venerdì 11 settembre 2015

SIAMO TUTTI COLPEVOLI DELLA MORTE DI AYLAN!

La foto del piccolo Aylan senza vita fa davvero male! È divenuta da subito l’icona di una strage ridotta spesso a singole cifre ed episodi che non scuotono le nostre coscienze. E poiché la potenza dei simboli è quella di scavare, penetrare all'interno dell'essere senza alcuna mediazione, quella foto ha destato e scosso la coscienza intorpidita di quanti ingenuamente o stupidamente erano convinti che dietro i numeri di quanti hanno perso la vita in mare non si celassero tragedie ugualmente profonde e commoventi.

Il fatto che oltre duemila migranti siano annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste europee in questi mesi del 2015 non ha fatto scattare nessuna molla di umana solidarietà. Ogni forma, ogni respiro, ogni pensiero è rimasto immutato sino a quando quella foto – scattata, insieme ad altre, da Nilufer Demir, giornalista turca – ha fatto il giro del mondo, suscitando eco vastissima e scuotendo le coscienze, nonché le cattive coscienze, di persone comuni come dei massimi leader europei.

Quella foto ha segnato un punto di non ritorno; qualcosa è cambiato. L’immagine del piccolo Aylan sulla spiaggia turca di Bodrum ha strappato il velo di cinismo dai nostri occhi, mostrando l’ecatombe di morti nel Mediterraneo. Uomini e donne senza vita, alla deriva di un mare che avrebbe dovuto portarli in salvo. Dopo lo choc provocato da quell'immagine è iniziata una vera e propria gara di solidarietà.

Ovunque ci sono stati appelli per accogliere i rifugiati, dal Vaticano ai normali cittadini che si sono dichiarati pronti ad aprire le porte delle loro case. Applausi e grande festa alle stazioni di Monaco di Baviera, di Vienna e di Salisburgo, dove un flusso umano ha salutato con un caloroso benvenuto le migliaia di rifugiati giunti in pullman e treni speciali allestiti alla bisogna. Quando poi un altro convoglio con 450 persone a bordo è arrivato a Salisburgo, molti hanno accolto i rifugiati con applausi, offrendo loro da mangiare, da bere e coperte.

Il governo tedesco ha subito dichiarato che avrebbe stanziato sei miliardi di euro per far fronte all'emergenza profughi. La Francia, che fino al giorno prima non ne voleva sapere di profughi, cambia registro e annuncia che accoglierà 24.000 profughi; il presidente Francois Hollande si è ora convinto che “la crisi può essere gestita”. Gli ungheresi, il cui premier Viktor Orban  aveva bloccato il transito dei rifugiati, si sono mobilitati per dare un passaggio ai profughi che a piedi avevano deciso di lasciare l'Ungheria alla volta della Germania e dell’Austria. E così via.
 
E in questa euforia generalizzata di solidarietà – simile a quella messa in scena da Tom Tykwer nel film “Il Profumo”, quando il protagonista Jean-Baptiste Grenouille, nel giorno della sua esecuzione, grazie al suo inebriante profumo, manda la folla, accorsa per assistere alla sua morte, e le autorità in un’orgia sfrenata di amore – si sottace, si dimentica che quest’ecatombe ha responsabili ben definiti, che non sono certo in primis i “trafficanti”, che rappresentano soltanto l’ultimo anello del problema.

Non sono stati certo quest’ultimi a destabilizzare e devastare ampie aree del mondo con politiche di sfruttamento neocoloniale, guerre ed altri interventi militari, col risultato di mettere in moto esodi biblici: torme di diseredati alla ricerca di condizioni di vita meno disumane.

Comprendo la solidarietà spontanea della gente comune che riscopre – sia pur tardivamente – il valore della parola solidarietà, con atti concreti e tangibili. Ci voleva la morte di un bambino per scuotere le loro coscienze rattrappite? O quella solidarietà ostentata non è altro che catarsi, un rito collettivo di purificazione per mondarsi dall'essere stati spettatori indifferenti di una tragedia che si consumava diuturnamente dinanzi ai nostri occhi ciechi? Un’azione liberatrice per allontanare da se il peso della complicità e dell’orrore cui assistiamo assuefatti e indifferenti?

Ebbene, se sono disposto – con molta cautela – a condividere questa generale euforia di solidarietà messa in atto dalla gente comune nei confronti di profughi e rifugiati, lo sono meno – niente affatto – nei confronti di quegli stessi leader europei che fino a ieri erigevano muri, volendo fare dell’Europa una fortezza, e oggi si scoprono, improvvisamente, bravi e buoni dando ospitalità ai rifugiati.

Quanta ipocrisia, quanta retorica tese non solo a coprire le vere cause di questa tragedia, ma ad allontanare da sé le responsabilità delle tante morti inutili. La verità è meno retorica e più prosaica: la metà di tutte le forniture di armi al Medio Oriente è di provenienza statunitense. Gli Stati Uniti nell’ultimo decennio ne hanno inviate per 25 miliardi di dollari; la Russia ne ha inviate circa 5,5 miliardi di dollari; la Francia più di 5 miliardi; la Germania 3,3 miliardi; il Regno Unito 3,1 miliardi; infine l’Italia con più di 1 miliardo.

Aylan Curdi, 3 anni, forse cambierà l’Europa. Me lo auguro! Se almeno la sua morte servisse a tracciare un solco tra il prima e il dopo, tra la barbarie e la civiltà, essa non apparirebbe così vana, così inutile. Così straziante!

La morte di quell'innocente non dovrebbe evocarci solo compassione, ma porci dinanzi a due possibilità: o malediciamo un mondo siffatto, nel quale siamo stati convocati senza consenso, trincerandoci dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, oppure lo benediciamo, assumendo però su tutti noi la “colpa”. Una “colpa” in senso jaspersiano, che non si esaurisce soltanto nella colpa criminale o morale. Ma è la “colpa” che investe qualsiasi uomo che tollera ingiustizie e malvagità che possono essere inflitte a un proprio simile e non fa nulla per impedirlo.

Nessun alibi, nessuna giustificazione: siamo tutti colpevoli finché saremo in grado di condurre le nostre esistenze tranquille senza che il dolore dell’altro diventi il “mio” dolore, senza che il patire dell’altro diventi la “mia” passione.

Se possiamo “tollerare” che la natura di un qualsiasi uomo venga negata nel suo nucleo di dignità, allora non c'è diritto, non c'è politica, non c'è moralità che possa costituirsi e cui ci si possa appellare.

L’appartenenza all'umanità esige che si viva insieme o non si viva affatto! E per quanto innocenti, se non apriamo gli occhi, non testimoniamo, non denunciamo quotidianamente la violenza e lo sfruttamento sull’uomo, diventiamo colpevoli.

Non conosco altra forma di lotta e mi rendo conto di quanto sia fragile dinanzi alla potenza dell'apparato, ma di una cosa sono certo: se gli autori di tutti i crimini perpetrati contro l’umanità non avessero potuto contare sulla partecipazione e sull’indifferenza di molti non avrebbe potuto funzionare. Se non eleggessimo corrotti, impostori, ladri, traditori, questo mondo sarebbe un pochino meglio di quel che è.

Questo è il solo modo che conosco per saldare in parte il debito della mia colpa nei confronti del piccolo Aylan Curdi e di tanti altri come lui.

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