sabato 9 gennaio 2016

BAAL HA DUNQUE VINTO?

Possiamo veramente affermare che nel XXI° secolo la democrazia sia stata o sia in procinto d’essere realizzata nei Paesi emancipati?

La socializzazione della politica e la diffusione della partecipazione popolare come prassi per la trasformazione del mondo imperniato sul concetto di uguaglianza (assenza di discriminazioni economiche, etiche, legali, politiche, sessuali, sociali) e di equità (giusta distribuzione delle risorse e delle responsabilità) si sta rivelando deludente e incapace. Alla luce dei fatti, ancora una volta la posizione dominante della classe capitalista è riuscita non solo ad inglobare partiti – notoriamente di sinistra – e sindacati, ma è riuscita anche a neutralizzare l’azione innovatrice delle masse, che fino alla caduta del muro di Berlino chiedevano di cambiare a vantaggio dei molti gli equilibri economici e politici degli Stati occidentali per dare concretezza alla democrazia.

I partiti comunisti ed operai non esistono più e la sinistra postcomunista ha perso del tutto il suo impeto trasformatore, il suo carattere di anticipazione e di progetto, privando, coloro che sognavano una società in cui ciascuno fosse considerato degno di rispetto e in cui ciascuno fosse posto nella condizione di vivere in modo realmente umano, di un orizzonte, una meta cui tendere.

La realtà cui siamo giunti è ben diversa da quella che ci si sarebbe atteso dopo anni di partecipazione politica e permanente dal basso. Anche nella più equa delle società contemporanee, la realtà è ben diversa: bambini, anziani, persone non autosufficienti, disabili, lavoratori rischiano, in un futuro ormai alle porte, di non poter esercitare diritti fondamentali di cui pure sono nominalmente titolari.

L’Unione Europea, nelle attese di molti, avrebbe dovuto essere l’eldorado dei diritti umani e della democrazia. Ma il quadro complessivo che ne esce ha seppellito questa illusione, a lungo coltivata, di una Unione europea portatrice di un modello sociale avanzato. I dati più recenti mostrano un quadro europeo inquietante: secondo Eurostat, l’agenzia statistica dell’Ue, un cittadino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. Questo significa che gli europei con un tenore di vita molto inferiore a quello medio sono 122 milioni, 6 milioni in più rispetto al 2008. E nonostante ciò, l’architrave comune della politica economica è sempre più convergente a “socializzare le perdite” subite dai gruppi dominanti e dal capitale finanziario, in conseguenza della crisi, piuttosto che a rilanciare lo Stato sociale e politiche del lavoro finalizzate a contenere la crescente disoccupazione.

Le politiche poi adottate per contrastare il declino occupazionale si stanno rivelando scellerate: la riduzione della disoccupazione, grazie alla flessibilità del mercato del lavoro e tanto declamata in Italia dal presidente Renzi in forza del suo Jobs act, non contribuisce affatto alla riduzione del fenomeno della povertà; assistiamo piuttosto alla nascita di un nuovo fenomeno sociale di classe, quello dei cosiddetti working poor: soggetti che pur lavorando percepiscono un reddito inferiore alla soglia di povertà.

Pur ammettendo che il “capitalismo” ha una sorprendente capacità di generare crescita economica, occorre riflettere se l’attuale modello di sviluppo economico e sociale valga il prezzo della miseria umana che questo produce non solo negli operai, ma in tutti coloro che sono coinvolti nel sistema produttivo ad esso congeniale: consumismo compulsivo e trasformazione del lavoro dell’uomo in merce. 

L’essenza stessa del capitalismo sta nello sfruttamento dell’uomo per generare profitto; non accadrà pertanto mai – stante l’attuale sistema economico e sociale – che le retribuzioni dei lavoratori siano adeguatamente retribuite in prospettiva del diritto a una vita dignitosa. L’uomo, deprivato di una vita dignitosa e dell’opportunità di sviluppare il proprio talento, abbassandosi al rango di “servo”, realizza la massima aspirazione della società capitalistica, nella quale la ricchezza creata non sarà mai suddivisa equamente tra lavoratore e datore di lavoro, ma concentrata nelle mani di pochi, accrescendo il divario già intollerabile tra ricchi e poveri.

L’esperienza storica a nostra disposizione registra come questo sia avvenuto e stia continuando: la ragione collettiva di una moltitudine omologata e atomizzata si è piegata ormai al meccanismo perverso di un capitalismo rapace, incapace di scorgere alternative. 

La rapacità e l'avidità dei grandi manager del nostro tempo rendono inadeguate le più spietate descrizioni che Karl Marx faceva dei capitalisti del suo tempo e tuttavia la moltitudine di sfruttati e mal pagati non si ribella. Segno che non solo la vita economica, ma l'intera vita sociale è ormai inquinata, incapace di sviluppare gli anticorpi contro la conservazione insita nelle istituzioni, nello stato e nei partiti posti al solo servizio di una nuova religione monoteista che glorifica il mercato quale unico idolo.


sabato 26 dicembre 2015

LA SPIRALE PERVERSA

Come i due conflitti mondiali del secolo scorso spezzarono l’evoluzione armonica in senso democratico verso cui si credeva fosse indirizzata l’Europa, così oggi le politiche “anti-crisi” adottate dall'Unione Europea ci stanno portando al disastro.

Se si esaminano i dati senza pregiudizi occorre ammettere che proprio la politica del rigore sin qui adottata, contro le attese, sta facendo esplodere il debito pubblico delle singole nazioni, perché di fatto blocca gli investimenti pubblici, gli unici in grado di avviare la ripresa economica. Quello che sorprende è l’ostinazione a proseguire queste politiche di rigore nonostante il permanere della recessione e della stagnazione, determinate fondamentalmente dal crollo della domanda interna.

L’aumento del debito pubblico è la conseguenza delle politiche di rigore; solo se si capisce questo si può sperare che vengano ridisegnate politiche di intervento affatto diverse per rilanciare l’economia dei paesi europei. 

Nei dieci anni precedenti la crisi del 2007, tutti i Paesi europei, ad eccezione della Grecia, avevano già adottato politiche di bilancio attente a contenere il deficit pubblico entro il parametro del 3% previsto dal Trattato di Maastricht. La crisi del 2007, iniziata negli Stati Uniti, ha messo in evidenza quanto il modello di crescita fosse drogata dalla finanza e dal credito. 

Quando lo tsunami finanziario è giunto in Europa si è scoperto che anche qui, come negli Stati Uniti, l’eccesso di capacità produttiva era sostenuto prevalentemente dal ricorso all'indebitamento, soprattutto privato. Quindi per evitare il collasso del sistema bancario, gli Stati europei si sono svenati per soccorrere le imprese private (finanziarie e non) in difficoltà, ponendo per questa via le premesse per l’attuale crisi del debito sovrano. 

L’entità del debito ereditato da quello privato ha imposto quindi politiche di risanamento dei conti pubblici che hanno depresso la domanda interna con la conseguenza che, diminuendo il prodotto interno lordo, è aumentato il rapporto debito/pil. Quindi le basse entrate fiscali dello Stato hanno peggiorato anche il rapporto tra deficit annuo e pil e quello tra debito complessivo e pil, innescando una «spirale perversa» che ha rafforzato l’effetto negativo determinato dai bassi tassi di inflazione che, oltre a rendere arduo l’abbassamento del rapporto debito/Pil, ha disincentivato gli investimenti privati. I quali dinanzi all'aspettativa di una sostanziale stagnazione della domanda e della produzione nei prossimi anni, hanno dirottato i flussi di capitali altrove. Questo ha peggiorato il deficit della bilancia commerciale di Paesi come l’Italia, la Francia, la Grecia, il Portogallo e la Spagna, rendendo insostenibile il loro debito complessivo (privato e pubblico) verso l’estero.

In questa situazione di sostanziale “trappola della liquidità”, le politiche di rigore sin qui adottate non solo non hanno sortito effetto alcuno al risanamento e al rilancio dell’economia, ma hanno altresì aggravato il quadro. E se questo è vero, c’è una conclusione obbligata da trarre: il debito pubblico non è la causa della crisi, ma deriva da qualcos'altro. Esso deriva soprattutto dagli squilibri di fondo tra i Paesi europei. Squilibri che l’euro non soltanto non ha sanato, ma ha addirittura accentuato.

Il paradosso dell’euro è che proprio il suo grande successo sta all’origine di buona parte dei problemi che oggi affliggono l’Europa. Il primo grande successo dell’euro è quello di aver scongiurato i rischi legati al tasso di cambio all’interno dell’area valutaria; il secondo grande successo è quello di aver reso bassi e omogenei tra loro i tassi d’interesse in tutta l’eurozona.

Il primo grande successo – eliminare i rischi di cambio all’interno dell’area valutaria – non consentendo più il ricorso a svalutazioni competitive ha spinto i diversi Paesi dell’eurozona a rafforzare la rispettiva specializzazione produttiva. 

La Germania ha rafforzato sempre più la propria vocazione di industria manifatturiera, mentre altri Paesi, focalizzandosi maggiormente sul settore dei servizi (ad esempio edilizia, commercio al dettaglio, trasporti, lusso, servizi finanziari), si sono progressivamente deindustrializzati con la conseguenza di maturare deficit sempre più cronici nei confronti dell’estero, in quanto il settore dei servizi non è rivolto all’esportazione. 

La bilancia commerciale di uno Stato registra l'ammontare delle importazioni e delle esportazioni di merci di un paese. Il saldo della bilancia commerciale corrisponde alla differenza tra il valore delle esportazioni e quello delle importazioni di merci. Quando il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni, si avrà un ingresso netto di capitale monetario nello stato; quando invece il valore delle importazioni supera il valore delle esportazioni, si avrà un’uscita netta di capitale monetario dalla nazione e dunque un indebitamento.

La polarizzazione tra Paesi a crescita basata sulle esportazioni – Germania – e quelli a maggior vocazione nel terziario ha accentuato l’indebitamento dei secondi a beneficio dei primi. Insomma, la crescita dei Paesi oggi in maggiore difficoltà è avvenuta soprattutto attraverso il debito, che ha consentito peraltro ai primi di smerciare i propri prodotti nella zona euro.

Quando la crisi del 2007 ha messo in evidenza che la convergenza tra le economie dell’eurozona era solo apparente il meccanismo si è rotto. Apparve evidente che alcuni Paesi consumavano più di quanto producevano, mentre altri accrescevano la loro creditoria nei confronti dei primi. Questo accumulo di debito da parte di determinati Paesi nei riguardi di altri ha girato il testimone del debito dal settore privato a quello pubblico, determinando così l’esplosione del problema dei debiti sovrani in Europa.

Il secondo grande successo – bassi tassi d’interessi – ha dato luogo a un rapidissimo aumento dell’indebitamento privato e alla formazione di vere e proprie bolle immobiliari.


Attribuire però alla moneta unica la causa dei mali che oggi affliggono l’Europa equivale a confondere la causa con l’effetto. Questo processo inevitabile si è verificato perché sono mancate politiche integrate a livello europeo tali da colmare gli squilibri o almeno da evitare che essi si approfondissero. Il problema è che l’aver basato l’Unione europea sulla sola moneta unica rende impossibile superare la crisi in assenza di una politica economica e fiscale unica.

giovedì 24 dicembre 2015

LA STANGATA

Nel 1973 nelle sale cinematografiche venne proiettato un magistrale film: “La stangata”. Negli anni ’30 due abili imbroglioni (Paul Newman e Robert Redford) riescono a mettere in piedi una truffa colossale a danno di un gangster di Chicago. Nel 2015 grazie alla complicità di Bankitalia, Consob e governo Renzi è stata messa a punto un’altra colossale truffa, ma questa volta a danno di onesti cittadini, che hanno visto vaporizzarsi nel corso di una notte i risparmi di una vita.

La vicenda è quella nota di un decreto emanato dal governo Renzi lo scorso 22 novembre che ha diviso quattro istituti di credito, Banca Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti, in due parti: una «good bank», cui sono stati conferiti gli attivi, e una «bad bank», divenuta il contenitore dei crediti in sofferenza.

Bisogna sapere che i suddetti quattro istituti di credito regionali erano da tempo sull'orlo della bancarotta, con i bilanci pieni di sofferenze. L’elemento che fa da denominatore comune alla crisi bancaria dei quattro istituti è l’erogazione di prestiti facili concessi agli amici e agli amici degli amici.
 
Banca Delle Marche, uno dei più importanti istituti del Centro Italia, viene commissariata nel 2011 da Bankitalia: nei bilanci c'è una montagna di crediti incagliati, superano ampiamente i 3 miliardi di euro, frutto di una gestione allegra nella concessione di prestiti, da parte del consiglio di amministrazione e dell'ex-direttore generale, Massimo Bianconi.

Le prime difficoltà della Banca Etruria iniziano nel 2011. Tra il 2011 e il 2013, i crediti deteriorati o a rischio si ingigantiscono come un fiume in piena e arrivano a pesare per quasi un terzo del totale degli impieghi dell'istituto. Come per la Banca delle Marche, la causa sta nella concessione di prestiti facili. Dopo che nei primi tre trimestri del 2014, si segnalano perdite per più di 120 milioni di euro, Bankitalia nel 2015 ne decide il commissariamento.

Nell'autunno del 2014 è la volta della Cassa di Risparmio di Chieti (Carichieti), quando l'authority di vigilanza di Bankitalia accerta la presenza di sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro e perdite di bilancio per oltre di 300 milioni di euro. La causa è la medesima: una gestione dei prestiti e degli affidamenti troppo disinvolta.

Dal maggio 2013, la Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife), dopo anni di mala gestione, che hanno prodotto perdite per più di 376 milioni di euro, viene messa sotto il torchio dei commissari di Bankitalia.

Dunque operazioni discutibili e crediti in forte sofferenza sono le cause del collasso bancario dei quattro istituti di credito, che ha trascinato centinaia di migliaia di risparmiatori, che hanno visto svanire in un attimo i loro patrimoni, per alcuni frutto di una vita di sacrifici e rinunce.

La domanda che sorge spontanea è perché la Banca d’Italia e la Consob hanno consentito alle quattro banche (che sapevano essere gravemente malate) di vendere ai propri clienti azioni e obbligazioni subordinate senza informarli adeguatamente del rischio altissimo di quell'investimento?


Quando le quattro banche sono state commissariate, hanno continuato a vendere obbligazioni subordinate di nuova emissione per 788 milioni di euro, senza peraltro informare i risparmiatori sullo stato di decozione delle banche. Al contrario, venivano tranquillizzati sulla solvibilità del sistema bancario. 

Un disastro da 2 miliardi a danno di risparmiatori ingannati che ha replicato il copione di una decina d’anni fa, con i crac di Parmalat (14 miliardi) e Cirio (2,2 miliardi). Con la differenza, non da poco, che allora si trattò di due imprese industriali che, piazzando le loro obbligazioni ad alto rischio attraverso il circuito bancario, ha consentito almeno ai risparmiatori di far causa ai loro istituti di riferimento, accusandoli di aver venduto titoli spazzatura senza informarli adeguatamente. Questa volta invece non ci sono intermediari da incolpare: chi ha piazzato i titoli marci sono le stesse banche, che però sono fallite. 

Parlare pertanto di decreto “salvabanche” è un eufemismo: il salvataggio è solo apparente. È piuttosto la presa d’atto della rapina avvenuta negli anni passati: scurdammoce 'o passato. Sono state create quattro nuove banche, le buone, e le vecchie, quelle cattive, che dovrebbero rispondere ai risparmiatori ingannati, sono scatole vuote, in liquidazione, senza un euro in cassa. 

Ora, pur volendo adire le vie legali, coi tempi della nostra giustizia, se non sarà tutto prescritto, sicuramente chi ha truffato non risarcirà.

giovedì 19 novembre 2015

A CHI VERAMENTE CONVIENE L’ISIS

Il governo italiano ha raggiunto un accordo con il governo del Kuwait per la fornitura di 28 Eurofighter, caccia da difesa nato dalla collaborazione tra l’Italia (Finmeccanica partecipa quasi al 50%), Regno Unito, Germania e Spagna. L'ammontare del contratto si aggira intorno agli 8 miliardi.

Il Kuwait è un emirato sovrano. Confina con l'Arabia Saudita a sud, con l'Iraq a nord e si affaccia sul golfo Persico. Lo Stato del Kuwait fu il detonatore della prima guerra del Golfo (2 agosto 1990), quando l'Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait. La monarchia fu deposta e al suo posto fu insediato un governatore iracheno (Ali Hassan al-Majid). Saddam Hussein era convinto che l’America non sarebbe mai intervenuta a favore del Kuwait proprio in considerazione della sua funzione antiraniana; gli USA hanno sempre visto  nel regime teocratico iraniano un pericolo per i propri interessi nell'area. Trascurava però un particolare non di poco conto: gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei più importanti acquirenti al mondo di armi statunitensi. Perciò, come sovente accade, ubi maior minor cessat, gli americani, dovendo scegliere tra l’amico iracheno e i più importanti soci in affari Emirati Arabi, scelsero questi ultimi. Così come nella favola di Fedro del lupo e dell’agnello, dove il lupo cerca un pretesto qualsiasi per divorare l’agnello, gli Stati Uniti, sotto l'egida dell'ONU, misero su una coalizione composta da 35 stati e penetrarono in Iraq col fine di restaurare la sovranità del piccolo emirato del Kuwait. L’operazione fu presentata al mondo occidentale – che ipocritamente aborre la parola “guerra” – come una “operazione di polizia internazionale”, diretta ad imporre all'Iraq il rispetto del diritto internazionale violato ed il ripristino della sovranità dello Stato del Kuwait. Appare più verosimile ritenere che l'intervento della coalizione anti-irachena, ancorché teso a ripristinare la sovranità violata, trovasse la sua motivazione più concreta nelle risorse di petrolio e nel blocco dei capitali kuwaitiani sulle piazze finanziarie americane, asiatiche ed europee, causato dall'invasione irachena.

Il Qatar è situato nella penisola Arabica. Si affaccia sul golfo Persico e confina a sud sud-ovest con l'Arabia Saudita. Benché sia un paese eminentemente desertico è, insieme al Kuwait, uno dei posti più ricchi del pianeta grazie al petrolio, che contribuisce per l’85% dei suoi proventi da esportazione; gli altri settori che generano reddito per il paese sono il turismo e il settore bancario. È talmente ricco che tutti i suoi cittadini, per il solo fatto di esistere, posseggono una casa donata dall’emirato e ricevono uno stipendio, nonché un pacchetto azionario, senza svolgere alcuna attività.

Il Kuwait e il Qatar sono noti non soltanto per l’enorme ricchezza derivante dal petrolio, lo sono anche perché rappresentano l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi del Califfato – alias Isis o Is – di al-Baghdādī. Sì, proprio quelli  che hanno seminato il terrore a Parigi lo scorso venerdì. A sostenerlo è David Cohen, sottosegretario americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria. David Cohen ha infatti dichiarato che «Isis ha accumulato un patrimonio senza precedenti (…) ed è l’organizzazione terroristica meglio finanziata di sempre». Secondo il Washington Institute for Near Policy, dal Kuwait e dal Qatar, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni.

Nel corso della puntata di Report di domenica scorsa è stato intervistato un certo George Smiley, nome di copertura di un trafficante d’armi italiano, che ha indicato proprio il Qatar come il principale fornitore di armi destinate all’Isis. Dall’intervista emerge come l’Isis sia stato armato dagli occidentali in funzione anti-iraniana, ma poi sia “scappato di mano”, e come anche l’Italia – a sua insaputa – abbia contribuito ad armare l’Isis, armando la Siria di Assad e addestrando le sue milizie che poi sono passate all’Isis.

Partendo dal fatto che i terroristi dell’Isis utilizzano armi e munizioni fabbricati in Usa, Russia e Cina – ben oltre l’80% delle circa 2000 cartucce raccolte sui teatri di guerra portano il marchio Cina, Russia, Serbia e Stati Uniti –, è difficile credere alla seria e ferma volontà dei paesi occidentali di annientare il terrorismo. Pur ammettendo che la Russia, la Cina, la Serbia e gli Usa siano coinvolti indirettamente nella fornitura di armi – Giorgio Beretta dell’Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere) stima che il 90% dei traffici illegali di armi proviene proprio dal commercio legale –, risulta incomprensibile come in seguito all'attacco alle Torri Gemelle non sia stato intensificato il ruolo dell'intelligence nel controllo della filiera nel traffico delle armi. Dobbiamo forse concludere che la sicurezza delle Nazioni occidentali è in subordine rispetto agli interessi, davvero enormi, derivanti dal traffico delle armi?

Il 10 giugno 2009, quando Gheddafi giunse a Roma con la sua grande tenda beduina e lo stuolo di amazzoni reclutate come comitato di benvenuto, 11mila pistole e fucili del gruppo Beretta iniziarono il lungo viaggio dall’Italia verso il paese nord-africano. Non deve essere difficile immaginare in quali mani ora si trovino quelle pistole e quei fucili.

Se in nome degli interessi dei pochi fabbricanti d’armi si deve mettere a rischio la sicurezza di molti, non sorprendiamoci poi se quelle stesse armi vengono rivolte contro di noi. Il business delle armi, con un fatturato mondiale annuo di 1700miliardi, non conosce crisi. Mentre si taglia Stato sociale (sanità, scuola, assistenza, pensioni, ecc.), le risorse per il comparto militare continuano a crescere ovunque. La quantità di soldi dei contribuenti che sono finiti nelle spese militari è aumentata complessivamente di oltre il 50% nel decennio dal 2001 al 2011, ovvero dopo l’attacco alle Torri gemelle, senza però che questo enorme investimento abbia prodotto risultati apprezzabili nel contenimento degli attacchi terroristici e dei conflitti internazionali. Al contrario, gli episodi bellicosi e terroristici in ogni parte del mondo sono aumentati e nessun governo, né di destra né  di sinistra, riesce a darci una spiegazione convincente del perché per costruire la pace, bisogna creare la guerra.

L’argomento scottante, se non controverso, è perché le spese militari non sono un costo per i contribuenti, ma lo sono le spese per la sanità, l’istruzione, la ricerca, la previdenza, l’assistenza ai meno abbienti, ecc. ecc.? Noi italiani non possiamo più permetterci di ignorare ancora il problema, specie quando le risorse sono scarse e quelle poche, anziché andare al risanamento delle casse dello Stato, vengono convogliate in costosissime macchine da guerra e nel mantenere in vita un mastodontico esercito di 180.000 uomini. Forse, smettere di fare la guerra ci aiuterà a risanare il debito pubblico meglio di qualunque altro taglio alla sanità, alla scuola, agli enti locali o alle pensioni. Il pesante fardello economico imposto ai cittadini italiani per l’acquisto degli ormai famosi F35 caccia da combattimento, la cui inefficacia pur essendo stata più volte comprovata, non ha impedito al Ministero della Difesa italiano di acquistarli, per un budget complessivo di circa 13 miliardi di euro, non trova giustificazione alcuna. Quale buon padre di famiglia taglierebbe il budget di spesa destinato alla salute e all’istruzione dei propri figli per acquistare una Mercedes classe S?

Né l’uso delle spese militari per rilanciare la produzione e l'occupazione, a detrimento delle altre forme di investimento, trova seguaci tra i maggiori economisti mondiali: Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, ha stigmatizzato tale scelta per affrontare la crisi, destinata a favorire solo l’interesse di ristretti gruppi economici che, strumentalizzando valori patriottici e la difesa dei nostri valori, quali libertà e democrazia, puntano in realtà a divenire sempre più ricchi e potenti.

Il vizio antico e raffinato delle moderne democrazie, nell’era della comunicazione di massa e istantanea, è quello di riuscire a far credere a una massa di incolti opportunamente allevati che “un elefante può stare tranquillamente sospeso su uno strapiombo attaccandosi con la coda ad una margheritina”. Come giustificare altrimenti le decisioni imposte a milioni di individui in campo politico ed economico?

Come favorire le lobby delle armi? Semplice, inventarsi un nemico, una bella guerra e il gioco è fatto. Spero che qualche lettore abbia visto il magistrale film “Sesso & potere”, in cui, per nascondere all’opinione pubblica una scappatella sessuale del presidente in carica, si crea un finto attacco degli Stati Uniti all’Albania, accusata di dare ospitalità ad alcune cellule terroristiche che minacciano la sicurezza americana. Così, in nome della sicurezza, la classe politica può far facilmente digerire all’opinione pubblica, che non si accorge del raggiro, le spese militari.

Come favorire le lobby finanziarie? Semplice, scaricando l’enorme debito dalle banche agli Stati, (s)vendendo poi ai privati beni pubblici e attuando una politica del rigore economico.

Come favorire le lobby del petrolio? Semplice, alimentare il terrorismo e i conflitti nelle zone ricche di petrolio. Questo giustificherà l’intervento armato nelle zone interessate, finalizzato a presidiare i pozzi petroliferi dei magnati del petrolio: profitti privati, ma costi collettivi.

Come favorire le lobby industriali? Semplice, mettendo in moto esodi di massa, spinti dalla fame o dalla paura, e creando così un esercito industriale di riserva. Quindi stimolare l’ennesima guerra tra poveri (se non c’è lavoro è perché gli immigrati lo portano via …), quindi usare i più poveri per abbassare al loro livello i meno poveri.

Io credo che se noi popolo non ci facciamo un po’ più furbi e colti, corriamo il rischio di trovarcelo davvero sfondato il c..o.

lunedì 16 novembre 2015

TERRORE A PARIGI

Il terrorismo jihadista ha colpito, per la seconda volta in un anno, il cuore di Parigi; 129 le persone rimaste vittime e 352 i feriti, 80 dei quali gravi. L'Isis rivendica la strage. Non c’è giustificazione alcuna per il sangue civile versato a Parigi e non c’è giustificazione alcuna per le migliaia di vittime civili in Afganistan, Iraq, Libia, Siria, Palestina, salvo avere la pretesa di affermare che i nostri morti valgono di più.  I morti non hanno colore, non hanno bandiere. Una bellissima poesia indiana recita che “le farfalle si posano indifferentemente sul volto dei vincitori addormentati e su quello dei vinti uccisi”.

Le foto raccapriccianti di prigionieri torturati fisicamente e psicologicamente ad Abu Ghraib, i droni americani che bombardano civili impegnati in operazioni di soccorso e funerali pubblici, le bombe degli aerei israeliani che, nell’estate del 2014, hanno causato l’uccisione di almeno 500 bambini di Gaza, ferendone altri 3000, fanno forse meno orrore delle vittime di Parigi? Per la spietatezza e il cinismo con cui vengono messe in atto tali atti, da Società che si vantano di coltivare i valori della democrazia e della civiltà, mi sento di dire che non sono meno barbariche delle azioni compiute dai terroristi dell’Isis. Gli uni e gli altri sul piano della barbarie sono equivalenti. Ma con una differenza. Quella dell’Isis è una violenza raccapricciante nella sua ferocia perché primitiva, basti pensare alle esecuzioni di massa, decapitazioni e ostaggi bruciati vivi; quella dei nostri governi occidentali è tecnologicamente avanzata, da guerre stellari: armi laser, pallottole all’uranio impoverito, elicotteri, caccia bombardieri e droni senza pilota che seminano la morte dall’alto, armi chimiche.

La contrapposizione buoni da una parte e cattivi dall’altra, il binomio barbarie e civiltà sono solo retorica da quattro soldi finalizzata a nascondere ai meno colti le responsabilità dei nostri governi occidentali nell’aver fomentato quell’odio che ci sta investendo.  Basta porsi una semplice domanda: può un essere umano uccidere e farsi uccidere senza una ragione che inneschi il suo sentimento di vendetta? Neppure quelli che agiscono in nome di un’ideologia folle sono disposti a tanto.

Vogliamo reagire, armarci e dichiarare guerra all’Isis: Ok! Vogliamo sterminarli tutti: ci sto. Allora non mandiamo soltanto i nostri caccia, i nostri droni – pilotati da una consolle in una comoda stanza a migliaia di chilometri – i nostri elicotteri. Sporchiamoci anche noi le mani di sangue: mandiamo le nostre truppe e accettiamo le conseguenze. In guerra si muore e si resta feriti. Non piangiamoli e non celebriamoli come fossero tutti eroi quando ci vengono resi in un sacco verde. La guerra è guerra, non una gita di boyscout.

Ma prima di parlare di offensiva, prima di sacrificare i nostri figli, coloro che hanno il culo al riparo e che fanno presto a parlare di guerra, tanto non saranno i loro figli ad essere sacrificati, farebbero bene a mettersi d’accordo fra loro e a focalizzare l’attenzione sul flusso di armi e di uomini e controllare i conti bancari dell’ISIS nelle banche, magari anche svizzere. Farebbero bene a stabilire rigide norme sulla finanza delle “dark pool”. Potremmo infatti scoprire con sorpresa che i nostri governi occidentali, democraticamente eletti, se con una mano li combattono, con l’altra gli forniscono armi e addestramento.

lunedì 9 novembre 2015

FRANCESCO, IL PAPA MARXISTA?

Di fronte alla mutazione genetica della sinistra italiana e, più in generale, alla disfatta della sinistra europea lunga trent’anni, l’unico rimasto a contrastare la dittatura del pensiero unico liberista è papa Francesco. L'accusa al capitalismo e al libero mercato di essere alle origine delle inaccettabili disuguaglianze e povertà diffuse nel mondo è netta.

L’economia ammonisce papa Francesco “non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi. E vale, analogamente, per tutte le istituzioni sociali, il cui principio, soggetto e fine è e deve essere la persona umana. La sua dignità non può essere pregiudicata mai, neanche quando smette di essere economicamente produttiva”.

Il punto è che quando il Papa infrange la dittatura del pensiero unico liberista, ispirandosi al Vangelo di Gesù, ecco che attira su di sé le critiche di quella parte del mondo cattolico conservatore, più farisaicamente incline alle forme liturgiche che al messaggio evangelico.

Questa la dice lunga sulla visione che i cattolici conservatori hanno della religione: uno strumento per il dominio delle masse. La loro massima aspirazione è vedere al soglio pontificio un altro Pio XII: pontefice aristocratico romano, lontano dalle miserie umane perché tutto raccolto dentro la sua alta sacralità, pastore al di sopra del mondo che benedice i ricchi, la cui ricchezza è l’inequivocabile segno divino della loro elezione, e persuade i poveri a sopportare con rassegnazione il fardello della miseria, quale segno della maledizione divina, e a invocare la grazia di Dio Onnipotente e Misericordioso per la salvezza della loro anima.

Eppure Gesù disse: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio". Essi – i cattolici conservatori – prendono farisaicamente ciò che a loro conviene e respingono ciò che a loro non conviene.

La povertà, non la ricchezza, è al centro del Vangelo: Cristo si è abbassato, si è umiliato, si è fatto povero tra i poveri non perché la ricchezza sia un male, ma solo perché sovente per i ricchi il denaro è più importante di Dio. E non si può amare Dio e il denaro: o l’uno o l’altro.

Papa Bergoglio, che fa della sua teologia la “teologia della povertà”, che attacca un’economia che uccide invece di vivificare, che proclama i diritti dell’uomo al di sopra delle esigenze del mercato e del profitto – perché è scritto “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!” –, viene bollato come “papa marxista” che vuole distruggere la Chiesa! Quale quella dei tanti cardinal bertoni che parlano di povertà e di carità vivendo da re?

A questa Chiesa che si fonda su un progetto di arroganza e di orgoglio, la teologia della povertà di papa Francesco ha molto da insegnare. Solo l’affermarsi di un nuovo umanesimo potrà infatti salvarci dagli egoismi nazionali, dai localismi unilaterali, dalla chiusura culturale al diverso, dalla prevalenza degli interessi di una parte a scapito dell’altra. Nel presente momento storico, il Mondo rischia nuovamente l’autodistruzione se i leader politici delle maggiori nazioni non riaffermeranno il primato di una vita umanizzante e umanizzata contro le logiche liberiste dominanti che generano disuguaglianze, povertà, disoccupazione e da cui scaturiscono lutti e rovine per il mondo.

Papa Francesco ha ben compreso che senza un nuovo umanesimo planetario non c’è futuro che valga la pena costruire; le politiche fin qui perseguite, invece di affrontare il vero problema che è quello di contrastare la povertà e l'esclusione sociale attraverso politiche di redistribuzione dei redditi, si sono concentrate solo sull’austerità per garantire ai creditori sempre più soldi.

Contro la cecità dei politici, sta la lungimiranza di papa Francesco che pone a fondamento di una comunità più giusta per tutti il vincolo della solidarietà quale unica risorsa che ci resta per poter tentare di scommettere sul futuro.

La sfida dunque è quella di dare cittadinanza alla dimensione interiore e spirituale dell’uomo contro la tristezza individualista dell’uomo moderno che deriva dalla ricerca malata di piaceri effimeri e superficiali: “Mi interessa unicamente fare in modo che quelli che sono schiavi di una mentalità individualista, indifferente ed egoista, possano liberarsi da quelle indegne catene e raggiungano uno stile di vita e di pensiero più umano, più nobile, più fecondo, che dia dignità al loro passaggio su questa terra”.

Individuare in Papa Francesco l’ultimo marxista superstite è non solo riduttivo, ma anche stupido. Se parole come dignità dell’uomo e del lavoro, diritti sociali, sfruttamento suonano come un richiamo al marxismo contro il sistema dominante, vuol dire che coloro che azzardano una tale provocazione non hanno mai letto una sola pagina del Vangelo. Costoro sono talmente intrisi e dominati dalla teologia del mercato da non rendersi affatto conto che lo sfruttamento, l’ingiustizia sociale e l’alienazione hanno raggiunto livelli mai registrati in precedenza da imporre un cambiamento del nostro sguardo sulla condizione umana nel mondo e che è totalmente ignorata dalla politica tradizionale.

In questo desolante panorama, se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul diritto e sul concetto di pari opportunità.

giovedì 5 novembre 2015

LA CRISI INFINITA

Non credo affatto alla dichiarazione del Ministro dell’Economia – Padoan – che il nostro debito pubblico invertirà la rotta dal 2016 per poi calare costantemente negli anni successivi. A coloro che continuano ancora a prestar fede a questi annunci ad effetto, sia pure proclamati da figure istituzionali, vorrei ricordare quanto affermava il Ministro Tremonti – che occupava lo stesso dicastero - nel 2010: “I conti pubblici sono in linea con le previsioni. Anche gli ultimi dati lo confermano: sul 2010 siamo assolutamente tranquilli".

Nel maggio del 2011 – a pochi mesi dal governo tecnico di emergenza presieduto dal presidente Monti – lo stesso Tremonti tranquillizzava gli italiani sul netto miglioramento dei conti pubblici. Nel 2011 “Il Giornale” di Alessandro Sallusti titolava: “Miracolo nei conti pubblici: il governo risparmia 20 miliardi”. Gli faceva eco il “Corriere della Sera”: «I conti pubblici segnano un deciso miglioramento nei primi 8 mesi dell'anno. Il fabbisogno del settore statale, stando ai dati diffusi dal ministero dell'Economia, ha registrato ad agosto un disavanzo di 7,8 miliardi contro i 9,128 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Il fabbisogno cumulato nei primi otto mesi scende quindi a 36,4 miliardi, con un miglioramento di quasi 22 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2005, quando il valore cumulato era di 58,323 miliardi».

Poi la doccia scozzese di Monti, nominato Capo dell’esecutivo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 novembre 2011 per salvare l’Italia dal baratro. Pochi mesi prima gli esponenti del governo – primo fra tutti quello dell’Economia e del Tesoro – pennellavano un Paese con una buona tenuta dei conti pubblici e in costante miglioramento; pochi mesi dopo invece la situazione era drammaticamente mutata. Era necessario mettere in atto e senza indugi una “politica del rigore” per evitare di far sprofondare il paese in un abisso simile a quello greco.

Nel luglio del 2011 il debito pubblico italiano era di circa 1911miliardi di euro; dopo la cura Monti, alla fine del 2012 lo stesso ammontava a 1988miliardi di euro, con un incremento di 81,517 miliardi di euro in un anno. Al termine del governo Monti, nell’aprile 2013, i risultati sono stati molto lontani dalle attese: crollo del Pil, sceso del 3%, produzione industriale crollata dell’8%, riduzione dei consumi delle famiglie del 7%, aumento dei disoccupati del 32%, spesa pubblica in rosso, rapporto debito/Pil balzato dal 116 al 126%.

I risultati del primo anno di governo Renzi non si sono scostati in misura significativa da quelli che – in condizioni internazionali assai più difficili – avevano ottenuto Monti e Letta: nell’aprile 2015, il debito pubblico, a quota 2.194,5miliardi di euro, ha toccato un nuovo record storico.

Questo breve preambolo per arrivare a dire che da questa crisi, con le politiche sinora adottate e con gli uomini che queste politiche attuano, non si uscirà mai semplicemente perché i modelli intrapresi sono lontani anni luce della realtà dell’economia. Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: dal 2010 al 2013, in piena crisi, il numero dei bambini in EUROPA che vivono sotto la soglia di povertà è del 28%; sempre del 28% è l’incremento di fatturato registrato dalle aziende produttrici di beni di lusso destinati a pochi.

Si può ben vedere come la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Dagli anni ’80, con l’avvento dell’economia ultraliberista, la forbice tra ricchi e poveri è andata sempre più divaricandosi e la situazione sia in Europa sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo continua, senza nulla cambiare, ad esasperare l'ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi. Dall'esplosione della crisi dei mutui subprime, alla fine del 2006, ad oggi si assiste in modo sempre più palpabile come al disperato aumento della povertà globale corrisponde parimenti uno spaventoso aumento della concentrazione di ricchezza e di reddito nelle mani di pochi.

L’egemonia dell’ideologia neoliberale, a partire dagli anni ’80, ha sgretolato l’idea cardine maturata nella cultura giuridica della vecchia Europa e che noi giudicavamo fondamentale: quella di uguaglianza. All'ideale dell'uguaglianza sociale ed economica, si è sovrapposto, o meglio, contrapposto un apparato di super ricchi e potenti che ha imposto e impone il proprio dominio su finanza, società e media. E, se questo è il quadro, ogni speranza di realizzare una società migliore dall’attuale può essere abbandonata.

La finanziarizzazione dell’economia non produce benessere sociale ed economico; essa al contrario alimenta sottosviluppo e povertà in una spirale perversa di maggiori profitti a fronte di ribassi salariali. Se per aumentare i consumi e quindi aumentare i profitti è necessario pagare sempre meno chi quei beni produce, va da se che il risultato finale sarà un’accelerazione verso la povertà di tutti, con conseguente degrado civile e morale.

Un altro aspetto, il più importante, della crisi prodotta dalla finanziarizzazione dell’economia e del capitalismo è quello della distruzione del nostro sistema ecologico. L’attuale sviluppo sta determinando una devastazione incontrollata dell’ambiente e un consumo forsennato delle materie prime, che sono in via di esaurimento. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti: surriscaldamento del pianeta, “bombe” d’acqua, alluvioni ecc. ecc. È una vera follia l’idea che sia possibile una crescita senza limiti dell’economia.

Ecco perché il problema non può essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, ma deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita; le conseguenze che un tale modello di sviluppo economico ha sull’ambiente; le conseguenze sulla difesa dei diritti politici e sulla democrazia. Basta pensare a quanto è accaduto in Grecia e alla sovranità popolare perduta: il trasferimento di poteri dagli Stati sovrani a Bruxelles è andato ben oltre a quel che era previsto dal trattato di Maastricht.

Siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità dei governi dei Paesi europei: sebbene l’ideologia neoliberale abbia ampiamente manifestato il carattere sempre più degenerativo dei rimedi adottati per affrontare la crisi, pure vengono reiterati modelli vecchi e superati, perseguito il dogma dell’austerity. I politici alla guida dei governi, chi più chi meno, hanno sposato acriticamente i paradigmi dell’economia neoliberale, senza peraltro aver avanzato una sola spiegazione decente delle cause della crisi mondiale. Il crescere della disoccupazione, della povertà, l'enorme diseguaglianza non sono la causa ma l'effetto delle politiche di austerity adottate dai governi per combattere la crisi. Quando si confondono le cause con gli effetti, le conseguenze sono sempre nefaste.

La responsabilità maggiore è comunque ascrivibile ai politici, i quali, pur venendo eletti dal popolo, si incaricano – una volta eletti – di attuare i diktat della grande impresa e della finanza. Prima di essere eletti ci lusingano con soavi parole di libertà, eguaglianza, giustizia, quali valori indisgiungibili della democrazia; assumono l’impegno di debellare la corruzione, le iniquità sociali se verranno eletti; promettono lavoro ai disoccupati e case ai senza casa; ecc. ecc. Ci dipingono uno scenario idilliaco nel quale – come cantava Lucio Dalla – «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno. E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età». Per poi, una volta eletti, dimenticare ogni promessa fatta in campagna elettorali e condurci nelle fauci della dittatura di finanza e grandi imprese, criminali pronti a schiacciarci letteralmente per i loro biechi interessi. Quindi ci racconteranno la favola che “a questo stato di cose non v’è alternativa” e che se si vuole uscire dalla crisi è necessario privatizzare il più possibile: sanità, previdenza, istruzione, trasporti, comunicazione, acqua, beni comuni; ridurre i salari e le tutele dei lavoratori.

Perché il vero nemico della finanza e della grande imprese è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge. È questo che esse vogliono distruggere, a dispetto del fatto che proprio il Welfare state, smussando diseguaglianze sociali ed economiche tra i cittadini, ha contribuito significativamente all’uscita dalla povertà di molti paesi arretrati, compreso il nostro. Vogliono convincerci che il nostro welfare è un lusso e che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, e che è giunta l’ora di ridimensionarci; in verità vogliono distruggerlo per trasformare i lavoratori da uomini in servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto o di non averlo e quindi meglio sfruttarli. Se l'Europa è in declino non lo è perché statalista e assistenziale, ma perché sta smantellando colpo su colpo lo Stato sociale, alimentando vieppiù sacche di povertà. Senza contribuzioni governative ed interventi di protezione sociale i soggetti a rischio povertà in Italia salirebbero immediatamente dall’attuale 28% al 42%. La Svezia, nazione dove il sostegno pubblico ha raggiunto livelli di perfezione irraggiungibili per il Sud del mondo, sarebbe ridotta al rango di Paese a rischio, con forti sacche di disagio e cospicue aree di povertà, senza lo Stato sociale di cui dispone.

Da quando il pensiero neoliberale ha scatenato una vera e propria offensiva contro lo Stato sociale, al fine di ristrutturare l’intera società secondo il modello della cultura politica neoliberale, si è assistito a un progressivo deterioramento del mercato del lavoro: aumentano costantemente le persone che pur occupate non percepiscono un reddito bastevole a condurre un’esistenza dignitosa. La nuova riforma sul lavoro, il Jobs Act, non cambierà granché il quadro, in quanto in essa non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario rispetto al passato. Il dato davvero impietoso è che nei maggiori Paesi Ocse, nel periodo 1976-2006, la quota salari sul Pil è scesa in media di 10 punti, i quali sono passati alla quota profitti dando origine a diseguaglianze di reddito e ricchezza mai viste: una sfacciata redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto, con i più poveri che sono stati impoveriti dai più ricchi.

Lo spettacolo è desolante ed è la storia di una sconfitta politica della sinistra. E il paradosso è che sebbene le ragioni di una sinistra ci sono tutte, assistiamo alla sua sparizione pressoché totale dallo spazio politico. Chi sono oggi i difensori della classe operaia e più in generale dei lavoratori? Non certo i sindacati, collusi con il governo; non certo il Pd che, di riforma in riforma, ha consentito che passassero misure che colpiscono i ceti meno abbienti e i lavoratori, rendendo inutile il gioco delle parti tra destra e sinistra, aggregatesi in un’unica entità politico-statale in opposizione al mondo del lavoro e alle stratificazioni emarginate della società.

L’unica via d’uscita è rompere lo stato di disgregazione e di abulia in cui versa la cosiddetta società civile e di sinistra; svelare la menzogna che continuano a propinarci, spacciando per interessi generali gli interessi particolari dei capitalisti; superare il pensiero neoliberale sotto i vari aspetti a cominciare da quello economico. Ma temo che siamo ancora molto lontani da un effettivo cambiamento dello status quo. Molta acqua deve passare sotto i ponti prima che operai, lavoratori, sfruttati, emarginati trovino il coraggio di riscattarsi dalla rassegnazione passiva in cui li hanno confinati.