Non credo affatto alla dichiarazione del Ministro dell’Economia – Padoan – che il nostro debito pubblico invertirà la rotta dal 2016 per poi calare costantemente negli anni successivi. A coloro che continuano ancora a prestar fede a questi annunci ad effetto, sia pure proclamati da figure istituzionali, vorrei ricordare quanto affermava il Ministro Tremonti – che occupava lo stesso dicastero - nel 2010: “I conti pubblici sono in linea con le previsioni. Anche gli ultimi dati lo confermano: sul 2010 siamo assolutamente tranquilli".
Nel maggio del 2011 – a pochi mesi dal governo tecnico di emergenza presieduto dal presidente Monti – lo stesso Tremonti tranquillizzava gli italiani sul netto miglioramento dei conti pubblici. Nel 2011 “Il Giornale” di Alessandro Sallusti titolava: “Miracolo nei conti pubblici: il governo risparmia 20 miliardi”. Gli faceva eco il “Corriere della Sera”: «I conti pubblici segnano un deciso miglioramento nei primi 8 mesi dell'anno. Il fabbisogno del settore statale, stando ai dati diffusi dal ministero dell'Economia, ha registrato ad agosto un disavanzo di 7,8 miliardi contro i 9,128 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Il fabbisogno cumulato nei primi otto mesi scende quindi a 36,4 miliardi, con un miglioramento di quasi 22 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2005, quando il valore cumulato era di 58,323 miliardi».
Poi la doccia scozzese di Monti, nominato Capo dell’esecutivo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 16 novembre 2011 per salvare l’Italia dal baratro. Pochi mesi prima gli esponenti del governo – primo fra tutti quello dell’Economia e del Tesoro – pennellavano un Paese con una buona tenuta dei conti pubblici e in costante miglioramento; pochi mesi dopo invece la situazione era drammaticamente mutata. Era necessario mettere in atto e senza indugi una “politica del rigore” per evitare di far sprofondare il paese in un abisso simile a quello greco.
Nel luglio del 2011 il debito pubblico italiano era di circa 1911miliardi di euro; dopo la cura Monti, alla fine del 2012 lo stesso ammontava a 1988miliardi di euro, con un incremento di 81,517 miliardi di euro in un anno. Al termine del governo Monti, nell’aprile 2013, i risultati sono stati molto lontani dalle attese: crollo del Pil, sceso del 3%, produzione industriale crollata dell’8%, riduzione dei consumi delle famiglie del 7%, aumento dei disoccupati del 32%, spesa pubblica in rosso, rapporto debito/Pil balzato dal 116 al 126%.
I risultati del primo anno di governo Renzi non si sono scostati in misura significativa da quelli che – in condizioni internazionali assai più difficili – avevano ottenuto Monti e Letta: nell’aprile 2015, il debito pubblico, a quota 2.194,5miliardi di euro, ha toccato un nuovo record storico.
Questo breve preambolo per arrivare a dire che da questa crisi, con le politiche sinora adottate e con gli uomini che queste politiche attuano, non si uscirà mai semplicemente perché i modelli intrapresi sono lontani anni luce della realtà dell’economia. Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: dal 2010 al 2013, in piena crisi, il numero dei bambini in EUROPA che vivono sotto la soglia di povertà è del 28%; sempre del 28% è l’incremento di fatturato registrato dalle aziende produttrici di beni di lusso destinati a pochi.
Si può ben vedere come la crisi non colpisce tutti allo stesso modo. Dagli anni ’80, con l’avvento dell’economia ultraliberista, la forbice tra ricchi e poveri è andata sempre più divaricandosi e la situazione sia in Europa sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo continua, senza nulla cambiare, ad esasperare l'ineguaglianza globale in termini sia oggettivi sia soggettivi. Dall'esplosione della crisi dei mutui subprime, alla fine del 2006, ad oggi si assiste in modo sempre più palpabile come al disperato aumento della povertà globale corrisponde parimenti uno spaventoso aumento della concentrazione di ricchezza e di reddito nelle mani di pochi.
L’egemonia dell’ideologia neoliberale, a partire dagli anni ’80, ha sgretolato l’idea cardine maturata nella cultura giuridica della vecchia Europa e che noi giudicavamo fondamentale: quella di uguaglianza. All'ideale dell'uguaglianza sociale ed economica, si è sovrapposto, o meglio, contrapposto un apparato di super ricchi e potenti che ha imposto e impone il proprio dominio su finanza, società e media. E, se questo è il quadro, ogni speranza di realizzare una società migliore dall’attuale può essere abbandonata.
La finanziarizzazione dell’economia non produce benessere sociale ed economico; essa al contrario alimenta sottosviluppo e povertà in una spirale perversa di maggiori profitti a fronte di ribassi salariali. Se per aumentare i consumi e quindi aumentare i profitti è necessario pagare sempre meno chi quei beni produce, va da se che il risultato finale sarà un’accelerazione verso la povertà di tutti, con conseguente degrado civile e morale.
Un altro aspetto, il più importante, della crisi prodotta dalla finanziarizzazione dell’economia e del capitalismo è quello della distruzione del nostro sistema ecologico. L’attuale sviluppo sta determinando una devastazione incontrollata dell’ambiente e un consumo forsennato delle materie prime, che sono in via di esaurimento. I risultati sono ormai sotto gli occhi di tutti: surriscaldamento del pianeta, “bombe” d’acqua, alluvioni ecc. ecc. È una vera follia l’idea che sia possibile una crescita senza limiti dell’economia.
Ecco perché il problema non può essere considerato solo in termini di prodotto interno lordo, ma deve allargarsi sino a comprendere le conseguenze che la povertà produce sulla vita individuale delle persone, sulla loro partecipazione e capacità di godere dei beni primari della vita; le conseguenze che un tale modello di sviluppo economico ha sull’ambiente; le conseguenze sulla difesa dei diritti politici e sulla democrazia. Basta pensare a quanto è accaduto in Grecia e alla sovranità popolare perduta: il trasferimento di poteri dagli Stati sovrani a Bruxelles è andato ben oltre a quel che era previsto dal trattato di Maastricht.
Siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità dei governi dei Paesi europei: sebbene l’ideologia neoliberale abbia ampiamente manifestato il carattere sempre più degenerativo dei rimedi adottati per affrontare la crisi, pure vengono reiterati modelli vecchi e superati, perseguito il dogma dell’austerity. I politici alla guida dei governi, chi più chi meno, hanno sposato acriticamente i paradigmi dell’economia neoliberale, senza peraltro aver avanzato una sola spiegazione decente delle cause della crisi mondiale. Il crescere della disoccupazione, della povertà, l'enorme diseguaglianza non sono la causa ma l'effetto delle politiche di austerity adottate dai governi per combattere la crisi. Quando si confondono le cause con gli effetti, le conseguenze sono sempre nefaste.
La responsabilità maggiore è comunque ascrivibile ai politici, i quali, pur venendo eletti dal popolo, si incaricano – una volta eletti – di attuare i diktat della grande impresa e della finanza. Prima di essere eletti ci lusingano con soavi parole di libertà, eguaglianza, giustizia, quali valori indisgiungibili della democrazia; assumono l’impegno di debellare la corruzione, le iniquità sociali se verranno eletti; promettono lavoro ai disoccupati e case ai senza casa; ecc. ecc. Ci dipingono uno scenario idilliaco nel quale – come cantava Lucio Dalla – «
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno. E si farà l'amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età». Per poi, una volta eletti, dimenticare ogni promessa fatta in campagna elettorali e condurci nelle fauci della dittatura di finanza e grandi imprese, criminali pronti a schiacciarci letteralmente per i loro biechi interessi. Quindi ci racconteranno la favola che “a questo stato di cose non v’è alternativa” e che se si vuole uscire dalla crisi è necessario privatizzare il più possibile: sanità, previdenza, istruzione, trasporti, comunicazione, acqua, beni comuni; ridurre i salari e le tutele dei lavoratori.
Perché il vero nemico della finanza e della grande imprese è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge. È questo che esse vogliono distruggere, a dispetto del fatto che proprio il Welfare state, smussando diseguaglianze sociali ed economiche tra i cittadini, ha contribuito significativamente all’uscita dalla povertà di molti paesi arretrati, compreso il nostro. Vogliono convincerci che il nostro welfare è un lusso e che mantenendo certe conquiste sociali abbiamo “vissuto al di sopra dei nostri mezzi”, e che è giunta l’ora di ridimensionarci; in verità vogliono distruggerlo per trasformare i lavoratori da uomini in servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto o di non averlo e quindi meglio sfruttarli. Se l'Europa è in declino non lo è perché statalista e assistenziale, ma perché sta smantellando colpo su colpo lo Stato sociale, alimentando vieppiù sacche di povertà. Senza contribuzioni governative ed interventi di protezione sociale i soggetti a rischio povertà in Italia salirebbero immediatamente dall’attuale 28% al 42%. La Svezia, nazione dove il sostegno pubblico ha raggiunto livelli di perfezione irraggiungibili per il Sud del mondo, sarebbe ridotta al rango di Paese a rischio, con forti sacche di disagio e cospicue aree di povertà, senza lo Stato sociale di cui dispone.
Da quando il pensiero neoliberale ha scatenato una vera e propria offensiva contro lo Stato sociale, al fine di ristrutturare l’intera società secondo il modello della cultura politica neoliberale, si è assistito a un progressivo deterioramento del mercato del lavoro: aumentano costantemente le persone che pur occupate non percepiscono un reddito bastevole a condurre un’esistenza dignitosa. La nuova riforma sul lavoro, il Jobs Act, non cambierà granché il quadro, in quanto in essa non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario rispetto al passato. Il dato davvero impietoso è che nei maggiori Paesi Ocse, nel periodo 1976-2006, la quota salari sul Pil è scesa in media di 10 punti, i quali sono passati alla quota profitti dando origine a diseguaglianze di reddito e ricchezza mai viste: una sfacciata redistribuzione dei redditi dal basso verso l’alto, con i più poveri che sono stati impoveriti dai più ricchi.
Lo spettacolo è desolante ed è la storia di una sconfitta politica della sinistra. E il paradosso è che sebbene le ragioni di una sinistra ci sono tutte, assistiamo alla sua sparizione pressoché totale dallo spazio politico. Chi sono oggi i difensori della classe operaia e più in generale dei lavoratori? Non certo i sindacati, collusi con il governo; non certo il Pd che, di riforma in riforma, ha consentito che passassero misure che colpiscono i ceti meno abbienti e i lavoratori, rendendo inutile il gioco delle parti tra destra e sinistra, aggregatesi in un’unica entità politico-statale in opposizione al mondo del lavoro e alle stratificazioni emarginate della società.
L’unica via d’uscita è rompere lo stato di disgregazione e di abulia in cui versa la cosiddetta società civile e di sinistra; svelare la menzogna che continuano a propinarci, spacciando per interessi generali gli interessi particolari dei capitalisti; superare il pensiero neoliberale sotto i vari aspetti a cominciare da quello economico. Ma temo che siamo ancora molto lontani da un effettivo cambiamento dello status quo. Molta acqua deve passare sotto i ponti prima che operai, lavoratori, sfruttati, emarginati trovino il coraggio di riscattarsi dalla rassegnazione passiva in cui li hanno confinati.