sabato 19 settembre 2015

I TIFOSI DELLA POLITICA

Sono convinto, forse a torto, che se gli uomini fossero più attenti e critici verso i politici che li rappresentano, questi non si permetterebbe di fare ciò che spesso fanno. Se fossero più esigenti in materia di diritti e doveri verso se stessi e verso chi li rappresenta, meno sottomessi, le società tutte sarebbero senz'altro più democratiche e meno corrotte. E poiché per definizione una democrazia è il governo del popolo, assai difficilmente si potrebbe avverare che gli interessi della maggioranza fossero disattesi a tutto vantaggio di una minoranza.

Naturalmente è fondamentale per la corretta fisiologia della democrazia che la maggioranza del popolo elevi la sua cultura di quel tanto che lo metta in grado di “giudicare”, valutare criticamente la bontà di una proposta rispetto ad un’altra, alla stessa stregua di un giudice che emette il suo verdetto solo dopo aver soppesato attentamente le ragioni dell’accusa e quelle della difesa.

La gran parte degli elettori invece si comporta nelle urne come allo stadio: il tifoso della politica, come quello del calcio, non si pone la questione se le proposte avanzate dal proprio schieramento siano nell'interesse dello sviluppo del Paese, in accordo con i dati di realtà e se gli uomini all'interno di questo o quel gruppo politico siano degni di adempiere con disciplina ed onore al dettato dell’art. 54 della Costituzione. L’importante non è che la propria squadra giochi rispettando le regole: l’importante è vincere, indipendentemente dai mezzi con cui la vittoria si ottenga! Se la società di calcio ha pagato questo o quello per ottenere il risultato atteso è ininfluente ai fini della vittoria. Il tifoso della politica come quello dello stadio chiede solo una cosa: VINCERE!

La questione chiave è che finché il popolo non diverrà più consapevole e meno ignorante è assai difficile credere che istituzioni davvero buone possano essere realizzate. E nei luoghi in cui prevalgono le cattive istituzioni – è la storia che si incarica di testimoniarlo – gli individui rimangono invischiati in circoli viziosi di ignoranza, malattia, povertà e, spesso, violenza.

sabato 12 settembre 2015

RENZI E IL PD TORNANO A CRESCERE

Sorpresa, Renzi e il PD tornano a crescere dopo mesi col segno negativo! Non posso non osservare che questo risultato inaspettato giunga subito dopo l’annuncio di Renzi di eliminare Imu e Tasi per tutti.

Se come Gramsci odio gli indifferenti, che non si occupano di politica, perché hanno cose più importanti da fare, gli accondiscendenti nei confronti di chi sta in alto, perché troppo vili per uno scatto di orgoglio, odio ancor di più gli opportunisti che votano per questo o quello solo per bieco tornaconto personale, perché mette loro 80 euro in busta paga, toglie loro l’Imu, la Tasi, ecc., perché hanno avuto la promessa di un lavoro per il loro figlio o il loro nipote, ecc. Dimenticano questi che tali politici non mettono fuori i loro soldi, ma quelli di tutti gli italiani. E “fare i buoni” con i soldi di tutti i contribuenti non è segno di generosità, ma di “stronzaggine”.

Tutti costoro – verso i quali provo irrefrenabile nausea – non si rendono conto che così agendo non impegnano soltanto il loro destino, ma legano al loro anche quello di tanti altri che vorrebbero costruire una società più giusta e civile; non si rendono conto che il loro atteggiamento, incapace di distinguere tra l’attività politica degna di apprezzamento e il degrado morale al quale essa può andare soggetta, sta alla base della corruzione di una società intera. Provo per questi un odio feroce: sono essi la radice e la cagione di tutti i mali.

Nelle democrazie i popoli che eleggono i loro rappresentanti devono essere più scaltri e meno ingenui. Più responsabile e consapevoli nel selezionare i propri rappresentanti al potere. La democrazia è impegno civile e quando questo impegno appare troppo gravoso per taluni, evitino almeno di votare per non far danno. Perché le cose non accadono per opera di una ristretta minoranza, ma perché l’indifferenza della stragrande maggioranza e degli opportunisti consentono che accadano.

Quando la massa abdica alla ragione e segue come una “mandria di vacche” il vaccaro, lasciando promulgare leggi che penalizzano l’emancipazione del Paese e salire al potere persone che non sono degne di governare o amministrare la cosa pubblica, non ha il diritto di lamentarsi quando poi il brodo è fatto.

La partecipazione democratica non la si ottiene dall'alto, la si esige! Proprio per questo essa richiede ispirazione ideale e seria preparazione che non può esaurirsi nell'io ti voto se mi abbassi le tasse, mi procuri il lavoro, mi metti più soldi in tasca, ecc. ecc. Essere cittadini di una società democratica non significa praticare la politica del “do ut des”, secondo la quale dietro qualsiasi cosa ci deve essere un tornaconto personale.

Se questa mentalità è utile al bottegaio, non lo è in una società democratica, perché se la democrazia è la forma più alta e più nobile di governo, il populismo e la demagogia, che tale mentalità produce, sono le forme peggiori.

Populismo e demagogia incubano la corruzione e generano un ambiente sociale squallido e degradato, fatto di devastazione fisica e morale di uomini, che per sopravvivere sono costretti a durissime condizioni di lavoro, e nel quale l’unica libertà possibile è quella dei “servi”, nella quale il padrone di turno lascia fare ai propri servi tutti ciò che egli ritiene non dannoso ai suoi propri interessi: lascia che si divertano con cose futili, lascia che si rovinino al gioco, lascia che litighino e si azzuffino tra di loro. E con la complicità della loro poco cultura e ignoranza, lascia credere che al mondo siffatto non v’è alternativa!

Una sana società civile si basa sul rapporto leale dei cittadini verso le istituzioni e nella consapevole sottomissione alle leggi espressive del bene comune; ma è assai difficile un adempimento puntuale di tali doveri, quando soggetti poco degni, vuoi per incapacità vuoi per levatura morale, rivestono incarichi istituzionali. E tali soggetti non sono un castigo divino, ma la libera scelta della volontà generale. Da ciò deriva che la responsabilità politica grava su ciascuno senza eccezioni e l’espressione di un “voto consapevole”, non subordinato al proprio tornaconto, che tenga conto dell’interesse per le sorti del Paese e della collettività in generale non dovrebbe essere soltanto un dovere civico e morale, ma un “imperativo categorico” nel senso kantiano.

venerdì 11 settembre 2015

SIAMO TUTTI COLPEVOLI DELLA MORTE DI AYLAN!

La foto del piccolo Aylan senza vita fa davvero male! È divenuta da subito l’icona di una strage ridotta spesso a singole cifre ed episodi che non scuotono le nostre coscienze. E poiché la potenza dei simboli è quella di scavare, penetrare all'interno dell'essere senza alcuna mediazione, quella foto ha destato e scosso la coscienza intorpidita di quanti ingenuamente o stupidamente erano convinti che dietro i numeri di quanti hanno perso la vita in mare non si celassero tragedie ugualmente profonde e commoventi.

Il fatto che oltre duemila migranti siano annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee in questi mesi del 2015 non ha fatto scattare nessuna molla di umana solidarietà. Ogni forma, ogni respiro, ogni pensiero è rimasto immutato sino a quando quella foto – scattata, insieme ad altre, da Nilufer Demir, giornalista turca – ha fatto il giro del mondo, suscitando eco vastissima e scuotendo le coscienze, nonché le cattive coscienze, di persone comuni come dei massimi leader europei.

Quella foto ha segnato un punto di non ritorno; qualcosa è cambiato. L’immagine del piccolo Aylan sulla spiaggia turca di Bodrum ha strappato il velo di cinismo dai nostri occhi, mostrando l’ecatombe di morti nel Mediterraneo. Uomini e donne senza vita, alla deriva di un mare che avrebbe dovuto portarli in salvo. Dopo lo choc provocato da quell'immagine è iniziata una vera e propria gara di solidarietà.

Ovunque ci sono stati appelli per accogliere i rifugiati, dal Vaticano ai normali cittadini che si sono dichiarati pronti ad aprire le porte delle loro case. Applausi e grande festa alle stazioni di Monaco di Baviera, di Vienna e di Salisburgo, dove un flusso umano ha salutato con un caloroso benvenuto le migliaia di rifugiati giunti in pullman e treni speciali allestiti alla bisogna. Quando poi un altro convoglio con 450 persone a bordo è arrivato a Salisburgo, molti hanno accolto i rifugiati con applausi, offrendo loro da mangiare, da bere e coperte.

Il governo tedesco ha subito dichiarato che avrebbe stanziato sei miliardi di euro per far fronte all'emergenza profughi. La Francia, che fino al giorno prima non ne voleva sapere di profughi, cambia registro e annuncia che accoglierà 24.000 profughi; il presidente Francois Hollande si è ora convinto che “la crisi può essere gestita”. Gli ungheresi, il cui premier Viktor Orban  aveva bloccato il transito dei rifugiati, si sono mobilitati per dare un passaggio ai profughi che a piedi avevano deciso di lasciare l'Ungheria alla volta della Germania e dell’Austria. E così via.
 
E in questa euforia generalizzata di solidarietà – simile a quella messa in scena da Tom Tykwer nel film “Il Profumo”, quando il protagonista Jean-Baptiste Grenouille, nel giorno della sua esecuzione, grazie al suo inebriante profumo, manda la folla, accorsa per assistere alla sua morte, e le autorità in un’orgia sfrenata di amore – si sottace, si dimentica che quest’ecatombe ha responsabili ben definiti, che non sono certo in primis i “trafficanti”, che rappresentano soltanto l’ultimo anello del problema.

Non sono stati certo quest’ultimi a destabilizzare e devastare ampie aree del mondo con politiche di sfruttamento neocoloniale, guerre ed altri interventi militari, col risultato di mettere in moto esodi biblici: torme di diseredati alla ricerca di condizioni di vita meno disumane.

Comprendo la solidarietà spontanea della gente comune che riscopre – sia pur tardivamente – il valore della parola solidarietà, con atti concreti e tangibili. Ci voleva la morte di un bambino per scuotere le loro coscienze rattrappite? O quella solidarietà ostentata non è altro che catarsi, un rito collettivo di purificazione per mondarsi dall'essere stati spettatori indifferenti di una tragedia che si consumava diuturnamente dinanzi ai nostri occhi ciechi? Un’azione liberatrice per allontanare da se il peso della complicità e dell’orrore cui assistiamo assuefatti e indifferenti?

Ebbene, se sono disposto – con molta cautela – a condividere questa generale euforia di solidarietà messa in atto dalla gente comune nei confronti di profughi e rifugiati, lo sono meno – niente affatto – nei confronti di quegli stessi leader europei che fino a ieri erigevano muri, volendo fare dell’Europa una fortezza, e oggi si scoprono, improvvisamente, bravi e buoni dando ospitalità ai rifugiati.

Quanta ipocrisia, quanta retorica tese non solo a coprire le vere cause di questa tragedia, ma ad allontanare da sé le responsabilità delle tante morti inutili. La verità è meno retorica e più prosaica: la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Gli Stati Uniti nell’ultimo decennio ne hanno inviate per 25 miliardi di dollari; la Russia ne ha inviate circa 5,5 miliardi di dollari; la Francia più di 5 miliardi; la Germania 3,3 miliardi; il Regno Unito 3,1 miliardi; infine l’Italia con più di 1 miliardo.

Aylan Curdi, 3 anni, forse cambierà l’Europa. Me lo auguro! Se almeno la sua morte servisse a tracciare un solco tra il prima e il dopo, tra la barbarie e la civiltà, essa non apparirebbe così vana, così inutile. Così straziante!

La morte di quell'innocente non dovrebbe evocarci solo compassione, ma porci dinanzi a due possibilità: o malediciamo un mondo siffatto, nel quale siamo stati convocati senza consenso, trincerandoci dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, oppure lo benediciamo, assumendo però su tutti noi la “colpa”. Una “colpa” in senso jaspersiano, che non si esaurisce soltanto nella colpa criminale o morale. Ma è la “colpa” che investe qualsiasi uomo che tollera ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non fa nulla per impedirlo.

Nessun alibi, nessuna giustificazione: siamo tutti colpevoli finché saremo in grado di condurre le nostre esistenze tranquille senza che il dolore dell’altro diventi il “mio” dolore, senza che il patire dell’altro diventi la “mia” passione.

Se possiamo “tollerare” che la natura di un qualsiasi uomo venga negata nel suo nucleo di dignità, allora non c'è diritto, non c'è politica, non c'è moralità che possa costituirsi e cui ci si possa appellare.

L’appartenenza all'umanità esige che si viva insieme o non si viva affatto! E per quanto innocenti, se non apriamo gli occhi, non testimoniamo, non denunciamo quotidianamente la violenza e lo sfruttamento sull’uomo, diventiamo colpevoli.

Non conosco altra forma di lotta e mi rendo conto di quanto sia fragile dinanzi alla potenza dell'apparato, ma di una cosa sono certo: se gli autori di tutti i crimini perpetrati contro l’umanità non avessero potuto contare sulla partecipazione e sull’indifferenza di molti non avrebbe potuto funzionare. Se non eleggessimo corrotti, impostori, ladri, traditori, questo mondo sarebbe un pochino meglio di quel che è.

Questo è il solo modo che conosco per saldare in parte il debito della mia colpa nei confronti del piccolo Aylan Curdi e di tanti altri come lui.

giovedì 20 agosto 2015

NELL’ITALIA CIVILE SI LAVORA COME SCHIAVI E SI MUORE DI FATICA

Anche la Chiesa prende atto, per voce del Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della conferenza episcopale italiana, che la rappresentanza politica in Italia lungi dal perseguire il bene collettivo è un “puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”.

Con questa classe politica al governo è assai difficile sperare di uscire dal pantano in cui ci troviamo. Essi non solo sono assai lontano dallo spirito evangelico, come papa Francesco non si stanca mai di ricordare, ma sono la cifra del cinismo umano, incapaci come sono di una risposta alla miseria e alla sofferenza umana.

Mentre quel che resta di un’Italia del benessere gode le meritate vacanze in qualche località turistica, nei campi della Puglia si muore come schiavi per lo stremo della fatica. Paola Clemente, di 49 anni, madre di tre figli è morta di fatica fra Andria e Canosa di Puglia, nel nord-barese, per una paga di 27 euro al giorno; il cuore di Arcangelo, bracciante 42enne, mentre lavorava nelle stesse terre ha ceduto di schianto per la fatica.

Lo sfruttamento non riguarda più solo gli immigrati, ma anche italiani e molte donne.

È vergognoso che a distanza di sessantasette anni la nostra Costituzione resti inattuata. Se un extraterrestre si aggirasse per il nostro paese assai difficilmente potrebbe credere che in questo Paese sia stata scritta la Costituzione più bella del mondo.

I primi 54 articoli sono un capolavoro di scrittura democratica, un insieme di diritti e doveri che difficilmente qualcuno oserebbe contestare, eppure ancora disattesa per gran parte: la Costituzione italiana dalla sua entrata in vigore non trova riscontro nella realtà.

Il primo articolo per esempio dice che la repubblica italiana è fondata sul lavoro, ma considerando il tasso di disoccupazione del paese e le recenti riforme è arduo e paradossale sostenere che un tale articolo sia stato veramente scritto. La nostra società più che sul lavoro sembra essere fondata sul guadagno ottenuto sullo sfruttamento e sulla prevalenza dell’interesse individuale a scapito di quello collettivo.

Il terzo articolo dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e hanno pari dignità sociale. Ma a giudicare da come i giudici trattano i miserabili e i potenti par di capire che per i primi c’è la pena e per i secondi l’assoluzione. E, per questi ultimi, quando la chiarezza della legge non lascia scappatoie ecco che cambiano quella stessa legge che li vuole condannati in un’altra ad personam. Il decoro poi vorrebbe che una volta assolti proprio in forza di quella legge, cucita addosso su misura, calasse il pudore del silenzio, godendosi i vantaggi del privilegio che calpestano la dignità e il paziente merito di coloro che non godono della stessa fortuna. No! Essi, non ancora soddisfatti, con arroganza proclamano con gran fanfara al mondo intero d’essere puri come gigli, dato che la prova della loro innocenza è dimostrata per sentenza. 

È questa una realtà cruda e amara che mortifica l’onesto che assiste impotente alla vittoria della prepotenza e dell’astuzia sull'innocenza disarmata.

Il confronto Costituzione italiana-realtà potrebbe continuare così fino all'ultimo articolo e il risultato è il medesimo: il mancato rispetto della costituzione! Eppure essendo la madre di tutte le leggi, avrebbe dovuto plasmare l’intera società secondo i suoi dettami, definendone la natura, la forma, la struttura e le regole fondamentali della sua organizzazione. Ma il panorama civile e sociale ci mostra un’altra realtà: non solo è continuamente disattesa, ma al contempo è stata svuotata di ogni potere sino a renderla un’illusione, un’utopia irrealizzabile.


Risparmiate dunque a me, e a quelli come me, la pantomima del giuramento del dovere di fedeltà alla Costituzione fatto dai presidenti del consiglio e dai ministri che si sono avvicendati negli incarichi. Mettete la bandiera a mezz'asta e celebrate funerali di stato per Paola ed Arcangelo, vittime della morte della civiltà e della democrazia nel nostro Paese.  

martedì 11 agosto 2015

RENZI, IL GRANDE ILLUSIONISTA

“I dati diffusi dall'Inps dicono che siamo sulla strada giusta contro il precariato e che il Jobs Act è una occasione da non perdere, soprattutto per la nostra generazione”. Lo dichiara il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Nel primo semestre, l’Inps conferma l’andamento dei dati espresso dal Ministero del Lavoro: il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato è aumentato. Sul totale dei rapporti di lavoro attivati entro il 30 giugno scorso, certifica l’Inps, si è passati dal 33,6% dei contratti a tempo indeterminato attivati nel 2014 al 40,8% dell’anno in corso, per un incremento complessivo di 252.177 lavoratori assunti senza data di scadenza.

Lasciamo perdere per il momento l’ambiguità dei termini “indeterminato” e “stabilità”. Come si possa parlare di lavoro “stabile” a tempo “indeterminato” quando il reintegro in caso di licenziamento del dipendente è limitato solo a quello “discriminatorio”, mentre per tutti gli altri casi è previsto un risarcimento economico irrisorio – due mensilità per ogni anno di servizio (si veda il precedente articolo “Da oggi il mobbing è legale”) –, è cosa che mette a dura prova le mie facoltà psichiche e intellettive. Peraltro, la reintegra viene – con subdola tecnica normativa – di fatto del tutto vanificata con l’introduzione del meccanismo dell’inversione dell’onere della prova. Nel caso, infatti, dell’odioso licenziamento disciplinare illegittimo, sarà il lavoratore a dover direttamente dimostrare in giudizio l’inesistenza del fatto contestatogli.

Insomma, il Jobs Act non è solo quanto di più lontano possa esservi in materia di sicurezza e stabilità del posto di lavoro, ma anche in materia di democrazia e tutela dei diritti dei lavoratori, contribuendo di fatto a creare nuove forme di schiavitù e servitù nel mondo del lavoro.

Il fatto che Renzi gongoli sui dati diffusi dall’Inps rivela piuttosto il personaggio e non il conforto che questi dati dovrebbero ispirarci. Un uomo che sembra l’incarnazione del “Principe” di Machiavelli: «È necessario questa natura saperla bene colorire, ed esser gran simulatóre e dissimulatore (...) e sono tanto semplici gli uomini (...) che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare».

Un uomo la cui ambizione è così smisurata da pregare Dio di non averne uno simile tra i propri amici: con una mano ti offre un mazzo di rose, con l’altra brandisce un coltello pronto ad essere vibrato quando l’occasione lo richiede. Un carrierista furbacchione che parla con lingua biforcuta. Un insopportabile sbruffone che promette, promette, promette: una riforma al mese, soldi per le scuole che non ci sono, sgravi alle aziende che non arrivano, aiuti alle famiglie che aspettano e sperano, rivoluzioni che falliscono sul nascere, confidando sull’ingenuità e dabbenaggine degli italiani.

Possiamo davvero fidarci di un soggetto simile?

Torniamo ai buoni segnali dal fronte del lavoro. Siamo davvero ad una svolta? A giudicare dalle notizie diffuse dalle maggiori testate giornalistiche e dai network televisivi pare proprio di sì: la riforma del Jobs Act ha dato un impulso positivo al mercato del lavoro. Ma se questo è vero, allora come mai i dati diffusi dall’Istat lo scorso 31 luglio riferiscono di un tasso generale della disoccupazione al 12,7%, mentre la disoccupazione giovanile è giunta alla soglia del 44,2%? Vale la pena ricordare che nel 2011 la percentuale totale dei giovani senza occupazione era del 27,5%.

Cerchiamo di capire dove sta l’inghippo. Se le politiche in materia di lavoro adottate dal governo stanno funzionando, perché allora la disoccupazione aumenta?

Per tentare di rispondere alla domanda, immaginiamo un provvedimento del governo finalizzato ad incentivare l’acquisto di una nuova autovettura da parte di chi pur avendo i quattrini preferisce tenersi la sua vecchia automobile. Supponiamo che l’incentivo consista nell’abbattimento dell’Iva e sospensione del bollo auto per tre anni. Non occorre molta lungimiranza per prevedere che tale proposta di legge farà lievitare significativamente il numero delle nuove immatricolazioni.

Possiamo ragionevolmente supporre per similitudine che il boom dei stabilmente precari a giugno sia il frutto della poderosa dose di incentivi. Ora poiché gli incentivi non sono a costo zero, il Jobs Act costerà alla fiscalità generale qualcosa come 11 miliardi di euro in tre anni - ma questo pochi lo dicono - il Presidente del Consiglio dovrebbe onestamente dire se il suo entusiasmo è ben fondato o rientra in una delle tante propagande elettorali fatte con i soldi degli italiani che le tasse le pagano.

Il fatto è che con gli incentivi alle imprese (il datore di lavoro potrà risparmiare fino a 8060 euro di contributi annuali), a giugno sono aumentate soltanto le trasformazioni dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato «a tutele crescenti». Dunque una “bolla”: non sono nuovi posti di lavoro, ma solo stabilizzazione dell’esistente.

Intanto Mediobanca, e non un gufo, traccia un quadro assai meno roseo: nelle grandi imprese l’occupazione è calata dell’1,1%. Le vendite sul mercato interno continuano a crollare. Dall’inizio della crisi nel 2008 gli operai sono diminuiti dell’8,5%. Nel settore manifatturiero targato Italia si è registrato un crollo del 12,3%. Sul fronte degli investimenti esteri, molti gruppi sono andati via dal nostro Paese, determinando una perdita di posti di lavoro del 19% tra gli operai e dell’8% tra gli impiegati. Coloro che sono riusciti a conservare il posto di lavoro guadagnano assai meno, con conseguente perdita del potere di acquisto.

Il Paese è sull’orlo della decomposizione economica, politica e sociale, e Renzi non sa far di meglio che continuare a “prenderci per il culo”. Non è con le "prese di culo" che si risolvono i problemi dell'Italia.

domenica 2 agosto 2015

LO SCAMBIO MENO TASSE MENO SPESA SOCIALE

Renzi annuncia che abbasserà le tasse di 50 miliardi nei prossimi cinque anni. Nel 2016 via tutte le tasse sulla prima casa, nel 2017 via buona parte dell'Ires (l’imposta sul reddito delle società), quindi nel 2018 interventi sugli scaglioni Irpef.

A questo punto sorge spontanea la domanda: dove si troveranno i 50 miliardi con cui “coprire” i tagli alle tasse per i prossimi 5 anni?

Considerato che la combinazione perversa di evasione e corruzione costa al popolo italiano qualcosa come 236 miliardi di euro all’anno, ci si sarebbe atteso che le risorse si potessero reperire dal maggior contrasto alla corruzione e all’evasione. Ma per carità lasciamoli stare!

Così anche questa volta arriveranno da ulteriori tagli alla spesa sociale. I primi dieci miliardi il governo li troverà tagliando i fondi alla Sanità.

Il ministro della Salute Lorenzin si è affrettata però a precisare che «nella prossima legge di stabilità non è previsto nessun taglio lineare alla sanità ma solo un efficientamento del sistema, che produrrà risorse da destinare al miglioramento dei servizi».

Sarà ma non ci credo. Se i risparmi che derivano dalle misure che puntano a mettere in efficienza il sistema fossero reinvestiti nel Servizio Sanitario Nazionale, allora sarebbe un’azione lodevole. Ma è più probabile che servano solo a far cassa a danno dei meno abbienti e dei più deboli. Infatti, poiché in cima alla lista dei tagli ci sono le prestazioni specialistiche non necessarie, si verificherà che il medico che non voglia rischiare di veder decurtato il proprio stipendio non le prescriverà. Il paziente invece che insiste per la prestazione dovrà pagare di tasca propria, semprechè sia nella condizione di permetterselo.

Lo scambio tasse – spesa sociale dovrebbe rivelare ormai anche ai più sciocchi la meta delle nuove strategie politiche di Matteo Renzi. Esse vanno nel solco tracciato dalla Margaret Thatcher nel 1979 e da Ronald Reagan nel 1980, che possono essere così sintetizzate: riduzione delle imposte e privatizzazione dei pubblici servizi.

A quel qualcuno poi che creda che privato sia necessariamente più bello e sinonimo di efficienza, consiglio la visione del bel film di Michael Moore, “Sicko”, che racconta e descrive il viaggio nella sanità americana. Un sistema dominato dalle compagnie assicuratrici che riserva le cure migliori alle classi più abbienti, mentre scarica sul marciapiede coloro che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria e quindi destinati alla discarica, all’estinzione come una certa interpretazione del darwinismo sociale impone: il più forte sopravvive a scapito del più debole.

La sanità italiana pubblica, sorta sul presupposto che ogni uomo, indipendentemente dalla classe di appartenenza, abbia diritto all’assistenza sanitaria, dopo l’ennesimo taglio corre il rischio di collassare. Le compagnie assicuratrici italiane ringraziano il governo Renzi e nell’attesa, come lupi affamati, sbavano in vista del prossimo succulento banchetto.

È soltanto un caso che l’equilibrio dei conti passi solo attraverso la sanità, la scuola, la previdenza, mentre la riforma della Pubblica amministrazione resta un processo senza fine? Per la riforma delle pensioni e del lavoro della ministra Fornero sono bastate 48 ore, ma tutte le volte che si è aperto il cantiere della riforma della pubblica amministrazione si è ripetuto e si ripete lo stesso schema: pletoriche commissioni di studio, presiedute da accademici, che non sono mai approdate a niente. Nei ministeri, nei Comuni, nelle Regioni e nella Sanità dilaga un esercito di alti dirigenti che, secondo uno studio internazionale, sono i meglio retribuiti al mondo; alcuni guadagnano molto di più del Presidente degli Stati Uniti. Un’elaborazione della Cisl, basata sul dossier della Corte dei Conti del 2013 sul costo del lavoro pubblico, ne ha contati 168 mila, con una spesa lorda per le loro retribuzioni stimata da un minimo di 15 miliardi ad un massimo 20 miliardi di euro l’anno. E non sono noccioline!

Vale ricordare che in rapporto al Pil la spesa sanitaria italiana è la più bassa della zona euro, perfino di quella greca: nel 2013 i greci hanno investito in sanità, tra pubblico e privato, il 9,2% del loro Pil; i Paesi Bassi spendono l’11,8% del Pil, la Francia l’11,6% e la Germania l’11,3%; l'Italia si è fermata all'8,8% del 2013.

Ma non disperiamo, anche noi abbiamo i nostri primati. In fatto di evasione fiscale siamo i primi; rispetto al Pil l’evasione fiscale rappresenta il 12,4%. La medaglia d’oro ci viene conferita anche per l’economia sommersa; incide per il 28,87% sul Pil. Sarebbe troppo facile cominciare da qui. Ai nostri governanti non piace giocare facile.

Beh, a ciascuno il suo primato.

domenica 19 luglio 2015

ITALIANI BRAVA GENTE, UN MITO DA SFATARE

La preoccupazione per il debito dei greci ci distoglie dal pensare al nostro, che ha ormai superato i 2200 miliardi, ma Renzi ci tranquillizza sulla tenuta dei nostri conti e promette che nel 2016 eliminerà la tassa sulla prima casa e finalmente dal 2017 una riduzione senza precedenti su Ires, Irap e Irpef. E a chi gli fa osservare che questi annunci hanno il sapore della demagogia, i sondaggi danno infatti i democratici in perdita costante da alcune settimane, risponde che chi lo dice è vittima del caldo: il partito è in buona salute!

Sul lato della corruzione, l'Italia è il paese dove gli episodi di corruzione sono più frequenti che nel resto d’Europa. In nessun altro paese europeo, i tanti soldi che spettavano allo Stato per stimolare la crescita sono stati persi in casi di frode e corruzione. Triste a dirlo ma persino la Grecia confrontata con l’Italia appare più virtuosa. La corruzione e le infiltrazioni mafiose nei partiti di governo – frutto del clientelismo, dello scambio elettorale politico-mafioso, degli appalti pilotati e truccati, delle falsificazioni dei bilanci, del mancato allontanamento dei corrotti dalla gestione della cosa pubblica, della nomina di politici locali collusi e sostenuti da organizzazioni criminali, di primarie inquinate, ecc. ecc. – sono divenute una metastasi inestricabile. Gli italiani sono giustamente incavolati per le misure di rigore imposte dall’austerity: crescita nulla dei loro stipendi e qualità di vita in costante regressione. Ma la colpa non è tanto dei tagli alle spese quanto dei politici corrotti e dei capitalisti senza scrupoli che hanno abusato e abusano dei pochi fondi che erano in teoria destinata a migliorare gli standard di vita e il benessere della gente “comune”.

Sul fronte dell’evasione fiscale, le cose non vanno affatto meglio: il nostro Paese infatti è tra i «maggiori evasori» del continente, contando un’evasione Fiscale di oltre 180 miliardi di euro. L’evasione corrisponde a circa il 30% delle entrate fiscali totali ed è pari a circa il 10 per cento del Prodotto Interno Lordo. Ogni anno in Italia oltre 300 miliardi di imponibile non vengono dichiarati.
L’ultimo rapporto sull'Italia del centro studi Economia reale dell’economista Mario Baldassarri, ex senatore di Alleanza Nazionale, ci racconta che l’evasione e la corruzione “rubano” al prodotto interno lordo italiano la discreta sommetta di 236 miliardi di euro.

Non parliamo poi della sanità, della giustizia, dell’istruzione per non infierire.

E la maggioranza degli italiani di fronte a questo scenario che fa?

Affollano le spiagge per sfuggire al caldo torrido di questo mese di luglio, con temperature intorno ai 40 gradi. E chi non può permetterselo, si rifugia nei Centri commerciali alla ricerca di refrigerio, garantito dai condizionatori d’aria.

Così mentre la corruzione politica e morale travalica anche quei pochi argini rimasti saldi delle istituzioni repubblicane, il vero problema degli italiani non sono i ladri che affamano il loro presente e il futuro dei loro figli. Il dramma, quello vero, che toglie loro opportunità sono i profughi, gli immigrati.

Questo atteggiamento di quegli italiani che di fronte al dramma dei profughi reagisce con rabbia e violenza, mi fa venire in mente il film “Johnny Stecchino”, interpretato da Roberto Benigni. Quando Bonacelli illustra all'ignaro Dante – sosia del boss mafioso Johnny Stecchino, catapultato in Sicilia per attirare su di se la vendetta degli altri boss mafiosi – le piaghe della città di Palermo, ne elenca tre. L’Etna, il vulcano che quando si mette a fare i capricci distrugge paesi e villaggi, la Siccità che d’estate brucia la terra. Aggiunge che contro queste nulla si può fare, perché così è la natura. Infine, la terza, la più devastante: il Traffico, troppe macchine, un traffico tentacolare, vorticoso che impedisce di vivere e rende nemici famiglia contro famiglia.

Per questi decerebrati, i profughi, gli immigrati sono la causa di tutti i problemi che affliggono l’Italia. A loro non passa neppure per l’anticamera del cervello che non sono stati, e non sono, loro se la disoccupazione in Italia è a due cifre e se un giovane vuole trovare un lavoro è costretto a recarsi all'estero. Perché da noi, se non sei raccomandato, non hai alcuna speranza. Non dipende dagli immigrati e dai clandestini se negli ultimi anni le diseguaglianze nel nostro Paese si sono accresciute. Non dipende ancora da loro l’inettitudine dei nostri politici, perché sono gli italiani ad eleggerli. La corruzione, l’evasione fiscale, la cattiva gestione della cosa pubblica, non dipendono ancora da loro: sono la conseguenza della nuova cultura degli italiani convinti che l’interesse personale e privato sia prevalente rispetto all’interesse generale e che dei principi morali ci si possa allegramente fregarsene e che questi vanno bene solo se servono all’interesse privato e al personale tornaconto.

Che cosa è accaduto nel corso della nostra storia nazionale che ha fatto degli italiani quello che sono diventati? Un popolo di furbi; opportunisti al punto tale che quando la loro pancia è piena il resto del mondo può andare a farsi fottere; maestri nell'arte del «chiagni e fotti»: si lamentano perché tutto va male, ma inclini a un quietismo rassegnato di fronte al potente, spacciando questo servilismo per realismo.

Un realismo che in realtà è miserabile, per l’evidente ragione che quando per i principi non si è disposti a lottare, anche a costo del proprio interesse, si è servi e non cittadini. I servi vivono obbedendo alla volontà dei tiranni; i cittadini si ribellano, fosse l’ultima cosa che fanno. Perché se la vita è importante, lo è ancora di più la dignità che rende quella vita degna di esistere e d’essere vissuta. Sta scritto nel Vangelo: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà e chi è disposto a perderla la salverà”.

Esultano finalmente i residenti di Quinto di Treviso che sono riusciti, dopo due giorni di proteste, a cacciare i 101 profughi, sistemati dalle autorità in case sfitte alla periferia della città nel complesso residenziale Guaraldo. “E' una grande vittoria - spiega un residente - frutto di una battaglia condotta civilmente, a parte qualche intemperanza”. Una ragazza, seduta in giardino con i suoi bambini, dice con sollievo: “Ora i nostri bambini possono tornare a giocare fuori, prima, con i profughi qui, non potevano farlo”. Uno degli abitanti del quartiere astioso incalza: “Io non li voglio vicino a casa mia, nessuno li vuole”.

Prendersela con gli ultimi della Terra non è solo da miserabili ma anche da vigliacchi.