono di pochissimo potere discrezionale: non possono essere predisposte dalle forze dell'ordine (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia Postale, etc.), ma solo dal Magistrato Inquirente, sotto il controllo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), giudice terzo rispetto alle indagini. Quindi, una volta esaurite le indagini, il Magistrato Inquirente presenta le sue tesi al Giudice per l'Udienza Preliminare (GUP), che decide se rinviare l'imputato a giudizio o se archiviare il caso. E solo nel caso in cui la tesi del Procuratore sia considerata abbastanza solida, il caso approderà in tribunale.

In altri termini, in Italia non si possono fare intercettazioni “a caso”: queste possono essere predisposte solo quando esiste il fondato sospetto che una persona possa utilizzare il telefono, la posta elettronica o altri mezzi di comunicazione per portare a termine reati talmente gravi da giustificare un tale strumento probatorio. Tra questi rientrano, oltre ai delitti per i quali è prevista la pena dell'ergastolo, l’associazione a delinquere e quella di stampo mafioso.

Dunque, Renzi, quando grida al complotto, mente sapendo di mentire!

In un Paese che certo non brilla per senso di moralità e responsabilità che dovrebbe accompagnare chiunque ricopra cariche pubbliche, qualunque riforma della legge sulle intercettazioni tradisce il vero intento di non voler combattere nei fatti la corruzione e il malaffare. È scoraggiante constatare come puntualmente, quando le inchieste riguardano i “potenti”, il tema delle intercettazioni telefoniche ritorna al centro del dibattito pubblico.

Basti ricordare che le grandi inchieste giudiziarie degli ultimi tempi, da Mafia Capitale allo scandalo Mose, non sarebbero state possibili senza lo strumento insostituibile delle intercettazione. Con il bavaglio sulle intercettazioni, la vicenda emersa dall’inchiesta della Procura di Potenza sarebbe rimasta lettera morta. L’ex ministro Guido sarebbe rimasta al suo posto; il suo ex compagno Gemelli l’avrebbe fatta franca; Tempa Rossa libera di continuare ad inquinare.

È dunque questa l’Italia che vuole il rottamatore? Quella dei ladri di polli che vanno in galera, mentre imprenditori mazzettari, faccendieri e politici corrotti la fanno franca?

Per uno che voleva rottamare la vecchia politica, deciso a farne una volta per tutte tabula rasa, non c’è che dire: il rottamatore è stato rottamato!

Che fine ha fatto quel giovane di belle speranze che dalla sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica? Che fine ha fatto quel giovane che si diceva nauseato dagli scandali? Che fine ha fatto quel giovane che prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco politico?

Non diversamente da colui che l’ha preceduto, Renzi, anziché interrogarsi sul disastro etico che l’inchiesta sta mettendo in luce, si scaglia invece contro la Procura di Potenza, rea di aver fatto solo il proprio lavoro, che è quello appunto di controllare che la legge sia rispettata.

E poiché l’inchiesta della Procura di Potenza mette in imbarazzo il suo governo, mostrandolo come un coacervo di lobby fameliche, da abile imbroglione, sposta la questione sul tavolo del rispetto della privacy e invoca un “equilibrio migliore” sulle intercettazioni, facendo intendere che il problema non è che i magistrati abbiano evidenziato, per l’ennesima volta, il vero cancro di questo Paese: esecrabile è che si siano avvalsi delle intercettazioni per farlo emergere. Derivando questo ragionamento, dovremmo concludere che i medici che si avvalgano della Tac per rilevare il tumore sono spregevoli, in quanto violando la parte più intima e interna di un essere umano, ne oltraggiano la sacralità del corpo.

È proprio grazie al lavoro sapiente e “ingrato” di una parte della magistratura, se una nazione martoriata dalla corruzione può ancora dirsi fondata sul diritto. In un Paese in cui la corruzione è uno dei reati più diffusi, quei magistrati – ingiustamente accusati di intenti persecutori – se si mostrassero più docili al potere avrebbero senz’altro vita più facile e mille modi per far carriera e arricchirsi. Ma questi non si fanno intimidire, vanno avanti, e hanno pure la sfrontataggine di stuzzicare il “potere”!

Il buon senso dovrebbe indurci a riflettere che se lo fanno o sono degli idioti o sono animati dal senso del dovere che impone loro la legge. A costoro che, nel mare della putredine morale in cui è inabissato questo Paese, agiscono secondo un senso etico, dovrebbe essere innalzato un cippo monumentale a mostrarne il coraggio e la resistenza. Ma no! Il presidente del Consiglio si fa scherno del loro lavoro: “Ci sono indagini a Potenza con la cadenza delle Olimpiadi e non si è mai arrivati a sentenza. Un paese civile è un paese che va a sentenza”.

Trascura di dire – asino o furbacchione? – che se le indagini non vanno a sentenza non è affatto colpa dei Pm, che fanno le indagini, quanto dei tribunali e delle corti d’appello, che quando si tratta di celebrare i processi che coinvolgono gli eccellentissimi e i potenti ci vanno con i piedi di piombo, attenti a non pestare i piedi di questo o quello. È quanto accadde a Luigi De Magistris con l’inchiesta “Toghe lucane”.

Le indagini partirono dalle presunte “interferenze” che un gruppo di magistrati avrebbe esercitato su Henry John Woodcock, all’epoca Pm di Potenza, che indagava sugli intrecci tra politici e criminalità lucana, ma non giunsero mai a dibattimento, perché, ancora prima che iniziasse, fu cacciato da Catanzaro e trasferito a Napoli. La ragione? Gli indagati erano persone “eccellenti”: l’ex sottosegretario del governo Prodi, nonché ex governatore lucano, Filippo Bubbico (Pd); l’ex membro del Csm, nonché ex senatore di An, Nicola Buccico; l’ex procuratore generale di Potenza Vincenzo Tufano; l’ex procuratore aggiunto Gaetano Bonomi; l’ex Pm della DDA (direzione distrettuale antimafia) Felicia Genovese; l’ex presidente del tribunale di Matera Iside Granese; il procuratore capo di Matera Giuseppe Chieco. Secondo l’ipotesi accusatoria di De Magistris, tutti questi facevano parte di un “comitato d’affari” finalizzato alla tutela d’interessi personali e di gruppi, mediante corruzione in atti giudiziari e abuso d’ufficio.

Renzi, come già Berlusconi prima di lui, dice che ci sono intercettazioni “che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l’inchiesta”. Anche qui omette di aggiungere che le conversazioni tra l’ex ministro Guidi e il suo ex compagno non riguardavano questioni attinenti la loro vita privata, ma il ruolo della Guidi nello sblocco dei lavori di costruzione dell’impianto Tempa Rossa, gestito dalla società francese Total, al fine di favorire gli interessi commerciali di Gianluca Gemelli, l’ex compagno di Federica Guidi.

Tutti i contenuti di carattere privato che non hanno a che fare con l’inchiesta sono stati espunti, salvo quelli che è difficile separare dalle possibili notizie di reato.

Quella di Renzi è dunque una polemica esclusivamente strumentale: nessuna revisione della legge sulle intercettazioni cancella i fatti emersi dall’inchiesta di Potenza. 

Ma il presidente del Consiglio avrebbe preferito il silenzio, così nessuno avrebbe saputo delle laboriose attività della coppia Guidi-Gemelli; nessuno avrebbe disturbato la ministra Boschi e i suoi preziosi emendamenti; i petrolieri avrebbero continuato a fare tranquillamente i loro comodi. E, della crescita dei tumori in Lucania, per effetto anche dell’inquinamento prodotto dagli scarti delle perforazioni, nessuno avrebbe mai parlato.


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