Secondo il presidente del Consiglio quella della Guidi è stata solo una “telefonata inopportuna”, ma la norma è “sacrosanta”. Il ministro Maria Elena Boschi, responsabile dei rapporti col Parlamento, attaccata dalle opposizioni per il suo ruolo nella vicenda, si dice pronta a rifirmare quell’emendamento: Tampa Rossa è un progetto strategico per il Paese che prevede molti posti di lavoro nel Mezzogiorno.
A Matteo Renzi e al ministro Boschi va riconosciuto comunque un evidente talento naturale: quello di mutare, sia pure solo sul piano dell’immagine, una cocente sconfitta in vittoria! Non facciamola tanto puzzolente, in fondo cosa è accaduto? Il ministro Guidi è stata pizzicata a fare una “semplice” telefonata, nel corso della quale traspariva l’intento di favorire il fidanzato nei suoi affari. Eh, allora? Come direbbe Crozza: “Che Paese arido che siamo, una non può fare nemmeno un regalino al fidanzato, che si deve poi dimettere!”.
Insomma, per Matteo Renzi e la Boschi, colpevole è solo la telefonata, non l’emendamento inquinato dal conflitto di interessi. Poi Matteo Renzi ci rassicura: in Italia le cose son cambiate, perché in altre occasione altri personaggi (Cancellieri) hanno disinvoltamente evitato di rassegnare le dimissioni. E ancora, vogliamo dirla proprio tutta: il provvedimento è un provvedimento giusto, perché porta posti di lavoro. Una cosa sacrosanta!
Ecco alla prova dei fatti il Renzi svelto, furbo, agile, imbroglione, che altera il quadro della realtà, trasformando un fatto torbido in prova di trasparenza.
Il fatto torbido scaturisce dall’inchiesta della procura di Potenza che tocca, colpisce e travolge interessi economici e politici in tutta Italia. Due i filoni d'inchiesta al vaglio degli inquirenti: il primo sul Centro Olio in Val d'Agri a Viggiano dell'Eni, l'altro sull'impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa, nell'alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata.
Le conseguenze politiche, che hanno costretto il ministro alle dimissioni, vengono tutte dal filone Tempa Rossa, nel quale è indagato appunto il compagno del ministro Guidi e riguarda l'affidamento di appalti e lavori per l’infrastrutturazione del giacimento “Tempa Rossa” della Total.
Gemelli, infatti, interessato ai subappalti per le sue aziende, sfruttando la relazione di convivenza che aveva col ministro allo Sviluppo economico, ha ottenuto commesse dalla Total, in barba alla trasparenza. Insomma, il classico “do ut des”: da una parte Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total rilascia alle aziende di Gemelli le qualifiche necessarie per la progettazione e l’esecuzione dei lavori per l'impianto estrattivo di Tempa Rossa, dall’altra Gianluca Gemelli, forte del suo rapporto con il ministro Guidi, promette un emendamento a favore dell’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa.
Ecco perché a Gianluca Gemelli viene contestato il reato di “traffico di influenze illecite”. Tale reato punisce infatti chi “sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale come prezzo della propria mediazione illecita ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all'omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio”.
Ma cosa stabilisce l’emendamento e perché sarebbe stato di estremo interesse per la Total proprio in relazione al progetto Tempa Rossa?
Il giacimento petrolifero di Tempa Rossa – la cui concessione è appannaggio di Total (al 50%), Shell e Mitsui – ha una capacità produttiva giornaliera di circa 50.000 barili di petrolio, ma per lo stoccaggio e la raffinazione è necessario trasportarlo a Taranto. Ed è qui che cominciano i problemi!
Gli ambientalisti temono un aumento dell’inquinamento, il potenziamento degli impianti di raffineria comporta un aumento delle emissioni diffuse pari al 12%; gli esponenti politici locali di Sel premono sul governatore Nichi Vendola perché riveda la posizione della Regione Puglia favorevole al progetto; c’è il Comune di Taranto che, dopo un primo parere positivo, cambia idea e vieta il potenziamento della raffineria Eni, terminale di esportazione del giacimento petrolifero di Tempa Rossa; c’è infine la cittadinanza, stanca di pagare per un modello di sviluppo economico un tributo troppo alto in termini di salute e di ambiente.
E arriviamo al gioco delle tre carte. Di fronte a tali e tanti ostacoli l’emendamento marchetta uscito dalla porta dello Sblocca Italia, rientra dalla finestra della Legge di Stabilità, con lo strumento della mozione di fiducia. E cosa prevede l’emendamento?
L’emendamento prevede che “l’autorizzazione unica per le opere strategiche” valga anche “per le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi in raffineria, alle opere accessorie, ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali” anche lontano dal giacimento. E nel caso in cui gli enti locali si oppongano, vale quanto previsto dallo Sblocca Italia sulle opere strategiche: su queste alla fine decide il governo, il quale in deroga alle procedure di valutazione ambientale e alle ineludibili intese con le Regioni, stabilite dal Titolo V della Costituzione, procede alla realizzazione delle medesime. Così il 19 dicembre 2015 giunge il via libera definitivo ai lavori a Taranto.
Matteo Renzi e Maria Elena Boschi difendono ora a spada tratta il progetto Tempa Rossa, a loro dire un “progetto strategico per il Paese”. Mostrano il dito e nascondono la luna: sminuiscono agli occhi degli italiani la vera ragione dell’inchiesta: quella di disastro ambientale.
Gli inquirenti della procura di Potenza, infatti, hanno portato alla luce un sistema illecito di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle attività estrattive in Val d'Agri, i cui rivoli lambiscono come sempre anche esponenti della politica e delle istituzioni, in un intreccio perverso di affari e di favori reciproci.
Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, illustrando infatti i particolari dell'inchiesta, ha mostrato come per risparmiare denaro il “club dei furbetti” ha avvelenato un territorio con meccanismi truffaldini. Secondo l'accusa, «rifiuti speciali pericolosi» sarebbero stati qualificati dal management Eni «in maniera del tutto arbitraria e illecita», con un codice che li indicava come non pericolosi. E poi inviati con autobotti agli impianti di smaltimento con «un trattamento non adeguato e notevolmente più economico». Gli inquirenti ipotizzano peraltro «manomissioni» delle comunicazioni agli enti di controllo sui superamenti dei limiti di legge, al fine di «non allarmarli».
Maria Elena Boschi si dice dunque pronta a “rifirmare” l’emendamento incriminato domani stesso. Sarebbe interessante sapere se lei, il ministro Guidi, il premier Matteo Renzi si mostrerebbero parimenti disposti ad andare ad abitare al quartiere Tamburi a Taranto o in Basilicata, dove, sebbene il lavoro manchi come prima, l’incidenza delle malattie legate all’attività estrattiva è aumentata esponenzialmente.
Se questo è il nuovo ceto politico che ci guida verso la Terza Repubblica, ridateci allora quelli della Prima o della Seconda Repubblica che almeno rispetto a questi non si sentivano dei dell’Olimpo intoccabili e cui ogni capriccio è consentito.
Nessun commento:
Posta un commento